La “Piccola Europa” e le crisi del nostro mondo

Autore di Domenico Panetta

Le acque del Mediterraneo, dell’Atlantico, e non solo, appaiono agitate; venti di guerra diffondono, sul pianeta tutto, preoccupazioni sul futuro e fanno a molti temere il peggio. Si tratta di un braccio di ferro dietro al quale esistono arsenali militari e macchine da guerra che diventerebbero inarrestabili se venissero, insensatamente, messi in movimento. Tutti si augurano che le minacce che i contendenti si scambiano restino tali, ma nessuno potrà più assicurare al mondo quella pace della quale sente sempre più il bisogno, nel caso in cui alle minacce seguissero concreti atti di guerra.

I cambiamenti in corso e le strategie e le politiche che hanno esasperato eccessivamente i precedenti equilibri, rendendoli fortemente instabili, non assicurano, certo, più quelle risposte forti, condivise e praticabili che soprattutto le popolazioni esposte ai bombardamenti, agli attentati e alle carestie si aspettano. Spesso, annose conflittualità interne ed esterne, divisioni religiose, tribali, sociali e culturali esasperano i malesseri già esistenti e incoraggiano attentati e stragi, generando nuove instabilità e facendo sì che il Mediterraneo resti il cimitero dei naufraghi e scenario di massicci esodi inarrestabili.

Per quanto riguarda la “Piccola Europa”, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea ha creato e diffuso perplessità e incertezza e sono in molti a non essere convinti dell’opportunità di una tale operazione, anche per la stessa Inghilterra; sono in molti a chiedersi se dietro il divorzio, richiesto dagli inglesi, potrebbero esserci propositi che vanno oltre le furberie monetarie e i timori per i mercati o per l’eccessiva presenza europea o tedesca nel tentativo di regolare gli stessi. Poi, sono arrivati i disorientamenti legati al braccio di ferro fra USA e Cina, e soprattutto fra Corea del Nord e USA, e le bombe pesanti che hanno cominciato a cadere su incolpevoli popolazioni di zone dell’Asia che non hanno la possibilità di reagire a quanto avviene nei loro confini e contro i loro abitanti.

Gli USA di oggi possono essere considerati come quelli che per molti decenni hanno assistito l’Europa negli sforzi che sosteneva per vincere le crisi succedute alla Seconda guerra mondiale e ai focolai di rivolta che qua e là si manifestavano nel vecchio continente?

È evidente che le strategie finora adoperate non si dimostrano più in grado di assicurare stabilità al mondo intero, di arrestare gli esodi massicci, specie dai teatri dove sono in atto guerre locali o per il possesso delle ricchezze.

Per quanto riguarda la vecchia Europa, i tentativi per avviare dialoghi utili al superamento delle divergenze presenti non sono mancati, ma non hanno saputo determinare gli effetti auspicabili né scoraggiare le spinte protezionistiche che si vanno manifestando anche in altre parti del mondo.

Le restrizioni al mercato mondiale, le distorsioni recenti ai commerci richiedono di ridisegnare le politiche protezionistiche invocate qua e là, che non solo soffocherebbero la libertà dei commerci, ma ridurrebbero le stesse libertà politiche.

Oggi il futuro della “Piccola Europa” è fortemente legato alla capacità di innovare profondamente: si tratta di rivisitare le informazioni acquisite, di fare investimenti ammodernanti per recepire sul piano produttivo e produttivistico le conoscenze più avanzate.

La “Piccola Europa” può affrontare le incognite del futuro se sarà in grado di assicurare redditi e occupazione a una popolazione che, per effetto delle migrazioni di massa, è cresciuta rapidamente. Si tratta di assorbire i flussi e, in pari tempo, di ipotizzare il nuovo. Se la Russia dovesse dimostrare una maggiore attenzione verso la “Piccola Europa” e i suoi valori, si potrebbero presentare le condizioni per superare la barriera degli Urali e creare nuovi equilibri, anche se, come ha sottolineato Maurizio Caprara in un articolo uscito recentemente su Corriere.it1, i nostri maggiori competitori nella ricerca oggi sono proprio i russi, oltre a Stati Uniti, Cina, India, e in futuro potrebbe diventarlo l’Africa.

La “Piccola Europa” potrà assicurarsi la piena autosufficienza se saprà passare attraverso un ammodernamento culturale e tecnologico, che la aiuterà a creare le premesse per politiche efficaci anche attraverso una maggiore redistribuzione delle ricchezze esistenti: in tale direzione pure l’inarrestabile processo di internazionalizzazione delle università e dei centri di ricerca può fare molto. Anche in tale ottica, infatti, sono stati celebrati, il 25 marzo, i sessant’anni dalla firma dei Trattati di Roma, che hanno sancito la nascita della Comunità Economica Europea (CEE) e della Comunità Europea dell’Energia Atomica (CEEA); e sempre quest’anno ricorre l’anniversario della fondazione (nel 2007) del Consiglio Europeo delle Ricerche o European Research Council (ERC), l’organismo dell’Unione Europea che finanzia i ricercatori di eccellenza per progetti di ricerca di frontiera.

In ogni caso, «Chi crede che la sicurezza del proprio futuro stia in un regresso verso il protezionismo e una datata invalicabilità dei confini provi a misurare le proprie convinzioni con la realtà»2.

  1. M. Caprara, Perché l’Europa è vitale per ricerca e università, 13 aprile 2017: cfr. Corriere.it. (http://www.corriere.it/extra-per-voi/2017/04/12/perche-l-europa-vitale-ricerca-universita-2be69572-1f9c-11e7-a630-951647108247.shtml).
  2. Ibidem.
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