Dal testo alla biografia immaginaria. La voce «Castrucci, Giovan Paolo Mattia» dall’età barocca a oggi

Autore di Lorenzo Arnone Sipari

Premessa

Giovan Paolo Mattia Castrucci è il dedicante di un manoscritto intitolato Descrittione del Ducato di Alvito nel Regno di Napoli in Campagna Felice (di seguito soltanto Descrittione), che, datato 1° dicembre 1632, uscito dai torchi poco più tardi, ristampato sia sul declinare di quello stesso secolo sia alla metà dellʼOttocento, è sostenuto da una non trascurabile tradizione storiografica e letteraria1. Autore e opera, infatti, sono stati inscindibilmente evocati in tempi e su temi diversi: fra Sei e Settecento come testimoni dellʼubicazione della Cominium sannitica, nellʼOttocento come falsificatori di epigrafi, nel Novecento come autorità per le origini familiari dellʼumanista Mario Equicola.

Sullʼautore, qualificato sin dal frontespizio della Descrittione come «Dottor Filosofo e Medico», si trovano informazioni su cataloghi, dizionari e repertori bio-bibliografici moderni e contemporanei, italiani e internazionali. Il suo nome è anche impresso, senza prole, allʼapice di un albero genealogico: corrisponderebbe, quindi, almeno su carta, a una persona realmente esistita, di cui si conoscono le date ˗ sia pure solo approssimative ˗ di nascita e di morte (1575 ca-post 1633). Se ne conosce perfino lʼaspetto, essendo stato effigiato più dʼuna volta. Eppure quellʼautore e quel nome o, se si preferisce, quella voce e quel lemma non valicano lo spazio del testo che è stato loro, per secoli, attribuito e associato.

Non si tratta propriamente di un caso di pseudonimia: il medico Giovan Paolo Mattia (dove i primi due formano il nome e il terzo lʼunico cognome) è realmente esistito ad Alvito, nello stesso torno di tempo della figura in esame, forse con lʼunico difetto di aver avuto un cognome suscettibile di confusione onomastica2 e non abbastanza prestigioso per una pubblicazione che doveva propagandare lʼimmagine di un feudo reso civile e florido dai nuovi signori, i Gallio, originari di Como, celebrandone la munificenza3. In altri termini, lʼaggiunta paracognominale, che a livello testuale interessa anche altri esponenti di casa Mattia, è un artificio letterario che si risolve in un moderno strumento di strategia editoriale e comunicativa. Poggiando su una tradizione locale, che vedeva la famiglia “adottivaˮ affondare le radici nella Toscana duo-trecentesca; lʼautore viene, infatti, incastonato nel topos letterario del condottiero, così come era invalso con il fortunato romanzo machiavelliano su Castracani4, e a questi è assimilato, per conferire maggiore prestigio al volume.

Il dato di per sé non sorprende più di tanto, soprattutto se lo si colloca in un quadro dʼepoca barocca ancora, per dirla con Croce, «ignoto o mal noto»5. A stupire, semmai, è il fatto che, di pari passo con la citazione della Descrittione, si assiste al progressivo sviluppo di lemmi sullʼautore, desunti soltanto dalle scarne informazioni testuali e peritestuali, più tardi accompagnati dalla gemmazione di immagini che raffigurano lo storiografo alvitano, ma sempre in difetto di un esame filologico della sua opera e di una biografia documentata. In questa ottica le vicende di Castrucci, ancorché poco note, diventano paradigmatiche della formazione e dellʼintreccio di tradizioni, memorie familiari ed esiti della storiografia che, per quanto fumosi e infondati, persistono nei secoli e nel passaggio dal libro a stampa alla rete.

Cenni sulla storia e sulla trasmissione della Descrittione

La Descrittione uscì nel primo quadrimestre del 1633, per i tipi Corbelletti di Roma (in ottavo, di pp. 168), sotto il controllo editoriale del feudatario, Francesco Gallio, secondo duca di Alvito dal 1613 al 1657, al quale era dedicata.

Tale sorveglianza non sembra risolversi soltanto in una censura preventiva e nella mera concessione dellʼimprimatur (parallelo a quello ecclesiastico), il quale peraltro assumeva, nel caso in esame, le sembianze dello stemma del casato, che spicca in disegno in due loci del manoscritto e in calcografia sul frontespizio dellʼeditio princeps. Ma viene anche esplicitata attraverso uno schema preliminare che, riverberandosi sullʼimpianto complessivo dellʼopera, è in grado di riconnettere la tradizione locale a Castruccio Castracani degli Antelminelli, il condottiero per eccellenza, cui il medico di casa Mattia, una volta “trasformatoˮ in Castrucci, viene assimilato per assonanza e per origini familiari6. Una strategia simile, dʼaltronde, la si troverà compulsata con più chiarezza nella prima ristampa della Descrittione intervenuta nel 1686.

Lʼopera è divisa in due parti: la prima delinea vicende storiche, patrimonio artistico-monumentale, contesto socio-economico e ambientale dei centri che componevano il ducato (Alvito, San Donato, Settefrati, Picinisco, Gallinaro, Atina, Belmonte, Vicalvi, Posta e Campoli); la seconda configura una digressione sullʼinflusso del cosmo, sia sulle condizioni climatiche del feudo sia sulle caratteristiche fisiche e sulle inclinazioni dei suoi abitanti.

Se è vero che, a tre secoli dallʼuscita dai torchi, veniva considerata molto rara, se non «irreperibile»7, lʼeditio princeps dovette avere una “tiraturaˮ di pochi esemplari e una circolazione racchiusa in prevalenza nella cerchia ducale. Al di fuori di essa, tre esemplari passarono certamente fra le mani degli eruditi regnicoli Ciarlanti e Toppi e dellʼantiquario francese Christophe Dupuy. Almeno altre due stampe circolarono, nel corso del Seicento, anche in Val di Comino. Una di esse, conservata presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, appartenne, alla metà di quel secolo, a un alvitano di nome Carlo Antonio De Carlo8. Da un manoscritto avente pari collocazione si apprende, inoltre, che la Descrittione fu nella disponibilità dello storiografo atinate Marcantonio Palombo, coevo di Castrucci9.

Le successive attestazioni sono legate, in particolare nellʼultima parte del XVII secolo, alla citazione di due ristampe. Dellʼeffettiva uscita dai torchi della prima, che risalirebbe al 1684, per alcuni di Roma, per altri di Napoli, è legittimo dubitare. Si tratta, molto probabilmente, di unʼinformazione erronea indotta, nella traditio dellʼopera, dallʼambiguità peritestuale della stampa uscita a Napoli nel 1686 (in ottavo, di pp. 144). Il corrispondente frontespizio, infatti, dopo e sotto il titolo, recita: «Stampata nellʼAnno 1633. e ristampata nellʼAnno 1684. con aggiunta in margine di diverse cose, di cui al presente il sudetto Stato si ritrova accresciuto. In Roma, per Francesco Corbelletti 1633. & in Napoli, per Camillo Cavallo, e Michele Luigi Mutij 1686». Va qui avvertito che con “aggiunta in margine” si fa riferimento a dieci glosse tipografiche che si configurano, per via dellʼesplicitazione di alcuni elementi certi, come innovazioni esclusive di una stampa che non poteva essere precedente, per lʼappunto, al 1686.

La stessa edizione conserva il richiamo al destinatario della princeps, offrendo in fine di volume anche un nuovo dedicatario, cioè Tolomeo II, terzo duca di Alvito dal 1657 al 1687. Essa è caratterizzata anche, e soprattutto, dalla presenza di alcune interpolazioni, prevalentemente concentrate nelle parte riservata allʼelencazione delle personalità e dei casati di Alvito, e loro benefici, in funzione rafforzativa (nobilitazione) dei rispettivi retroterra socio-economici. Lʼespediente interessa anche la schiatta del feudatario, le cui origini vengono fatte risalire alla gens Gallia. Tale versione, censita con ben sei esemplari nel solo territorio cominese10, anche per il combinato disposto dato dalla rarità della princeps con la progressiva napoletanizzazione del ramo ducale dei Gallio, rappresentò lʼedizione di riferimento degli studiosi meridionali sette-ottocenteschi.

Il terzo testimone a stampa della Descrittione, che sul frontespizio viene presentato come «quarta edizione»11, uscì dalla tipografia Piscopo di Napoli nel 1863 (in sedicesimo, di pp. 200). Ormai distanti dalle ottiche della feudalità, ma nel pieno rispetto di quelle, spesso emulatrici, della borghesia ottocentesca, la ristampa in questione fu voluta da un ecclesiastico alvitano, appartenente a una famiglia Castrucci, e curata dallʼispettore ai monumenti Stanislao DʼAloe.

La veste tipografica, tuttʼaltro che di pregio, non maschera, ma anzi evidenzia, i tentativi del curatore di celare gli espedienti fin qui accennati. Una siffatta attività venne attuata, spesso in modo goffo, attraverso lʼadattamento del registro linguistico, la dispersione o il parziale smembramento di alcune note della stampa del 1686, lʼintroduzione di nuove note, lʼarbitraria modifica di qualche data e lʼomissione di alcuni nomi.

Tuttavia, la principale novità risiede nelle Notizie sulla vita di Castrucci stese per lʼoccasione da DʼAloe12, che riscuoteranno una certa fortuna nella successiva letteratura. Lʼedizione post-unitaria cristallizzò, in definitiva, lezioni spurie, cognome “fittizioˮ dellʼautore e “sueˮ origini familiari lucchesi, elementi che si consolideranno ulteriormente con la ristampa anastatica del 1978, per lʼeditore Forni di Sala Bolognese (in dodicesimo, di pp. 212).

Lʼautore della Descrittione, tra critiche e discussioni

La Descrittione privilegiò, e talvolta rafforzò, il tessuto socio-economico e culturale di Alvito, in quanto centro principale dellʼomonimo ducato, illustrandone quartieri, strade e dimore principali, chiese e giardini, scrittori e loro opere, casate e relativi benefici. In molti dei casi in cui il riferimento riguardava le antichità della “capitaleˮ, Castrucci si autorappresentò come autorità, testimoniando di aver rinvenuto reperti archeologici, registrando la presenza di epigrafi e fornendo le relative letture.

Nellʼeconomia del testo, siffatta dilatazione andò a detrimento della descrizione degli aspetti peculiari dei centri vicini, come si verificò per Atina, che venne spogliata, peraltro sotto lʼegida ducale, della coincidenza con lʼAtina potens virgiliana. La compressione e la contestazione della sue antichità costrinsero Marcantonio Palombo, che da tempo attendeva alla stesura di una monumentale storia ecclesiastica del luogo natio, a riscriverne molte parti sulla scorta delle principali fonti, classiche e medioevali, in modo da contrapporsi con maggiori autorità ed efficacia alle confutazioni del descrittore alvitano13.

La querelle, tuttavia, rimase confinata nei meandri di unʼopera manoscritta che non fu completata e che avrebbe visto la luce soltanto secoli dopo. Né trovò eco nella successiva raccolta del conterraneo Bonaventura Tauleri, che uscì, al pari della Descrittione, sotto gli auspici del feudatario di turno: qui gli esiti storiografici di Palombo furono in buona parte condensati e rivisitati per fini propagandistici, mentre lʼopera di Castrucci venne citata soltanto una volta, pur se come fonte autorevole14.

Tra il XVII e il XIX secolo, numerosi eruditi e storiografi del Regno di Napoli utilizzarono o discussero parti della Descrittione. I vari Ciarlanti, Rogadeo, Soria, Giustiniani, Romanelli, Mastriani e Corcia si soffermarono, ad esempio, su uno specifico passo, in cui lo storiografo alvitano richiamava unʼesperienza personale, facendosi autorità di sé stesso. Durante lʼanno 1627, sospinto dai ricordi di un avo ultracentenario, Castrucci precisava, infatti, di aver percorso lʼarea interessata dal Colle della Civita, che si trova a oriente dellʼabitato di Alvito, rinvenendovi «sassi grossi lavorati», cocci e reperti di varia natura, il complesso dei quali testimoniava, secondo il descrittore, la presenza di una città «ruuinata»15. Egli ritenne, in particolare, di trovarsi sul sito dellʼantica Cominium, città che Tito Livio aveva ricordato nel contesto delle guerre romano-sannitiche16.

A questo proposito, il giurista pugliese Rogadeo (o Rogadei), trattando delle istituzioni giuridiche del Regno di Napoli, contestò la tradizione secondo la quale il territorio di Alvito coincidesse con la «distrutta Cumino», offrendo al contempo un giudizio negativo della Descrittione e del suo autore: «Castrucci, scrittore per altro di piccol conto, (…) si sforza di addurne ripruove, le quali vedere si possono in quel piccolo libro, in cui ogni parola racchiude più falli»17.

Secondo lʼopinione di Francescantonio Soria, la pubblicazione dello storiografo alvitano era, sì, un’«operetta» disordinata, ricolma di ripetizioni e «frascherie», ma la critica di Rogadeo era eccessiva. Lʼerudito sacerdote salernitano riteneva invece che, su alcune questioni storico-geografiche, Castrucci potesse essere preso a riferimento, meritando di essere annoverato tra i principali scrittori meridionali e di avere un profilo biografico. A sostegno di un siffatto parere, portava lʼesempio di Erasmo Gattola18, noto storico del cenobio cassinese, che si era rifatto allʼautorità del medico e filosofo di Alvito, con particolare riferimento allʼorigine e alla qualità delle acque del fiume Fibreno19.

Tra Sette e Ottocento, anche il bibliofilo e memorialista Lorenzo Giustiniani si soffermò più volte sulla Descrittione. Malgrado essa «impazza(sse) un pochino»20, specialmente in relazione alle desuete teorie riversate nella seconda parte, quella astronomica, alcuni volumi del suo Dizionario la presero a riferimento. Giustiniani se ne servì, infatti, per stendere le voci dei principali centri del ducato cominese (“Alvitoˮ, “Atinaˮ, “Piciniscoˮ, “Postaˮ e “Vicalviˮ), oltreché dei fiumi del territorio, fra i quali massimamente il Fibreno, la cui descrizione aveva segnato uno spartiacque rispetto al giudizio negativo di Rogadeo21.

In seguito, entrando nel merito di unʼiscrizione sepolcrale dedicata a una sacerdotessa di Venere, che Castrucci avrebbe osservato nella chiesa di Santa Maria del Campo (presso l’omonima località alvitana), Nicola Corcia anticipò di qualche anno il tema di unʼaltra contrapposizione storiografica, che coinvolse alcuni fra i principali antichisti del tempo22. Lo studio di tale epigrafe, censita nel vol. X del Corpus Inscriptionum Latinarum sotto il n. 5144, registrò, infatti, tra il 1878 e il 1884, le diverse interpretazioni di Carmelo Mancini, Theodor Mommsen e Gabriele Iannelli23. I primi due espressero dubbi sulla genuinità del testo fornito da Castrucci; tuttavia, mentre il filologo tedesco segnalò che non era probabile che il descrittore alvitano avesse potuto leggerlo in modo completo, come trascritto nella Descrittione, né che lʼepigrafe si trovasse originariamente nel sito in cui era stata osservata24, Mancini accusò senza mezzi termini lo scrittore ducale di essersi specializzato nella «falsa lettura» di tutte le lapidi che osservava, illustrandole sempre con «immaginarii supplementi»25.

Diversamente dai colleghi, il futuro primo direttore del Museo Campano, Gabriele Iannelli, cercò di rivalutare la figura di Castrucci, forse anche per pressioni ricevute a livello provinciale. Secondo la sua tesi, lʼepigrafe in questione andava “ricompostaˮ con un altro frammento (che lo stesso Iannelli aveva poco prima ritrovato ad Alvito) nellʼambito di un grandioso monumento sepolcrale, sebbene le due parti si differenziassero per misure, caratteri e numeri di versi26.

La disputa, tuttavia, come aveva intuito Mommsen, che cercò invano la stampa del 163327, andava risolta indagando più a fondo lʼopera descrittiva di Castrucci. Qui è solo il caso di precisare che il testo assimilato allʼepigrafe CIL X 5144 rappresenta una delle varianti introdotte dalla stampa del 168628, per cui il merito di averla per primo osservata e trascritta, o al contrario il demerito per averla trasferita e falsificata, andrebbe, se del caso, attribuito al curatore occulto dell’edizione napoletana tardo-secentesca.

Lʼautore della Descrittione è stato, infine, segnalato in un dibattito sviluppatosi nellʼambito della storia della letteratura. In tal senso, nei primi anni del XIX secolo Giovan Battista Gennaro Grossi ne utilizzò lʼautorità per ratificare il luogo di nascita di Mario Equicola: «lʼAriosto suo amico, ed il Castrucci nato in Alvito, quasi suo contemporaneo, lo dimostrano Alvitano»29. Tale indirizzo fu seguito, nel secolo successivo, dal filologo Domenico Santoro. Per il saggio bio-bibliografico sullʼumanista che visse alla corte di Isabella dʼEste Gonzaga, la Descrittione diede un contributo, non certo dirimente, per approfondirne il tema delle origini familiari: «il Castrucci, nelle due volte che ne parla, tace sempre il nome del padre (dellʼEquicola) e nota soltanto che da lui discendevano i Prudenzi per parte di donna»30. Nonostante ciò, la fonte in oggetto fu richiamata più volte dalla letteratura sullʼumanista31.

“Vita” e “volti” di un autore immaginario

Le prime scarne notizie su Castrucci furono proposte nel settimo decennio del Seicento da Niccolò Toppi. Il giurista e bibliografo chietino utilizzò, infatti, lʼopera descrittiva dellʼalvitano per stendere i profili biografici di cominesi illustri (fra i quali Alberico da Settefrati e Giampaolo Flavio), che comparvero nella sua Biblioteca napoletana. Nella stessa sede riservò una voce allo storiografo ducale, mutuandovi semplicemente le informazioni recate dal frontespizio della stampa del 1633, oltreché lʼesplicitazione della paternità della stessa32.

Allʼinizio del secolo successivo, la Descrittione trovò collocazione in opere compilative a carattere storico-geografico, in cataloghi di antiquariato librario e in bibliografie di storie generali e locali33. Lʼattenzione che le fu riservata in quel periodo e la considerazione di cui dovette godere tra bibliofili e collezionisti il caso di una storia “particolareˮ che si credeva avesse avuto tre impressioni in dieci lustri, consentirono al suo autore bibliografico di comparire con una voce propria ˗ sia pure ferma alle stringate notizie già contemplate in Toppi ˗ nel Lexicon di Lipsia, steso da Johann Burckhardt Mencke prima, da Christian Gottlieb Jöcher poi, in tutte le edizioni dal 1726 al 175034.

Una voce biografica più estesa comparve soltanto un trentennio più tardi, nelle Memorie di Soria. Secondo lʼabate salernitano, Castrucci nacque ad Alvito «verso il 1575», apprese le belle lettere a Sora, per poi trasferirsi a Roma, dove nel 1600 si trovò «applicato agli studj della Filosofia, Astronomia, e Medicina», addottorandosi nellʼultima disciplina citata35. Fatta eccezione per il luogo in cui dovette compiere i primi studi (la cittadina della Media Valle del Liri era comunque il centro principale più prossimo ad Alvito), le predette informazioni furono desunte da peritesto e testo della Descrittione. Per la data orientativa di nascita, come per quella della frequentazione dello Studium Urbis, Soria associò, infatti, i dati presenti sul frontespizio con un passo dellʼopera in cui un alvitano di nome Francesco Cioli era precisato, nellʼanno 1600, come «condiscepolo dʼetà, e di camera in Roma» dello storiografo ducale36.

Soprattutto dalla seconda metà dellʼOttocento, e in particolare nel decennio tra gli anni Cinquanta e Sessanta, si registrarono contributi biografici determinanti per la perpetuazione della voce. Sebbene non offrissero notizie diverse o più estese di quelle di Soria, essi radicarono, con maggior efficacia, lʼimmagine dello storiografo sia nella comunità alvitana sia in ambienti terzi, accademici e letterari. Nel 1853 comparve in forma anonima, nel «Poliorama Pittoresco», un articolo di taglio biografico che, pur essendo molto generico, offrì per la prima volta al pubblico il ritratto effigiato di Castrucci37. Tale disegno era, a ben vedere, la rivisitazione in chiave edulcorata e giovanile di una precedente xilografia38, che era stata giustapposta allʼantiporta di un esemplare della stampa del 168639. Più di recente, la medesima versione del primo ritratto, corredato di didascalia («G. Paolo Mattia Castrucci 1575-1633»), è stata utilizzata per la pubblicazione di una cartolina commemorativa40.

Sempre a metà Ottocento, due alvitani, uniti dal medesimo cognome, si dichiararono discendenti o vennero associati quali discendenti dello storiografo: si trattava del protonotario apostolico Giacomo Castrucci, noto lettore di papiri ercolanesi41, e del canonico Michele Castrucci42. Questʼultimo fu il dedicatario dellʼedizione del 1863 della Descrittione.

Il curatore della relativa stampa, Stanislao DʼAloe, si rifece esclusivamente a quella del 1686, utilizzando un esemplare raffazzonato, probabilmente coincidente con quello stesso di cui si è detto sopra. Al testo antepose le citate Notizie biografiche sullo storiografo, in cui riprendeva e aggiornava la tradizione secentesca. Nel sottolineare la «modestia» e assieme la «colpa» dimostrate dal descrittore alvitano per non aver voluto offrire una «più estesa menzione della sua famiglia», sopperì alla lacuna, soffermandosi proprio sulle origini della schiatta:

La famiglia Castrucci di Alvito viene da Lucca, e vi si tramutò dopo le guerre civili, sostenute dalla nostra povera Italia, nelle sanguinose discordie tra Guelfi e Ghibellini, ovvero in quelle suscitate nelle brighe di parte Bianca e di parte Nera. Non sapendosi con certezza, se nella prima, o nella seconda di queste accanite fazioni sia accaduta lʼemigrazione deʼ Castrucci, neppure si conosce il nome deʼ primi capi di quella famiglia, esulata nelle nostre contrade di Campagna Felice43.

Si tratta, comʼè evidente, di informazioni fumose, sfornite alla radice della possibilità di un riscontro documentale. Esse, tuttavia, riescono ad acquistare, almeno allʼinterno di una piccola comunità, dove più famiglie hanno lo stesso cognome dello scrittore “famosoˮ, un fascino tale da proiettare al di fuori del tessuto letterario lʼimmagine degli esuli, di eroi senza più patria costretti a vagare per secoli, e sostenere lʼidentità fittizia dellʼautore, oramai collocato in una cornice familiare “certaˮ.

Di questi aspetti offre uno spaccato una fonte privata, nella fattispecie un dattiloscritto dʼinizio Novecento, che descrive la storia e la genealogia di una delle famiglie Castrucci, in un viaggio nel tempo e nello spazio. Al pari dei feudatari, ricollegati nella stampa del 1686 alla gens Gallia, il documento riporta i borghesi di Alvito alla gens Castricia; li fa ritrovare in Toscana, fotografandoli al matrimonio tra un loro rampollo e unʼesponente della casata degli Antelminelli; li radica secoli dopo ad Alvito, dove Giovan Paolo Mattia, nato nel 1575, primo (e unico) della casata “luccheseˮ ad avere un simile complesso onomastico, svolge la professione di medico, ha due fratelli, nessun figlio ma tanti nipoti44.

Nel caso in esame, elementi fantastici e folcloristici si legano in un tuttʼuno a libri e articoli, a immagini e genealogie, costituendo nel lento procedere di una piccola comunità di provincia un sistema di documenti immateriali che, sia pur inutili ai fini dellʼindividuazione dei legami di sangue, nutre e veicola tradizioni e memorie45, a loro volta intrecciate a episodi e fatti esterni, finanche agli esiti della più autorevole pubblicistica46.

In quanto ai lemmi novecenteschi, il primo riferimento utile lo si trova nel classico repertorio degli scrittori italiani di Ferrari47. Poco più tardi si susseguono, con una circolazione meno specialistica e al contempo più ristretta territorialmente, i “dizionariˮ di Pizzuti e di Pocino: il primo, che passa in rassegna gli alvitani illustri, è destinato a un pubblico squisitamente locale; il secondo, più aperto a istanze turistiche, circola nella provincia di Frosinone e in parte a Roma. Nella redazione delle voci, i due contributi sono accomunati dallʼaderenza alle Notizie di DʼAloe48. Queste ultime, lo si è anticipato, vengono riproposte nel 1978, con la ristampa anastatica della Forni, modellata esplicitamente sullʼedizione del 186349.

Lʼinfluenza della traditio incide anche alla fine del secolo scorso, in particolare nellʼedizione critica dellʼopera di Palombo, il più volte richiamato storiografo coevo e conterraneo di Castrucci. Infatti, nonostante lʼEcclesiae Atinatis Historia fornisca la riprova dellʼidentità del descrittore alvitano, che vi si trova citato come «Matthiae Albetani» o come «Ioannes Paulus Matthias», nel relativo indice dei nomi compare la voce «Castruccius, Ioannes Paulus Matthias»50.

Anche lʼavvento del XXI secolo non fa eccezione alla “regolaˮ. Lo dimostra la ristampa accresciuta dellʼIndice Biografico Italiano, che puntualmente contiene la voce sul Castrucci alvitano51. Unʼulteriore e forse più interessante testimonianza proviene dal recente Dizionario storico biografico del Lazio, che si occupa del descrittore ducale rifacendosi al panegirico daloeniano, esponendo di conseguenza la biografia del medico e storico nato ad Alvito nel 1575, e morto successivamente al 1633, il quale «appartenne ad una famiglia originaria di Lucca che ha dato nei secoli illustri cittadini»52.

Delineato in tal modo il caso dellʼautore della Descrittione del ducato di Alvito, non desta meraviglia che lʼimmaginario storiografo Castrucci resista al passaggio dalla carta alle banche dati digitalizzate e da queste a internet, mantenendo un’“autoritàˮ tale da essere contemplato dal Servizio Bibliotecario Nazionale come persona e, per lʼappunto, fra le schede dʼautorità53.

  1. Per le notizie sintetizzate nel testo, e per la corrispondente documentazione, si rinvia fin dʼora, se non diversamente precisato, a L. Arnone Sipari, Note su G. P. Mattia (alias G. P. M. Castrucci) e sulla traditio della secentesca Descrittione del ducato di Alvito, in «Studi Cassinati», a. XVII (2017), n. 1, pp. 9-21. Della Descrittione del Ducato di Alvito nel Regno di Napoli, in Campagna Felice Divisa in due Parti. Di Gio: Paolo Matthia Castrucci, dʼAlvito Dottor Filosofo e Medico, Roma, Corbelletti, 1633, si conoscono allo stato una decina di esemplari. Un testimone ms. della stessa, che è stato possibile consultare soltanto di recente, è conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana (dʼora in poi B.A.V.).
  2. Peraltro, a partire dalla fine del XVIII sec. non è infrequente trovarlo citato senza il vero cognome Mattia. Cfr. in tal senso, fra gli altri, F. Pistilli, Descrizione storico-filologica delle antiche, e moderne città, e castelli, esistenti accosto i fiumi Liri, e Fibreno, Napoli, Amato, 1798, p. 188; D. Romanelli, Antica topografia istorica del Regno di Napoli, vol. III, Napoli, Stamp. Reale, 1819, p. 497; G. B. G. Grossi, Mario Equicola, in Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, t. VI, Napoli, Gervasi, 1819, p. 14; F. Satta, Elvino, Bernardino, in «Dizionario Biografico degli Italiani», vol. 42, Roma, Istituto dellʼEnciclopedia Italiana, 1993, p. 532.
  3. I Gallio ebbero la titolarità del feudo di Alvito dal 1595 al 1795. Per un inquadramento si vedano i diversi contributi in Il Ducato di Alvito nell’Età dei Gallio, t. I, Alvito, Banca della Ciociaria, 1997.
  4. Per un profilo biografico si rinvia a M. Luzzatti, Castracani degli Antelminelli, Castruccio, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 22, Roma, Istituto dellʼEnciclopedia Italiana, 1979, pp. 200-10.
  5. B. Croce, Prefazione, in Id., Saggi sulla letteratura italiana del Seicento, Bari, Laterza, 1924², p. VI.
  6. Lʼaccostamento tra i Castracani e una famiglia Castrucci di Alvito, che si voleva originaria di Lucca (nella Descrittione, op. cit., p. 62, si legge: «Vi è anco la famiglia antica deʼ Castrucci, descendente da Petrucci Castrucci, Gentilʼhomo Lucchese»), è stato posto non di rado (infra, n. 45). Si osservi, però, che, secondo la principale fonte della stampa del 1633, cioè la Discrittione dʼAlvito et suo Contato raccolta parte dal trovato, parte dal visto et parte dallo inteso per Giulio Prudentio dʼAlvito (1574, in D. Santoro, Pagine sparse di storia alvitana, vol. I, Chieti, Jecco, 1908, pp. 227-57), la medesima famiglia sarebbe originaria di Castelliri (ivi, p. 233).
  7. Così R. Almagià, La Valle di Comino o Cominese. Contributo al Glossario dei nomi territoriali italiani, in «Bollettino (della) Società Geografica Italiana», a. XLV (1911), s. IV, parte I, pp. 13-30 (cit. p. 15).
  8. Firma e talune note mss. del possessore sono apposte sullʼesemplare B.A.V., «Stamp. Barb. P.XI.46». Si segnala che in ivi, «Stamp. Chig. V.2103», è un secondo esemplare, privo tuttavia di segni mss.
  9. The Ecclesiae Atinatis Historia of Marcantonio Palombo (Codd. Vat. lat. 15184-15186), a cura di C. Vircillo Franklin, 2 voll., Città del Vaticano, B.A.V., 1996. Tale opera, rimasta per secoli inedita e finanche lacerata dalle vicende connesse alla Seconda guerra mondiale, ha confermato, nellʼambito di una querelle sulle antichità di Atina, di cui si dirà in prosieguo, che il cognome del descrittore alvitano era Mattia.
  10. LʼAvventura di Alvito. Viaggio nel tempo da J. Gutenberg alla telematica, Catalogo della Iᵃ mostra bibliografica, Alvito, Tip. dellʼAbbazia di Casamari, 1993, p. 23.
  11. Due speculari note mss., presenti in altrettanti esemplari della stampa del 1863, uno conservato nella Biblioteca privata Sipari ad Alvito, lʼaltro nella Biblioteca Universitaria di Napoli, profilano lʼesistenza di unʼulteriore (ma allo stato ignota) edizione di Lipsia.
  12. S. DʼAloe, Notizie Della Vita e dellʼoperetta di Giov: Paolo Mattia Castrucci, in Descrittione, op. cit., Napoli, Piscopo, 1863, pp. IX-XII.
  13. C. Vircillo Franklin, Introduction, in The Ecclesiae Atinatis Historia, op. cit., specie le pp. 139-66. Per una sintesi si veda Ead., Atina e il suo storico Marcantonio Palombo, in Atina Potens. Fonti per la storia di Atina e del suo territorio, Atti della tavola rotonda in onore del prof. Herbert Bloch, a cura di F. Avagliano, Montecassino, Pubblicazioni cassinesi, 1993 (ma 1998), pp. 97-114.
  14. B. Tauleri, Memorie istoriche dellʼantica città di Atina, Napoli, Muzio, 1702, p. 146. Si noti che anche questʼopera reca lo stemma in calcografia di casa Gallio.
  15. Descrittione, op. cit., pp. 11-12.
  16. Ivi, p. 14. Sul medesimo argomento il coevo G. V. Ciarlanti, Memorie historiche del Sannio (Isernia, Cavallo, 1644, p. 45) si espresse nei termini seguenti: «Dove propriamente fosse (Comino), non tanto sanno i paesani renderne certezza alcuna, se bene Gio.Paolo Castrucci nella descrittione di detto Ducato, si và forzando di provare, che fusse ove hora è Alvito». Una ricostruzione dellʼampia letteratura sul tema è in F. Senatore, Le vicende belliche del 293 a. C. e il dibattito storiografico sullʼubicazione di Cominium, Appendice a Id., Sanniti e Romani tra il Liri e il Melfa, in Le epigrafi della Valle di Comino, Atti del quarto convegno epigrafico cominese, a cura di H. Solin, (Cassino), Genesi, 2008, pp. 184-91.
  17. G. D. Rogadei, Del dritto pubblico e politico del Regno di Napoli, Napoli, Orsini, 1769, p. 131. Lʼopera è stata rifusa in Id., Dell’antico stato de’ popoli dell’Italia Cistiberina che ora formano il Regno di Napoli, Napoli, Porcelli, 1780.
  18. F. Soria, Memorie storico-critiche degli storici napoletani, vol. I, Napoli, Simoniana, 1781, p. 158.
  19. E. Gattola, Ad historiam Abbatiae Cassinensis Accessiones, vol. II, Venetiis, Coleti, 1734, pp. 755-59.
  20. L. Giustiniani, La biblioteca storica, e topografica del Regno di Napoli, Napoli, Orsini, 1793, pp. 3-4.
  21. Id., Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, voll. I-X, Napoli, Manfredi, 1797-1805, rispettivamente pp. 154-57 (vol. I), 40-44 (vol. II), 180 e 284 (vol. VII), 44 (vol. X), oltreché, per lʼed. di Napoli, De Bonis, 1816, pp. 201-17 (vol. II).
  22. N. Corcia, Storia delle Due Sicilie dall’antichità più remota al 1789, vol. I, Napoli, Virgilio, 1843, pp. 278-79 e 406. Ma si vedano anche D. Romanelli, Antica topografia istorica del Regno di Napoli, vol. III cit., p. 359; R. Mastriani, Dizionario geografico-storico-civile del Regno delle Due Sicilie, vol. II, Napoli, De Stefano, 1838, p. 249.
  23. L. Arnone Sipari, Mommsen e la traditio della secentesca Descrittione del ducato di Alvito in relazione allʼepigrafe CIL X 5144, in Le epigrafi della Valle di Comino, Atti del XIV Convegno epigrafico cominese, a cura di H. Solin, Arezzo, F&C edizioni 2018, pp. 277-84.
  24. T. Mommsen, Corpus Inscriptionum Latinarum, vol. X, pars I, Berolini, Reimerum, 1883, p. 508.
  25. C. Mancini, Epigrafi e sito di Cominium Volscorum, in «Giornale degli Scavi di Pompei», n. s., 1878, fasc. IV, pp. 28-40. La sua severità di giudizio era ben nota tra i coevi antichisti, come segnalò B. Croce, Un avversario del «regime totalitario» nellʼantichità, in «Quaderni della Critica», 1946, n. 4, pp. 25-35.
  26. Il contributo di Iannelli è fuso nel rendiconto in «Atti della Commissione Conservatrice dei monumenti ed oggetti di antichità e belle arti nella Provincia di Terra di Lavoro», a. XV (1884), pp. 96-100, di cui lo stesso antichista, in qualità di segretario, era estensore.
  27. T. Mommsen, Corpus Inscriptionum Latinarum, vol. X, pars I cit., p. 508.
  28. La collazione dei rispettivi frammenti è in L. Arnone Sipari, Mommsen e la traditio, op. cit., pp. 282-83.
  29. G. B. G. Grossi, Mario Equicola, op. cit., p. 14. In calce vi compare un’«Annotazione» dello stesso Grossi, in cui viene citato, tra i principali cittadini illustri di Alvito, anche lʼautore della Descrittione.
  30. D. Santoro, Della vita e delle opere di Mario Equicola, Chieti, Jecco, 1906, p. 11. Il passo cui si riferisce Santoro è in Descrittione, op. cit., p. 62.
  31. S. Kolsky, Mario Equicola. The real courtier, Genève, Droz, 1991, p. 21; P. Cherchi, Equicola, Mario, in «Dizionario Biografico degli Italiani», vol. 43, Roma, Istituto dellʼEnciclopedia Italiana, 1993, p. 40.
  32. N. Toppi, Biblioteca napoletana, et apparato a gli homini illustri in lettere di Napoli, e del Regno, delle famiglie, terre e citta (sic), e religioni, che sono nello stesso Regno, Napoli, Bulifon, 1678, p. 149, s. v. «Gio. Paolo Matthia Castrucci».
  33. G. Adlerhold, Umständliche Beschreibung des anjetzo vom Krieg neu-bedrohten sonst herrlichen Königreich Neapolis, Nürnberg, Buggel, 1702, p. 502; G. B. Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva, Napoli, Muzio, 1703, p. 133; Metodo per istudiare la storia, o sia Catalogo de’ principali storici, a cura di G. Menkenio, t. II, Venezia, Coleti, 1716, p. 274; G. Fontanini, Della eloquenza italiana, Cesena, Gherardi, 1724, p. 57; N. F. Haym, Notizia de’ libri rari nella lingua italiana, Londra, Tonson-Watt, 1726, p. 65.
  34. J. B. Mencke, Compendiöses Gelehrten-Lexicon, Leipzig, 1726, p. 594, s. v. «Castrucci (Joh. Paul Matthias)». La voce rimase invariata sia nellʼed. successiva (ivi, 1733, p. 668), sia nel più completo compendio di C. G. Jöcher, Allgemeines Gelehrten-Lexicon, vol. I, Leipzig, 1750, p. 1767.
  35. F. Soria, Memorie storico-critiche degli storici napoletani, vol. I cit., p. 157.
  36. Descrittione, op. cit., p. 58. Per la data di morte, invece, si farà generico riferimento a un periodo successivo allʼuscita della princeps (S. DʼAloe, Notizie Della Vita e dellʼoperetta di Giov: Paolo Mattia Castrucci cit., pp. IX-X). Ad ogni modo, i due estremi approssimativi (1575 e 1633) dalla seconda metà del XX secolo verranno perlopiù considerati quelli effettivi: W. Pocino, I ciociari. Dizionario biografico, Roma, Piramide, 1961, p. 112; A. Coccia, S. Francesco di Vicalvi e le sue vicende, Roma, “Lazio Francescanoˮ, 1969, p. 50; T. Vizzaccaro, Atina e Val di Comino, Cassino, Lamberti, 1982, p. 176; Lʼavventura di Alvito, op. cit., (p. 112).
  37. Gio.Paolo Mattia Castrucci, in «Poliorama Pittoresco», s. II, a. XV (1853), n. 22, p. 176.
  38. Il ritratto, alla cui base stava una sorta di didascalia scritta a lapis, che citava il nome dello storiografo, mostrava un uomo a mezzo busto, rivolto a sinistra, con volto gonfiato dallʼetà, fronte alta e capelli mossi, baffetto e pizzetto, con indosso un abito tipicamente secentesco.
  39. Lʼesemplare in questione era conservato presso la Biblioteca privata “V. Castrucciˮ di Alvito, dismessa di recente. Antiporta e frontespizio dello stesso sono riprodotti in Lʼavventura di Alvito, op. cit., (p. 101).
  40. Ivi, (p. 112).
  41. «A dire del mio gentile Giovan Paolo Mattia Castrucci»: così si legge in G. Castrucci, Sul sito dellʼantico Cominio ed illustrazione di un idoletto rinvenuto nel suo agro, Napoli, Stamp. Fibreno, 1858, p. 5. Per un profilo dellʼantichista, si veda L. Santoro, Nota bio-bibliografica su Giacomo Castrucci, in G. Castrucci, Tesoro letterario di Ercolano, a cura di L. García y García e L. Santoro, Roma, Bardi, 1999, pp. 7-9.
  42. Per cenni biografici si veda V. Pizzuti, Alvitani illustri e notevoli dal sec. XV ad oggi, Casamari, Tip. dellʼAbbazia, 1957, p. 22.
  43. S. DʼAloe, Notizie Della Vita e dellʼoperetta di Giov: Paolo Mattia Castrucci cit., p. IX.
  44. Si è potuto consultare il ds. grazie alla cortese disponibilità della signora Stefania Lollo di Alvito.
  45. Più di recente, ma sempre sulla scorta dellʼedizione tardo-ottocentesca della Descrittione, il collegamento lucchese dei Castrucci è stato riproposto nei contributi di P. Crachi, Pisanti e Castrucci architetti a Napoli, Napoli, Electa, 1996, p. 104 e O. Sartori, Castrucci, Giovan Paolo Mattia, in «Dizionario storico biografico del Lazio. Personaggi e famiglie nel Lazio (esclusa Roma) dall’antichità al XX secolo», vol. II, Roma, Ibimus, 2009, pp. 467-68.
  46. Il filologo Carlo Vecce, giunto ad Alvito alla ricerca di una miscellanea di opere equicolane che, su indicazione di D. Santoro (Della vita e delle opere, cit., p. 110, n. 5), sarebbe appartenuta a una casa Castrucci, ha ipotizzato che potesse esser stata collazionata dal descrittore ducale, in quanto membro della predetta schiatta (C. Vecce, Unʼapologia per lʼEquicola. Le due redazioni della Pro Gallis Apologia di Mario Equicola e la traduzione di Michel Roté, Napoli, Istituto Universitario Orientale, 1990, p. 40, n. 3).
  47. L. Ferrari, Onomasticon. Repertorio biobibliografico degli scrittori italiani dal 1501 al 1850, Milano, Hoepli, 1947, p. 194, s. v. «Castrucci, Gio: Paolo Mattia».
  48. V. Pizzuti, Alvitani illustri e notevoli dal sec. XV ad oggi cit., pp. 21-22; W. Pocino, I ciociari. Dizionario biografico cit., p. 112.
  49. Salvo unʼinnovazione nel frontespizio, dove lʼautore bibliografico è stato decurtato del primo nome, per diventare, nella corrispondente citazione, «P. M. Castrucci». Tale aspetto si è ripercosso su una parte della successiva storiografia locale: D. Antonelli, Settefrati nel Medioevo di Val Comino, Sora, Pasquarelli, 1994, ad indicem; Id., Alvito dalle origini al sec. XIV nella ricorrenza del IX centenario della fondazione della città (1096-1996), Castelliri, Printhouse, 1999, ad indicem.
  50. The Ecclesiae Atinatis Historia, op. cit., p. 685.
  51. Indice Biografico Italiano, a cura di T. Nappo, vol. III, München, Saur, 2002³, ad vocem.
  52. O. Sartori, Castrucci, Giovan Paolo Mattia cit., pp. 467-68.
  53. Per la scheda «Castrucci, Giovanni Paolo Mattia» (verificata in data 4 giugno 2018) si rinvia al seguente link: http://opac.sbn.it/opacsbn/opaclib?db=solr_auth&select_db=solr_auth&nentries=1&searchForm=opac%2Ficcu%2Ferror.jsp&resultForward=opac%2Ficcu%2Ffull_auth.jsp&do_cmd=show_cmd&rpnlabel=+Id.+Autorita+SBN+%3D+SBLV157137+&rpnquery=%40attrset+bib-1++%40attr+1%3D5019+%40attr+4%3D1+%22SBLV157137%22&sortquery=+BY+%40attrset+bib-1++%40attr+1%3D1003&sortlabel=Nome&totalResult=1&saveparams=false&fname=none&from=1
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