Alessandro Manzoni, “Dell’indipendenza dell’Italia” (1873), a cura di Lorenzo Tinti

Autore di Lorenzo Tinti

Nota al testo

Il testo dell’Indipendenza dell’Italia, proposto in questa sede al lettore, segue sostanzialmente la lezione critica stabilita da Fausto Ghisalberti (Saggi storici e politici, in Tutte le opere, IV, Milano, Mondadori, 1963, pp. 681-702). E tuttavia, considerando altresì la lezione fissata dallo stesso autore sedici anni prima (A. Manzoni, Dell’indipendenza dell’Italia. Con l’aggiunta di altre pagine storico-politiche pure inedite o poco note, a cura di F. Ghisalberti, Milano, Casa del Manzoni, 1947), la correda della premessa autografa, Al lettore, e la interpola con brani tràditi collateralmente al corpo principale dello scritto medesimo, ovvero proponendo del primo capitolo la cosiddetta Redazione ultima e inserendovi «dopo il f.º 3 un mezzo foglio numerato 4, accanto all’originario f.º 4 la cui numerazione il Manzoni cancellò senza sostituirgliene altra, e nel f.º 6 (5 della numerazione originaria a penna) un lungo tratto che l’autore abbozzò a parte, premettendo l’indicazione precisa del punto d’inserzione» (Ghisalberti, 1949). È stato detto, non senza ragione, che «non è corretto saldare due diverse stesure, per produrre un testo giudicato più completo» e che, «in particolare, per riuscire a collegare c. 4(4)b con quella che riteneva la carta successiva, c. 4(5), il Ghisalberti dovette eliminare la facciata a di questa e alcune righe della facciata b, fino all’avvio del capitoletto «II». Ma ciò facendo, commise un duplice abuso, di considerare assodato che il primo capitolo coincidesse con la forma assunta nella Redazione ultima, e di abrogare una pagina e mezza di testo per poter effettuare la giunta al capitoletto «II», senza l’appoggio di alcun documento» (Luca Danzi). Nondimeno, considerando la difficoltà per il lettore medio di reperire ormai il testo dell’Indipendenza dell’Italia, nonché i materiali originali a esso connessi, e ritenendo la prima lezione del Ghisalberti, per quanto largamente arbitraria, a suo modo irrinunciabile, abbiamo preferito riproporla, collocando le sezioni incriminate tra parentesi quadre.

Lorenzo Tinti

Avviso al lettore

A una lettera del Sig.r Pio Celestino Agodino, Consigliere Comunale di Torino, e Delegato alla Direzione del Comitato incaricato d’una raccolta d’autografi degli uomini illustri delle diverse province, che in vario modo cooperarono virtualmente all’indipendenza nazionale, l’autore del presente avviso, a cui veniva fatto l’inaspettato onore di chiedergli un suo scritto a un tal fine, rispose con la dichiarazione seguente:

La concordia nata nel 1849 tra il giovane Re di codesta estrema parte della patria comune, e il suo popolo ristretto d’allora, fu la prima cagione d’una tale indipendenza; poiché fu essa, e essa sola, che rese possibile anche il generoso e non mai abbastanza riconosciuto aiuto straniero; essa sola che fece insieme rimaner privi d’effetto gli sforzi opposti della Potenza allora prevalente in Italia, e fatalmente avversa a questa indipendenza.

A una tale dichiarazione pubblicata nella Gazzetta Piemontese del 13 febbraio 1873, andava unita anche la seguente:

Che a questa indipendenza non si poteva supporre alcuna causa anteriore alla detta concordia da chiunque volesse far la fatica d’esaminare, nel loro ordine, i fatti relativi. E in effetto una supposizione qualunque d’un tal genere non si sarebbe potuta fare, né riguardo ad alcuna Potenza estera, né riguardo ad alcuna forza interna da chiunque volesse fare l’esame suddetto. Non ad alcuna Potenza estera, essendo una cosa notoria, che nessuna di esse la voleva, e meno d’ogni altra quella da cui venne il grande aiuto, poiché appunto per impedire questa indipendenza fece lega con l’altra che allora dominava in Italia. Non ad alcuna forza interna; poiché fuori del Piemonte non ce n’erano altro che due: quelle de’ principi regnanti in Italia, e a nessuno de’ quali, né a tutti insieme si potrebbe attribuire senza assurdità l’intenzione di promovere una tale indipendenza, non essendo tutti, dal primo all’ultimo, tenuti in piedi, fuorché dalla Potenza allora dominante in Italia. L’altra era quella delle bande di volontari, de’ quali è bensì naturale l’ammirare il coraggio, ma l’effetto, per allora, non era stato altro che una serie di supplizi, e un aumento di rigori.

Unicuique suum.

I.

Per quanto la retta cognizione di me medesimo mi possa e mi deva sconsi­gliare d’accettar l’onore che codesto ri­spettabile Comitato si propone di fare a’ miei poveri caratteri1, prevale in me il desiderio d’afferrare l’opportunità d’e­sprimere, insieme con le grazie2 dovute ad essa, il sentimento che nutro vivissimo per quella parte d’Italia3, d’onde4 un tale onore mi viene offerto con ec­cessiva indulgenza. E poiché un senti­mento sincero, ma che non avrebbe altro valore per sé, ne può acquistare un certo quale dall’esser costante e antico, riguar­do alla durata della vita umana, mi sia permesso d’aggiungere che, da più d’un mezzo secolo5, vive in me quello del quale intendo parlare, e che, nell’animo d’ogni Italiano, a cui questo nome ram­mentava dolorosamente una patria, principiò dall’essere una speranza lontana, e ora è divenuto una perenne ricono­scenza; il sentimento, cioè, che da codesta parte d’Italia dovesse, potesse, un giorno, venire il risorgimento della, purtroppo, più vasta parte del rimanente. Era, infatti, la sola a cui potesse conve­nire il nome di Stato6, e applicarsi il concetto d’una forza7, più o meno grande, ma reale, che gli è annesso; la sola, dico, in questa sventurata Italia, dove un tal nome era applicato ugualmente a tante altre parti, formate e trasformate, in­grandite e impicciolite da prepotenti stranieri, per mezzo d’invasioni, di baratti, di compensi, di stralci, di rappezzi, e diventate, per troppo gran tempo, cam­po delle loro guerre, e mercato delle loro paci. Era il solo, tra questi Stati, che avesse una vita propria, una politica sua, il solo in cui il valore italiano fosse armato e disciplinato, di generazione in generazione, in un vero esercito; il solo, perciò, che avesse potuto, e difendersi, da sé, in più d’un caso, e contrarre alleanze utili e non servili, e inscrivere nella sua storia nobili giornate e allar­gare il suo territorio8, sotto il governo d’una casa italiana da secoli, non cadetta, né creatura di potentati stranieri, insigne per eredità di coraggio e di costanza e, s’aggiunga pure, se si vuole, d’ambizio­ne, ma d’una ambizione doppiamente benefica, perché, coi novi acquisti, e fa­ceva partecipare un maggior numero d’I­taliani alla sua indipendenza, e, insieme, accresceva la sola forza che si potesse chiamare italiana. E, per non accennare, di questa differenza, che un fatto del quale, nel tempo di cui parlo, poteva ri­manere ancor fresca la memoria, era quello il solo stato italiano che, verso la fine del secolo antecedente, aveva sostenuta una guerra con la Francia9, mentre, degli altri, una parte s’era con­tentata di dichiararla, e il rimanente aveva preso il partito equivalente, ma più modesto, di tenersi neutrale. L’eser­cito italiano, a cui, nel patto d’alleanza con la potenza straniera10, padrona della Lombardia, era assegnata la difesa del­l’alpi, aveva saputo tenere addietro, da quella parte, per ben tre anni, il novo invasore, come quel valente ragazzo olan­dese aveva opposta all’acqua che stava per prorompere da un punto dell’argine, la sua piccola, ma tenace schiena, aspet­tando soccorso11. Ma quell’esercito, inve­ce, e lasciato solo dall’alleato, che il ge­nio di Bonaparte aveva tirato alla difesa immediata del proprio possesso12, e sover­chiato dall’ingrossare delle forze francesi, era stato costretto a una ritirata ge­nerale, che non fu mai fuga, ma dalla quale lo Stato medesimo s’era trovato costretto ad accettare una pace disastrosa e infida13. I maravigliosi progressi delle forze francesi avevano poi invaso anche lo Stato intero14, e tutti, qual prima, qual dopo, gli altri dell’Italia continentale, compresa la parte posseduta dalla poten­za straniera15. Allora, e questa specialmente, e insieme l’altre, che, per tanto tem­po, avevano fatto a rubarsi questo e quel pezzo dell’Italia, potevano vedere cosa si fosse acquistato col ridurre la massima parte di questa nazione a ma­teria morta, inetta a difender sé, non che altri in un pericolo comune, e di che aiuto fossero stati e potessero essere gli appannaggi16, le secondogeniture che, ora l’una, ora l’altra di esse erano riuscite a piantarci17. Certo, a nessuna mente umana era dato di prevedere, nemmeno in nube18, quale strada quei fatti avessero aperta a un giovane capitano19, di quali più portentose rovine, di quali anni di vassallaggio, fossero un preludio per tan­ti altri Stati, e piccoli e grandi, d’Eu­ropa; ma c’era abbastanza per dover riconoscere, e come ne fosse aumentata la nova forza minacciosa per tutti, e co­me, d’un tale aumento fosse stata un mezzo favorevolissimo, e una cagione principalissima, l’impotenza a cui era condannata, meno una si può dire piccola parte, una nazione tutta valorosa.

Caduta poi, per la sua mole medesi­ma, anche quella nova forza, e succeduta ad essa quella (forza del pari e non altro) d’un Congresso de’ primari poten­tati d’Europa20, l’Italia fu da loro rimessa (all’infuori d’alcune differenze che non occorre qui di notare) nella condizione in cui era stata prima della Rivoluzione Francese, cioè una parte in possesso d’una potenza straniera, e il rimanente diviso in vari Stati21. Ma era tutt’altro che tornata, insieme col fatto materiale, la disposizione degl’Italiani ad acquietarsi in quello, e a riguardarlo, dirò così, co­me naturale. Troppe cagioni gli ave­vano condotti a considerare i vantaggi e la dignità dell’indipendenza nazionale, le sciagure e la vergogna dell’esserne privi, e quindi a desiderarne l’acquisto. E il desiderio, che è sempre in cerca d’una speranza, non poteva trovarne al­cuna, fuorché in quel lembo d’Italia22, dove era pur viva una forza italiana. Occasioni vicine e proporzionate a un così arduo successo, nemmeno l’immagi­nazione più animosa ne poteva vedere; ma s’andava congetturando che, da un’era di rivoluzioni, non finita se non in apparenza, o presto o tardi ne potesse ve­nire una qualcheduna.

E parve venuta ben presto, in conse­guenza, per l’appunto, d’una nova rivo­luzione parigina23 che, secondo il solito, volle dire francese, e scompaginò, in tre giorni24, il lungo lavoro de’ potentati ere­di del gran conquistatore: eredi, s’inten­de, nella parte a cui era dato anche a loro d’arrivare, in quella della forza ma­teriale, dell’arbitrio dispotico sui deboli, e della fiducia nella longevità delle loro opere. Quella rivoluzione, avendone pro­mossa un’altra nella capitale25 della potenza straniera regnante in una non pic­cola parte d’Italia, procurò a questa parte un mezzo per de’ tentativi felici da prin­cipio, e a ogni modo sempre memorabili26, ai quali il capo dell’illustre ramo di Carignano27, succeduto nel regno subalpino, non esitò a condurre in aiuto le sue forze. Al coraggio non corrispose l’effet­to; e quello ch’era parso dover essere il mezzo più pronto e più efficace dell’indipendenza italiana, poté parere la con­sumazione e il sigillo della sua intera rovina28. Quel re sventurato non ebbe a fare per l’Italia, che l’ultimo sacrifizio, d’andare a morire lontano da essa29, non avendo incontrata quella sorte sul cam­po, e nel folto delle palle30 nemiche. E al regno tornato ne’ confini di prima, non rimase da poter fare altro (mi ser­virò d’un’espressione felicemente trovata da un celebre diplomatico straniero, per accennare la risoluzione d’una ben altra potenza31) fuorché raccogliersi.

Ma fu ozio? Fu abbattimento? Fu rinnegazione del passato e disperazione del­l’avvenire?

Il tempo, sapientissimo testimonio, co­me fu chiamato da Pindaro32, ha ora resa possibile e fondata la risposta che, se allora fosse potuta venir sulle labbra d’alcuno, sarebbe parsa un sogno di mente riscaldata. Fu in quel raccogliersi concorde d’un re e del suo popolo, che poté essere iniziata davvero l’indipen­denza fino allora non altro che procla­mata, dell’Italia, che si poté mettere a profitto, tutti i mezzi propri ad ottener­la, procacciarne de’ novi, e a passi lenti, ma continui, portar l’impresa a quel compimento, che ora vediamo, e che an­che dai pochi Italiani, che lo riconosce­vano per il solo veramente desiderabile, era riguardato come una cosa troppo bella per essere possibile, se non in un tempo indefinito, remoto; a quel com­pimento che le maggiori potenze d’Eu­ropa non volevano, e che ora vedono, non dirò pazientemente33, ma con soddi­sfazione.

Il ministro degli affari esteri della seconda Repubblica Francese34 scriveva l’undici ottobre 1848 all’ambasciatore di quel governo a Londra: – Se la Lom­bardia e la Venezia formeranno uno Sta­to unico, sottoposto, è vero, alla sovra­nità dell’Austria, ma in possesso di un’e­sistenza propria, di un esercito, di una costituzione e di una amministrazione comunale, in tal caso i popoli dell’Alta Italia acquisteranno in un tempo più o meno lungo le qualità politiche che loro mancano e delle quali un lungo servag­gio ha fatto perder loro persino il con­cetto35.

((Fu così che il Piemonte poté) far rivivere36, col proprio sopravvivere, con l’affermazione risoluta e con la guardia gelosa della propria indipendenza, le spe­ranze dell’Italia; rivolgere, a poco a po­co, queste speranze confuse, vaganti, dissonanti, a uno scopo unico e chiaro, con l’esempio della forza che dava, anche a un paese di poca estensione e vinto, l’unione delle sue parti in un corpo solo, retto da un governo nazionale; e così preparare, nello stesso tempo all’Italia, e l’emancipazione del territorio, mezzo indispensabile, ma non definitivo, dell’in­dipendenza, e il mezzo di mantenerla, cioè la forma che potesse in un modo permanente e sul serio, tener raccolta la forza dell’intera nazione. Così, dico, l’unità dell’Italia, quel desiderio senza speranza di tanti eletti ingegni che, nelle sue diverse parti, nel corso di più secoli, avevano saputo vedere in ciò solo il mezzo con cui potesse levarsi dal suo letto di dolori e di vergogne, è rendersi pari in dignità e non inferiore in forza agli Stati che la tenevano oppressa, perché divisa; quella unità che, prima del disastro, ne’ momenti creduti felici, era riguardata dal maggior numero come una cosa forse desiderabile (giacché s’era du­bitato anche di questo), ma da non po­terci arrivare se non dopo successive trasformazioni, in un tempo lontano, in­definito, poté, a un momento dato, esser riconosciuta dal consenso generale, si potrebbe dire unanime, degl’Italiani come la sola desiderabile, e divenire, con ciò stesso, la sola fattibile.)

II.

Nessuno, ch’io creda, potrà ora im­maginarsi che a questo mirabile risultato si sarebbe potuti arrivare per un’altra strada qualunque. Quali erano, infatti, in tutto quel tempo, le condizioni dell’altre parti d’Italia?

Una gran potenza nemica era tornata, e più poderosa che mai, in quella che ne possedeva prima. In essa, una sola città37, aiutata dalla natura del luogo, e col concorso di valorosi venuti dall’altre parti ad affratellarsi co’ suoi, aveva po­tuto aggiungere alla gloria comune del­l’acquisto, pur troppo temporaneo, dell’indipendenza, la gloria particolare d’un’ostinata difesa. Ma fu gloria, non po­teva divenire salvezza: quell’eroica osti­nazione nel combattere e nel patire, poté ritardare, e a lungo, un esercito stranie­ro, in un angolo d’Italia; non poteva dare alcuna speranza d’aiuto al rima­nente.

Degli altri principi d’Italia, non solo i consanguinei del potentato vincitore erano tornati naturalmente sotto la sua protezione; ma c’erano venuti anche quelli della famiglia borbonica38, già pro­tetti da essa, finché rimase sul trono di Francia, bisognosi ugualmente dell’aiuto d’una forza straniera, la quale, incompa­rabilmente superiore a quella di ciascheduna delle loro rispettive popolazioni, potesse, all’occorrenza soffogare ogni sommossa che scoppiasse in questa o in quella. Ma già, col solo fatto del ritorno vittorioso e della ristabilita vicinanza del loro potente amico, era ad essi assi­curata, per un tempo di cui la fine non si poteva prevedere, la pazienza39 delle popolazioni medesime. Rotto ogni con­certo40 tra queste, per la ritirata dell’e­sercito nazionale41, da cui era stato man­tenuto, non rimase ad esse altro in co­mune, che l’accresciuta, ma impotente avversione per la doppia servitù, e una sempre desta, ma indeterminata e neces­sariamente inoperosa aspettativa d’una seconda e migliore occasione di moversi. Ai sollevamenti tentati, in vari momenti e in vari luoghi, e sempre da un numero relativamente piccolissimo, rimasero estranee, non solo quelle che ne ricevevano la notizia da lontano, ma quelle stesse tra le quali accadevano, perché, prive tutte ugualmente d’ogni inizio d’un’intesa più vasta, non che generale, non poteva ognuna, dall’associarsi a tali tentativi contro una gran forza straniera ordinata, all’erta e allora non più impic­ciata da commozioni42 interne, prevedere altro che una repressione più o meno pronta, una sequela di supplizi, e un aumento di rigori.

(Ma43 aveva forse il Piemonte questi mezzi che mancavano al rimanente dell’Italia? Tutt’altro. Né far gente44 fuori del suo confine, né passarlo con le forze che gli rimanevano per tentar di riprendere parte veruna del territorio perduto, né mantenere con esso alcuna pubblica relazione, né insomma alcun mezzo possibile d’una pronta riuscita, aveva quello Stato in poter suo, più che ne avessero potuto conservare le altri parti dell’Italia. Anzi ogni suo tentativo di simil genere sarebbe stato e più strano e causa di più terribili disastri di quello che potesse esser quello di privati45. Ma aveva pure un mezzo d’un genere diverso, e d’una sua speciale efficacia; e ne seppe usare mirabilmente. Ed ecco quale.

Ci sono in ogni impresa che richiegga un tempo, più o meno lungo, de’ momenti d’azione diretta, e de’ momenti di preparazione: cause, gli uni e gli altri, o di vantaggi e anche di piena riuscita, se saputi discernere e usare a proposito, o di scapiti46 e anche di rovina totale, se presi a rovescio. E una condizione essenziale per un lavoro di preparazione a vantaggio dell’Italia, l’aveva il Piemonte, a differenza del rimanente dell’Italia medesima, dall’essere uno Stato riconosciuto come indipendente dall’Europa; e di poter quindi, per mezzo e di relazioni estere e d’atti di governo interiore47, mettere in opera degli espedienti che conducessero a quel fine. Ma una tal condizione, necessaria bensì a far che un paese abbia la forma di Stato, è ben lungi dal bastare a mantenerlo tale, e molto più a metterlo in caso d’adoperarsi, con probabilità di successo, a de’ fini ulteriori e lontani; tanti e così vari sono i pericoli che possono insorgere contro la sua esistenza medesima, e come tanta e così varia può essere, e anche crescere, per novi casi, la resistenza delle cose alle quali s’intenda di preparare un cambiamento alla riuscita del quale non è possibile di predeterminare alcun punto dell’avvenire. Ora, e i pericoli e le difficoltà che incontrava il Piemonte, riguardo all’uno e all’altro di questi due fini dal momento, in cui, prima per la sospensione, e quindi per la cessazione della guerra, poté occuparsi d’un lavoro di preparazione a un novo stato di cose, erano de’ più gravi e straordinari che si possano immaginare. Per l’esistenza, aveva a difendersi contro un nemico48, vincitore, incomparabilmente superiore di mezzi d’offesa e di difesa d’ogni sorta, e immutabilmente determinato a non dargli posa, fino a che non gli fosse riuscito di farsene padrone. Non già che un’insensata ambizione lo portasse a voler fare del Piemonte una sua provincia. Ma, senza rigettare ogni disegno d’accrescere i suoi possessi in Italia con qualche brano staccato49 di qua o di là, gli stava soprattutto a core d’assicurarsene il tranquillo godimento; e aveva bisogno per ciò, che, tra gli altri governi d’Italia, non ce ne fosse, per quanto era possibile, alcuno disposto a mantenere la propria indipendenza e la propria dignità a fronte d’un compadrone così prevalente. Un tal bisogno, inerente allo stato delle cose, era poi cresciuto di molto dopo la rivoluzione del 1848, in cui, essendosi le popolazioni di questi Stati dichiarate nemiche al compadrone suddetto, dalla concordia dei governi con esse, gli sarebbe potuta venire una resistenza più forte e anche un contegno aggressivo.)

E quale fu, a fronte d’un tale appa­rato di forze nemiche, e in una tale de­ficienza di forze nazionali, il contegno del Principe italiano50 e delle persone in­caricate d’eseguire le sue intenzioni, l’at­titudine del paese?

Astretto51 a principiare il governo del piccolo regno che gli era rimasto, dal trattar la pace con un nemico due volte vincitore, si mostrò subito, come si man­tenne fino alla fine, risoluto a non concedere all’avversa fortuna, se non quel tanto che fosse consentito dalla coscienza e dall’onore. Renunziare formalmente al­le province ricadute in mano del ne­mico52, era ubbidire a una necessità, quan­do mancava la forza per riprenderle; ma era insieme un dovere il far ciò che ri­manesse possibile in sollievo almeno di quelle popolazioni già alleate, e prive d’ogni mezzo di trattare. E quindi, per quanto potesse parer cosa singolare (co­me parve) che il vinto imponesse delle condizioni, i negoziatori per il Piemonte furono incaricati di protestare che non aderirebbero ad alcuna conclusione di pace, se a quelle popolazioni non veniva assicurata un’amnistia. Il mezzo più or­dinario e più efficace che uno Stato ab­bia per imporre delle condizioni, è quel­lo di dichiarare che il rifiuto sarebbe un caso di guerra. Ma il Re, a cui, per le circostanze, un tal mezzo era caduto di mano, ne trovò nel suo coraggio, e nella uguale e manifesta risolutezza del suo popolo, un altro che non riuscì meno valido. E fu quello di farsi veder dispo­sto ad accettar la guerra, a ogni costo, piuttosto che, recedendo da quella con­dizione, sottoscrivere un trattato dimen­tico degli amici e vergognoso. La nobile pertinacia la vinse, e si convenne sola­mente che l’amnistia non fosse inserita nel trattato medesimo53, dove poteva pa­rere imposta da una parte, ma si pro­mulgasse prima delle ratifiche, con un decreto.

III.

È noto che, a una tale riuscita concor­sero i boni ufizi54 di due potenze mediatrici, la Francia e l’Inghilterra. Ma non so se sia riconosciuta e valutata del pari la parte che la fermezza del vinto ebbe nel determinare e, in certo modo, nel forzare tali ufizi. Quelle due potenze, estremamente desiderose che si venisse a una pace, e fosse, con ciò, levato di mezzo il pericolo di nove commozioni rivoluzionarie, avevano tentata prima la strada che si prende più comunemente in tali casi, quella, cioè di far calare55 agli accordi il debole, come naturalmente il più arrendevole. Ma s’erano imbattute in un debole che, riconoscendosi tale riguardo al rinnovare la guerra, e dichiarandosi quindi rassegnato alle perdite materiali, imposte dalla sconfitta, era in­sieme risoluto ad affrontare qualunque vicenda, piuttosto che rimoversi da un punto nel quale era impegnato il suo dovere e il suo onore. L’uomo che, me­glio di qualunque altro, poteva conoscere quale fosse, in un tale affare la volontà determinata del re, poiché ne era l’in­terprete ufiziale, dico il presidente del suo Consiglio56, scriveva, nel forte delle trattative, a un amico di confidenza: «Lavoro per convincer l’Europa, che sia­mo capaci di fare qualunque pazzia». Discerneva, con uno sguardo più esteso e più penetrante, come delle risoluzioni che a de’ giudizi superficiali e circoscritti a un lato solo delle cose e il più appa­rente, sarebbero parse degne d’un tal nome57, potessero divenire altamente sa­vie, se necessarie a evitare la più vera e la più disastrosa delle pazzie, quale sareb­be stata quella di cedere su un tal punto. Infatti, al Piemonte era rimasta una forza che lo distingueva da tutti gli altri Stati d’Italia, e che, anzi, non poteva esser rimasta, se non a lui, perché era il solo che l’avesse prima del disastro: la forza che nasceva dalla stima e dalla fiducia reciproca del Re e del paese, da un sentimento concorde, e riguardo ai sacrifizi da farsi, e riguardo alla dignità da man­tenersi. Un principe (ci si passi un’ipo­tesi sinistra) d’un carattere opposto a quello del Re che la Provvidenza aveva dato al Piemonte, e preparava all’Italia; un principe, dico, il quale all’abbandono degli amici, comandato dalla necessità ne avesse aggiunto uno consigliato da fiacchezza d’animo, avrebbe annientata quell’ultima forza, rompendo, insieme col nodo che teneva legato a lui il paese, quello che teneva il paese unito tra sé. Una parte, disanimata avrebbe dimessa ogni cura della cosa pubblica; un’altra, più vivamente indegnata, si sarebbe sud­divisa in frammenti più o meno ostili al governo. I partiti avvezzi a spargere contro un governo qualunque, delle voci di deferenze, di servilità a potenze straniere (voci che acquistano sempre fede in un certo numero di persone, per quel­la disposizione ad ammettere come ve­rità, a bon conto e senza esame, ogni sospetto di fini coperti e bassi, che è la furberia degli sciocchi), quanto non si sarebbero avvantaggiati d’una trista ve­rità! L’adesione anche a un tal principe non sarebbe certamente cessata affatto, ma si sarebbe anch’essa ristretta a un partito, e certamente non il più forte. De’ ministri e degli altri agenti diplomatici che si mostrarono mirabilmente fermi e unanimi nel servire a una poli­tica generosa, quanto pochi non sareb­bero stati, se ce ne fossero stati, quelli che avessero consentito a farsi istrumenti d’una contraria! E dove avrebbe potuto il governo trovarne di tali, se non tra persone, o oscure, o certo, assai meno riputate? L’esercito, messo tra l’onore e la fedeltà, cioè tra quelle due cose che formano l’anima di qualunque vero eser­cito, non avrebbe potuto non scindersi anch’esso, almeno di sentimenti; e invece d’essere una forza sicura nelle mani del governo, l’avrebbe ridotto a servirsi d’una parte per tener l’altra in rispetto. Cosi il Piemonte, sciupata la sua forza, e uscito dalla sua nobile e vigorosa so­litudine, si sarebbe trovato, e con lui l’Italia intera, per una generale impotenza, sotto il predominio dello Stato straniero, e allora nemico dell’uno e del­l’altra. Certo, nel rifiuto assoluto e irre­vocabile d’una pace, in cui non fosse compresa l’amnistia, c’era, per il Piemonte, un rischio e un rischio non leggiero; ma il cedere portava la decadenza immediata. E s’aggiunga un’altra conse­guenza della quale solamente ora si può conoscere quale sarebbe stata la gravita e il danno; voglio dire la perdita del­l’affezione e della fiducia dell’Italia in­tera. E, del resto, il primo partito58 non obbligava a verun atto temerario e pre­cipitoso. Non si trattava, come s’è già accennato, d’intimar la guerra all’Austria, se non concedesse l’amnistia. Si lasciava a lei il carico della scelta; e, preparan­dosi anche alla vicenda59 pericolosa, non desiderata, certamente, ma preferita a un peggio; riordinando e accrescendo l’esercito e tutti i mezzi di difesa; oppo­nendo allo scoraggiamento che poteva venire dalla memoria della sconfitta, la considerazione della differenza tra una guerra portata fuori dell’antico confine, contro un nemico accresciuto di forze, e una sostenuta contro un assalto ester­no e, per la quale, s’aveva ragione di con­fidare nel concorso del paese, non s’aveva intanto a far altro, che dir di no a ogni proposta di pace da cui fosse esclusa quella condizione. E fu questo No, pro­nunziato come perentorio, e ripetuto in tutto il corso e nelle sospensioni e nelle riprese delle trattative, con mirabile con­sonanza, dai diversi negoziatori del Piemonte, sia ne’ dibattimenti, e a voce e in iscritto, con la parte avversaria, sia nelle note e nelle conferenze con l’una e con l’altra delle potenze mediatrici, le quali spesso, col debole erano d’udito grosso60, e piuttosto non nemiche che amiche; fu, dico, questo No, che, levando ad esse ogni speranza di smovere il debole ca­parbio da un proposito che, riguardo alla disuguaglianza delle forze, e alle consuetudini diplomatiche, poteva parer loro una pazzia, le determinò a tentare se trovassero maggior pieghevolezza dall’altra parte61, come infatti riuscì. Ed ecco il per­ché c’è parso di poter dire che, de’ loro boni ufizi, non poco merito era dovuto a chi ne godette il frutto.

Il proposito, qui accennato, del Pie­monte è chiaramente definito nella Rela­zione del ministro suddetto62 alla Camera de’ Deputati, intorno al trattato di pace. «È stato», dice, «domandato al Mini­stro: E se l’amnistia non fosse possibile, che cosa fareste?». E compendia, con elegante concisione, la risposta in questi termini: «Non moveremmo la guerra, ma l’aspetteremmo»63.

Non sarà forse discaro il vedere come quel ministro si sia espresso in privato su quel punto medesimo. Le parole dette dai diplomatici negli orecchi smentiscono non di rado le usate da loro in forma solenne. Qui, invece, può parer curiosa una identità di sentimenti espressa con una gran differenza di stile. In un’altra lettera scritta all’amico accennato sopra, tra la conclusione della pace e lo scambio delle ratifiche, il ministro, dopo aver fatta menzione del consiglio che gli si dava, di lasciar correre nell’affare del­l’amnistia, soggiunse: «Ma io, duro. O l’amnistia, o venite avanti, e vedrete se mi difendo. Non mi vanto d’aver fatto paura a Radetzki, ma alla fine l’amnistia c’è: ed è combinato che si pubblichi tra la firma e la ratifica del trattato»64.

Non appare, ch’io sappia, da alcun do­cumento noto al pubblico, che in quelle trattative, il Piemonte abbia avuto a vin­cere alcun contrasto per mantenere la bandiera italiana65 e lo Statuto66. È, però, certo ch’erano due cose odiose in sommo grado al vincitore, perché opposte, in un modo tanto solenne, al disegno che, nel­l’altre parti d’Italia, gli riusciva così fa­cile, di rimetterla nella forma di prima. La bandiera coi colori italiani era una protesta contro la vittoria, una dichiara­zione, che, se non si poteva, per allora, sostenere di novo, con l’armi, la causa italiana, non si voleva far nulla che aves­se l’apparenza di rinnegarla; era un og­getto d’invidia insieme e di speranza per il rimanente dell’Italia. Lo Statuto, il solo che desse indizio di poter prendere radice in Italia, perché il solo voluto concordemente e sinceramente dal prin­cipe e dal paese, era un mezzo perma­nente di combattere il predominio stra­niero, sia col propalarne67, per mezzo della tribuna e della stampa, i dolorosi effetti sull’altre parti d’Italia, sia col mantener vivo in quelle il sentimento dell’indipendenza. Sarebbe quindi contro ogni probabilità l’attribuire la nessuna menzione che si trova fatta sopra una tale que­stione a indifferenza del vincitore. Ci fu egli, a questo riguardo, qualche sua in­sinuazione semplicemente verbale, e non passata in alcun documento, o anche accennata in qualcheduno non pubblicato, e noto solamente a poche persone, dalle quali ne sia trapelata la notizia nel pub­blico? Ciò che può avvalorare una tale opinione, è il vedere in vari scritti at­tribuita a fermezza del governo piemon­tese la conservazione di due tali armi d’una causa caduta in così bassa fortuna. Un indizio ancora più chiaro ne può ve­nire dalle parole seguenti d’un’altra lettera del ministro al suo amico sopra ac­cennato: «Abbiamo salvata la bandiera, il territorio, lo Statuto e l’onore coll’amnistia»68. A ogni modo, e per rimaner nel certo, i colori che sono ora il simbolo dell’indipendenza dell’Italia, e lo Statuto che è il patto della sua libertà, l’Italia sa dove solamente e da chi le furono tenuti in sicuro.

IV.

Ebbe bensì il Piemonte de’ contrasti più manifesti da sostenere, per il mante­nimento d’un’altra determinazione im­portante al suo onore e, per conseguenza, alla sua forza e all’avvenire dell’Italia: voglio dire l’asilo aperto agli emigrati dell’altre parti di questa69.

Una tale emigrazione era certamente mista, come furono, sono e saranno tutte quelle avvenute in simile occasione, quando siano numerose. C’entrava, e non poteva esser di meno, una parte70 a cui potevano star bene i titoli che Dante ap­plicò all’intera emigrazione che era toc­cata in sorte a lui. C’erano alcuni, ma sempre troppi, che rimeritavano71 l’ospi­talità con l’aiutare e col suscitare delle turbolenze, dando così il pretesto al grande e ai piccoli nemici, di rappre­sentare il Piemonte come una fucina di rivoluzioni europee, e rendendo più dif­ficile al governo il carico di proteggere i loro compagni, e loro medesimi: dico quelli che n’avevano bisogno; giacché, anche senza che ce ne sia alcuna prova particolare, si può esser certi che ci si dovevano trovare degli emissari72 de’ go­verni nemici, ai quali nulla era più odio­so nel Piemonte, che l’ordine e la concordia. Ma né questa, né altre misture di male, che è inutile di specificare, non poterono, né offuscare ciò che la maggior parte di quella emigrazione aveva d’ono­revole e d’illustre, né impedirne gli ef­fetti salutari. Era un’eletta73 d’uomini del­le varie parti d’Italia, che, in quelle, s’erano distinti nel difenderne la causa, sia con l’armi, sia ne’ Governi, sia in varie legazioni, sia con gli scritti, o in qualunque altro modo. E questi uomini profughi, spogliati d’ogni potere, furono più utili alla causa nazionale, di quello che fossero stati in quelle parti, con l’opera loro, per quanto mossa da oneste intenzioni e da zelo sincero: differenza facile a spiegarsi e a dimostrarsi per chi voglia considerare quella grandissima, delle circostanze in cui s’erano trovati ne’ due momenti successivi74.

Nel primo, la grandissima maggioranza degl’Italiani era bensì d’accordo sopra un punto essenzialissimo, ma ahi! astrattis­simo; nel volere, cioè, che la nazione si costituisse in una forma, con cui tutte le sue forze si trovassero stabilmente riu­nite per mantenerne l’indipendenza. Ma sul concreto di questa forma, cioè sul mezzo essenziale all’intento, non c’erano altro che opinioni disparate75, e tutte va­ghe del pari e incompiute. Ora, quegli uomini non erano, in un tal momento, né potevano esser altro che rappresentan­ti e istrumenti di quella confusione. E non si volendo, e con gran ragione, rinunziare all’intento, né potendo inten­dersi sul mezzo, s’era preso l’espediente non novo, di rimettere la decisione a un altro tempo, cioè a quando lo straniero avesse sgomberata anche la minor parte, che ancora occupava del territorio. Ma era un artifizio delle menti, per distrarre se medesime dalla trista considerazione degli ostacoli che venivano, non da tali o da tali altre circostanze, ma dalla mate­ria da mettersi in opera. La vittoria fi­nale che si sperava, e che (devo dire tutto il mio sentimento?) non venne allora, per nostra bona sorte, avrebbe cer­tamente levato di mezzo un grande osta­colo materiale all’attuazione d’un con­cetto concorde degl’Italiani sul loro modo di costituirsi, se questo concetto ci fosse stato; ma non poteva crearlo. Quel­la che pareva avere una prevalenza sen­sibile, era l’opinione (astratta anch’essa, s’intende) d’una Confederazione perpetua tra gli Stati d’Italia76: Confederazione, la quale, quando si fosse potuta condurre a effetto (e non è qui il luogo d’accen­nare le difficoltà d’una tale riuscita) non avrebbe potuta esser mai altro, che una nova forma della nefasta divisione del­l’Italia. Sarebbero state, dirò così, tante porte rabbattute77, non chiuse alle potenze straniere, che, nelle rivalità di que’ di­versi Stati, avrebbero trovato il mezzo d’esercitare il solito divide et impera. Anzi, e pur troppo, ora una, ora un’al­tra di queste potenze sarebbe stata invi­tata, ora da uno, ora da un altro di que­sti malaugurati governi italiani, o come alleata di chi aspirasse a estendere il suo dominio, o come protettrice di chi avesse a difendere il proprio. Di più ancora e peggio, il tristo fatto era già riprincipia­to: qualche governo provvisorio e nato dalla rivoluzione, aveva già intavolate delle pratiche segrete con una potenza straniera, per averne l’aiuto contro l’am­bizione del Piemonte78; cioè non per in­tenzione maligna contro l’Italia, tutt’altro, ma in fatto, contro il risorgimento dell’Italia. La sciagurata usanza era vecchia, ma di molto, e non dismessa, che a intervalli, e per mancanza d’occasioni. Erano cinquecento e ventun anno, o cir­ca, che il Petrarca aveva cantato ai prin­cipi e agli altri capi di parte ghibellina, che avevano chiamate in Italia le armi di Lodovico il Bavaro79:

Vostre voglie divise
Guastan del mondo la più bella parte80.

Ed era quella, infatti, la cagione prossima delle desolazioni che ne vennero all’Ita­lia, come in tante altre occasioni simili. Ma non era essa medesima, se non l’ef­fetto d’una più alta cagione81. Le voglie sono facilmente e quasi inevitabilmente divise dove possono aver luogo de’ fini opposti. E qual maraviglia, che gl’inte­ressi, l’ambizioni, i sospetti, che rendono spesso nemiche le nazioni tra di loro, regnino tra le diverse parti d’una na­zione medesima, quando queste parti for­mino come tante nazioni? che dove ci siano più governi, ognuno di loro si scel­ga, all’occasione, le alleanze che gli paia­no più convenienti a’ suoi fini, e vada in cerca d’un amico lontano contro un rivale vicino? E già un più antico e mag­giore poeta aveva indicata la più alta cagione, dove, buttando in faccia all’Ita­lia, con quelle iraconde e sprezzanti pa­role che ognuno ha a mente, le vergogne e i mali in cui era involta, la chiamò Nave senza nocchiero82. Senonché, non c’essendo in Italia, né veruna preparazione di fatti, né veruna disposizione delle menti, che conducesse all’unità, il grande e infelice Italiano, che cercava in qualche forza viva il mezzo d’ottenerla, credette di poterlo trovare nell’Impero. Ma, per verità, sarebbe difficile il deci­dere se questo sarebbe stato meno atto, o a crearla, o a mantenerla. Tristo stato di cose, in cui anche un’alta mente non aveva altra alternativa che, o di dispe­rare, o di sognare!

Il secondo dei momenti, che m’è parso utile di confrontare, fu quello in cui, ritirato nell’antico confine, anzi al di là, dopo un novo e infelice tentativo83, l’eser­cito che aveva fatto argine all’occupazione straniera, un gran numero d’Ita­liani che aveva a temerne le vendette, non poté pensare che a procacciarsi un asilo altrove. E come la parte di questi emigrati che lo cercò nel Piemonte, fu, credo, la più numerosa, così si trovò an­che in circostanze speciali, da cui venne, se non m’inganno, la sua speciale utilità.

Era la sola che dasse inquietudine al vincitore: l’altre, sparse e disseminate in vari Stati, non avevano in veruno di essi, che un qualche numero di fautori privati, e nessuna aderenza, né comunità d’interessi con alcuno di que’ governi. Quella d’oltre Ticino era la continuazio­ne e, dirò così, lo strascico d’un’alleanza rotta solo materialmente dalla forza, e formata, non da sole convenienze politi­che, ma dal sentimento di nazione comune, ravvivato e divenuto generale, dopo esser rimasto, per vari secoli, iner­te, sparso, privo d’intento, senza esser mai estinto. Non cessava, quindi, quel vincitore di movere al Piemonte delle querele84 iraconde e minacciose per la protezione mantenuta a della gente, che ac­cusava, in termini, per lo più generali, di dimostrazioni ostili e di pratiche rivo­luzionarie con gl’Italiani tornati suoi sud­diti. E tanto più gli poteva parere che tali minacce dovessero piegare un gover­no così inferiore di forze, a prendere contro que’ rifugiati tutte le risoluzioni che potessero esser desiderate da lui, in quanto le potenze mediatrici85 lo secon­davano apertamente, instando con ter­mini anche più generali de’ suoi, ma pressantissimi, col debole, perché levasse di mezzo quella cagione di lamenti. E concludevano col dichiarargli di tenersi per avvertito che, se l’altra parte, persa la pazienza, venisse alle rotte con lui, non s’aspettasse da loro aiuto di sorte veruna.

Per il Piemonte, era un caso d’onore, non meno rischioso, ma non meno evi­dente di quello dell’amnistia; e il cedere in questa occasione, gli avrebbe portati gli stessi effetti rovinosi, che in quella. Ma anche qui non mancò al suo governo la fermezza necessaria, e accompagnata dalla speciale prudenza, e dalle consi­derazioni di giustizia richieste dal novo emergente. Lungi dal rimanere in una debole esitazione, aspettando a prender partito a ogni rinnovarsi delle intima­zioni straniere, prese da principio e ma­nifestò con espresse dichiarazioni e coi fatti, due determinazioni indissolubil­mente collegate: la prima, d’usare verso il vicino que’ riguardi che, secondo la consuetudine delle nazioni civili, riguar­do ai doveri reciprochi degli Stati che non siano in guerra, avrebbero potuto esser richiesti da lui senza sorvechieria, e venirgli concessi senza disonore. L’al­tra deliberazione, ugualmente salda, era di non andare un passo più in là. Diede in conseguenza lo sfratto ai rifugiati che, o per chiare prove, fossero riconosciuti autori o complici di trame nella parte d’Italia dovuta cedere, per trattato, al dominante straniero; o pubblicassero ostinatamente, per le stampe, sia oltraggi personali contro di lui, o contro i suoi rappresentanti presso il governo piemontese, sia eccitamenti a rivoluzioni nel paese vicino. Alla massa de’ rifugiati, non cessò d’assicurare la sua protezione, e di manifestare la sua benevolenza86; tan­to che l’inutilità degli sforzi per smo­verlo dal suo proposito, li fece finire. Così, con la sua fermezza, il piccolo Stato riuscì a fare del pericolo un mezzo, e dell’ostacolo un progresso; poiché il cre­dito della sua fedeltà agli antichi alleati, non solo n’uscì intero, ma aumentato dai contrasti sostenuti. E gl’Italiani raccolti in quell’asilo (lasciando stare l’opera pre­stata da quelli di loro87, che collocati in ufizi, e anche in alti ufizi, ci furono, per la stessa fermezza mantenuti) servirono col solo rimanerci in sicuro, a tener rivolte a codesta parte le menti, le affe­zioni e le lontane, vaghe, ma uniche spe­ranze dell’Italia.

Le vittorie del debole sono, però, ben di rado perfette e definitive. Se quella fermezza era arrivata a preservar le per­sone degli emigrati, non poteva sottrarli ugualmente da ogni vendetta del loro potente nemico. Il quale, e irritato dalla inutilità di que’ suoi sforzi e, nello stesso tempo, tutt’altro che risoluto di venire a una guerra odiosa agli altri Stati, e principalmente a que’ due che ne face­vano bensì uno spauracchio al debole, ma solo affine di tenerla lontana, messe il sequestro sulle sostanze degli emigrati veneti e lombardi, situate nel territorio occupato da lui88, e prendendo pretesto da una loro, affatto supposta, complicità nella sommossa tentata da pochissimi in Milano, il 6 febbraio 1853, e compressa anzi svanita in qualche ora, da sé89. Era una tale risoluzione, bisogna dirlo, l’imi­tazione d’un decreto rivoluzionario fran­cese, e fu sostenuta con gli stessi argo­menti90. Il governo sardo, dalla sua parte, protestò subito e altamente contro quel­l’atto, in quanto violava i diritti di quella parte de’ rifugiati, per la quale sola, pur troppo, aveva un titolo ufiziale d’intervenire; per quelli, cioè, ai quali aveva conferita la sua cittadinanza, in virtù d’un decreto solenne, con cui l’altro go­verno, mentre dichiarava che sarebbe stato ammissibile il sequestro delle so­stanze degli emigrati senza il suo assen­so, permetteva, per atto di grazia, che fossero parificati a quelli che l’avevano chiesto e ottenuto, e rimanessero ugual­mente sciolti dal vincolo della sua sudditanza91. Ora, quale risposta mai dare, qual titolo opporre, alle proteste d’un governo, il quale, per quei divenuti così legalmente suoi sudditi, allegava di più un trattato di commercio, con cui l’altra parte aveva assicurato a tutti i sud­diti sardi, senza distinzione veruna, il pieno possesso delle proprietà situate ne’ suoi Stati? Come giustificare un atto, che si dichiarava ingiusto da sé, poiché con lo stesso supporre, senza alcuna prova e senza nemmeno alcun esperimento giu­diziario, un numero indeterminato di colpevoli, ammetteva un altro numero di certamente innocenti, e gli assoggettava a una medesima pena? Il titolo addotto fu, e non poteva essere altro che quel del tristo esempio accennato dianzi; il titolo che, nella Rivoluzione Francese, scop­piata ottantatre anni sono92, all’intento, si disse, di sostituire il regno della legge al regno dell’arbitrio93, e tutt’altro che fi­nita, fu addotto a quest’ora, molte e mol­te più volte, di quello che in vari secoli prima; e servì, in tutte le sue diverse fa­si, ai suoi successivi governi che volessero commettere qualche aperta ingiustizia, al­le sue assemblee legislative, che la voles­sero decretare, agli oratori che la voles­sero persuadere94, alle associazioni politi­che e ai tumulti, che la volessero imporre ai governi e alle assemblee: la necessità, quella che il Voltaire aveva chiamata l’excuse des tyrans95. Così non n’avesse mai dette, che d’altrettanto giuste, o, a tante altre delle sue, i suoi discepoli avessero dato retta come fecero a questa.

E fu quel medesimo titolo il solo ad­dotto, nel caso nostro dal ministro96 che aveva la disperata impresa di giustificare il sequestro di cui si tratta. Dopo avere tergiversato e cercato di sfuggir la que­stione, disse, cioè dovette confessare che quell’atto non era legale, ma aggiun­gendo che era comandato e, quindi, giustificato dalla necessità; che non era quella una questione giuridica e da tribunali, ma un provvedimento di pubblica sicurezza, di difesa contro de’ nemici irreconciliabili, che col vantaggio dell’impunità personale, facevano una guerra aperta e incessante a uno Stato vicino97; che le sostanze de’ rifugiati, situate in questo, servivano loro non solo a far le spese a una stampa che, dal luogo immune eccitava nell’altro le sollevazioni, ma anche ad assodarle, come era accaduto, in quella di Milano, un mese prima: che il sequestro non era altro che un levar di mano le armi a un nemico; e che a nessun altro Stato s’aveva a render conto della legittimità d’un atto sovrano di politica interna.

Dalle difese saltò poi subito quel ministro, come è d’usanza nelle cause insostenibili, a delle recriminazioni contro l’altro governo, il quale, a detta sua, aveva una parte essenziale in quella guerra de’ rifugiati, in quanto non adoperava i debiti mezzi per impedirla, e costringeva così il governo offeso e minacciato continuamente, a valersi di quelli ch’erano in sua mano. Non occorre qui di riferire gli argomenti di fatto, con cui il governo sardo ribatteva tali accuse, quasi tutte generali e tutte mancanti di prove; giacché quand’anche avessero avuto fondamento, erano estranee alla questione. Que’ torti, quando fossero stati veri, avrebbero bensì potuto dare un giusto motivo di pretendere e anche di prendersi una soddisfazione contro il governo che ne fosse l’autore, ma non mai disobbligare dall’esecuzione d’un patto, col quale erano stati costituiti dei diritti a delle persone, un numero indeterminato delle quali erano riconosciute dall’accusatore medesimo, come esenti da ogni colpa. Avrebbero, dico, potuto, al caso, render legittima anche una guerra contro un governo che l’avrebbe, in tal modo, provocata; non mai una rappresaglia sopra dei terzi, un saccheggio sotto il nome di provvedimento.

Una di quelle accuse però, e questa sopra un fatto particolare, merita d’esser rammentata, come un esempio singolare della contradizione e della dimenticanza in cui possa cadere chi va in cerca di ragioni per scusare un fatto inescusabile. Tra gli attentati di quella emigrazione contro il proprio governo, de’ quali quel ministro dava in parte cagione al chiu­dere un occhio del governo che le dava ricovero, era, come s’è detto, l’insensato tentativo d’alcuni pochi, per eccitare una sollevazione in Milano, il giorno 6 feb­braio del 185398. Ora, la condotta del go­verno sardo, in quella occasione, era sta­ta quale avrebbe potuta desiderare un vicino, non dico solamente in pace con lui, ma intimo amico e alleato. Avver­tito a tempo dello sciagurato trambusto che si preparava in Milano, aveva guar­nito di truppa il confine, per impedire che delle bande armate accorressero dal Piemonte in aiuto alla rivolta, fatti ar­restare i rifugiati che fossero avviati a quella parte, e sfrattati quelli di cui si venisse in cognizione che avessero delle intelligenze99 coi rivoltosi. Una tale condotta era, per verità, naturalissima; giac­ché si trattava dell’interesse del Pie­monte, del pari che di quello del quere­lante100 vicino. Chi potrebbe, infatti, sup­porre che degli uomini di mente sana, non dico facessero un assegnamento qua­lunque sopra una mossa d’alcuni, fosse anche stata d’un’intera città, contro un grande Stato che, al bisogno poteva di­sporre di tutte le sue forze, ma non prevedessero il danno che ne sarebbe ve­nuto al loro paese? Ho detto che l’in­teresse dei due Stati era uguale: dovevo dire che quello del Piemonte era mag­giore. Il governo così stravagantemente assalito, poteva, infatti, trovarci un’oc­casione di reprimere e di spaventare: l’altro non se ne poteva aspettare se non un accrescimento delle molestie, de’ con­trasti, de’ sospetti, delle imputazioni che aveva già a soffrire per la causa de’ ri­fugiati. E come una tale condotta di quel governo era facile a presumersi, era poi stata evidente nel fatto: evidente, dico, a segno che il governo medesimo, il quale ne cavava un pretesto d’accusa, gliene aveva fatti de’ ringraziamenti e delle of­ferte d’amichevole contraccambio.

Questa volta, anche le potenze mediatrici trovarono giuste le proteste del governo sardo, e non dissimularono all’altro un tal sentimento. Ma quest’altro, sa­pendo di non aver che fare, se non, da una parte, con chi non voleva andare più in là del consiglio e di blande interpo­sizioni e, dall’altra, con chi non poteva andar più in là delle proteste e di qual­che sterile dimostrazione, si mantenne irremovibile. Di tali dimostrazioni, ne furono fatte due, forse le sole possibili: un manifesto all’Europa, e la sospensione delle relazioni diplomatiche101. Il manife­sto fu accolto dall’Europa con la giustizia dovuta a una delle parti contendenti, e meritata dall’altro; ma non ebbe verun effetto di più, come non n’ebbe, natu­ralmente, l’altro rimedio. Dopo due anni incirca, essendo stata tentata invano una nova interposizione della Francia, il go­verno sardo dichiarò a questa e all’altra intermediaria, che, per non suscitar loro de’ novi imbarazzi, si rassegnava a rima­nere in aspettazione. I fatti intervenuti dopo non dettero adito a ulteriori nego­ziati sopra una tale controversia.

Il tentativo, tornato vano riguardo al­lo scopo diretto e immediato, non fu però senza frutto, riguardo all’avvenire dell’Italia. Ed ecco, se non m’inganno, in qual maniera.

Ci sono in ogni impresa che richiegga uno spazio, più o meno lungo di tempo, e de’ momenti d’azione e de’ momenti di preparazione, cause, gli uni e gli altri, o di vantaggi e anche di piena riuscita, se saputi discernere e usati a proposito, o di scapiti e anche di rovina totale, se presi a rovescio. Nel momento di cui si tratta, e che non era per finir così pre­sto, cioè nell’insufficienza della forza pie­montese, nella mancanza d’ogni altra ve­ra forza italiana, senza l’aiuto, anzi a fronte delle repulse d’ogni gran potenza europea, era chiusa la strada a ogni azio­ne che avesse la più leggiera probabilità di bon successo. Da un’altra parte, la pace, non cordiale, col solo avversario, ma mantenuta dalla necessità e dalla pru­denza del Piemonte, dalla volontà con­corde e dalle cure delle gran potenze, e dall’interesse dell’avversario medesimo, lasciava alla preparazione un campo abbastanza sicuro. Ma preparazione a che, Dio bono! davanti a un avvenire che poteva parere vòto d’ogni promessa?

Certo (e s’è già dovuto accennare an­che in questo scritto) a nessuna mente umana era dato di prevedere la succes­sione dei mezzi, con cui l’Italia sarebbe arrivata alla sua mirabile formazione, e che, tra questi mezzi, uno de’ più potenti anzi il solo efficiente e determinativo, avesse a essere la concordia, allora tanto lontana, degl’Italiani, nell’intendere e nel volere, delle specie immaginate d’una tale formazione, la sola desiderabile102. E fu, però, questa concordia, che, iniziata dai primi fatti del raccogliersi, detto di sopra, d’un re e d’un popolo d’una parte d’Italia, e portata sempre più avanti da una continuità non interrotta, di fatti con­sentanei ai primi, pervenne, in dieci anni, a quell’alta maggioranza che, nelle cose di tal genere è la sola sperabile, e, come l’esito ha mostrato, poté ciò che volle.

Ora, nella stessa maniera che, al pro­gresso di tali e tante tendenze nazionali, alla preparazione d’un mezzo così effi­cace, avevano servito, le proteste vitto­riose del Piemonte, per l’amnistia; così anche quelle andate a terra, per la re­vocazione de’ sequestri, poterono servire con un loro speciale e doppio effetto. L’impotenza del diritto contro un’op­pressione prevalente per la quantità e, ancora più, per l’unità delle forze, fa­ceva sentire più dolorosamente la sua infima condizione, e vederne più distintamente la causa, nella dispersione delle sue. E nello stesso tempo, quella voce che, dal suo cupo silenzio, s’alzava sola, con una tanto nobile ostinazione, a com­battere l’arbitrio straniero, a difendere, fino dove fosse possibile ogni figlio di lei; quella voce che si faceva sentire an­che lontano, tanto più sonava alto al suo orecchio, e la portava a riconoscere che c’era anche in lei una vita politica, la quale non aveva altro difetto, che quello d’esserci in una parte sola.

(…)

Alessandro Manzoni

  1. Non nuovo in Manzoni l’esordio con affettazione di modestia, secondo la norma retorica della captatio benevolentiae. Cfr., ad esempio, le Osservazioni sulla morale cattolica, Al lettore: «Debole, ma sincero apologista d’una morale il cui fine è l’amore; persuaso che nella benevolenza del fatuo, c’è qualcosa di più nobile e di più eccellente che nell’acutezza d’un gran pensatore»; la Storia della colonna infame, Introduzione: «In una parte dello scritto antecedente, l’autore aveva manifestata l’intenzione di pubblicarne la storia; ed è questa che presenta al pubblico, non senza vergogna, sapendo che da altri è stata supposta opera di vasta materia, se non altro, e di mole corrispondente», oltre ovviamente alla celeberrima chiusa dell’Introduzione ai Promessi sposi.
  2. Le grazie: ‘i ringraziamenti’, latinismo.
  3. Per… Italia: il Piemonte, ovviamente. Cfr. la lettera dell’11 febbraio 1873 a Pio Celestino Agodino: «Codesta estrema parte della patria comune».
  4. D’onde: ‘da dove’.
  5. Dal 1821, per la precisione, ovvero dalla data del primo moto rivoluzionario italiano, allorquando era parso che il Piemonte dei Federati, con l’appoggio di Carlo Alberto, avrebbe dichiarato guerra all’Austria, venendo in soccorso della vicina Lombardia. Cfr., al riguardo, Marzo 1821, vv. 1-8.
  6. Dopo la Restaurazione, difatti, il Regno di Sardegna, che apparteneva ai Savoia fin dal 1720, era l’unico potentato italiano a non dipendere direttamente o indirettamente da una nazione straniera e a godere, di conseguenza, di una riconosciuta e autonoma sovranità.
  7. Forza: ‘esercito’.
  8. Si pensi all’annessione, nel 1815, della Repubblica di Genova, rispetto ai modi della quale, forzosi e unilaterali, il prosieguo del brano appare come una sorta di giustificazione retroattiva.
  9. Il riferimento va al conflitto tra la Francia rivoluzionaria e il Regno sabaudo di Vittorio Amedeo III (1792-’96), iniziato dopo la conquista da parte dei francesi della contea di Nizza e della Savoia e conclusosi con l’armistizio di Cherasco, che, in pratica, sanciva il definitivo passaggio di quelle terre al governo di Parigi. In particolare, l’ultimo anno di guerra contro l’esercito rivoluzionario fu condotto dalle sole truppe piemontesi, giacché, dopo la sconfitta di Dego, il contingente austriaco del generale Beaulieu aveva ripiegato in Lombardia. Vedi infra.
  10. L’Austria, ovviamente.
  11. La «felice similitudine», per usare le parole del De Gubernatis, celebra «l’antica forza di resistenza opposta allo straniero invasore dall’esercito del piccolo Piemonte» (A. De Gubernatis, Alessandro Manzoni. Studio biografico, Firenze, Le Monnier, 1879, p. 184).
  12. Il Lombardo-Veneto, come si è accennato.
  13. Il già ricordato armistizio di Cherasco era, poi, stato ufficialmente ratificato con il trattato di pace di Parigi (15 maggio 1796), grazie al quale la Francia entrava in possesso della Savoia e del Nizzardo, escluso il Principato di Monaco.
  14. L’11 settembre del 1802. Il Piemonte venne annesso alla Francia e Carlo Emanuele IV si ritirò in Sardegna, abdicando in favore del fratello Vittorio Emanuele I.
  15. Il Lombardo-Veneto, conquistato tra il 1796 e il 1797.
  16. Appannaggi: ‘prerogative, doti’; qui il termine mantiene uno stretto legame con la sua origine etimologica, che indicava la dote d’indennizzo riconosciuta ai figli cadetti, dopo l’istituzione della primogenitura.
  17. Detto con greve ironia. Ritorna la stigmatizzazione del miope egoismo e della sostanziale impotenza dei diversi stati italiani, che, fin dall’analisi del Machiavelli, erano stati indicati come causa primaria della disunità nazionale. Cfr., ad esempio, N. Machiavelli, Il Principe, XXIV.
  18. In nube: ‘in prospettiva e indistintamente’. Cfr. I Promessi Sposi, nella redazione del ’27, cap. XXVII, 107: «Ma Renzo, il quale, da quel poco che gli s’era fatto vedere in nube» (quindi modificato, nella redazione definitiva, in «per aria»). Analogamente, cfr. A. G. Bazzili, La notte del commendatore, XIX: «E così avvenne che (…) quel Werther sulla quarantina incominciasse a vedere in nube il momento…».
  19. Napoleone Bonaparte.
  20. Riferimento al Congresso di Vienna (ottobre 1814-giugno 1815).
  21. Direttamente assoggettato alla corona austriaca fu il Lombardo-Veneto, mentre il Granducato di Toscana, il Ducato di Modena e il Ducato di Parma (così come il Ducato di Lucca e quello di Massa e Carrara) ne dipendevano per ragioni dinastiche. Almeno formalmente autonomi rimasero, invece, il Regno di Sardegna, lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli.
  22. Il Piemonte, appunto.
  23. La rivoluzione parigina del 22 febbraio 1848 che, posta fine alla cosiddetta Monarchia di Luglio (Luigi Filippo d’Orléans), instaurò la Seconda Repubblica, di ispirazione socialista.
  24. Dal 22 al 24 febbraio.
  25. A Vienna, dove la rivoluzione esplose il 13 marzo seguente.
  26. Il 17 marzo 1848 si ebbero l’insurrezione della popolazione di Venezia e la proclamazione della Repubblica di San Marco, cui seguirono le celebri Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo), che portarono al Governo provvisorio milanese.
  27. Carlo Alberto, sovrano del Regno di Sardegna, succeduto a Carlo Felice nel 1831. Dichiarò guerra all’Austria il 23 marzo 1848.
  28. Difatti, la Prima Guerra d’Indipendenza italiana, dopo la capitolazione del 5 agosto 1848, terminò con la sconfitta delle truppe sabaude a Novara (23 marzo 1849), che comportò l’abdicazione di Carlo Alberto a favore del figlio Vittorio Emanuele II, e con la conseguente Pace di Milano (6 agosto 1849). Anche le repubbliche di Firenze e di Roma vennero smantellate.
  29. Carlo Alberto morì in esilio a Oporto, in Portogallo (28 luglio 1849).
  30. Palle: ‘pallottole’.
  31. Il Manzoni fa riferimento, con ogni probabilità, alla «dichiarazione del deputato di Turgovia», durante la Dieta cantonale elvetica del 18 aprile 1848 («La Confederazione svizzera impone a se stessa l’obbligo di serbarsi neutrale in mezzo al gran dramma delle nazioni»), che, durante gli scontri tra il Piemonte di Carlo Alberto e l’Austria, orientò la politica estera della Svizzera, la quale «stava raccolta in se stessa gelosamente verso l’Italia in armi per la sua libertà» (N. Bianchi, Storia documentata della diplomazia europea in Italia, V, Torino-Napoli, 1869, p. 256: volume posseduto e postillato dal Manzoni; vedi infra). Nondimeno, l’espressione usata dal Manzoni – e posta in corsivo – trova un’eco perfetta, e assai suggestiva, nelle Storie bresciane dai primi tempi sino all’età nostra di Federico Odorici (II, Brescia, Pietro di Lor. Gilberti Tipografo-libraio, 1854, p. 229), dove si legge: «Che più restava per la povera Curia del vinto fuorché raccogliersi nel tempio, l’unico asilo del nome latino?», in riferimento alla condizione degli italici di stirpe latina sotto il giogo della dominazione longobardica. Il brano, tra l’altro, venne citato, di lì a un anno, da un autore non ignoto al Manzoni, Carlo Troya, nella sua Storia d’Italia nel Medio-Evo (IV, Napoli, Stamperia Reale, 1855, p. 10).
  32. Pindaro, Ol., I, 30.
  33. Pazientemente: ‘con sopportazione’.
  34. Jules Bastide (1800-1879). Eletto alla carica di Ministro degli Esteri dal governo repubblicano nel maggio del 1848, dopo un lungo esilio a Londra, durante la monarchia orleanista.
  35. Con una nota autografa il Manzoni denunciò la propria fonte: «Bianchi, Storia documentata della Diplomazia Europea in Italia, vol. V, p. 336».
  36. Stando alla Redazione base dello scritto, il primo capitolo consisteva solo in quest’ultimo paragrafo. Esso è stato poi fatto rifluire in chiusura della sezione da quei critici, i quali hanno privilegiato il Rifacimento del cap. I dell’ultima redazione autografa e lo hanno collegato con la stesura iniziale. In A. Manzoni, Tutte le opere, a cura di G. Orioli, Roma, Avanzini e Torraca, 1965, quest’ultimo paragrafo è semplicemente espunto dal testo (vedi p. 769). Per tali problemi testuali, cfr. A. Manzoni, La Rivoluzione francese del 1789 e la Rivoluzione italiana del 1859. Dell’indipendenza dell’Italia, a cura di G. Bognetti e L. Danzi, Milano, Centro nazionale studi manzoniani, 2000, pp. 340-41.
  37. Venezia. Proclamatasi Repubblica di San Marco, sotto la guida di Daniele Manin, sostenne un lungo assedio da parte delle truppe asburgiche, ma dovette capitolare il 24 agosto 1849.
  38. Allusione ai Borbone di Napoli, rappresentati durante i moti del 1848 da Ferdinando II, e in particolare ai Borbone di Parma (e Lucca), rappresentati nel medesimo periodo da Carlo II.
  39. Pazienza: ‘sopportazione’.
  40. Concerto: ‘accordo, intesa, alleanza’.
  41. L’esercito sardo-piemontese.
  42. Commozioni: ‘disordini, insurrezioni, moti’.
  43. La sezione inserita tra parentesi quadre, in parte ripresa nella chiusa del cap. IV, viene espunta da alcuni editori.
  44. Far gente: ‘promuovere alleanze’.
  45. Privati: ‘società di rivoltosi non sostenute dal governo’.
  46. Scapiti: ‘svantaggi, detrimenti’.
  47. Per… interiore: ‘attraverso l’attività diplomatica e la politica interna’.
  48. L’Austria.
  49. Brano staccato: ‘territorio esterno’.
  50. Vittorio Emanuele II (re di Sardegna dal 1849 al 1861, e primo re d’Italia fino al 1878).
  51. Astretto: ‘costretto’.
  52. Con l’accordo di Novara (26 marzo 1849), Vittorio Emanuele II cedeva agli austriaci metà della piazzaforte di Alessandria e tutti i territori compresi tra il Po, il Sesia e il Ticino.
  53. Trattato di pace di Milano (6 agosto 1849). Il 12 agosto seguente Radetzky emanò, secondo quanto convenuto, un decreto d’amnistia per i sudditi del Lombardo-Veneto.
  54. Ufizi: ‘servizi, favori’, latinismo.
  55. Far calare: ‘costringere a cedere’.
  56. Massimo D’Azeglio (11 maggio 1849-30 ottobre 1852). Lettera del 1º luglio 1849 a Giovan Battista Giorgini, in M. D’Azeglio, Epistolario (1819-1866), a cura di G. Virlogeux, V, Torino, Centro Studi Piemontesi, 2002, p. 115.
  57. Di pazzia, appunto.
  58. «Il rifiuto assoluto e irrevocabile d’una pace, in cui non fosse compresa l’amnistia», come detto.
  59. Vicenda: ‘evenienza, eventualità’.
  60. Grosso: ‘grossolano, superficiale’.
  61. Dalla parte austriaca.
  62. Massimo D’Azeglio.
  63. Manzoni probabilmente leggeva la Relazione del D’Azeglio nella Storia d’Italia dal 1850 al 1866. Continuata da quella di Giuseppe La Farina di Luigi Zini, II, 1: Documenti, I, Milano 1866, p. 9 (Discorso del Presidente del Consiglio dei Ministri alla Camera dei Deputati in Torino sulla presentazione del trattato di pace nella tornata del 20 agosto 1849): «La prima per il ministero è stata la questione d’onore, la questione di coscienza. Esso ha creduto che l’abbandonare i Lombardi-Veneziani che vennero a combattere con noi, fosse vergogna per il ministero, per il Piemonte: ed era certo che la Camera e tutto il paese non li avrebbero abbandonati in qualunque caso. Perciò ha cercato nelle sue relazioni colle potenze estere di dimostrare, che l’amnistia era una condizione davanti alla quale il Piemonte non avrebbe giammai piegato. Gli è stato domandato: e se l’amnistia non fosse possibile, cosa fareste? Il ministero ha risposto: se l’amnistia non fosse possibile ad ottenersi non moveremmo la guerra, ma l’aspetteremmo e saremmo certi che il paese non mancherebbe, quando gli si dicesse che l’onore del Piemonte, quell’onore che ha attraversato tanti secoli illibato e senza macchia, stava in pericolo ed aveva bisogno di essere difeso. (Bravo!)». Il documento, estrapolato dagli Atti del Senato del Regno e riportato dallo Zini, era stato inoltre riecheggiato da Angelo Brofferio nella Storia del Parlamento Subalpino iniziatore dell’unità italiana, III, Milano, Natale Battezzati e C., 1867, pp. 60-61.
  64. Lettera del 12 agosto 1849 a Giovan Battista Giorgini, in M. D’Azeglio, Epistolario, V, cit., p. 201.
  65. Decretata il 7 gennaio 1797 a Reggio Emilia, come bandiera della Repubblica Cispadana, fu ereditata poi dalla Repubblica Cisalpina (1797-1802), dalla Repubblica Italiana (1802-1805) e dal Regno d’Italia (1805-1814). Abbandonata, in quanto simbolo napoleonico, dopo la Restaurazione, ricomparve tra il 1847 e il 1848: il Regno di Sardegna, in particolare, la adottò il 23 marzo 1848, alla vigilia della Prima Guerra d’Indipendenza.
  66. Concesso da Carlo Alberto il 4 marzo 1848.
  67. Propalarne: ‘manifestarne, renderne evidenti’.
  68. Lettera del 24 agosto 1849 a Giovan Battista Giorgini, in M. D’Azeglio, Epistolario, V, cit., p. 221.
  69. Il conflitto diplomatico fra Austria e Piemonte riguardo ai profughi scoppiò in particolare dopo il moto del 6 febbraio 1853 (vedi infra), organizzato a Milano dal Pioti e dal Brizi e di manifesta ispirazione socialista. Nei giorni immediatamente seguenti al fatto, il governo asburgico ordinò, in maniera retroattiva, il sequestro dei beni di tutti i profughi del Lombardo-Veneto, compresi coloro che avevano frattanto acquisito la cittadinanza sarda.
  70. Esuli ingiustamente banditi dalla patria.
  71. Rimeritavano: ‘ricambiavano’.
  72. Emissari: ‘agenti, spie’. Probabilmente Manzoni pensava ai tumulti di Torino (18 ottobre 1853) e di Aosta (26-29 dicembre 1853), durante i quali i ceti più bassi della popolazione, abilmente sobillati, attentarono all’incolumità del ministro Cavour, nel primo caso, e delle istituzioni sabaude, nel secondo.
  73. Eletta: ‘gruppo scelto’.
  74. Quella… successivi: ‘L’enorme differenza tra la loro condizione iniziale e quella nella quale si erano trovati una volta accolti in Piemonte’.
  75. Dal modello rivoluzionario e repubblicano dei mazziniani, al moderatismo neoguelfo dei cattolici giobertiani; dalla forma democratica e federalista propugnata da Cattaneo e Ferrari, al liberalismo laico di Cesare Balbo, che individuava nella monarchia sabauda l’unico possibile artefice dell’unificazione e dell’indipendenza italiane.
  76. La suddetta teoria federalista, ovviamente invisa al Manzoni.
  77. Rabbattute: ‘socchiuse’.
  78. A parte gli ovvi rapporti diplomatici fra gli Asburgo d’Austria e le casate regnanti a essi imparentate (gli Asburgo-Este e gli Asburgo-Lorena), qui probabilmente ci si riferisce alle relazioni intercorse, prima degli accordi di Plombières, tra il governo francese e i Borboni italiani, in particolare Carlo II, duca di Lucca fino al 1847 e, quindi, duca di Parma e Piacenza.
  79. Ludovico di Wittelsbach (1282-1347), duca di Baviera, eletto Rex Romanorum nel 1314, assieme a Federico d’Asburgo, duca d’Austria. Sconfitto il rivale il 28 settembre 1322, chiese vanamente al papa Giovanni XXII l’approvazione della propria elezione e la consacrazione a imperatore del Sacro Romano Impero. Al contrario, il pontefice avignonese lo scomunicò ufficialmente il 23 marzo 1324, ottenendo in risposta il cosiddetto “Appello di Sachsenausen”, con il quale egli veniva a sua volta deposto. Il 16 febbraio 1327, a Trento, si incontrarono i rappresentanti dei principali potentati ghibellini d’Italia, i quali decisero di spronare Ludovico a scendere in Italia per sostenere la loro causa e per ottenere autonomamente le corone (la corona di re d’Italia e la corona imperiale) che Giovanni XXII presumeva di negargli. Il che successe nell’aprile dell’anno seguente. Le truppe di Ludovico il Bavaro e dei ghibellini che lo sostenevano avrebbero scorrazzato per l’Italia centro-settentrionale sino alla fine del 1329, razziando, saccheggiando e seminando distruzione.
  80. Petrarca, Rerum Vulgarium Fragmenta, CXXVIII, 55-56.
  81. D’una… cagione: ‘di una causa più profonda’.
  82. Dante, Purg., VI, 77.
  83. La seconda, rovinosa, campagna militare scatenata da Carlo Alberto contro gli austriaci a partire dal 20 marzo 1849 e conclusasi, come accennato, tre giorni dopo con la debacle di Novara e con l’abdicazione del re a favore di Vittorio Emanuele II.
  84. Querele: ‘lagnanze’.
  85. Francia e Inghilterra.
  86. In realtà, non pochi studiosi hanno ormai dimostrato come i piemontesi, soprattutto moderati, mal tollerassero gli esuli italiani; malumore di cui, nel 1850, si fece, ad esempio, portavoce il pamphlet anonimo Le dieci piaghe d’Egitto rinnovate in Piemonte nel secolo XIX (Torino, Tip. Nazionale G. Biancardi e C., 1850): «La causa delle ulceri che molestano il Piemonte, altri vorrebbe trovarla nell’emigrazione doppiamente: cioè in modo diretto e indiretto. Diretto in quanto gli immigrati assorbiscono secondo le loro forze; indiretto in quanto contribuiscono a conservare le altre cause assorbenti, e a tener viva la rivoluzione» (p. 37).
  87. Si pensi al palermitano antiborbonico Francesco Ferrara che, in esilio a Torino (ma ne sarebbe stato anch’egli allontanato nel 1858), collaborò al «Risorgimento» di Cavour e tenne la cattedra di Economia politica nell’Università della capitale, dove anche fu promotore di nuove iniziative editoriali («La Croce di Savoia», «Il Parlamento» e soprattutto la «Biblioteca dell’economista»). Si pensi, ancora, al giurista campano Pasquale Stanislao Mancini, titolare della cattedra di Diritto Internazionale nel medesimo istituto sabaudo e collaboratore del Siccardi e del Rattazzi, o al triumviro toscano Francesco Domenico Guerrazzi. Si pensi, infine, all’abruzzese Bertrando Spaventa, giornalista di importanti testate torinesi; al milanese Giorgio Guido Trivulzio Pallavicino, deputato del parlamento piemontese; al marchigiano Terenzio Mamiani, docente universitario e Ministro dell’Istruzione durante il secondo governo Cavour, e, ovviamente, al campano Francesco De Sanctis, prima collaboratore di giornali patriottici, quindi, dopo l’unità, Ministro dell’Istruzione.
  88. Con il Proclama del 18 febbraio 1853; fu il secondo, dopo quello del 1849. Il nuovo sequestro sarebbe poi stato commutato in confisca dal governo austriaco di lì a tre anni.
  89. Vedi la prima nota al cap. IV.
  90. Il primo decreto dell’Assemblea legislativa che intimava agli aristocratici emigrati di tornare in patria, pena la confisca dei loro beni, risale al 31 ottobre 1791; il secondo, che intendeva confermare la precedente statuizione e fissava il termine ultimo per il rientro al 1º gennaio 1792, risale invece al 9 novembre dello stesso anno. I beni vennero ufficialmente sequestrati il 9 febbraio 1792 e venduti dal governo rivoluzionario il 14 agosto seguente.
  91. Cfr. L. Zini, Storia d’Italia dal 1850 al 1866, op. cit., p. 352 (Proclama del Governatore Generale del regno Lombardo-Veneto col quale si ordina il sequestro sui beni dei profughi politici): «Alla classe dei profughi politici del regno Lombardo-Veneto appartengono non solo quegl’individui che furono dichiarati emigrati colla mia risoluzione del 29 dicembre 1850, in quanto che essi non abbiano, d’allora in poi, riacquistata nei modi prescritti la cittadinanza austriaca, ma anche ed in ispecialità quelli che furono esclusi dall’amnistia, senza distinzione se abbiano o meno ottenuto il permesso di emigrare».
  92. Nel 1789: esattamente ottantatré anni prima del 1872.
  93. Per l’analogia della riflessione, cfr. La Rivoluzione francese del 1789 e la Rivoluzione italiana del 1859, op. cit., VII: «Ho detto che, se a levar di mezzo l’arbitrio sulle persone, che regnava allora in Francia, la presa della Bastiglia era superflua, fu poi anche inefficace ad impedire che un tale arbitrio vi regnasse di nuovo in altre forme».
  94. La… persuadere: ‘la volessero rendere persuasiva’.
  95. Voltaire, Henriade, X, 314.
  96. Ma per bocca del Feld-Maresciallo Josef Radetzky, governatore militare e civile del Lombardo-Veneto dal 1848 al 1857.
  97. Cfr. L. Zini, Storia d’Italia dal 1850 al 1866, op. cit., p. 352: «Questa misura (…) è precisamente diretta a tutelare la popolazione contro le perniciose influenze degli emigrati, ed a togliere loro i mezzi coi quali essi cercano di tenere gli abitanti di questo regno in continua inquietudine e timore».
  98. Ibidem: «Considerato quanto sia manifesta la compartecipazione dei profughi politici del regno Lombardo-Veneto agli ultimi fatti accaduti in Milano».
  99. Intelligenze: ‘intese, patti’.
  100. Querelante: ‘che si lamentava’.
  101. «Alla confisca dei beni degli emigrati Cavour rispose facendo votare una legge che stanziava un fondo per indennizzare i danneggiati dal provvedimento austriaco e rompeva le relazioni diplomatiche con l’Austria» (G. Orioli), richiamando da Vienna il conte Adriano di Revel.
  102. Ovvero, quella di una monarchia costituzionale con a capo la casa sabauda.
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