Il Mediterraneo: culla di civiltà e fattore di sviluppo

Autore di Domenico Panetta

Storicamente, il Mediterraneo è stato sempre al centro di processi di difficile comprensione, ma di rilevante incidenza politica e culturale. Il suo ruolo non appare offuscato dagli ultimi accadimenti dei quali siamo tutti testimoni.

Com’è noto, gli uomini che vivevano sulle sue sponde nell’antichità hanno iniziato ben presto a commerciare tra loro. Una grande civiltà non può, infatti, vivere e ampliarsi senza scambi sempre più intensi e ben mirati con l’esterno.

Le imbarcazioni più utilizzate, utili al trasporto delle mercanzie, furono, all’inizio, soprattutto di tipo egizio. Battelli a vela, adatti a tragitti tranquilli e consuetudinari, aiutarono lo sviluppo della flottiglia e dei commerci.

Fin dal principio del secondo millennio emerse l’importanza delle principali rotte marittime che attraversavano il Mediterraneo da una parte all’altra nel senso dei paralleli: la rotta più meridionale costeggiava il litorale africano, un’altra attraversava il mare toccando la catena di isole ivi emerse e ben coltivate.

Negli ultimi secoli, come sappiamo, il Mediterraneo è stato al centro di violenti conflitti, che non si sono venuti attenuando nel corso del tempo: essi sono stati spesso devastanti. Inoltre, i processi di industrializzazione che hanno coinvolto anche l’agricoltura hanno favorito pure una sempre maggiore espansione dei commerci. Parallelamente, però, specie in certe aree, hanno contribuito a provocare fenomeni di recessione e a favorire esodi dalle zone coltivate.

Come ben sappiamo, il fenomeno migratorio rappresenta tuttora una questione aperta e di difficile soluzione: i migranti lasciano le loro terre d’origine per varie ragioni, tra le quali guerre cruente, governi dittatoriali e violente persecuzioni. Ma ancora oggi si ripropone il problema antico dell’esodo di massa da terre che non possono più essere coltivate perché non appartengono più ai loro antichi proprietari: il Madagascar, l’Ucraina, la Tanzania, l’Etiopia della Valle dell’Omo, l’Uganda, il Mali sono solo alcuni dei paesi che, specie a partire dal 2007, hanno ceduto, senza il consenso delle comunità che vi abitavano, parte delle proprie terre considerate “inutilizzate”, in cambio di capitali, spesso privati (provenienti da fondi d’investimento, di pensione o di rischio) a stranieri (anche italiani), che se le sono accaparrate per coltivarle o farne, ad esempio, riserve di caccia o zone in cui avviare il commercio di legnami. Questo fenomeno è noto come land grabbing, ovvero ‘accaparramento della terra’1, e vede protagonisti una cinquantina di paesi venditori, che svendono a una dozzina di paesi compratori: l’ennesima forma di neocolonialismo. Coloro che comprano acquistano i terreni e tutto ciò che contengono, compresi i villaggi, dai quali gli abitanti vengono, pertanto, sfrattati.

Se i capitali che entrano venissero utilizzati come investimenti per realizzare infrastrutture nei paesi venditori, il fenomeno potrebbe anche rappresentare una buona opportunità di sviluppo e di crescita economica per loro; occorre, però, vigilare affinché le popolazioni locali, al contrario, non perdano anche il potere di accesso alle risorse naturali collegate ai suoli in vendita. Tale fenomeno, se non regolamentato e supervisionato da organismi sovranazionali di controllo, rischia, purtroppo, di depauperare sempre più i paesi che già versano in gravi condizioni di miseria e povertà, i cui abitanti, in tal caso, non potrebbero fare altro che allontanarsi e cercare fortuna altrove per sopravvivere, alimentando ancora, in un circolo vizioso, il fenomeno migratorio e la mafia che specula sulla loro disperazione.

Gioverà ricordare, al riguardo, i tempi in cui il Mediterraneo non era attraversato da carrette del mare affollate di uomini, donne e bambini in fuga, ma solcato, in lungo e in largo, da imbarcazioni che trasportavano anfore colme di vino o di olio, alimentando lo scambio commerciale e culturale fra popoli diversi, tutti affacciati sullo stesso grande bacino, compreso fra le terre emerse di tre continenti.

È sempre più manifesta l’urgenza di individuare soluzioni epocali e produttive che aiutino a valorizzare le pratiche di sviluppo già possibili e quelle che scienza e tecnica ci indicano come realizzabili, a breve, in concreto e a costi sostenibili: l’obiettivo da tener presente, oggi più che mai, è quello di migliorare il tenore di vita di tutti, aiutando chi è più debole a guardare al domani con speranza.

Occorre, ora, rivisitare il futuro, per comprendere e appropriarsi delle energie che nasconde.

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