Omaggio a Francesco De Sanctis nel bicentenario della nascita: note sull’edizione crociana di “Teoria e storia della letteratura”

Autore di Maria Panetta

Com’è noto, Benedetto Croce è stato uno degli interpreti e degli epigoni più importanti di Francesco De Sanctis: la letteratura sui debiti che il pensiero estetico crociano ha contratto con quello desanctisiano è vasta e approfondita1; vale ancora la pena, invece, di soffermarsi sul valore delle edizioni di scritti desanctisiani allestite da Croce2 e sull’importanza che esse hanno avuto nella diffusione e nell’interpretazione del pensiero critico del Maestro.

Si tenterà, pertanto, in questa sede, di riprendere un percorso di ricerca iniziato, ormai, una dozzina di anni fa da chi scrive, stavolta con una focalizzazione sull’operazione, forse, più controversa condotta dal Croce editore di De Sanctis, della quale si è già avuto modo di discorrere nella voce Filologia recentemente redatta per il Lessico crociano diretto da Renata Viti Cavaliere e Rosalia Peluso3.

Nel 1926, dopo una serie di altre note edizioni crociane di importanti opere desanctisiane4, uscì il volume Teoria e storia della letteratura5, che raccoglieva le lezioni tenute da De Sanctis a Napoli, negli anni tra il 1839 e il 1848, ricostruite da Croce e in precedenza pubblicate su «La Critica» dal 1915 al 1919. Nel 1836, infatti, De Sanctis aveva aperto, per proprio conto, una scuola in una sala del Vico Bisi, per gli allievi principianti di Basilio Puoti, per i quali teneva corsi privati di grammatica e letteratura: tra loro, degni di nota i nomi dei meridionalisti Giustino Fortunato e Pasquale Villari, del filosofo Angelo Camillo De Meis, del giurista Diomede Marvasi, del pittore Giacomo Di Chirico, del critico letterario Francesco Torraca e del poeta Luigi La Vista, suo allievo prediletto.

Nel Preambolo al volume il curatore osservava che, a suo giudizio, l’unico modo di completare le notizie fornite dal racconto autobiografico incompiuto delle Memorie6 di De Sanctis, edite da Pasquale Villari nel 1889, era appunto quello di risalire alle testimonianze dei quaderni di scuola, delle prolusioni, delle tracce di lezioni o dei riassunti degli allievi, riveduti dal maestro e conservati come “libro della scuola”. Nonostante gran parte di questo materiale fosse andato disperso, Croce affermava di essere comunque riuscito a raccogliere e a studiare numerose testimonianze al riguardo.

Egli raccontava che spesso De Sanctis, rileggendo i sunti dei propri scolari, non vi si riconosceva, e che essi gli apparivano “pallidi” rispetto al calore delle proprie lezioni: Croce imputava ciò al fatto che si trattava di sintesi di analisi critiche che, in effetti, risultava assai difficile riassumere e che venivano stilate, in modo talora impreciso e grossolano, da studenti non sempre in grado di comprendere appieno il pensiero del maestro e, comunque, spesso incapaci perlomeno di renderlo per iscritto. Inoltre, quelli che prendevano appunti erano, di solito, gli alunni meno intelligenti – osservava con una punta di malignità Croce – perché a suo dire i più vivaci, da buoni meridionali, probabilmente s’inebriavano solo della «musica delle idee», per ripensarvi e discuterne in seguito. In effetti, si può riscontrare che non si ritrovano, in quei quaderni, proprio le lezioni (come quella su Dino Compagni o quella su Francesca da Rimini) che De Sanctis giudicava più riuscite.

Eppure, concludeva Croce:

riconosciuti questi difetti dei quaderni della scuola di prima del ’48, e stabilito che essi non ci possono dare una piena immagine di quella scuola, e avvertito che sono un materiale spesso infido e da maneggiare con prudenza, la conseguenza non è già che si debba gettarli via e disperare di cavarne un costrutto, ma, per contrario, che bisogna rassegnarsi a quei difetti, e procurare di cavare da quei quaderni il costrutto che si può, e contentarsi delle informazioni che possono darci sui concetti e giudizi del De Sanctis, per quanto sommarie e scheletriche e spesso imprecise. (…) E se alle lacune di quei quaderni non c’è rimedio, c’è rimedio ai loro spropositi e alla loro rozza esposizione, mercé un rifacimento che è dato compiere a chi sia esperto del pensiero del De Sanctis e degli argomenti da lui trattati, senza gran rischio di contaminare il pensiero del De Sanctis con supplementi e soppressioni e interpretazioni arbitrarie7.

Di certo, l’idea di poter colmare le lacune evidenziate dagli appunti raccolti nei quaderni tramite un «rifacimento», seppure steso da «chi sia esperto del pensiero del De Sanctis e degli argomenti da lui trattati», non può non suscitare almeno qualche perplessità, se non altro, forse, per l’eccessiva sicurezza da Croce esibita di aver potuto e saputo evitare il «gran rischio di contaminare il pensiero del De Sanctis con supplementi e soppressioni e interpretazioni arbitrarie». Ovviamente, se non altro, leggendo il suo Preambolo, il lettore è edotto e avvisato del fatto che i testi raccolti in questo volume non andranno presi “alla lettera”, non potendo essere considerati che come una trascrizione, necessariamente non del tutto fedele (visti i mezzi dell’epoca), di un discorso orale con integrazioni, non di mano dell’autore, che ricostruiscono passaggi mancanti in base alla conoscenza (pur approfondita) che il curatore aveva dell’opera desanctisiana nel suo complesso. Quanto tali integrazioni possano essere scevre da interpretazione non è, però, di certo semplice stabilire.

Croce forniva, a seguire, notizie sull’ubicazione dei manoscritti da lui consultati e precisava di aver deciso di non pubblicarli integralmente, intendendo solo delineare «la tela dei vari corsi di lezioni» e riferirne i brani principali: chiedeva apertamente, per questo, la fiducia dei lettori, dichiarando di non poter rendere conto di ogni mutamento apportato, ma li rassicurava, sottolineando che il suo lavoro non avrebbe potuto, comunque, eludere un qualsivoglia controllo di chi avesse voluto consultare i manoscritti nella biblioteca pubblica che li ospitava.

Nell’Introduzione al volume, attraverso le Memorie, molto imprecise, e alcune lettere, Croce ricostruiva la cronologia della vita di De Sanctis e giungeva a determinare, con buona probabilità, il mese d’inizio del primo anno scolastico: il maggio del 1839. Nella fattispecie, Gaetani Tamburini informava che argomento dei primi due anni era stato un corso di grammatica, originato dalla collaborazione di De Sanctis al noto manuale di Puoti8 e riproposto anche negli anni seguenti: Villari testimoniava di avervi assistito nel 1846-’47, e di questo corso Agnese De Sanctis possedeva una trascrizione, suddivisa in quarantacinque lezioni, che, a giudizio di Croce, poteva degnamente rappresentare «il succo dei primi due anni della scuola»9.

Nel terzo anno (1841-’42), De Sanctis dichiarava di aver tenuto corsi su lingua, stile, rettorica, poetica e metrica10, di cui restano un quaderno in gran parte autografo del maestro e più quaderni di continuazione, redatti da scolari. Per il quarto e il quinto anno, Croce asseriva di disporre di dati meno concordi e precisi; anche volendo attribuire al quarto tutti i generi letterari (anche se ciò gli sembrava inverosimile), egli non disponeva di fonti sicure per stabilire con esattezza la materia dei corsi degli anni 1843-’44 e 1844-’45, anche perché alcuni quaderni di scolari, come quelli di Nisio e di De Ruggiero, ripartivano le lezioni secondo un ordine sistematico, e non cronologico.

Del 1845-’46 era il corso, ricordato da Gaetani Tamburini, sulla Storia della critica da Aristotele a Hegel: di esso due quaderni si trovavano tra le carte del Museo di San Martino, uno presso Agnese De Sanctis, un brano tra le carte di De Meis, e una variante della prima parte del corso nei quaderni di Nisio; dello stesso anno, forse, alcune lezioni sulla storia e la filosofia della storia.

Nel 1846-’47, De Sanctis si occupò della letteratura drammatica (forse in cinquantotto lezioni), come confermava anche Villari. Scarse, invece, le notizie riguardo al nono e ultimo anno della scuola, sospeso, nell’aprile 1848, «per mancanza di giovani, moltissimi essendo partiti per la Lombardia o per la provincia»11: il maestro appariva, ormai, stanco e distratto, turbato dagli avvenimenti politici, e forse anche per questo motivo di quel ciclo di lezioni, meno efficace degli altri, niente rimane tra i quaderni della scuola.

Nella Conclusione apposta al secondo volume12, in realtà Croce asseriva di essersi «ristretto all’ufficio di editore e restauratore, astenendosi da ogni elaborazione storico-critica del materiale»13 (se proprio non si vuole dubitare di tale affermazione, bisognerebbe, dunque, almeno approfondire le modalità del “restauro” da lui operato dei testi); egli voleva, comunque, aggiungere alcune considerazioni personali. Notevole, nelle lezioni giovanili di De Sanctis, era, a suo avviso, la spregiudicatezza di chi tende incessantemente a cogliere la “verità schietta delle cose”, senza dichiararsi mai seguace di nessuno. La teoria estetica che emerge da queste lezioni considera l’arte come «uno dei due modi onde lo spirito si appressa al mistero dell’universo nel triplice aspetto di Dio, dell’uomo e della natura: il modo della fantasia, che finge in immagini ciò che l’altro modo, quello della filosofia, procura d’incatenare col raziocinio, entrambi unificantisi poi nella Religione»14; questa dottrina salvava l’arte, ma ai danni della filosofia, e, sebbene diversa da quella hegeliana, aveva con essa in comune una concezione estetica «in certo modo logica o intellettualistica»15.

Nelle lezioni del 1843 sulla lirica, invece, Croce individuava un’influenza del neocattolicesimo romantico, e specialmente di Manzoni; in seguito, Leopardi ispirò nel critico una concezione dell’arte come contemplazione dell’imperscrutabile mistero dell’universo. Commentava il curatore che l’«Assoluto era per lui ancora trascendente, e lo reputava ora inconseguibile dall’uomo, ora tale che, conseguito, avrebbe dissipato e rese superflue arte e filosofia»16.

Croce dichiarava di avvertire, in genere, «poca risolutezza filosofica»17 in tutte le lezioni di quel periodo, contrapposta all’«ammirevole sicurezza»18 con cui De Sanctis trattava di particolari poesie, o poeti, o avvenimenti storici; e rilevava che i giudizi espressi allora si ritrovano quasi sempre inalterati nei saggi successivi.

Il curatore si diceva comunque convinto dell’utilità dello studio del periodo giovanile di De Sanctis, alla luce del quale si poteva comprendere meglio lo svolgimento posteriore del suo pensiero; secondo Croce (e ciò non stupisce), egli progredì, rispetto alle passate convinzioni, solo nel 1855, quando abbandonò l’hegelismo e asserì l’indipendenza dell’arte, e quando, sempre dopo il ’50, si convertì a un ideale di vita “armonica e operosa”, superando l’atteggiamento romantico e leopardiano.

Concludendo, però, Croce ribadiva che la vera filosofia di De Sanctis andava ricercata non nella teoria, ma nei suoi lavori di critica o di storia: e con tale affermazione andava, in fondo, a ridimensionare anche l’importanza della teoria della letteratura desanctisiana rispetto alla sua prassi storico-critica, sminuendo implicitamente anche il peso (la “gravità”?) dell'”arbitrio filologico” (se così lo si può definire) da lui commesso nell’allestire l’edizione parziale di appunti relativi alle lezioni del Maestro da lui di fatto interpolati e in parte parafrasati.

Non si dimentichi che, come ha notato Andrea Manganaro, all’altezza cronologica del 1936, ovvero dieci anni dopo l’operazione editoriale crociana di cui si è discorso,

Croce aveva completato la revisione e “riforma” del modello desanctisiano, «correggendo – scriveva – il De Sanctis col De Sanctis», «sviluppando meglio i suoi stessi pensieri». In realtà lo aveva funzionalizzato alla propria estetica: negandone la concezione della storicità della letteratura, rendendo forma e contenuto eterogenei, l’una a priori, l’altro materiale, a posteriori, sostituendo una concezione kantiana del loro rapporto a quella hegeliana del “maestro”19.

Alla luce di tali considerazioni, si avvalora l’ipotesi che il volume del 1926 vada di certo tenuto in considerazione, nello studio del pensiero di De Sanctis, ma prestando attenzione a valutarne correttamente le scelte linguistiche e a soppesare attentamente i concetti ivi espressi, che necessariamente andranno ripensati e riconsiderati nel confronto con altre opere desanctisiane attribuibili al Maestro nella loro integrità.

Resta indubitabilmente il valore documentario dell’opera, e conosciamo bene il ruolo di primo piano che in tal senso Croce attribuiva alla “letteratura”, se non prima, almeno a partire dal 1910, anno della fondazione della collana laterziana degli «Scrittori d’Italia»20, della stesura del relativo Catalogo21 e della sua edizione dell’antologia dei Lirici marinisti22, volume pilota della collezione.

  1. Si veda, a titolo di esempio, il recente E. Giammattei, Croce: la lezione di De Sanctis, in Croce e Gentile, 2016, reperibile sul sito Treccani alla seguente URL: http://www.treccani.it/enciclopedia/croce-la-lezione-di-de-sanctis_%28Croce-e-Gentile%29/.
  2. Si veda anche M. Panetta, Croce editore di De Sanctis: La letteratura italiana nel secolo XIX, in Omaggio a Benedetto Croce a centocinquant’anni dalla nascita, n. monografico di «Diacritica», a. II, 1 (7), 25 febbraio 2016, pp. 15-25 (URL: http://diacritica.it/filologia/croce-editore-di-de-sanctis-la-letteratura-italiana-nel-secolo-xix.html).
  3. Cfr. M. Panetta, Filologia, Napoli, La Scuola di Pitagora editrice, 2016 (ora anche nel volume collettaneo Lessico crociano. Un breviario filosofico-politico per il futuro, a cura di R. Peluso e con la supervisione di R. Viti Cavaliere, Napoli, La Scuola di Pitagora editrice, 2016).
  4. Cfr. M. Panetta, Croce editore, Edizione Nazionale delle Opere di B. Croce, Napoli, Bibliopolis, 2006, voll. 2., ad voces.
  5. Teoria e storia della letteratura, a cura di B. Croce, Lezioni tenute a Napoli dal 1839 al 1848, ricostruite sui quaderni della scuola, Bari, Laterza, 1926, voll. 2 (collana «Biblioteca di cultura moderna», n. 137). La prefazione di Croce è stata ristampata in B. Croce, Aneddoti di varia letteratura, II ed., vol. IV, Bari, Laterza, 1954, pp. 122-44, con il titolo Cronologia ed argomenti dei corsi di lezioni del De Sanctis nella sua prima scuola di Napoli. Cfr. B. Croce, Le lezioni del De Sanctis nella sua prima scuola e la sua filosofia (1913), in Id., Una famiglia di patrioti, III ed., Bari, Laterza, 1949 (I ed. 1919), pp. 287-92.
  6. Cfr. La giovinezza di Francesco De Sanctis, frammento autobiografico, pubblicato da P. Villari, Napoli, Morano, 1889; raccoglie le memorie dettate da De Sanctis tra il 1881 e il 1883.
  7. B. Croce, Preambolo a F. De Sanctis, Teoria e storia della letteratura, op. cit., p. 14.
  8. Cfr. B. Puoti, Regole elementari della lingua italiana, VIII ed., Napoli, Officina tipografica, 1839.
  9. F. De Sanctis, Teoria e storia della letteratura, a cura di B. Croce, op. cit., p. 27.
  10. Forse, quest’ultimo non fu tenuto nel 1841-’42 ma nel quarto anno, dopo il corso sulla lirica; ne sono prova alcune carte di appunti conservati dalla famiglia De Sanctis e i quaderni di Nisio.
  11. B. Croce, Introduzione a F. De Sanctis, Teoria e storia della letteratura, op. cit., p. 36.
  12. Poi in B. Croce, Una famiglia di patrioti, Bari, Laterza, 1949, III ed.
  13. F. De Sanctis, Teoria e storia della letteratura, op. cit., vol. II, p. 233.
  14. Ivi, p. 235.
  15. Ibidem.
  16. Ibidem.
  17. Ivi, p. 237.
  18. Ivi, p. 238.
  19. A. Manganaro, Da De Sanctis a Croce: modernità e tradizione nella letteratura italiana, che si può leggere alla URL http://www.italianisti.it/upload/userfiles/files/Manganaro%20Andrea.pdf; il riferimento è a B. Croce, De Sanctis e l’hegelismo (1912), in Id., Saggio sullo Hegel, a cura di A. Savorelli, con nota al testo di C. Cesa, Edizione Nazionale delle Opere di B. Croce, Napoli, Bibliopolis, 2006, pp. 388-89.
  20. Sulla quale si veda M. Panetta, Gli «Scrittori d’Italia»: premesse filosofiche e significato culturale della collana Laterza, in Gli scrittori d’Italia. Il patrimonio e la memoria della tradizione letteraria come risorsa primaria, Atti del XV Congresso degli Italianisti (Napoli, 26-29 settembre 2007), a cura di Cristiana A. Addesso, Vincenzo Caputo, Ornella Petraroli, 2008, da qualche anno inspiegabilmente disponibili solo parzialmente in formato digitale alla URL: http://www.italianisti.it/Atti-di-Congresso?pg=cms&ext=p&cms_codsec=14&cms_codcms=181 (per il mio saggio si veda la URL: http://www.academia.edu/1349037/Gli_Scrittori_d_Italia_premesse_filosofiche_e_significato_culturale_della_collana_Laterza). Il recente articolo di Fabio Rizi dal titolo L’inizio della collana «Scrittori d’Italia» nella corrispondenza tra Croce e Laterza, uscito nell’agosto del 2016 nella «Rivista di studi italiani» (anno XXXIV, n. 2; URL: http://rivistadistudiitaliani.it/filecounter2.php?id=2120), sostanzialmente replica questo mio e le pagine da me dedicate all’argomento nel già menzionato Croce editore del 2006, senza citarmi neanche nella bibliografia di riferimento.
  21. Cfr. Scrittori d’Italia. Criteri direttivi e Catalogo della raccolta Laterza, Bari, Laterza, 2010, con un’introduzione di Achille Pellizzari.
  22. Cfr. M. Panetta, L’edizione crociana dei Lirici marinisti del 1910, in «Diacritica», a. II, fasc. 2 (8), 25 aprile 2016, pp. 11-15 (URL: http://diacritica.it/filologia/ledizione-crociana-dei-lirici-marinisti-del-1910.html).
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Alessandro Manzoni, “Dell’indipendenza dell’Italia” (1873), a cura di Lorenzo Tinti

Autore di Lorenzo Tinti

Nota al testo

Il testo dell’Indipendenza dell’Italia, proposto in questa sede al lettore, segue sostanzialmente la lezione critica stabilita da Fausto Ghisalberti (Saggi storici e politici, in Tutte le opere, IV, Milano, Mondadori, 1963, pp. 681-702). E tuttavia, considerando altresì la lezione fissata dallo stesso autore sedici anni prima (A. Manzoni, Dell’indipendenza dell’Italia. Con l’aggiunta di altre pagine storico-politiche pure inedite o poco note, a cura di F. Ghisalberti, Milano, Casa del Manzoni, 1947), la correda della premessa autografa, Al lettore, e la interpola con brani tràditi collateralmente al corpo principale dello scritto medesimo, ovvero proponendo del primo capitolo la cosiddetta Redazione ultima e inserendovi «dopo il f.º 3 un mezzo foglio numerato 4, accanto all’originario f.º 4 la cui numerazione il Manzoni cancellò senza sostituirgliene altra, e nel f.º 6 (5 della numerazione originaria a penna) un lungo tratto che l’autore abbozzò a parte, premettendo l’indicazione precisa del punto d’inserzione» (Ghisalberti, 1949). È stato detto, non senza ragione, che «non è corretto saldare due diverse stesure, per produrre un testo giudicato più completo» e che, «in particolare, per riuscire a collegare c. 4(4)b con quella che riteneva la carta successiva, c. 4(5), il Ghisalberti dovette eliminare la facciata a di questa e alcune righe della facciata b, fino all’avvio del capitoletto «II». Ma ciò facendo, commise un duplice abuso, di considerare assodato che il primo capitolo coincidesse con la forma assunta nella Redazione ultima, e di abrogare una pagina e mezza di testo per poter effettuare la giunta al capitoletto «II», senza l’appoggio di alcun documento» (Luca Danzi). Nondimeno, considerando la difficoltà per il lettore medio di reperire ormai il testo dell’Indipendenza dell’Italia, nonché i materiali originali a esso connessi, e ritenendo la prima lezione del Ghisalberti, per quanto largamente arbitraria, a suo modo irrinunciabile, abbiamo preferito riproporla, collocando le sezioni incriminate tra parentesi quadre.

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Il frammento sull’ “Indipendenza dell’Italia” e l’ultimo contributo manzoniano alla causa del Risorgimento

Autore di Lorenzo Tinti

L’intorno cronologico e ideologico da cui scaturì il breve scritto Dell’Indipendenza dell’Italia (1872-1873) è lo stesso nel quale l’autore, ormai senatore del Regno, stava infruttuosamente tentando la revisione ultimativa del suo precedente raffronto storico-politico1 tra La Rivoluzione francese del 1789, che, come sovvertimento radicale delle istituzioni, fin da subito gli era parsa destinata ai propri eccessi giacobini, e La Rivoluzione italiana del 1859, mossa invece, a suo modo di vedere, da ispirazione liberale e motivata dal fine superiore dell’unità nazionale. Anzi, non sarà capzioso evidenziare che, rimasto incompiuto il proponimento di comparazione espresso nella fase introduttiva di quelle Osservazioni e realizzata appena la prima parte dedicata agli eventi iniziali della Rivoluzione francese, l’intenzione di trattare altresì del moto risorgimentale italiano trovò attuazione nel nuovo e più contenuto progetto, nondimeno rimasto anch’esso incompiuto. Continua a leggere Il frammento sull’ “Indipendenza dell’Italia” e l’ultimo contributo manzoniano alla causa del Risorgimento

  1. Ci si riferisce al trattato La Rivoluzione francese del 1789 e la Rivoluzione italiana del 1859. Osservazioni comparative, ideato e in parte steso tra il 1860 e l’anno seguente, e pubblicato in primis dal Bonghi nel sesto volume (non numerato) delle Opere inedite o rare, Milano, Fratelli Rechiedei, 1889.
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La storia «civile» in rapporto alla conservazione della natura. Il dibattito Croce-Parpagliolo sulla legge per le bellezze naturali del 1922

Autore di Lorenzo Arnone Sipari

Croce e la conservazione della natura: termini e limiti di una proposta

Il pensiero e le iniziative di Benedetto Croce sul tema della protezione naturalistica non sono state oggetto di specifiche ricostruzioni, se si esclude lʼesame della Legge 11 giugno 1922, n. 778 (Per la tutela delle bellezze naturali e degli immobili di particolare interesse storico), peraltro molto spesso circoscritto a una non del tutto avvertita lettura della Relazione che egli svolse al Senato il 25 settembre 19201. Continua a leggere La storia «civile» in rapporto alla conservazione della natura. Il dibattito Croce-Parpagliolo sulla legge per le bellezze naturali del 1922

  1. Il primo approccio, rimasto sostanzialmente isolato, a una visione estetica di Croce, in rapporto tanto al disegno di legge quanto al più generale quadro della conservazione della natura dellʼepoca, è in J. Sievert, The Origins of Nature Conservation in Italy, Bern-Berlin, Lang, 2000, specie pp. 160-63. Fra i numerosi contributi sul progetto di legge del ’20 si vedano A. Mansi, Storia e legislazione dei beni culturali e ambientali, Udine, Istituto di Storia dellʼUniversità di Udine, 1988, pp. 18-22; A. Ragusa, Alle origini dello Stato contemporaneo. Politiche di gestione dei beni culturali e ambientali tra Ottocento e Novecento, Milano, FrancoAngeli, 2011, pp. 193-97.
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“Altri libertini” di Pier Vittorio Tondelli: una nuova proposta di edizione critica

Autore di Pierangelo Milano

Pubblicato per la prima volta dalla casa editrice Feltrinelli nel 1980, il romanzo a episodi Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli divenne immediatamente un controverso caso letterario. Per le espressioni blasfeme e il turpiloquio presenti nel testo, subì un sequestro con relativo processo per oscenità, svoltosi nel tribunale di Mondovì, in provincia di Cuneo, da cui l’autore uscì assolto con formula piena. Continua a leggere “Altri libertini” di Pier Vittorio Tondelli: una nuova proposta di edizione critica

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Bufalino traduttore di Ramón Gómez de la Serna: analisi delle varianti redazionali

Autore di Anna Ferraro

Premessa

Dalla corposa raccolta Total de greguerías1, nata nella torre d’avorio di Ramón Gómez de la Serna – avanguardista madrileño che durante i suoi circa sessant’anni di irrefrenabile attività letteraria nella prima metà del Novecento collezionò più di un centinaio di titoli che abbracciano tutti i generi che la sua curiosità volle sperimentare ma il cui denominatore comune è proprio la greguería, umoristica e grottesca intuizione che il suo sguardo bambino e la sua sensibilità artistica non smetteranno mai di produrre, fino a consacrarlo inventore e massimo esponente di questo genere letterario – nasce Sghiribizzi2, deliziosa traduzione di una selezione di greguerías ramoniane, scelte dallo scrittore Gesualdo Bufalino nella sua officina comisana, nella quale proviamo a entrare in punta di piedi, per assistere alla genesi, alla crescita e alla realizzazione del testo. Continua a leggere Bufalino traduttore di Ramón Gómez de la Serna: analisi delle varianti redazionali

  1. Ramón Gómez de la Serna, Total de greguerías, Madrid, Aguilar, 1955.
  2. R. Gómez de la Serna, Sghiribizzi, scelta e traduzione di Gesualdo Bufalino, Milano, Bompiani, 1997.
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L’edizione crociana dei “Lirici marinisti” del 1910

Autore di Maria Panetta

Com’è noto, nel 1910 l’editore Laterza diede avvio a una delle sue più importanti collane letterarie, voluta, progettata e fondata da Benedetto Croce con l’aiuto e la consulenza dei maggiori studiosi della Scuola storica e la collaborazione di alcuni dei filologi più apprezzati dell’epoca: gli «Scrittori d’Italia»1.

Il primo volume della fortunata collezione fu quello, apparso nel 1910, dei Lirici marinisti, un’antologia di «quei poeti – chiariva Croce nella Nota finale ˗ che si mossero su per giù nella cerchia d’ispirazione tracciata dal Marino; ed è stato esteso perciò anche a coloro che, come lo Stigliani2, si professarono antimarinisti, ma effettivamente non uscirono dallo stato spirituale del marinismo»3: il termine “marinista”, quindi, veniva adoperato da Croce in un’accezione piuttosto ampia. E, del resto, ampia era la scelta degli autori4 (ben sessantotto) che figuravano, rappresentati da un numero variabile di liriche e suddivisi in dodici gruppi eterogenei; nella silloge erano state inserite, inoltre, quattro liriche d’autore incerto5. Continua a leggere L’edizione crociana dei “Lirici marinisti” del 1910

  1. Mi sono soffermata a lungo su questa collana nell’Introduzione al mio Croce editore, Edizione Nazionale delle Opere di Benedetto Croce, tomo I, Napoli, Bibliopolis, 2006.
  2. Cfr. B. Croce, Storia della età barocca in Italia, II ed., Bari, Laterza, 1946, pp. 176-77, 195, 199, 287-88, 298; D. B. Marra, La biblioteca di Benedetto Croce, Napoli, Bibliopolis, 1994, pp. 73-74.
  3. Lirici marinisti, a cura di B. Croce, Bari, Laterza, 1910, p. 525.
  4. Molto rilievo è dato a Ciro di Pers, per il quale cfr. B. Croce, Storia della età barocca in Italia,  II ed., Bari, Laterza, 1946, pp. 195, 199-200, 327-28, 419-22; D. B. Marra, La biblioteca di Benedetto Croce, op. cit., p. 78.
  5. Più precisamente: Il gelsomino tra le labbra, Zitella romanesca ritrosa, La mosca nel calamaio.
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Croce editore di De Sanctis: “La letteratura italiana nel secolo XIX”

Autore di Maria Panetta

Tanto si è discusso sulla considerazione che Croce ebbe della filologia, al livello teorico, e ancora tanto c’è da dire sulla prassi da lui adottata concretamente nell’allestire le varie edizioni da lui curate: a tali problemi ho dedicato la mia monografia su Croce editore, ormai dieci anni fa1, e di tali questioni ho tentato di delineare un quadro nella voce dedicata alla Filologia del vasto Lessico crociano, ideato da Rosalia Peluso, in corso di stampa per la napoletana Scuola di Pitagora editrice: a tale voce rimando per un inquadramento teorico di riferimento. Continua a leggere Croce editore di De Sanctis: “La letteratura italiana nel secolo XIX”

  1. Cfr. M. Panetta, Croce editore, Edizione Nazionale delle Opere di Benedetto Croce, Napoli, Bibliopolis, 2006: nel tomo primo si tratta anche del volume in questione, ad vocem (della quale queste pagine costituiscono un aggiornamento).
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Tecnica epica d’età barberiniana. Sul “Canto V” dell’”Eracleide”

Autore di Giampiero Maragoni

Facendo séguito ad un’ormai annosa serie di anticipazioni1 (succedutesi secondo il vetusto ma vitale costume delle puntate di romanzo d’appendice), pubblico un altro canto dell’Eracleide (Venezia, Deuchino, 1623) di Gabriele Zinano (1557-dopo il 1634), il più corto – però non il meno provvisto d’interesse – di tutto quel poema. Per ogni ragguaglio sull’autore, sull’opera e sui criterî ecdotici della sua restituzione, rimando appunto a ciò che già ne dissi nel primissimo proemio alla mia inchiesta2. Grandemente mi preme, piuttosto, di render noto quanto io sia grato all’amico Alessandro Martini per l’amorevole intelligenza con cui, una volta di più, ha voluto piegarsi sui miei parti dell’orsa per ovviare, fin dove possibile, alla loro imperfetta riuscita. Continua a leggere Tecnica epica d’età barberiniana. Sul “Canto V” dell’”Eracleide”

  1. Gabriele Zinano narratore barocco. Lettura del Canto III dell’«Eracleide», Roma, Aracne, 2014; Ricezione di Tasso. Un esempio di epica del primo Seicento, in «Atti e Memorie dell’Arcadia», III, 2014, pp. 133-165; Come lavorava un epico del Seicento. Sul IV canto dell’«Eracleide» di Gabriele Zinano, i. c. s. su «Seicento & Settecento».
  2. Per l’«Eracleide» di Gabriele Zinano. Saggio di edizione e commento, Manziana, Vecchiarelli, 2012.
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