La Spagna s’interroga sul proprio futuro

Autore di Domenico Panetta

Se a un operatore politico, economico o sociale venisse richiesto un parere sull’attuale andamento del vivere individuale e collettivo nel mondo iberico, quasi certamente l’interlocutore fornirebbe risposte incerte, titubanti, forse anche contraddittorie. Alla radice di tali dubbi vi sono, intanto, un malessere diffuso e poi la constatazione che la società spagnola si presenta al giudizio esterno con una realtà politica tuttora meno definita di quella economica, almeno in apparenza tendenzialmente in crescita (qualcuno, infatti, dubita anche di certi dati diffusi su tale crescita e li considera dettati da una “strategia mediatica”).

In questi ultimi anni, il paese iberico ha assistito a uno stallo politico senza precedenti, che non ha consentito a lungo la formazione di un governo con la pienezza dei poteri, con tutte le conseguenze che ne sono derivate sul piano del conseguimento di una molteplicità di altri obiettivi che in molti ritengono auspicabili, urgenti e anche possibili.

Non si tratta di formare comunque un governo, ma di crearlo nelle condizioni ottimali per poter affrontare al meglio il presente e il futuro. Il vuoto di governo è stato, infatti, uno dei principali problemi degli spagnoli, ma non è il solo: non basta stilare un elenco di ministri e ottenere i voti necessari per assicurare una maggioranza parlamentare; si tratta di provare a produrre, attraverso quelle scelte, diversi altri effetti positivi, non ultimi la lotta alla disoccupazione, una maggiore produttività, la difesa dei salari reali e maggiori spazi di partecipazione nelle decisioni politiche generali.

Nonostante le crisi evidenziate e le altre latenti, secondo alcune classifiche attualmente la Spagna è l’ottava potenza economica mondiale, secondo altre la decima, dietro Stati Uniti d’America, Cina, Giappone, India, Germania, Gran Bretagna, Francia, Italia e Brasile. Di certo, la sua economia è considerata tra i “quattro motori d’Europa” e, quindi, risulta anche di rilevanza planetaria.

Le attività economiche hanno un importante baricentro nella città di Barcellona e nella regione della Catalogna, grazie alla sua posizione economica privilegiata di luogo di transito obbligatorio dei più importanti traffici via terra con le maggiori potenze europee. Negli ultimi decenni l’uso di tecnologie avanzate e una migliore utilizzazione delle risorse esistenti hanno favorito, ad esempio, l’espansione delle coltivazioni irrigue; le diffuse colture di piante industriali, tabacchi, cotone hanno innescato una politica di allargamento dei mercati di tali prodotti. Per effetto del potenziamento delle strutture ricettive si è assistito, inoltre, a un boom del turismo. In Catalogna, nelle Baleari e in Andalusia, infatti, favorevoli condizioni generali hanno attratto capitali e contribuito al radicarsi di un turismo di qualità: al riguardo, non si dimentichi nemmeno che la Spagna è il terzo paese al mondo, dopo Italia e Cina, per la presenza di siti dichiarati dall’Unesco “Patrimonio dell’umanità”. In particolare, notevoli sono le sue “Città Patrimonio” (Cordova, Toledo, Salamanca, Segovia, Cuenca, Avila, Santiago di Compostela, Tarragona etc.), che ospitano numerosissimi edifici storici ristrutturati e riadattati a vari usi, offrono vivaci possibilità di incontro e sono caratterizzate da un grande dinamismo: uno dei loro maggiori pregi, la perfetta integrazione fra le bellezze naturali che le circondano e l’alto valore culturale del loro paesaggio urbano.

Gli analisti concordano sul fatto che dopo il 2011 l’aumento delle esportazioni ha contribuito a favorire una certa crescita economica in Spagna, rispetto al resto della zona euro. Nonostante ciò, persistono, però, rilevanti criticità nello scenario economico spagnolo: in particolare, preoccupa l’elevato tasso di disoccupazione (ben oltre il 20%), provocato anche dal taglio della spesa pubblica, che ha caratterizzato il mercato del lavoro negli ultimi anni. Senza un miglioramento in tal senso, la recente ripresa economica potrebbe non essere sufficiente per innescare un processo di crescita stabile e duraturo. Inoltre, secondo alcuni, certe nuove direttive liberiste che rendono più semplice licenziare, meno vincolanti gli accordi sindacali collettivi e meno onerosi i costi delle liquidazioni avrebbero, sì, attratto capitali in Spagna, ma, appunto, tale ripresa azionaria e finanziaria del paese avrebbe, a loro avviso, comportato il peggioramento della qualità della vita lavorativa, con stipendi in forte calo e una maggiore disponibilità di manodopera a basso costo.

In ogni caso, malgrado le apparenze e le incertezze che caratterizzano i percorsi dei suoi governi, la Spagna oggi riesce comunque a esprimere una certa stabilità, seppur manifestando debolezza nella presenza negli organismi internazionali e nei tavoli europei dove si prendono le decisioni che contano. Una carenza di cui i prossimi governi spagnoli devono cercare le radici per controllarne più efficacemente gli sviluppi.

Si tratta di un periodo, quello attuale, importante per disegnare al meglio i percorsi e gli obiettivi delle politiche planetarie e la Spagna può, di certo, apportare un notevole contributo a livello sia comunitario sia mondiale per creare nuovi equilibri e proporre strategie di crescita efficaci: in primo luogo, le sue attività produttive ˗ vecchie e nuove, tradizionali e all’avanguardia ˗ vanno incentivate con strumenti agili e tempestivi, anche di tipo fiscale.

Agli spagnoli, le scelte d’indirizzo e i percorsi da privilegiare: la concretezza del loro operare darà ragione a quanti fanno previsioni ottimistiche sul futuro di questa importante realtà europea e mondiale; agli spagnoli e all’economia dell’Europa tutta, la soddisfazione dei risultati già ottenuti e di quelli conseguibili nell’immediato futuro.

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