Premessa

Autore di Maria Gabriella Dionisi

Esiste ormai una vasta bibliografia sulla, della, per la traduzione e le varie teorie traduttologiche rientrano più o meno tangenzialmente nel lavoro di parecchi studiosi e sono materia d’esame in molti corsi universitari. Eppure, i saggi inclusi in questo numero monografico curato da chi scrive insieme con Giovanna Fiordaliso e Matteo Lefèvre (realizzati da docenti delle Università di Roma “Tor Vergata” e “Sapienza”, di Pisa, di Urbino, della Tuscia e di Macerata) aggiungono nuovi tasselli al grande mosaico degli studi interlinguistici, mostrando come ci sia ancora molto da dire sul lavoro traduttivo, sui metodi e le prospettive, sui problemi legati alla resa di un testo saggistico rispetto a uno poetico e narrativo, sulla scelta di proporre a lettori più o meno avvertiti opere provenienti da realtà linguistico-culturali apparentemente vicine, sul sottilissimo limite che esiste tra attività critica e pratica traduttiva quando ˗   e la maggioranza dei testi che seguono ne sono prova tangibile ˗   a cimentarsi in prima persona nell’impresa (come parte o a margine dei loro compiti accademici) sono docenti universitari che in alcuni casi sono anche traduttori.

Certo, la storia della traduzione di opere dallo spagnolo all’italiano è lunga e articolata e riflette pienamente il legame stabilitosi tra le due aree linguistiche, mostrando quanto abbiano pesato sulla disponibilità delle case editrici a investire in tali progetti i secolari contatti culturali (nel caso della Spagna), o il più recente desiderio di far conoscere realtà in pieno conflitto (ma ricche di stimoli), come è accaduto con i paesi ispanoamericani, “riscoperti” solo a partire dalla seconda metà del ’900, così come viene riassunto in una lunga intervista a Lorenzo Ribaldi, della casa editrice La Nuova Frontiera, pubblicata nel numero 3 di «Diacritica» del giugno 2015.

Nella storia della traduzione spagnola ha prevalso spesso un approccio classicistico, teso a riscoprire in seno all’accademia e alla vita culturale i migliori ingegni del Siglo de Oro o comunque i “classici” delle lettere ispaniche di ogni tempo; tuttavia, a controbilanciare tale peso, alla base delle scelte operate è esistito al contempo (e oggi più che mai) un elemento imprescindibile: el compromiso, l’impegno preso dallo stesso traduttore a selezionare, promuovere e sostenere con il suo lavoro un autore, un testo, un contesto, ritenuti importanti per la crescita culturale e/o ideologica del proprio paese di appartenenza.

Se, come dimostra Federica Cappelli, le prime (seppur incomplete e imperfette) traduzioni italiane dei Sueños di Francisco de Quevedo, risalenti al ’600, sono stimolate dalla forte «esigenza di disporre (…) anche nella nostra lingua (di) quest’opera satirica di straordinario successo e che tanto scalpore aveva sollevato in tutta Europa» e «le grandi traduzioni europee del Romanticismo, gli autori delle quali sono ancora considerati le autorità del concetto moderno (Schleiermacher, Schlegel, Goethe, Hölderlin, solo per citarne alcuni), nascono da un terreno irrigato a pensiero filosofico e dimostrano che “esiste fra le filosofie e la traduzione una prossimità d’essenza”», come spiega nel suo saggio Giampaolo Vincenzi, ben diversa è ad esempio la causa che, in un determinato periodo storico (gli anni compresi tra il 1939 e il 1943, i cosiddetti años azules del franchismo), spinge la rivista «Legioni e Falangi» a proporre gli articoli della corrispondente edizione spagnola «Legiones y Falanges», trasformando ˗   come illustra Chiara Sinatra ˗   la traduzione in «riscrittura al servizio dei regimi», capace di privilegiare «un linguaggio identitario quale strumento dei procedimenti traduttivi stessi».

Tale approccio “militante” assume oggi un significato meno politico e più culturale allorché il traduttore si accinge a individuare e tradurre testi che possono essere utili all’acquisizione di nuove tecniche dell’apprendimento linguistico e dell’analisi letteraria; ad aggiungere altri elementi a tematiche già note e a proiettare queste ultime all’interno di inedite prospettive culturali; a diffondere in Italia (e in altri paesi) autori stranieri contemporanei, per superare vecchi stereotipi o un certo immaginario pregresso; a riflettere, partendo dalla propria esperienza, sulla difficoltà di passare dalla teoria alla prassi traduttiva.

Proprio dei risultati di tale attività rendono conto i contributi proposti rispettivamente da Monica Lupetti e Marco E. L. Guidi; Giovanna Fiordaliso; Andrea Bresadola; Matteo Lefèvre; e Massimo Marini. Infatti, se le versioni e riscritture del Telemaco di Fénelon mostrano in chiave storico-culturale come l’opera si trasformi, nel corso dei secoli della piena età moderna, «da romanzo di formazione politica a manuale glottodidattico» (Guidi-Lupetti); se la traduzione del saggio di Claudio Guillén, Entre el saber y el conocer. Moradas del estudio literario, mira a rendere fruibile a un pubblico il più ampio possibile un lavoro di natura comparatistica, caratterizzato «da una modalità di scrittura su e per la letteratura, per studenti e studiosi; ma anche sulla critica letteraria per il critico, lo storico, il teorico della letteratura» (Fiordaliso); il lungo lavoro di trasposizione in italiano del racconto/romanzo breve El capitán Javier di Arturo Serrano Plaja, autore ancora sconosciuto al lettore italiano, nasce invece dal desiderio di ampliare ancor più le conoscenze sulla Guerra Civile spagnola (Bresadola).

La dettagliata ricostruzione di tutto il percorso compiuto per realizzare un bombardeo poético su piazza del Duomo a Milano, organizzato dal Padiglione del Cile durante l’Expo del 2015, dimostra invece come la traduzione di un alto numero di poesie di autori contemporanei cileni, contraddistinte da «motivi, stili, passioni, punti di vista (diversi e) che propongono nuovi codici e soprattutto nuovi scenari dell’espressione artistica» sia stato uno dei passaggi ˗   conclusosi con la recentissima pubblicazione del volume Pioggia di poesie su Milano (2016) ˗   per sperimentare un’inedita forma di comunicazione che ha comportato «un coinvolgimento attivo e plurale di tutte le parti in causa e contempla(to) tanto la responsabilità intellettuale quanto quella logistica, politica ed economica» (Lefèvre). E di partecipazione attiva e collettiva si parla ancora nella riflessione critica realizzata da Marini, in cui si rende conto dei metodi utilizzati per portare avanti il lavoro traduttivo non in modo individuale ma coinvolgendo una vera equipe di allievi e insegnanti del Master in Traduzione della “Sapienza”, perché in tale «formula (…) conta non solo il prodotto finale, vale a dire il testo tradotto, ma anche il processo traduttivo in sé quale momento di formazione e arricchimento reciproco, frutto di una pluralità di sguardi e di sensibilità».

Una pluralità di approcci, dunque, ma tutti rivelatori della necessità ˗   come affermava anni fa Angelo Morino in Appunti sul tradurre letteratura ˗   di «sporcarsi le mani», di assolvere al compromiso di vivere la traduzione come una continua esplorazione in territori altri.

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