A dieci anni dalla scomparsa di un Maestro: le “Poesie” di Mario Scotti

Autore di Maria Panetta

Negli ultimi anni della nostra frequentazione quindicennale, acquisita ormai una certa confidenza di Maestro con la propria allieva (che non gli impedì di darmi elegantemente del “Lei” fino alla fine), Mario Scotti prese a leggere anche a me alcuni dei propri versi: ricordo bene la sensazione di essere una privilegiata, sapendo che tale dono veniva riservato solo ai famigliari e a pochi amici di lunga data.

Ricordo bene anche un altro particolare: da vero signore qual era, ogni volta, per schermirsi dall’imbarazzo di complimenti che pure sapeva meritati, mi ripeteva con risolutezza che quei versi, di certo, non li avrebbe pubblicati mai.

Per questo motivo, fui in un primo tempo molto sorpresa di apprendere che, di queste sue poesie di una vita, era stato fatto un volume, che – peraltro ˗ oggi è all’ennesima ristampa1; ma, ripensandoci, sempre mi venivano in mente il suo sorriso sornione e l’eleganza della sua modestia. Per cui, conoscendo bene l’unità del suo nucleo famigliare, in cui anch’io spesso mi sentivo accolta come un’altra figlia o una sorella, e la schiettezza autentica dei rapporti che intratteneva con moglie e figlie, ero certa che quella fosse una decisione che, in qualche modo, avevano preso tutti insieme prima che lui se ne andasse, in quell’ormai lontano aprile di dieci anni fa.

Confesso che per anni non sono riuscita ad aprire questo volume: troppo forte era il timore d’imbattermi in una di quelle liriche di cui mi aveva reso spontaneamente partecipe, in uno dei lunghi pomeriggi in cui andavo a trovarlo, quasi sempre di sabato, e chiacchieravamo per ore nella bella casa di Via Arno, piena di libri e di librerie affollate di volumi.

L’evento di oggi2 mi ha indotto a riprendere in mano la raccolta, che ho ritrovato facilmente in una delle librerie di casa, per averla posta su uno scaffale ben preciso e non confondibile, dove è rimasta custodita per otto anni.

La bella Presentazione al volume del suo amico Arnaldo Di Benedetto, densa e circostanziata, lo ritrae giustamente come erudito dall’inusuale ampiezza di sguardo, come rigoroso e infaticabile filologo, come alacre promotore di cultura e di preziose intraprese editoriali. E insieme, dal punto di vista umano ˗ che in lui è inscindibile da quello dello studioso ˗, come persona intellettualmente onesta, rigorosa, fedele e disinteressata negli affetti, animata da uno sfaccettato e vivo senso di religiosità.

La convinzione del Di Benedetto che per lui la poesia fosse «una forma d’amore per la vita»3 trova conferma anche nella mia esperienza di allieva, cui spesso, oltre che utili spunti di riflessione e preziose indicazioni di approfondimento, oltre che suggestioni culturali e morali, dispensava anche qualche saggio consiglio paterno di vita vissuta; al riguardo, ricordo bene una conversazione molto ispirata su Dante a conclusione della quale – testuali parole – mi suggerì: «Maria, bisogna amare la poesia come si ama la donna o l’uomo della propria vita», frase che allora mi colpì moltissimo e che non ho mai dimenticato, sia per la potente sostanza del messaggio sia per l’intensa serietà con la quale venne pronunciata, quasi come fosse un monito. E sapevo bene che cosa intendesse Scotti per “amare la donna della propria vita”, conoscendo la mirabile solidità e la profonda purezza del sentimento che lo legava alla sua sposa e compagna di vita Stefania.

Sì, come ricorda Di Benedetto, Scotti escludeva che potesse «esistere una civiltà o Kultur senza poesia»4; e dirò di più: assegnava alla Poesia, intesa alla crociana maniera, non il ruolo appassionato ma incostante dell’amante, ma quello di condivisione del quotidiano, nelle gioie e nei dolori, della consorte. Un mondo senza Poesia per Scotti non è immaginabile: sarebbe il regno della barbarie assoluta e senza limite, che non può esistere.

Riprendendo in  mano questo volume, ne ho voluto, prima di tutto, fare una rilettura integrale senza soste, evitando di scendere nel dettaglio del singolo componimento: ed è sopraggiunta una sensazione per me sorprendente. Mi è parso, leggendo i suoi versi in sequenza, di riascoltare la sua voce piena risuonare per due o tre ore di fila nell’affollata Aula 1 della Facoltà di Lettere e filosofia della “Sapienza”, tornando indietro di più di vent’anni. Il ricordo può apparire peregrino, ma in realtà non lo è, perché chi lo conosceva bene sa altrettanto bene come riuscisse, parlando a braccio, a proseguire per minuti e minuti senza un attimo di sosta e senza un’incertezza nella costruzione del pensiero espresso a voce. Questa sua dote davvero rara, per prima, riconosco nel leggere i suoi versi, che hanno tutti un ritmo mosso e insieme costante: senza scossoni, senza vuoti, senza sbalzi di tono, senza aritmie.

Ricordo con quale sorriso ironico affettuosamente canzonasse i giovani che ritengono di essere poeti nelle proprie effusioni liriche improntate al sentimentalismo e alla veemenza. Per lui – foscolianamente, crocianamente – la poesia non può che scaturire dal labor limae e, più è riuscita, meno si avverte l’impegno del genio poetico che l’ha partorita pur con grave e grande travaglio.

Mi pare, dunque, che la prima impressione che le sue liriche possano fare al lettore anche non esperto è proprio questa: quella di un fiume che scorra con una certa portata consistente e dunque veemente, ma che, nel contrasto delle correnti sotterranee, mantenga comunque una voce di fondo argentina e mai cupa, mai roboante, mai sgraziata o mal modulata. Lo stesso effetto che faceva la sua voce durante le lezioni.

Ripensando a quelle ore di rapimento estatico della folla di studenti stipata nell’Aula, mi tornano in mente i noti versi di Dante:

Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento
e messi in un vasel, ch’ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio (…)

Di quello si trattava: d’“incantamento”. Per cui duecento persone, sedute anche per terra sulle scale per mancanza di posti liberi, improvvisamente all’unisono smettevano di mormorare e di rivolgersi frasi e commenti, e iniziavano a seguirlo in religioso silenzio – chi prendendo appunti chi ascoltando solo -, facendosi guidare come da un pifferaio magico sull’orlo di qualsiasi abisso, di qualsiasi vertigine di significato.

La magia delle sue lezioni consisteva proprio in questo: nel loro essere pregne di nozioni, di stimoli culturali, di sollecitazioni intellettuali, di Senso, e allo stesso tempo capaci di innescare una vera e propria emozione cerebrale nell’ascoltare una prosa tanto sorvegliata, ritmicamente vivace e al tempo stesso fonicamente suadente.

Quella stessa magia mi pare di ritrovare leggendo i suoi versi e immergendomi nelle atmosfere sospese, nei quadri di vita, negli interni intimi di luce soffusa, tra gli stati d’animo malinconici di rimpianto per possibilità svanite, di tristezza per il trascorrere degli anni, di nostalgia per ambienti, persone, sensazioni del tempo passato che più non ritornano.

Anche il tema della morte, per lui studioso accorto e fine del Seicento e del barocco, è attraente e degno di attenzione: sia nel ricordo dei cari estinti sia nella rievocazione della sensazione paralizzante dei vivi, che restano a rimpiangere la presenza di coloro che amavano, talora avvertendo una netta cesura tra il prima e il poi, e provando la terribile sensazione che la “corrispondenza di amorosi sensi” che in vita li manteneva vicini ai loro cari, finanche nella distanza del tempo e dello spazio, sia stata all’improvviso recisa, irrimediabilmente interrotta. Da cui un senso di profonda solitudine di chi resta, d’inaccettabile abbandono.

Il suo prepotente amore per la vita nella sua complessità non gli fa mai, tuttavia, percepire la morte come qualcosa di estraneo al ciclo vitale: tutt’altro. La sua profonda saggezza del mondo si concretizza anche in questi versi in una visione non accecata né priva di consapevolezza, ma comunque positiva e ottimistica dell’esistenza, profondamente innervata dalla Speranza. Scotti ritiene che si debba continuare a credere nella sacralità della Vita anche qui sulla Terra, anche contro ogni evidenza: «Il Tempo è galantuomo», amava ripetermi, da vero Signore napoletano qual era. E, infine, uno degli insegnamenti (di matrice anche crociana) che più mi hanno aiutato nei momenti di scoramento o difficoltà: «Tutto passa, ma il lavoro resta».

Di lui restano, oltre che gli indelebili ricordi di chi l’ha conosciuto e stimato e amato, tutte le sue preziosissime opere editoriali, i suoi dotti e brillanti saggi, le sue indimenticabili lezioni e le acute e vivaci conferenze; e ora anche queste liriche, che l’amorevole cura della figlia Aureliana e di un’altra sua allieva, Mara Pacella, hanno sottratto all’oblio.

Resta da fare, forse, al riguardo uno studio approfondito di temi, allusioni letterarie (prime fra tutte quelle all’amato Montale5, o a Dante6, al “suo” Foscolo7, a Pascoli8 e Leopardi9, a vari classici greci e latini, ma un omaggio a Francis Scott Fitzgerald è nell’incipit «La notte è tenera del tuo sorriso»10 etc.), figure retoriche, metri, che delinei anche il senso dell’evoluzione della sua poesia e individui le ragioni della riscrittura di certi versi, proprio per valorizzare al meglio il lavoro già svolto per questo volume e mettere ancora più in evidenza la relazione palese che intercorre fra certe poesie compiute e molti frammenti, che di certo sono da considerare delle varianti11.

In relazione a Montale, ad esempio, non posso non notare che il termine non di uso quotidiano “cimase” ricorre in questi versi per ben cinque volte (pp. 33, 64, 140, 165, 196); ed è una chiara allusione, un palese omaggio alla montaliana Felicità raggiunta, una delle sue più amate (come posso personalmente testimoniare).

In conclusione, dato che la figlia Maria Teresa, a sua volta latinista e studiosa, mi ha chiesto, qualora fossi ispirata, di commentare la poesia Santa Chiara (p. 34),  proverò a razionalizzare le suggestioni che i suoi versi mi innescano.

Ribadisco che non è un caso che il mio intervento non si sia soffermato nel dettaglio sulle liriche e non ne abbia sinora analizzata nessuna in particolare, perché ancora oggi mi risulta molto difficile rileggere questi componimenti e commentarli. Nello stesso tempo, però, confesso che la richiesta di Maria Teresa mi fa particolarmente piacere, perché mi riporta indietro negli anni all’autunno del 1999, quando il Professore organizzò un viaggio a Napoli con un gruppo di suoi laureati su Croce e, dunque, ci recammo tutti in treno nel cuore della sua città e, in particolare, a Palazzo Filomarino. Nell’attraversare via Benedetto Croce, però, Scotti ci condusse con entusiasmo a visitare, con la sua guida, proprio Santa Chiara.

Era la prima volta che la vedevo, e ne rimasi folgorata: di certo, era forte la suggestione dell’immagine di Croce che soleva affacciasi ad ammirare il suo campanile, ma ricordo bene che, in loco, compresi che “quell’angolo di Napoli” aveva un’atmosfera inconfondibile e irreplicabile. Credo che ciò che mi colpì maggiormente fosse il contrasto fra il brulicare di vita frenetica e chiassosa del centro di Napoli e la pace e il silenzio che si respiravano, prima, nel suo meraviglioso chiostro maiolicato e, poi, all’interno della chiesa. Ricordo, in particolare, che Scotti ci segnalò dei sepolcri monumentali posizionati in alto sulle navate e nella zona presbiteriale: a ripensarci, potevano essere le prime ore del pomeriggio, perché ho chiara l’immagine della luce obliqua ma calda che filtrava dalle vetrate.

Pertanto, il mio commento a questa poesia risentirà inevitabilmente del filtro del mio ricordo di quella visita. E di un altro filtro: quello delle lezioni di Scotti sulla poesia dialettale. Perché questi suoi versi mi rimandano con la memoria inevitabilmente anche a Salvatore Di Giacomo e alle sue liriche, tra le quali, ad esempio, Pianefforte ’e notte12.

L’incipit è «Gioia» (v. 1) e ritrae un operaio al lavoro, arrampicatosi «in alto» (v. 2) su ponteggi altissimi dai quali risuona il ritmico suo martellare nel sole: un’immagine di vita e di splendore che introduce il «mentre» avversativo del v. 3, che sposta lo sguardo sull’«ombra» delle strade, «dal fondo» delle quali «ripullula il brusio della vita» (v. 4).

La seconda strofa è quella che si addentra nell’interno e ci rivela il personaggio principale del quadro, una suora di clausura, una delle clarisse francescane che abitano le celle di Santa Chiara. Il suo pensiero si sintonizza con il ritmo del battere e levare che proviene dall’esterno: nei suoi occhi «la saggezza» di chi è alla perenne ricerca di ciò che ha già trovato, una bellissima allusione all’amore per Dio, che è continua ricerca e mai si appaga, e nello stesso tempo – con un traslato – forse al lavoro dello studioso, del poeta, del filologo, alla perenne caccia della perfezione, di un senso nascosto che vada oltre quello che egli, in realtà, spesso già possiede.

Il tesoro dei libri custoditi nell’antica biblioteca fa vibrare la luce di corpuscoli dorati, sollevati dalla carezza della mano che vi si posa sopra, amorosa, quasi a recare la pace alle pagine inquiete.

Al v. 13, l’avverbio temporale «Ora» introduce il tempo interiore, nel momento in cui la donna ha ripreso la concentrazione sulla propria vita e ha abbandonato il filo delle suggestioni foniche che giungono da fuori. In quel momento, la «fronte rugosa di memorie» (v. 15) si riaffaccia sul perenne e “necessario” pensiero della morte, che ognuno avverte in maniera differente – chi come un «dono» (v. 16) chi come una «sciagura» (v. 17) -, ma in entrambi i casi vi è la consapevolezza che ormai il «gioco crudele d’uomini» (vv. 18-19), in enjambement (l’uso dell’inarcatura in Scotti richiederebbe uno studio a parte, partendo, ad esempio, dal modello dellacasiano)13, non ha più alcun potere sulle spoglie mortali di chi si appresta a lasciare il mondo, proiettato già in una diversa e misteriosa dimensione, nella quale conta solo la mano pietosa del Creatore che elargisce vellutati petali di «oblio» (v. 20). Non posso fare a meno, al riguardo, di ripensare anche al Coro dell’atto quarto dell’Adelchi e a Ermengarda morente, ai celebri versi commentati con emozione e delicatezza dal mio Maestro, nel corso delle lezioni sul Romanticismo e sulla polemica classico-romantica (nell’anno accademico 1993/1994).

La chiusa della poesia personalmente mi fa rabbrividire, perché ritorna ciclicamente alla pietra evocata all’inizio, quella battuta dal ferro del martello, e la richiama, infranta («infrante», v. 21), «con i segni del fuoco» (v. 22: quel “fuoco” terreno che nella cella non si percepisce più), proprio in riferimento alle «tombe regali» (v. 21) della Chiesa, imponenti Sepolcri cari al “suo” Foscolo, situati fra le arcate illuminate da raggi ancora “troppo bianchi”.

Quando ci ha lasciato, dieci anni fa, credo che il Maestro avvertisse sensazioni molto simili a quelle che descrive in questa lirica: sentiva la vita continuare a fluire, fuori, quella vita cui era visceralmente legato e che amava in tutte le sue manifestazioni, nel suo umanesimo di stampo terenziano; ma, allo stesso tempo, i suoi occhi esprimevano una diversa consapevolezza, di un percorso interiore maturato nel tempo e graduale, che gli consentiva, ormai, di restare sereno, nell’attesa. Ed è proprio con quello sguardo che mi piace ricordarlo, oggi e sempre.

  1. M. Scotti, Poesie, Roma, Avagliano Editore, 2010.
  2. Si propone, opportunamente rielaborato, il testo della Presentazione al pubblico del volume presso la libreria “Rinascita” di Ascoli Piceno, sabato 21 aprile 2018.
  3. M. Scotti, Poesie, op. cit., p. 5.
  4. Ibidem.
  5. Cfr. p. 116.
  6. Cfr. p. 85.
  7. Cfr. p. 59.
  8. Cfr. p. 65.
  9. Cfr., ad esempio, le pp. 47, 63, 93.
  10. Ivi, p. 49.
  11. Cfr. le pagine 68 e sgg. del volume.
  12. Nu pianefforte ’e notte
    Sona lontanamente
    E ’a musica se sente
    Pe ll’aria suspirà.

    E’ ll’una: dorme ’o vico
    Ncopp’a sta nonna nonna
    ’e nu mutivo antico
    ’e tanto tempo fa.

    Dio, quanta stelle cielo!
    Che luna! E c’aria doce!
    Quanto na bella voce
    Vurria sentì cantà!

    Ma solitario e lento
    More ‘o mutivo antico;
    se fa cchiù cupo o vico
    dint’a all’oscurità.

    Ll’anema mia surtanto
    rummane a sta funesta.
    Aspetta ancora. E resta,
    ncantannose, a penzà.

  13. Interessante, ad esempio, l’Elegia alle pp. 128-29.