Tecnica epica d’età barberiniana. Sul “Canto V” dell’”Eracleide”

Autore di Giampiero Maragoni

Facendo séguito ad un’ormai annosa serie di anticipazioni1 (succedutesi secondo il vetusto ma vitale costume delle puntate di romanzo d’appendice), pubblico un altro canto dell’Eracleide (Venezia, Deuchino, 1623) di Gabriele Zinano (1557-dopo il 1634), il più corto – però non il meno provvisto d’interesse – di tutto quel poema. Per ogni ragguaglio sull’autore, sull’opera e sui criterî ecdotici della sua restituzione, rimando appunto a ciò che già ne dissi nel primissimo proemio alla mia inchiesta2. Grandemente mi preme, piuttosto, di render noto quanto io sia grato all’amico Alessandro Martini per l’amorevole intelligenza con cui, una volta di più, ha voluto piegarsi sui miei parti dell’orsa per ovviare, fin dove possibile, alla loro imperfetta riuscita.

L’Eracleide. Canto V

ARGOMENTO

Da Martilla congedo Eraclio toglie,
Pria che se ’n vada in Persia a portar stragge.
Ella usa ogni arte, perché cangi ei voglie,
Ma da indurata selce acqua non tragge,
Ché da le braccia sue forte si scioglie.
Vinto ogni affetto, al senso si sottragge,
E al campo giunto, e a lui di Cosdra il figlio,
Gli offre ogni opra in vendetta del suo esiglio.

1

Al Gange uscia la innamorata Aurora
Seco menando vaga corte d’Hore,
E mentre altra la veste, altra la infiora,
Candida a lei fa piazza il primo Albore,
Et erbe e piante et augelletti et Ora
La vanno a salutar con vario honore.
Ella se ’n vien vezzosa, e ’l manto intorno
Ha del pan più fin che intessa il giorno,

2

All’or che fuor da l’odoroso letto
Sorge Martilla, in cui sorto è un pensiero,
Ch’Eraclio haver non può sì crudo affetto,
Che senza un bel congedo entri in sentiero.
Ciò rivolgea nel petto, entro quel petto
Ch’è di Gratie e d’Amor l’albergo vero;
E s’ei s’accinge a l’armi, ella d’Amore
Vuol mover guerra e trionfar d’un core.

3

Come accorto guerrier, che del nemico
Gloriosa vittoria haver s’ingegni,
Bosco ricerca ombroso o campo aprico,
Qual più stima atto a disfogar suoi sdegni;
Così Martilla incontro il dolce amico
Loco elegge conforme a’ suoi disegni
Et ivi di bellezza aguzza i dardi
Per poter sforzi in lui far più gagliardi.

4

Fra begli ombrosi colli un giardin siede
Cui madre la Natura e mastra è l’Arte,
Ov’han gli agi e i diletti amica sede,
U’ le vaghezze stan con gratia sparte.
Qua correr dolce, là posar si vede
Un stuol d’humili fere in varia parte
Et in patria sì cara i lochi eletti
Darli (quasi a vicenda) or cibi, or tetti.

5

Sien selvaggi animali o pellegrini
Quegli onde son le belle parti piene,
Domestici ivi fatti e cittadini,
Chi dolce aspetta e chi chiamato viene.
V’è ancor chi fugge all’or che t’avvicini;
Pur nel fuggir vezzoso modo tiene,
E dopo un bel fuggire a un lieto invito
Torna, e in quel sen si corca ond’è fuggito.

6

L’aure vagando, quasi sien qui ancelle,
Fan che gli estivi ardor men son molesti
E, mentre scorron queste parti e quelle,
Rendon sì vaghi e quelli fiori e questi,
Che sembran così i fior terrene stelle
Come le stelle ancor fiori celesti;
E i frutti lor si sporgon tai da’ rami,
Che non li puoi mirar che non li brami.

7

E nel licor de’ più vicini rivi
Sembran specchiarsi sovra lor pendenti.
Paiono i rivi ne’ lor moti, e vivi,
E ne’ lor mormorij formare accenti;
E co’ soavi lor corsi lascivi
Ponno a sé trar le più retrose menti
E far tal ora ancor l’alme superbe
Cader dal sonno vinte in braccio a l’erbe.

8

Il soave sussur de gli arboscelli
Par gareggiar co ’l mormorar de l’onde,
Ma la dolce armonia de’ vari augelli
Più dolcemente fa sonar le sponde.
Chi mira in aria vede questi e quelli
Scherzando rivolar tra fronde e fronde,
Ma chi ne l’acqua poi fissa le ciglia
Varia scorge guizzar muta famiglia.

9

Varie son l’acque. Fra minuti sassi
Altra si frange tra percosse mille;
Sparge altra ruinando in luochi bassi
Suoi dispersi cristalli in rotte stille.
V’ha chi movendo in cupi fondi i passi
Fa chiaro specchio altrui d’onde tranquille;
V’è chi cortese va co ’l moto errante
A portar l’onde fresche a l’arse piante.

10

Dolce vien ch’ombra da le piante caggia
Sovra le vie d’erbe minute e spesse.
Pianta gentil congiunta con selvaggia
A più d’un antro vario tetto intesse.
Alcuna grotta v’ha che da man saggia
Con l’arti ascose sue Natura impresse
Con rozzo così bel, che l’arte ancella,
Quanto più imita lui, divien più bella.

11

Mille altre anco apparir care vaghezze
Ov’unque si rivolga il guardo scorge,
Né men sanno invaghir sassose asprezze
Con un celato bel che altrui si porge.
Così le tante del giardin bellezze
Contrarie fan che più ogni bel risorge,
Onde avvien che l’incolto e la coltura
Sien meraviglie or d’Arte or di Natura.

12

D’una bellezza sola il primo aspetto
Da l’altrui cor scemar può i pensier gravi,
Ma di varie bellezze un misto oggetto
Può ogni dolor scacciar che più l’aggravi;
Però mirabil puon produrre effetto
Fior, frondi, erbe, aure, antri, ombre, onde soavi.
Beltà per gli occhi entrando al cor si pinge
E quasi a forza lui gioir constringe.

13

Gode ogni cosa al bel. Gode il terreno,
Ivi adornato di bellezze tante.
Gode di sovra il ciel vie più sereno,
In vagheggiar beltà di cui sta amante.
Intorno il loco di beltà sì ameno
Par che sia lieta l’acqua e l’aria errante,
E godon nel mirar sì begli aspetti
Gli occhi chiamando anco a goder gli affetti.

14

Qual chi d’effigiar materie aspira
Prima ben le ammollisce e poi le imprime,
Tal d’imprimer più Amor poi che desira
Cerca tor dal gran cor le asprezze prime
E con vaghezze tai soave il tira
A le delitie dal pensier sublime.
Se di lor s’invaghisce è vinto un core,
Poi che fra ’l dolce lor principio ha Amore.

15

Or quivi stando di bellezza armata
Vuol sfidar lui d’Amor nel campo a morte,
E beltà e gratie onde dal cielo è ornata
Rendon Martilla contra i cor sì forte,
Che sol del labro può l’aura odorata
O dar felice o miserevol sorte.
E chi ben la contempla scorge in lei
Erger Natura e Amor glorie e trofei.

16

Oh, con quant’arte si sforzâro altrui
Spettacol far gentil d’oggetti rari!
Ella non le diè un sol, glien formò dui,
In vece d’occhi, a rimirar più cari.
Egli da l’Ocean de’ piacer sui
Sparse su gli occhi di dolcezze i mari
E, imitando del ciel la luce e i giri,
Di gioie or li fé segni or di martiri.

17

Da le miniere sue, da le celesti
Natura sovra il crin fé piover l’oro;
Di rubini armò il labro, acciò sien presti
Di perle a custodir doppio tesoro.
Amore, i vezzi e i baci in un contesti,
Fa su la bocca poi più bel lavoro
E, sparti raggi su le treccie bionde,
Dà corpo a’ raggi e li raggira in onde.

18

Rapito il latte in ciel dal ciel di latte,
Natura fa che si congeli al seno.
Ivi il bambino Dio par che s’allatte,
Ma di gioie ci sparge un bel veleno
E con questo velen que’ cor combatte
Che non van volontari al dur suo freno.
Così a forza d’un sen, voglia o non voglia,
Anco il retroso a lei sacra la voglia.

19

Corre Natura, e con soavi gigli
Fa d’un vivo candor la faccia piena.
Amor vien, che da l’Alba il riso pigli
E si diletti lei render serena;
Ella scieglie il più bel de’ suoi vermigli,
E li dà forma, e li dà polso e lena,
E fra le brine del candor natio
Fa uscir le rose dove i gigli aprio.

20

Sembran le rose sparse in falda cara
Di viva neve fiammeggiar fra ’l gelo;
Ma mentre spande la Natura avara
Le sue ricchezze in lei tutte e del cielo,
Il gentile emol suo con dolce gara
Sovra le rose fa d’ambrosia un velo,
Sparge fiumi d’odori, e fa che piova
Soavità per tutto ove il piè mova.

21

Veste ad uso di ninfa, e tutte eccede
Le antiche. Il lasso fianco a un mirto appoggia,
Ferma su ’l tronco il ritondetto piede
E attende Eraclio. Ecco inver lei già poggia,
Gli allabastri del braccio ignudi vede
E le note beltà con strana foggia;
Il manto ha vario di sì bei colori,
Che un prato a gli occhi par sparso di fiori.

22

Ella il mira, e co’ rai de le sue stelle
Del cor di lui va a rischiarar le notti;
Tronche voci sonâr le labra belle,
Sospiri uscîr da tenerezza rotti.
Mostra or queste bellezze, or cela quelle,
Per più allettarlo. Oh modi in amor dotti!
Il celar quel ch’altri con gioia miri
Rende più vivi i vivi suoi desiri.

23

Con l’arco par la vergine di Delo,
Ma de la Dea d’Amor mostre ha più vere:
Arma da scherzo è quel che porta telo,
Che minaccia ferir, ma il guardo fere.
Tal or di fiamma par, tal or di gelo;
Or soavi, or superbe ha le maniere;
E spesso fa da gli occhi suoi ridenti
Pianti di gioia scatorir cadenti.

24

A la bellezza, a gli atti, a i modi, a queste
Sue varie mostre onde o spaventa o alletta,
A l’alte gratie, al vezzeggiar celeste,
A quel pianto che uccide e che diletta,
Sta Eraclio intento, e di sé uscir direste.
Ei vien demesso, ella orgogliosa aspetta,
Ei sì tremante, ella di cor sì altero,
Ch’ei la donna rassembra, ella il guerriero.

25

Ma pur fingendo dolce ella languire,
Il seno allaga di più amaro pianto;
Par che al partir di lui voglia morire
E già di duol parli morire a canto.
Vuol pregarlo a restar, ma non può dire;
Pur dice il duol con sì bei modi intanto,
Ch’Eraclio, già tutto commosso, è spinto
A verace pietà da un dolor finto.

26

Questa pietà con dolci forze il tira
Le beltà ad adorar sì pellegrine
E negli occhi di lei (ch’hor fissa, hor gira)
A ingolfarsi in piacer che non ha fine.
Perduto in questi abissi, or chi più aspira
A guerre, a glorie, ad allargar confine?
Qual miglior vita che fra belle paci
La guerra far di cui son trombe i baci?

27

Uno e di gratie e di vaghezze insieme
Misto l’invoglia a guerreggiar con ella,
Et or vittoria spera, or perder teme;
Ecco già perde e le fa l’alma ancella;
Vinto è da forze di bellezza estreme,
Quanto mirata più, tanto più bella.
Or mentre per piacer va fuor di mente,
Così un spirto parlar nel cor si sente:

28

«Sorgi, svegliati, Eraclio. È un dormir, questo,
Che in otio tien Duci, guerrieri e Eroi.
Sorgi dal vil letargo, e d’esser desto
Mostra con l’armi a gli avversari poi.
Fu presto il tuo nemico, e tu va presto
Ad abbassar gli alteri orgogli suoi;
E se svegliar no ’l può questa mia voce,
Il tuo che dorme cor svegli la Croce.»

29

Raccolto in sé, le belle voci interne
Volgendo, Eraclio in tutto si scotea
E, spronando sé stesso a glorie eterne,
Di novo honor le guancie ei si pingea.
La bella donna, che quei segni scerne,
Non sapea che temesse e pur temea,
Ma, sia che vuol, per ritenerlo almeno,
Dolce l’accoglie e dolce gli apre il seno.

30

E forma le più tenere vaghezze
Che mai nel regno si trovâr d’Amore
E sa far più apparir quelle bellezze
Che lieto potrian far lo stesso orrore,
In fin fra’ neghi offrir l’alte dolcezze
Ch’arder farien di voglia un morto core;
E mentre di desio strugger si finge,
Sempre il lusinga più, più al sen lo stringe.

31

Ma da le braccia sue schivo ei si scioglie,
Quasi catene omai li sien discare.
Altri pensieri ha in mente et altre voglie
Chi aspira di frenar la terra e ’l mare.
Poi sciolto sente andar crudeli doglie
A far contra il suo cor battaglie amare
E teme più de la sua donna l’ira
Che l’armi Perse che impugnar già mira.

32

Crescon le pene, et inasprite vanno
Con mille modi a tormentarli l’alma,
E quasi oppresse le virtù già danno
Al nemico dolor del cor la palma
E refrigerio altro trovar non sanno
Che a la sua donna offrir la destra palma
E parlando tentar che al suo partire
Consentimento dia, né sene adire.

33

Qual chiede can gentil con voglie ingorde
Libertà breve da chi il tien ristretto,
Or si sdegna, or fa vezzi, or latra, or morde,
Dolce a dispor del suo signor l’affetto;
Eraclio tal, perché al suo cor s’accorde
Colei che il tien con sì gentil disdetto
E congedo li dia, l’arti divisa
Tutte e tutte usa, e poi parla in tal guisa:

34

«Alma de l’alma mia, se parli o taci
Sempre beata, o se sospiri o ridi,
O se l’alte ricchezze apri de’ baci,
O se dolce lusinghi o cruda sfidi,
E le guerre bear, bear le paci
Puoi se t’aggrada, e puoi bear s’uccidi;
Deh, a pietà mossa a’ miei dolor sì amari,
Modi onde me bear trova più rari.

35

Non han già solo e rose e gigli eletti
Del volto le lor gioie, e un sguardo e un riso,
E non sol contentar d’Amor gli affetti
Ponno e labra vermiglie e seren riso,
Ma con altre bellezze e altri diletti
Ancor mi puoi bear da te diviso;
Par meraviglia, e pure in parti estreme
Ponno gli amanti e star divisi e insieme.

36

Porge un specchio d’onor, che, quasi mare,
Di clima in clima fa ondeggiar gran luce,
La fama, specchio che a grandi alme appare
E de’ meriti altrui sempre riluce.
In lui può da lontan le beltà rare
Sì bramate mirar (per tutto ei luce);
Dolce ivi vagheggiarsi e amante e amata;
Farsi ivi egli beato, ella beata.

37

Se questa dice: “Oh, quanto per me ascende
A l’honor quel mio ben che in guerra gio!”,
E quelli dice: “Oh, come bella splende
Al mio honor la mia donna, anzi il cor mio!”.
Così lo specchio a l’uno e l’altro rende
Oggetto ond’è felice il lor desio;
Così mi puoi bear da me lontana
Con gioia vera e non con gioia insana.

38

Stella non è che con diversi giri
(Ne’ vari aspetti e ne’ contrari errori)
L’amica stella da lontan non miri,
E spesso opposta ha più congiunti amori.
Così a te m’unirò qual or ti giri
Nel chiaro specchio tu de’ nostri honori.
Se da lontan son più felici quelle,
Perché no anch’io lontan da le tue stelle?

39

Se mirar de le stelle ad una ad una
Forse non vuoi ben tutti i raggi chiari,
Deh, osserva almen come la fosca luna
Più lontana dal Sol più si rischiari;
Quanto più a lui s’appressa, e più sé imbruna.
Oh d’amante terren maestri rari!
Aman que’ lumi, e ciascun d’essi vuole
Farsi beato più lontan dal Sole.

40

Tu a che vicin bearmi, anima mia,
Fra’ vezzi che poi son comun disnore?
Amor non è dove l’honor non sia,
E non è gioia ove non regni Amore.
Amor è tutta gratia e leggiadria
Che con vaghezza può bear un core,
Ma, spoglia lui d’honor, è un vil desio;
E in virtù sol d’honor l’Amor è un Dio.

41

All’or suoi felicissimi piaceri
Son de’ travagli altrui bella quiete.
Dolci piaceri voi, voi dolci e veri,
D’honorato sudor riposo sete;
S’in voi posa il guerrier, lieto stia e speri
Giunger d’honor le più lontane mete.
Amor fra le viltà gli indegni immerge,
Ma sprona gli alti cori e a gloria gli erge.

42

Godiam fra noi, ben mio, gioie sì intiere,
E l’alta tua beltà, ch’è pur mia vita,
Sia vita ancor di tante armate schiere;
Dalli tu forza e ’l lor ardire aita.
Andran mercé de’ tuoi begli occhi altere
Contra il fellon che i nostri imperi irrita,
E le tante vittorie e i gran trofei
Saran, Martilla, tuoi non men che miei.

43

E se mi vanterò che Persi e Mori
In guerra vinsi et Arabi et Iberi,
E tu spiegando i tuoi più begli honori
Trionferai del Re di tanti imperi,
Qual maggior gloria di felici amori
Che il farsi i Re soggetti e prigionieri?
Chi d’un tal vincitor vittrice sia,
Che sarà appo la sua la gloria mia?

44

Queste sono altre gratie, altre bellezze
Che quelle che in un viso han fral lavoro.
Queste sono altre pompe, altre grandezze
Che a vari fregi ir disponendo l’oro;
Di diletti e di gioie altre dolcezze
Che dir: “Mia vita, ecco nel sen ti moro.”
Chi de lo specchio sta d’honor rivolto
Di forme Dive quasi gode il volto.

45

Però, dolce mio ben, che i lumi amati
Or di pietate adorni, or armi d’ira,
Se m’inspirasti già co’ rai beati
Spirti d’Amore, or di valor gli inspira.
Valor d’Amor forza darà agli armati:
Molto può, nulla teme, al tutto aspira.
Deh, in tua virtù si vinca, e Amor dimostri
Ancor le glorie sue ne’ trofei nostri.»

46

Mentr’ei così ragiona il volto tinge
Di nobil ira e d’animoso sdegno,
Ma costei d’un bell’ostro il suo dipinge
E l’animo rinforza al suo disegno.
Or con dolci ire il cor gli assale e stringe,
Or di bramare e in un languir fa segno;
E per meglio spezzar quel duro core,
Sta di gratia attegiata e di dolore.

47

Qual cauto cacciator, che non sol reti,
Ma tutte l’arti usa a ingannar gli augelli,
Gli aguati cela, e va con passi cheti
A le siepi, a le macchie, a gli arboscelli,
E mentre volan folleggiando lieti,
Fa cader ne le insidie or questi or quelli;
Tal costei varia l’arti, e con diletti
Vari predar di lui tenta gli affetti.

48

Quinci di dolci inviti un laccio tende,
Quindi di sdegno in lui le posse impiega;
Qua con visco di gratie accorta il prende,
Le reti là del crin vezzosa spiega;
Or con l’armi del riso al varco attende,
Or l’arco de’ begli occhi in ver lui piega.
E poi per stringer forte il cor feroce,
Con più soavità scioglie la voce.

49

E dice: «Chi serrar può in spatio breve
Amor e terminar sue fiamme vive,
Sí ch’, ami quanto ei vuol, non li sia greve
Che il volto amato del suo bello il prive,
Ché il core a suo piacer può haver di neve,‒
A suo piacer le voglie anco havrà schive
E non saprà già mai che si sia doglia,
Ché arderà, gelarà sempre a sua voglia.

50

Ma sforzata, ah, che ardo io! Deh, s’Amor tenta
D’arder lo gel, non ch’huomini e che Dei,
Qual meraviglia è ch’alte fiamme io senta
S’io esca son, tu la mia fiamma sei?
Fiamma che a gentil cor ratta s’aventa
Al cor mi corse, arse gli affetti miei.
Se troppo accesi son, che far posso io?
Oppormi forse e trionfar d’un Dio?

51

Non può tenero core. Amor sdegnoso,
Al cui potere ogni poter è poco,
Fa se ressisto, oimè, più d’amoroso
E soave desio, che l’alma in foco.
Desio sai tu di che. Dirlo io non oso
(Sai che desia chi sta d’Amor nel foco),
Ma il debbo dir: di vagheggiarti sempre,
Acciò al tuo bello il mio dolor si tempre.

52

Quel volto vagheggiar vorrei gradito
Che consolar può la mia pena dura;
Vicina sovra il labro tuo fiorito
Notrir co’ baci miei la dolce arsura;
Da presso, anzi a te unita e tu a me unito,
Far che due cori in un veggia Natura.
Ma, lingua, non scovrir tutti i pensieri,
Se vili son d’Amor questi piaceri.

53

Sien vili. Ecco li taccio. Indegno drudo
Sia quel ch’habbia d’Amor dolce vaghezza.
Sia viltà un seno vagheggiare ignudo
E si debba aborrir gratia e bellezza.
Ma almen non mi vuoi dir come fai, crudo,
A sprezzar quel piacer ch’ogn’un sì apprezza?
E come fatte sien le gioie strane
Che son più care all’or che più lontane?

54

Donna non sia che più gli amanti inviti,
S’è ver che da lontan più il piacer cresce.
Ma i baci già bramati, or non graditi,
Han mutata natura? e ’l ben rincresce?
Forse Amor più non vuol gli amanti uniti?
O meglio da lontan gli accoppia e mesce?
O pur, cercando ogn’un diversa parte,
Mandar si ponno i lor desiri in carte?

55

Credei che di un bel guardo i raggi amati,
Girati verso il cor soavemente,
Potesser far felici e amanti e amati,
E l’una trasportar ne l’altra mente.
Se non è, se lontan son più beati,
Se co ’l fuggir si ponno unir sovente,
Non sia il fuggito più beato almeno
Che quel che giace a la sua donna in seno.

56

Deh, se tai fole anco a’ fanciulli conti
Potran tener le risa o frenar l’ira?
Ma dirai tu che copre i mari e i monti
Specchio d’honor dove ciascun si mira?
Ch’ogni amante da lungi ivi s’affronti?
Che i più lontani a maggior gioia tira?
Ah, se tanto il tuo vetro oltre si spande,
Perché non vidi io mai specchio sì grande?

57

Non t’arrossar, so ben che trovar tenti
Novelle perché d’altro ti compiaci.
Ma se d’Amor più il bel desio non senti,
Se d’Amor schivi dolci or guerre or paci,
Se fuggi i pregi miei, sprezzi i lamenti,
Se aborri i vezzi, se rifiuti i baci,
Se quasi sien viltà le gioie sdegni,
Confessa almen che in te l’amor non regni.

58

Colui che di sé stesso ha il sommo impero
E quinci e quindi a varie imprese intende,
S’è amante, è almen da scherzo. Amante vero
Dal cenno sol del suo signor dipende,
Prezza un bel viso più che un mondo intiero,
Gode a le fiamme e di sua man le accende.
Non finger più d’amante e nome e merto:
Tu non poi più ingannar chi t’ha scoverto.

59

Io t’ho scoverto, e non andrò più ardita
D’haver beltà che a grande amante piaccia.
Dispreggiarò me stessa e la mia vita,
Poi che chi vita è mia da sé mi scaccia.
Che mi vanti di glorie? Una schernita
Così da te non de’ più alzar la faccia,
O sol vantarsi in così acerba sorte
Ch’ella cotanto amò chi le diè morte.

60

Queste le glorie sien di donna presa
Con sì belle lusinghe e fatta ancella;
Mentre ti glorij d’una tanta impresa,
Altra non so narrar gloria più bella.
Che accenni? Forse vuoi che donna offesa
O parli dolce o freni la favella?
Non può dolce parlar chi tosco ha in core,
Né tacer lingua che per doglia more.

61

Forza è parlar così; legge è crudele
Troppo a chi muor vietarsi anco il parlare.
Se vuoi chi il foco ha in seno il foco cele,
Tu chiedi cosa altrui che non può fare.
Ma se t’offendon sì le mie querele,
Che indugi più? Tuoi son la terra e ’l mare;
Per tutto sei Signor dove tu vai;
A che fermarti ove si traggon guai?»

62

Così dice piangendo e ’l pianto beve,
Mentre fede a far vien de’ suoi dolori.
E qual suole al cader di bianca neve
Piaggia tutti imbianchir suoi bei colori,
Tal le gote amorose al dolor greve
Su le rose smaltâr vaghi pallori.
Cresce il pallor, ma tal, che par che mostri
Di voler vincer di bellezza gli ostri.

63

Mentre Martille così langue e tace,
Ei la man porge, et ella a dir riprende:
«Crudo guerrier minacci e chiedi pace.
Che fa la man? Deh, la ricusa o prende?
Come fo guerra a quel che sì mi piace?
Come do pace a quel che sì m’offende?
Sia ciò che vuoi: da ancella che s’atterra
Qual più t’aggrada eleggi, o pace o guerra.»

64

Così in dicendo ancor, sovra un bel letto
Cader si lascia d’odorate rose
E ’l velo nel cader scioglie dal petto
E tenta in lui svegliar voglie amorose.
E, vinta dal desire e dal diletto,
Da gli occhi balenò faci vezzose
E dal letto fiorito il bel cinabro
Porger parea del più fiorito labro.

65

Ma schiffa Eraclio il bacio e le dolcezze,
Soavi insidie d’un ignudo seno.
A la mensa d’Amor le labra avezze
Già san ch’ogni dolcezza ha il suo veleno.
Or ella, che il tesor di sue bellezze
Non gradir vede né mirarle almeno,
Retrosa accoglie il labro e ’l sen ricopre
E vuol provar quel che la fuga adopre.

66

Fugge, ma pur l’alletta, e allettatrici
Due luci sono in sua beltà mortali;
Fugge, ma il piaga, e gli occhi son felici
Armi d’amor contra di lui fatali.
Tal saggittario Parto anco i nemici
Piagò fuggendo con furtivi strali.
Mentre in sua fuga par di gratie avara,
Ei sente al cor far violenza cara.

67

Una dolce vaghezza, un desio ardente
A lei se ’l tira, et un soave affetto.
Ma pur forza maggior spinge la mente
Grande a seguir più glorioso oggetto.
Tal co ’l suo moto il Sol va in Oriente,
Ma dal contrario in ver l’Occaso è astretto.
Or che de’ far con tai duo sproni al core?
Correr d’Amore od il sentier d’honore?

68

Dura guerra d’un cor dove animosi
Trattino Amor e Honor di sommo impero!
Quel con gli strali suoi vien che tutto osi
Contra i cori, or sdegnoso or lusinghiero;
Questi con lodi e con trofei pomposi
Glorie promette e ogni altro ben più vero.
Vince ecco Honor. Con quai dolori e quanti
Lasciò Eraclio costei diteci, amanti.

69

Solo il sapete voi. Chi può capire
Fiamme infinite in cor ch’ha spatio breve,
Per miracol d’Amor può in breve dire
Infinito dolor quanto sia greve.
Ma Eraclio e può soffrirlo e può partire;
Brama d’honor rende ogni doglia lieve;
Arde, ma in forte cor sono gli amori
Quasi respiri a’ gravi suoi sudori.

70

Va fra Duci e guerrieri, e tratta come
Haver possa vittoria in tanta guerra;
E vole genti vinte e genti dome
Veder fra quanto l’Ocean riserra,
Stendere i fatti e far che corra il nome
Sì, che sia il suo confin fuor de la terra.
Ciò in core havea quando d’inver l’Eoo
Ecco inchinarlo il Prencipe Siroo.

71

Toglie questi dal crin le avvolte bende
E cinto vien da pochi amici intorno,
E grave e lieto in verso il Soglio ascende
Ove sta Eraclio di sé stesso adorno.
Con mani Eraclio la sua destra prende
E li prega dal ciel felice giorno,
E de le note ingiurie a lui promette
In padre ingiusto giuste oprar vendette.

72

Humil Siroo all’or dice: «O sire invitto,
L’esiglio a me non è che doglia apporte.
Godo anzi per la Croce esser più afflitto:
Qual può haver peccator più amica sorte?
Ch’io perda il regno se nel ciel sta scritto,
È nulla a chi per me sostenne morte,
E che fora il donar mia frale vita
A chi per me pagò pena infinita?

73

Pur s’avverrà che la tua eccelsa spada
Si degni vendicando alzarmi al regno,
Ch’altro poss’io che quel che sol t’aggrada,
Render in cambio a te di Cristo il legno?»
Eraclio gode, e par che altero vada
De l’alta offerta, e lei gradir fa segno;
Et offre, vinto ch’habbia il padre audace,
A lui Re il regno, al regno dar la pace;

74

E pensa che non possa Cosdra e Inferno
Del Romano valor fermare il volo
E che il suo volo habbia chi opponsi a scherno
E basti a le vittorie il nome solo.
Ciò discorrea nel suo pensiero interno,
Tenendo a vile Persi, Arabi, stuolo
D’Eroi, di Re, di mostri. Forza in terra
Non val contra chi fa sì giusta guerra.

TAVOLA DEGLI EMENDAMENTI APPORTATI

4, h. Darle Darli (cfr. 42, d. etc.)
5, d. Aspetto aspetta
5, h. Sensi sen si
8, b. Da de
8, c. Armonie armonia
11, g. Collura coltura
17, f. 1 Bocra bocca
17, f. 2 Lanoro lavoro
21, f. La le
25, b. amari pianti amaro pianto (ratione metri)
32, a. Penne pene
32, h. Con sentimento Consentimento
37, g. Te me
40, c. Amore Amor (ratione metri)
43, g. Vittorie vittrice (cfr. errata corrige)
43, h. appo sua appo la sua (cfr. errata corrige)
46, g. Sprezzar spezzar
48, f. Larco l’arco
51, f. 1 Chi che
51, f. 2 a’ d’ (cfr. errata corrige)
52, d. Arscura arsura
56, e. Lunghi lungi
62, d. Imbiamchir imbianchir
63, g. Attera atterra (scil. e ratione metri)
67, b. Suoave soave
69, b. Sofferirlo soffrirlo (ratione metri)
70, c. Volge vole
70, f. Al il
72, a. Inuito invitto (scil. e ratione metri)
72, c. Anni anzi (cfr. errata corrige)

L’ottava 39 è erroneamente numerata 38.

COMMENTO

24: i: È l’alba quando Martilla si leva per sedurre Eraclio e stornarlo così dalla gesta (1-2). ii: Sceglie all’uopo un luogo delizioso (3-13), e iii: forte delle sue grazie (14-20) iv: affascina il sovrano (21-27).
25: Questi riesce tuttavia a riscuotersi (28) e,
26: nonostante i rinnovati artifizî di lei e l’asprezza della rinuncia (29-32),
27: esorta Martilla a meglio amarlo, secondo onore e valore (33-45).
28: La donna (46-48) replica con querele (49-52), obiezioni (50-56), rinfaccî (57-61) ed illecebre (62-64),
29: ma Eraclio si ritrae da lei (65),
30: benché dovendo fare forza a sé stesso (66-69).
31: i: Voltosi alla spedizione, il sovrano è inchinato dal pio convertito Siroo (70-72), ii: e a lui promette di risarcirlo dei torti inflittigli dal padre Cosdra (73-74).

Agli esperti e ai settatori del Boris Godunov di Musorgskij è familiare la dizione di “atto polacco” (il terzo dei quattro, giusto ambientato nel castello di Sandomir) per designare quella porzione del dramma (inscenante le mene dell’ambiziosa e fascinosa Marina per irretire lo zarevič Dmitrij) che, inserita après coup nella partitura, a taluno è apparsa tanto necessaria al codificato gradimento dell’epoca quanto estranea (come dilettevole evasione) alla genuina estetica dell’autore e superflua (come impertinente time-lag) nell’effettiva economia dell’opera. Parlerei, dunque, del quinto canto dell’Eracleide come d’una sorta di “atto polacco”, in cui (con l’eccezione di 31:, in coda) l’appello alla classe tematica dell’amore ed al suo indotto rappresenta un mezzo di divago per il lettore, con tutti i vantaggî – distensione da allentamento – e gl’inconvenienti – tedio da indugio – del caso, perché, se è pur vero che Zinano si studia di animare il decorso del capitolo (tendenzialmente, più descrittivo – la bellezza di Martilla – ed effusivo – la passione di Eraclio – che narrativo), avvalendosi di un elementare e ribadito stop and go di impulsi e reazioni:

A. Martilla, grazie alla sua maliosa venustà, tenta Eraclio, mirando a distoglierlo dal santo proposito

B. Eraclio, grazie alla sua salda volontà, resiste a Martilla, confermandosi nell’intento della gloriosa impresa,

A. 24:iv: 26: 28:
B. 25: 27: 29:

resta innegabile che proprio questo avvicendarsi di sterzate e questo andirivieni dell’intreccio equivalgono a un pari e patta (e quindi a poco più che un azzeramento) del progresso dei fatti. Come la si vuol mettere la si metta, ma il quinto canto risulta (a conti fatti, e quasi per intero) il più omissibile – se non il più negligibile – del poema, oltre che appunto il più breve.

Dopo quello che abbiamo sin qui detto, non dovrà esser cagione di stupore constatare che nella sezione in esame (dispensandovi dunque l’autore un ulteriore e diverso saggio della propria attitudine ad ammannire un racconto pur senza star raccontando a dovere) pullulano, abbondano e ridondano (tra cronografia [il monitorio diurno di 24:i:], topografia [l’asilo delizioso di 24:ii:] e prosopografia [la rassegna degli appeals di Martilla in 24:iii:]) le forme più istituzionali – epperò più collaudate e caratteristiche – di diegesi morosa o collassata (per pignolo dettagliamento) di contro a un’eventuale diegesi cursoria o veemente (per acuta selezione). Anche quindi al cospetto (tra 24:iv: e 29) di un oscillare dell’innesco della trama («L’eroe parte o non parte?»)3 e di un alternarsi delle voci degli antagonisti (l’amante [34-45] e l’amata [49-61]) i quali simulano (ma appunto non riescono a impedire di avvertire come assente e di lasciar vivamente desiderare, con un arrière-gout di insoddisfazione ad onta della copia dell’offerta) un racconto che procede a vele gonfie, il quinto canto consiste di fatto in una protratta catalisi (o – se più piace – in un’oculata amministrazione del ritardo), fra (1.) il digredire della parte iniziale (pur rispettoso – come ecfrastico – dell’unità di tempo) e (2.) l’iterare della parte centrale (pur mascherato – come dialogico – da mobile dibattito).

(1.) In 24:ii: ci troviamo senz’altro in presenza di un τόπος fra i più insigni e cristallizzati, eppure il Nostro, benché certo non intenda di riformarlo, lo aggiusta e rimodella in ragione del suo ufficio (sostenere una seduzione), e così lo muta da applicativo (cioè conforme a razionali precetti tràditi) in inventivo (cioè corrispondente4 ad un sensuoso gusto d’epoca). È perfino vistoso, difatti, quanto nell’ideazione del locus amoenus in testa al canto conti l’amore per la tenue minuzia. È esso proprio che, da una parte (in nome di quella pur classica poetica della leptologia la quale ottiene infine di trasformare il descrittivismo in descrizionismo)5, sublima il paesaggio da fenomenico in immaginario e, dall’altra (appunto per l’oltranza delle sue capziose particolarità), lo rende, da ideale, pittoresco6, giusto alla stregua di certa pittura del Seicento, bensì affondata nel terreno del peculiare classicismo del tempo7, però anche incline a specializzarlo in direzione del bizzarro e dell’arguto8.

Si delibi, verbigrazia, questa incantevole diatiposi aquatica9 (di registro pescatorio anziché boschereccio, e comunque di maniera fiamminga)10, coi suoi anfratti livelli tragitti, via via visitati solcati percorsi:

Ma chi ne l’acqua poi fissa le ciglia
Varia scorge guizzar muta famiglia. (8, g.-h.)

Varie son l’acque. Fra minuti sassi
Altra si frange tra percosse mille;
SParge altra ruinando in luochi bAssI
Suoi diSPersi cristAllI in rotte stille.
V’hA chI movendo in cupi fondi i passi
Fa chiaro SPecchio altrui d’onde tranquille;
V’è chi cortese va co ’l moto errante
A portar l’onde fresche a l’arse piante. (9)

Si osservi, indi, il trattamento di uno stereotipo paesistico quale il paragone tra arte e natura, dapprima annunciato neutramente:

Fra begli ombrosi colli un giardin siede
Cui madre la Natura e mastra è l’Arte, (4, a.-b.)

dipoi risolto in una vittoria della seconda sulla prima, e non già perché l’arte, nell’imitare la natura, la corregga e la perfezioni, sì perché, anzi, sa riprodurla nella sua nativa rusticità11:

Alcuna grotta v’ha che da man saggia
Con l’arti ascose sue Natura impresse
Con rozzo così bel, che l’arte ancella,
Quanto più imita lui, divien più bella. (10, e.-h.)

sicché il trionfo dell’artificio risiede nel suo dissimularsi entro il Natürliches:

Onde avvien che l’incolto e la coltura
Sien meraviglie or d’Arte or di Natura. (11, g.-h.)

e (ut demonstrandum erat) grande arte è nascondere l’arte:

Con un celato bel che altrui si porge. (11, d.)

Si veda, ancora, l’ingegnosa e delicata destrezza onde il poeta, al fisso e obbligato ingrediente degli uccelli (a. specificati come tali; b. vocali epperò armonici; c. volatili epperò aerei):

Ma la dolce armonia de’ vari augelli
Più dolcemente fa sonar le sponde.
Chi mira in aria vede questi e quelli
Scherzando rivolar tra fronde e fronde, (8, c.-f.)

affianca (di sorpresa eppur punto per punto) il coup sûr di tutt’altri animali (a. affatto indeterminati; b. privi di verso veruno; c. aggirantisi sul dorso della terra):

Sien selvaggi animali o pellegrini
Quegli onde son le belle parti piene,
Domestici ivi fatti e cittadini,
Chi dolce aspetta e chi chiamato viene.
V’è ancor chi fugge all’or che t’avvicini;
Pur nel fuggir vezzoso modo tiene,
E dopo un bel fuggire a un lieto invito
Torna, e in quel sen si corca ond’è fuggito. (5)

Si tratta di un serraglio (o di un pet-shop) che oserei definire amicabile. Mentre infatti i pennuti dell’idillio di tradizione sortiscon meglio ascoltabili che tangibili (e dunque il loro manifestarsi trastulla piuttosto che commuovere), le care bestiole di Zinano, còlte e scrutate nel loro giocoso scorrazzare da frugoli graziosamente («correr dolce bel fuggir – vezzoso modo») incapaci di requie («V’è ancor chi fugge all’or che t’avvicini / (…) / E dopo (…) / Torna (…)»; 5, e.-h.), si relazionano e si compenetrano affettuosamente con l’uomo, sempre obbedendo docili al suo cenno («chiamato viene»; 5, d.) e godendo alfine del suo tenero abbraccio («in quel sen si corca»; 5, h.), come appunto in un bioparco senza alcuna recinzione.

Né sbadata o corriva può dirsi la veste elocutoria che questo principio di canto adotta come consentanea ai proprî topics («Sembran specchiarsi»; 7, b.), se financo squisito e prezioso appare il modo in cui ne è fatto rilucere un lusso inenarrabile di chiasmi ad ogni ora variati: il primo, consegnato alla somma di una derivazione (isotonica) e di un’assonanza (omorganica):

e dopo un bel fuggìre a un lieto invito
tORnA, e in quel sen si cOReA ond’è fuggìto. (5, g.-h.)

il secondo, incastrato in una doppia epanadiplosi di dimostrativi:

E mentre scorron queste parti e quelle,
Rendon sì vaghi e quelli fiori e questi, (6, c.-d.)

il terzo e il quarto, orditi così da coniugare lo schema dello specchiamento e lo schema della desizione, perché l’uno combina simmetricamente due aggettivi sostantivati (AS) con due aggettivi attribuiti (AA), eppur si sigilla in un’epifora perfetta:

Con rozzo (AS) così bel (AA) […] (10, g.)

Con un celato (AA) bel (AS) […] (11, d.)

laddove l’altro esibisce una quaterna compartita in diagonale, ma la chiude altresì col serrame d’una rima arricchita e baciata:

Onde avvien che l’incolto (A) e la colTURA (B)

Sien meraviglie or de l’Arte (B) or di naTURA (A). (11, g.-h.)

(2.) In quanto sede di un lungo e fitto colloquio amoroso, il quinto canto prospetta di nuovo (dopo che essa già altre volte è venuta affiorando) la questione del grado e del senso in cui, nell’Eracleide, è fatto ricorso al linguaggio della lirica, e cioè all’idioma del petrarchismo12. Nell’occasione presente, quanto è doveroso discriminare almeno tra petrarchismo microtestuale (della lingua e dello stile) e petrarchismo macrotestuale (dell’ordinamento e della strutturazione)13, altrettanto è opportuno insistere piuttosto sulla distinzione tra poesia «solamente petrarcheggiante» e poesia «propriamente petrarchista»14, o – plus ultra – fra petrarchismo bembesco e petrarchismo post-tassiano. È quindi di una siffatta qualità di scrittura argentea che nel nostro canto ci avverrà di rinvenire tracce, tali dovendo essere giudicate delle occorrenze come la quasi letterale citazione di un sinatroismo passato in proverbio (ed appunto potuto poi rifiorire nel titolo di una moderna raccolta di liriche15):

fior’, frondi, herbe, ombre, antri, onde, aure soavi, (R.V.F., 303, 5.)

Fior, frondi, erbe, aure, antri, ombre, onde soavi. (12, f.)

o uno stico tergemino dove si avvincono correlazione diretta (A1 B1 – A2 B2 – A3 B3) e gradazione crescente (A1 < A2 < A3):

[Molto può,] [nulla teme,] [al tutto aspira.] (45, f.)

o un’edita metafora reciproca che aguzza e bene occulta nel suo seno un incrocio di membri figurali ed un altro di parti del discorso:

Che sembran così i fior (X) terrene stelle (Y)
Come le stelle (Y) ancor fiori (X) celesti;

Che sembran così i fior terrene (A) stelle (S)
Come le stelle ancor fiori (S) celesti (A); (6, e.-f.)

o manierismi precipuamente tasseschi quali la relativa al congiuntivo eventuale16:

Può ogni dolor scacciar che più l’aggravi; (12, d.)

Il celar quel ch’altri con gioia miri (22, g.)

e il distanziamento d’un epiteto di oscurità (che sembri amplificarne la suggestione)17:

Bosco ricerca ombroso (…) (3, c.)

A ben riflettere, con tutto ciò ci troviamo alle prese con quella Auflösung del lessico in sonorità autosignificante che di Tasso è sia conquista suprema (all’indomani del disputare cinquecentesco) sia inestimabile retaggio (sino almeno all’età dell’Arcadia). Ed allora i conti torneranno quando si sarà riconosciuto che lo Zinano del quinto canto ci suona talvolta (nelle accessioni all’eminentemente melodrammatico motivo dell’eroina derelitta e delusa)18 operistico in guisa eclatante.

Consideriamo il blocco di 27: + 28:, e anzitutto il prevalere in esso (34-45; 46-61) del regime del dialogo sul regime del racconto. Entro una costruzione complessiva che può essere stimata come la sequenza di due antipodi orazioni probatorie (la prima [37-40] argomentando in pro di un paradosso [degno amore è quello di chi si tiene lungi dalla persona diletta], la seconda [53-56] difendendo invece il senso comune [verace amore è quello di chi per nulla si discosta dall’oggetto bramato]), nitidamente scorgiamo profilarsi un pattern muliebre (la donna tradìta e querelosa) che d’un sùbito ci riporta a Rinuccini (l’Arianna del dramma per musica) e Marino (l’Arianna dell’idillio favoloso).

Ed ecco dunque (nell’alveo di un verso: «Son donzella ben io, ma son guerriera,» [IX, 103, a.], il quale, un po’ a rovescio, anticipa l’incipit d’una celebre arietta di Metastasio: «Son regina e sono amante,»19) lasciarsi sorprendere una tournure (l’interrogativa di costernazione):

Che mi vanti di glorie? Una schernita
Così da te non de’ più alzar la faccia, (59, e.-f.)

che chiunque abbia un tantino d’orecchio (e si guardi perciò di concordanze tanto tanghere da alfine fuorviare) immediatamente ricollega alla librettistica del Settecento:

Ch’io speri? Ma come?20

Ch’io parta? M’accheto,21

Ch’io mi scordi di te?22

Con la sua memorabile Martilla corrucciata in ismania:

Che accenni? Forse vuoi che donna offesa
O parli dolce o freni la favella?
Non può dolce parlar chi tosco ha in core,
Né tacer lingua che per doglia more. (60, e.-h.)

e rampognosa per gelosia:

Non t’arrossar, so ben che trovar tenti
Novelle perché d’altro ti compiaci.
Ma se d’Amor schivi dolci or guerre or paci,
Se fuggi i pregi miei, sprezzi i lamenti,
Se aborri i vezzi, se rifiuti i baci,
Se quasi sien viltà le gioie sdegni,
Confessa almen che in te l’amor non regni. (57)

Non finger più d’amante e nome e merto:
Tu non poi più ingannar chi t’ha scoverto. (58, g.-h.)

(nonché intesa ad andare convertendo contrapposti in dilemmi:

Come fo guerra a quel che sì mi piace?
Come do pace a quel che sì m’offende? [63, g.-h.]

e disgiunzioni:

Che fa la man? Deh, la ricusa o prende? [63, d.]

Qual più t’aggrada eleggi, o pace o guerra.» [63, h.]

e quindi il barocchismo delle antitesi in singhiozzi e sospiri vezzosetti:

Sien vili. Ecco li taccio. Indegno drudo
Sia quel ch’habbia d’Amor dolce vaghezza. [53, a.-b.]

Ma almen non mi vuoi dir come fai, crudo,
A sprezzar quel piacer che ogn’un sì apprezza? [53, e.-f.]

per rapporto a un Eraclio combattuto23

A verace pietà da un dolor finto. [25, h.]

se ne mescon di afforzati e fervescenti:

Sempre il lusinga più, più al sen lo stringe. [30, h.]

(…) l’arti divisa

Tutte e tutte usa (…) [33, g.-h.])

sia ascrivibile il rispettivo – e finissimo – simbolismo di onore e passione in contrasto nell’animo del sovrano.]

(31-32, 67-68)] al pari dei virtuosi di Trapassi), Zinano, allora, è come avesse in nuce già approntato24 quella sintesi di affetto e gorgheggio25 che di lì a un secolo, e ancor oltre, avrebbe entusiasmato tutta Europa. Si badi: non mi sogno di postulare un epigono del gran Torquato che preluda a Felice Romani, ma senz’altro mi trovo convinto – e assai mi piacerebbe convincere – che, se si ammette una direttrice melica e patetica la quale da Armida disperata mena dritta a Didone abbandonata, è in essa che più di un secentista (e quindi anche l’autore in parola) trova un pascolo a sé confacevole e aggredisce – o trasmette – prototipi.

Infine, proviamo a fuoruscire dagli stessi confini del canto. Esso spicca bensì tra gli altri per la sua natura di isolato e stagnante interludio, ma, come si fregia di qualche rinvio interno che ne sostanzia e sottolinea la centripeta coesione26, così attiva dei richiami foranei che lo pongono in dinamica e pregnante connessione con anteriori momenti della storia. Le due esordiali effemeridi di V (1) e III (1, a.-b.) fanno coppia (sebbene all’inverso: notturna questa, mattutina quella), perché entrambe avvian divisamenti scellerati, dolosi e nocevoli (10: e 24:i:). Del pari, il finale del canto (la divozione di Siroo [31:i:] ha per esito la sua – futura – restaurazione da parte di Eraclio [31:ii:]) si riattacca a un precedente passaggio (la divozione di Siroo [6:iii:] ha per esito il suo spodestamento da parte di Cosdra [6:iv:]), non fosse che, nelle due pericopi, un’identica causa (la santimonia del principe) produce effetti esattamente opposti, in quanto via via correlata a contesti in tutto diversi: bell’esempio, ed invero elegante, di quell’espediente narrativo27 onde uno spostamento da luogo a luogo induce una commutazione nel plot.

Il nesso tra principio causale (di effezione) e principio spaziale (di traslazione) quale si offre alla vista nel segmento conclusivo del quinto canto riveste il più grave rilievo, perché tocca uno degli essenziali nuclei (i. e. uno dei tratti separativi) dell’Eracleide in confronto alla Liberata. Mentre infatti, in quest’ultima, a una sorseggiatissima voluzione nel tempo – da catadromia ad anadromia –28 si conserta (quanto alla lizza dello scontro fra gli eserciti) una ferrea stabilità nel luogo (Gerusalemme: città santa, sito fatidico e teatro della vicenda)29, nella novatrice30 Eracleide (dove, non a caso, scoppio del conflitto e cominciamento della favola coincidono, in barba all’archetipo omerico dell’in media re) l’iniziativa bellica del giusto (volta a sconfiggere il nemico, epperò, per prima cosa, a raggiungerlo) si realizza in un trasferimento, cioè in un eradicante march to East. Adunque – e senza ambagi – il bene è a Occidente e il male è a Oriente, come pure convalidano, nel poema, tanto il previo trasloco da Est ad Ovest del convertito ed esiliato Siroo (II, 23-25), quanto l’opzione dell’iniquo Aumaro (47:i:), che, per meglio colpire il pio Eraclio, elegge, anziché di affrontarlo in Asia, di puntare sui suoi greci dominî in Occaso (IX, 108-113). E da un filoasburgico31 (e forsanco antiadriatico)32 della razza del nostro Zinano, c’era forse altro da attendersi?

  1. Gabriele Zinano narratore barocco. Lettura del Canto III dell’«Eracleide», Roma, Aracne, 2014; Ricezione di Tasso. Un esempio di epica del primo Seicento, in «Atti e Memorie dell’Arcadia», III, 2014, pp. 133-165; Come lavorava un epico del Seicento. Sul IV canto dell’«Eracleide» di Gabriele Zinano, i. c. s. su «Seicento & Settecento».
  2. Per l’«Eracleide» di Gabriele Zinano. Saggio di edizione e commento, Manziana, Vecchiarelli, 2012.
  3. Sul τόπος epico del dux in angustiis, cfr. C. Bologna, Alessandro e il Nodo di Gordio, in Nodi, Milano, Marcos y Marcos, 1996, pp. 184-185. Vd. et (oltre a P. Briant, Alessandro Magno, ed. it. Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1983, p. 63 e a P. Faure, Alessandro Magno, ed. it. Roma, Salerno Editrice, 1989, p. 86) N. G. L. Hammond, Alexander the Great. King, Commander and Statesman, London, Chatto & Windus, 1981, p. 88.
  4. Quali altresì – emblematicamente – i passionevoli perfugia obscura di più tardi fabulatori come Niccola Maria Salerno (Novelle, X, 3, vii) e Tommaso Gargallo (Engimo e Lucilla, ω, 1.-9.).
  5. Cfr. A. VISCARDI, Marinismo, in Dizionario letterario Bompiani delle opere e dei personaggi di tutti i tempi e di tutte le letterature, vol. I, Milano, Bompiani, 1947, p. 143, col. 1.
  6. Cfr. E. RAIMONDI, Di alcuni aspetti del classicismo nella letteratura italiana del Seicento, in Il mito del classicismo nel Seicento, Messina-Firenze, D’Anna, 1964, p. 261.
  7. Cfr. C. GNUDI, Saggio introduttivo, in L’ideale classico del Seicento in Italia e la pittura di paesaggio. Catalogo della mostra, Bologna, Alfa, 1962, p. 12 e C. L. RAGGHIANTI, Classicismo e paesaggio nel Seicento, in «Critica d’arte», X, 1963, 1, p. 25.
  8. Vd. Domenichino. Catalogo della mostra, Milano, Electa, 1996, p. 163, col. 2 (e cfr. Guercino (1591-1666). Capolavori da Cento e da Roma. Catalogo della mostra, Firenze-Milano, Giunti, 2011, p. 161).
  9. Un sicuro (ma noto al Nostro?) antefatto ne è da ravvisare nell’idrografo e ittiologo Ausonio della Mosella (55. sgg.). In materia, imprescindibile è l’additamento di G. ORELLI, L’ottava dei pesci, in ID., La qualità del senso. Dante, Ariosto e Leopardi, Bellinzona, Casagrande, 2012, pp. 55-65.
  10. Vd. A. RUFFINO, Nebbie edificate in mondi. Note su Iacopo Lubrano, in «Critica letteraria», XXXI, 2003, 2, p. 365 (e cfr. G. PONSIGLIONE, Tradizione e innovazione nella lirica satirico-giocosa di Pier Salvetti, in «Studi secenteschi», XLVII, 2006, p. 143).
  11. Il secondo emistichio («sassose asprezze») in 11, c. («Né men sanno invaghir sassose asprezze») merita di essere riguardato e ricordato come fedele formula chimica della migliore rocaille barocca.
  12. Ma anche del Dante “amatorio” di Inf., V, 100. («Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,») il Nostro mostra di sapersi giovare («Fiamma che a gentil cor ratta s’aventa»; 50, e.).
  13. Cfr. (oltre a G. RABONI, Tra manierismo e barocco, in Sul Tesin piantàro i tuoi laureti. Poesia e vita letteraria nella Lombardia spagnola (1535-1706). Catalogo della mostra, Pavia, Cardano, 2002, p. 166 e a S. BARELLI, Introduzione a G. PRETI, Rime, a cura di Id., Roma-Padova, Antenore, 2006, p. XVIII) S. ALBONICO, Ordine e numero. Studi sul libro di poesia e le raccolte poetiche nel Cinquecento, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2006, p. 13 e A. RONCACCIA, Il metodo critico di Ludovico Castelvetro, Roma, Bulzoni, 2006, p. 232.
  14. M. SANTAGATA, I due cominciamenti della lirica italiana, Pisa, ETS, 2006, p. 91. Più in generale, cfr. A. GRANESE, L’aquila e il poeta. Ricerche e studi di letteratura italiana, Salerno, Edisud, 1991, pp. 34-36; V. RODA, Homo duplex. Scomposizione dell’io nella letteratura italiana moderna, Bologna, Il Mulino, 1991, p. 151, n. 3; W. SPAGGIARI, In mezzo a’ lumi de’ Gonzaghi heroi. Note e ricerche di letteratura moderna, Catanzaro, Pullani, 1993, p. 87.
  15. A. MARTINI, Fior’, frondi, herbe. Con un disegno di Hilde Fieguth, Lugano, Bernasconi, 1996.
  16. Cfr. D. COLUSSI, Costanti e varianti del Tasso lirico. Il manoscritto Chigiano L VIII 302, Roma, Aracne, 2009, pp. 127-128 e L. TROTTI, Torquato Tasso tra gioventù, maturità e parvenze anacreontiche. Commento alla canzone «Amor, tu vedi, e non hai duolo o sdegno», in «Versants», 2011, (58, 2), p. 228.
  17. Sul tipo di: «(…) il suo vago/ con ciascuna di lor notturno viene;» (Lib., XIII, 4, a.-b.), giustappunto rivivente in un Pascoli: «(…) un sogno che notturno arse (…)» (Digitale purpurea, III, 14.).
  18. Cfr. D. Chiodo, Il soprano Armida, in «Studi tassiani», XL-XLI, 1992-1993, p. 179.
  19. Didone, i, 5, 79.
  20. P. Metastasio, Issipile, iii, 5, 5.
  21. P. METASTASIO, Zenobia, i, 6, 33.
  22. G. VARESCO?, Recitativo KV 505, 1.
  23. Non escludo che al duplice sembiante assunto dal chiasmo nel canto (poiché ad alcuni basici e stativi:

    Fa uscir le rose dove i gigli aprio. [19, h.

  24. Con, appunto, promettenti efflorescenze di belcanto in re lacrimabili: «il seno allaga di più amArO piAntO;/ par che al pArtIr di lui voglia morire/ e già di duol pArlI morire a canto». (25, b.-d.).
  25. Cfr. (oltre a C. MAEDER, Metastasio, l’«Olimpiade» e l’opera del Settecento, Bologna, Il Mulino, 1993, p. 57 e a R. MELLACE, L’«Achille in Sciro» di Pietro Metastasio, in «Studi italiani», VII, 1995, p. 75) P. GALLARATI, Musica e maschera. il libretto italiano del Settecento, Torino, EDT / musica, 1984, pp. 26-27; D. GOLDIN, La vera fenice. Librettisti e libretti tra Sette e Ottocento, Torino, Einaudi, 1985, p. 7; Libretti d’opera italiani dal Seicento al Novecento, a cura di G. Gronda e P. Fabbri, Milano, Mondadori, 1997, pp. LXI-LXII.
  26. Le dicerie di Eraclio e Martilla sono ambedue introdotte (33; 47) da similitudini zoografiche: del cane (schizzo etologico da naturalista) e dell’uccellatore (favola venatoria da novelliere).
  27. Che riconosco funzionare in una fiaba di Andersen (Hyrdinden og Skorstensfeieren), dove è proprio la spaziale esperienza della vastità, frammezzo a quella della ristrettezza, a cangiare il ruolo della guida, da liberativo (perché permette di uscire) a salvifico (perché consente di rientrare); o nel bellissimo O roubo da Quinta das Vinhas di Pessoa, nel quale il ribaltarsi dello status di Claro da origine a termine della medesima azione (cioè da soccorrevole promotore di un’indagine – in quanto intercede per un sospettato – a sospettato egli stesso – in quanto incauto promotore dell’indagine –) è sottilmente demarcato dal transito (suo e dell’inquirente) dal chiuso all’aperto di Lisbona.
  28. Cfr. G. P. MARAGONI, L’onda e la spira. Saggio di ricerca sull’artificio anacronico nel «Conquisto di Granata» di Girolamo Graziani, Roma, Bulzoni, 1989, pp. 15-16.
  29. Cfr. G. GETTO, Nel mondo della «Gerusalemme», Roma, Bonacci, 1977 (19681), pp. 217-219 e S. CIPRIANI, Gerusalemme nella tradizione biblica e nella visione del Tasso, Riass. dattil. della relazione omonima al Convegno sul tema: L’ultimo Tasso e la cultura napoletana (Napoli-Caserta-Sorrento, 23-27 ottobre 1996).
  30. Sull’esemplarità quale concepita e fruita dai barocchi, vd. D. DEL PESCO-A. HOPKINS, La città del Seicento, Roma-Bari, Laterza, 2014, p. 6 ( e cfr. G. LABROT, Roma ‘caput mundi’. L’immagine barocca della città santa. 1534-1677, ed. it. Napoli, Electa Napoli, 1997, pp. 154 e 176; N. MARCONI, Edificando Roma Barocca. Macchine, apparati, maestranze e cantieri tra XVI e XVII secolo, Città di Castello, Edimond, 2004, pp. 8-9; J. CONNORS, Alleanze e inimicizie. L’urbanistica di Roma barocca, ed. it. Roma-Bari, Laterza, 2005, pp. 16-20).
  31. Cfr. U. ONORATI, Gabriele Zinano, Signore di Bellay. Un trattatista della ragion di Stato e intellettuale della Controriforma reggiano, in «Contributi», IX, 1985, 2, pp. 9-10.
  32. Ferme e illuminanti, su ciò, le indicazioni di C. DIONISOTTI, Amadigi e Rinaldo a Venezia, in La ragione e l’arte. Torquato Tasso e la Repubblica Veneta. Catalogo della mostra, Venezia, Marsilio, 1995, pp. 22-25. Dello stesso Dionisotti si vd. anche La guerra d’Oriente nella letteratura veneziana del Cinquecento, in ID., Geografia e storia della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 1967, pp. 214 e 220 (oltre a Lepanto nella cultura italiana del tempo, in «Lettere Italiane», XXIII, 1971, 4, pp. 474 e 477, cui si sono ultimamente uniti M. LEFÈVRE, Immaginario e ideologia apocalittica nelle rime per la battaglia di Lepanto. Poeti italiani e spagnoli, in Apocalissi e letteratura, a cura di I. De Michelis, Roma, Bulzoni, 2005, pp. 97-123 e C. GIBELLINI, L’immagine di Lepanto. La celebrazione della vittoria nella letteratura e nell’arte veneziana, Venezia, Marsilio, 2008).
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