Dopo l’ultimo terremoto: le politiche per la ripresa

Autore di Domenico Panetta

Il terremoto che recentemente ha sconvolto alcune zone dell’Italia centrale non ha solo provocato tutti i gravissimi danni noti all’opinione pubblica mondiale, seminando diffuso sconforto e giustificate apprensioni; ha anche messo in discussione gli equilibri raggiunti nei secoli precedenti nell’individuazione delle risorse e nella loro valorizzazione, nella distribuzione degli insediamenti urbani e, quindi, della popolazione, nelle scelte riguardanti le attività produttive e quelle sociali; ha bloccato avviati processi di sperimentazione agricola e zootecnica.

Ci siamo, così, trovati a essere nuovamente esposti, a causa della natura di una “terra ballerina”, a rischi incalcolabili e imprevedibili, non sempre adeguatamente compensati dai vantaggi della produttività dei terreni locali, della vicinanza dei mercati, del richiamo delle amenità climatiche e di colture ben radicate sui territori.

I fenomeni appena verificatisi, com’è noto, purtroppo non sono recenti né seriamente e concretamente prevedibili. Sappiamo che già gli antichi scorgevano nel comportamento anomalo di certi animali, ad esempio nel latrato impaurito dei cani, i segnali dell’imminente scatenarsi di eventi tellurici; ai giorni nostri, i sismografi ed altre tecnologie avanzate non ci aiutano ancora ad annunciare con buon anticipo un terremoto o un maremoto per tentare di governarne al meglio gli andamenti, limitando al massimo possibile le conseguenze negative del suo passaggio in “aree sensibili”. Non ci sono dubbi sul fatto che gli studi su terremoti e maremoti abbiano di recente fatto passi da gigante, ma essi non consentono ancora di poter reagire tempestivamente, riducendo al minimo le conseguenze nefaste che essi comportano.

Alla luce delle attuali conoscenze, si tratta, allora, di incoraggiare in ogni modo la cultura della prevenzione, della sperimentazione, della crescita e della solidarietà, onde assicurare strumenti diversificati e più adeguati di quelli, insoddisfacenti, attualmente disponibili, ad un’umanità che continua a esprimere il forte desiderio di restare nelle zone colpite, di voler continuare a viverci e ad intessere relazioni sempre più organiche e sofisticate con il mondo esterno e con quanti interagiscono sullo stesso territorio, di poter partecipare, infine, ai processi di sviluppo delle aree coinvolte e di individuazione delle prospettive di ripresa.

Dopo l’iniziale sconforto di tutti i terremotati e la sepoltura delle vittime, dopo gli impegni pubblici e privati per la ricostruzione, ha prevalso, sulle titubanze di alcuni, la volontà della maggioranza dei vecchi residenti di ricostruire dove il terremoto ha distrutto, mantenendo le caratteristiche delle varie realtà produttive e sociali del territorio, nel rispetto delle tradizioni e soprattutto delle abitudini alimentari radicate, delle varie eccellenze locali rinomate in tutto il mondo, e non trascurando la risorsa del turismo. Ora si ha fretta di ricostruire e di farlo in sicurezza, esaltando al massimo ricchezze e valori caratteristici di quelle aree.

Ricostruire senza snaturare, però, non è semplice, anche se le manifestazioni di solidarietà giunte da tutto il mondo spingerebbero all’ottimismo: non saranno, infatti, pochi biasimevoli episodi di sciacallaggio a indurre a pensare il contrario. Occorre individuare, prima, e rispettare, poi, le priorità, selezionare con accortezza le urgenze e attribuire primaria importanza, ad esempio, alla costruzione di scuole e alle politiche per l’occupazione. Ben vengano nuovi centri di aggregazione sociale, come i tre che si vorrebbero far sorgere nelle aree terremotate, ma solo se saranno utili a promuovere eventi di elevato valore culturale e sociale.

Progettare il dopo terremoto significa fare in modo che la ricostruzione sia tempestiva, rispettosa delle prescrizioni antisismiche, utile alla produzione di redditi per una popolazione che non fugge solo se intravede concrete possibilità di crescita. Se dalle indicazioni di massima si riuscirà a passare alla realizzazione di idee e progetti, ad avvantaggiarsene non saranno soltanto le aree direttamente coinvolte ma l’intero sistema Paese, sempre più bisognoso di certezze e di tranquillità.

Nel ridisegnare il futuro di queste zone non basterà solo ricostruire, ma occorrerà anche chiedersi se ci sono spazi per innovare, tenendo ben presente che non basta un decennio per riparare i danni già accertati, ma che è importante saper proiettare nel domani le esigenze e le prospettive delle popolazioni che abitano la zona, operando di conseguenza e dando respiro alle politiche.

Le opportunità di sviluppo cresceranno ulteriormente se si saprà mantenere e potenziare la coesione sociale, trasformandola in una spinta aggiuntiva alla ripresa, e se si sapranno convogliare su questi paesi nuovi investimenti e nuove intraprese agricole, industriali e commerciali, in modo da alimentare il turismo, aiutare la mobilità e migliorare i servizi.

Se, all’interno di questi processi di rinnovamento, si sapranno individuare ulteriori occasioni (come, ad esempio, le coltivazioni idroponiche) di commercializzazione, l’aspirazione alla ripresa non si limiterà al solo ripristino della vivibilità: la ricostruzione potrà trasformarsi in un’opportunità che l’economia dell’area e quella nazionale non potranno lasciarsi sfuggire, in un’occasione di cui le popolazioni coinvolte devono essere aiutate a prendere coscienza.

• categoria: Categorie Editoriale