“Aracoeli”: romanzo di desolazione sociale o diario intimo dell’ultima Morante? Uno sguardo psicoanalitico all’universo di Elsa Morante

Autore di Ebru Sarikaya

L’ultimo romanzo della “grande solitaria” della letteratura italiana novecentesca è stato considerato spesso un’opera oscura soprattutto a causa dell’indecifrabilità della sua parabola ed è rimasto all’ombra di precedenti romanzi morantiani, divenendo così un tentativo letterario “sopravvissuto” della scrittrice, proprio come ella si considerava nell’ultimo periodo della propria vita: né viva né morta, soltanto una sopravvissuta.

Ciò nondimeno, Aracoeli è un romanzo scritto con un impegno straordinario che si percepisce in ogni pagina e in ogni riga: parole piene di intensità rivelano l’estrema dedizione della scrittrice che consiste in una vera e propria ossessione nel trascegliere quelle più adatte, scrutandone ogni significato latente e implicito. Si tratta di un’operazione cui la Morante sembra si sia sottoposta durante la stesura del romanzo, senza badare né al tempo né allo spazio, come per un obbligo dettato dalla propria interiorità1. Lo scopo di questo intenso vaglio lessicale è di ottenere un mascheramento delle dichiarazioni autoriali presenti nella storia, anche se nella maggior parte dei casi emergono comunque tra le righe.

Le parole morantiane, in questo romanzo, necessitano di essere meditate a lungo da chi le legge, per essere colte nel loro significato preciso – quello inteso dalla scrittrice – senza restare ancorate al loro primo senso2.

Per quanto riguarda la struttura interna del romanzo, si nota una dimensione ambivalente tra la finzione, di cui ella scelse di vestirsi per trasformarsi in una fenice lucente3 ossia per poter sognare, e la realtà, che si dimostrò crudele nei suoi confronti e che nel romanzo viene esposta in maniera autentica. L'”ambivalenza”, perciò, è il termine adatto a spiegare l’aura che caratterizza la struttura del romanzo. Anche perché essa consiste sostanzialmente in un susseguirsi di apparire-scomparire della dimensione inconscia morantiana, contraddistinta dai lineamenti ora immaginari ora realistici dietro i quali è celata un’intera vita votata a essere unicamente se stessa. E nel romanzo tale dimensione emerge come rivelatrice del dramma personale della scrittrice4, che durò tutta la sua vita per poi trovare sfogo in Aracoeli.

Infatti, Elsa Morante all’interno del proprio universo tanto fantastico quanto reale scoprì, da giovanissima, l’anima che abita la parola perché secondo lei «le parole, essendo i nomi delle cose, sono le cose stesse»5. Per di più assegnò alla parola un potere magico, la capacità di realizzare l’impossibile, trasformando il male nel bene poiché essa

si rinnova sempre nell’atto stesso della vita, e (a meno di una enorme frana della civiltà) non può scadere a oggetto pratico, spento e logoro. Ogni altro strumento può deperire o decadere, ma la parola rinasce naturalmente insieme alla vita, ogni giorno, fresca come una rosa (…). Non si può trasferire o travisare il valore della parola6.

La continua lode alla parola in sé non può non suscitare curiosità verso i motivi latenti delle righe intense di psicologismo della scrittrice. In tale prospettiva un esame interpretativo, attento alle implicazioni psicoanalitiche, dell’ultimo romanzo si rende doveroso al fine di indagare ciò che la scrittrice volle intendere con questo lascito.

Il protagonista-narratore del romanzo, Manuele, il figlio di Aracoeli, è un quarantatreenne infelice di classe borghese – nonostante reputi una vergogna la propria discendenza fino a considerarla un morbo, come la Morante stessa, che si schierò sempre contro il mondo aristocratico fatto di denaro e sfarzo, scegliendo di stare dalla parte degli umili e di elogiare la semplicità – e una persona sola, se si escludono i fantasmi familiari che lo perseguitano e lo turbano, soprattutto a livello esistenziale7.

Manuele lavora presso una casa editrice e narra il proprio viaggio a El Almendral in Andalusia, città natale di sua madre, la spagnola Aracoeli. Questo viaggio si compie in due modi diversi poiché, mentre egli racconta la partenza e l’arrivo in Andalusia, espone anche la propria vita tramite analessi, partendo dall’incontro dei propri genitori. Nel romanzo il momento cruciale è dato dalla morte della neonata sorella di Manuele, Carina, dopo la quale Aracoeli sprofonda in una lunga depressione e viene colpita da un male che la conduce fino alla morte. Dopo la sua scomparsa il padre di Manuele, Eugenio, annientato dal dolore, si ritira in un isolamento assoluto, e Manuele viene affidato ai nonni paterni di Torino, definiti da Manuele stesso come «statue parlanti» per i loro atteggiamenti distaccati e severi. Il romanzo si conclude con Manuele che riceve la notizia della morte di suo padre, grazie alla quale scopre l’amore che provava da sempre per lui perché, di fronte alla notizia ricevuta, piange d’amore e non di morte.

La storia narrata, anche se sembra concentrarsi sul destino di Aracoeli, in realtà richiama l’attenzione su quello di Manuele, che ripercorre tragicamente il destino materno in quanto egli non riesce mai a crescere fuori dal nido costruito assieme a sua madre e rimane dentro di sé sempre il piccolo bambino cullato affettuosamente con le canzoncine spagnole di Aracoeli.

Dicono che, immergendosi allo specchio nei propri occhi – con attenzione cruciale e al tempo stesso con abbandono – si arrivi a distinguere finalmente in fondo alla pupilla l’ultimo Altro, anzi l’unico e vero Sestesso, il centro di ogni esistenza e della nostra, insomma quel punto che avrebbe nome Dio. Invece, nello stagno acquoso dei miei occhi, io non ho scorto altro che la piccola ombra diluita (quasi naufraga) di quel solito niño tardivo che vegeta segregato dentro di me. Sempre il medesimo, con la sua domanda d’amore ormai scaduta e inservibile, ma ostinata fino all’indecenza8.

All’interno di tale caratterizzazione, Manuele viene descritto come una figura obnubilata dall’ossessione del proprio stato di larva: senza provenienza e destinazione precise, schiacciato dal peso delle continue richieste senza risposte, delle lamentele nei confronti della vita e delle infinite delusioni che a fatica gli consentono di riconoscere la realtà esterna9. Egli è un personaggio inetto, ma la sua inettitudine si ricollega a un esito ineluttabile del destino contro il quale egli non può far niente, se non rievocare la madre: «Ma tu, mamita, aiutami. Come fanno le gatte coi loro piccoli nati male, tu rimàngiami. Accogli la mia deformità nella tua voragine pietosa»10.

Manuele è uno dei tanti “nati male”. Tant’è vero che la storia e il dramma della sua esistenza sembrano essere iniziati ancor prima della sua nascita e la cagione di tutto ciò è un «male senza nome»11. Contro questo male egli non possiede né armi né forze e, non potendo combatterlo, è obbligato a soffrirne per sempre.

Anche il racconto del «sarto immortale»12 citato nel romanzo, confermando il ruolo del fatalismo nell’opera – nella stessa misura in cui tale ruolo emerge anche nella vita privata della scrittrice –, funziona quale testimonianza dell’impotenza di Manuele nei confronti del suo destino, già stabilito a sua insaputa:

io mi ero sempre visto come un oggetto di pietà: una sorta di animaluccio vulnerabile e senza colpa, gettato inerme, dal Caso incomprensibile, alle offese estreme13.

La figura enigmatica di Manuele desta curiosità per quanto riguarda il suo ruolo nel romanzo: egli è una vittima del destino come la scrittrice stessa, in quanto ella soffriva profondamente di un male esistenziale le cui radici affondavano nell’infanzia. La Morante, infatti, tramite le note private e gli scritti letterari, dimostrò sempre di essere una persona priva di radici, senza una cittadinanza d’origine, un’apolide nel vero senso della parola, esattamente come Manuele: «E io sento risalire fino alla mia pelle, dai bassifondi delle mie nevrosi, la sensazione d’essere un apolide, sbalestrato dal caso in una sala d’aspetto di confine, in attesa di un convoglio per nessun luogo»14. Per di più un’intrusa nel mondo, sentendo di non appartenere a niente e a nessuno proprio come Manuele il quale, una volta finito l’idillio infantile, è stato allontanato forzatamente dal nido vitale dimenticando pure lo spagnolo, lingua che egli era abituato a sentire dalla bocca di Aracoeli e con cui ella lo cullava:

È un fenomeno antico. Io difatti (mentre so usare, fino dalla fanciullezza, le lingue estere principali) sono fatto incapace, non so più da quando, d’intendere e praticare con successo la lingua spagnola. Questa parlata doveva pure suonarmi chiara nei giorni che, analfabeta, imparavo le prime canzoncine di Aracoeli; ma in séguito – salvo il ritorno ossessivo di quelle canzoncine da culla – essa è piombata in un qualche impervio, oscuro dirupo della mia conoscenza15.

Non sarebbe inopportuno constatare che con la figura di Manuele si assiste all’incarnazione vera e propria della scrittrice in un unico personaggio e non a una sua disseminazione caratteriale e psicologica in più personaggi all’interno di un solo romanzo, come avviene nei romanzi precedenti, a partire dal suo esordio con Menzogna e sortilegio (1948)16. Manuele, nel suo essere estraneo al mondo che lo circonda, nella disperazione di non essere amato per quanto egli stesso sia incapace di amare, nell’illusione della salvezza, nel temere il mondo esterno e nell’aspirazione all’annullamento rappresenta la personalità di Elsa Morante.

A nostro avviso, egli è una figura inetta e spettrale su cui la Morante effettuò la “condensazione” dei propri pensieri e connotati intimi, benché inconsciamente. Ella, in questo romanzo, alle soglie della vecchiaia, considerata da lei una cupa e umiliante degradazione psico-fisica e perciò tanto temuta, con uno sforzo di immedesimazione notevole riesce a ritrarre se stessa nella figura di un uomo quarantatreenne, incapace di vivere. La particolare attenzione posta dalla scrittrice su un personaggio maschile, omossessuale e miscredente, risulta un atto poco intelligibile: ciononostante, le ragioni che supportano tale scelta sono rintracciabili sia all’interno del romanzo sia nella personalità intima della scrittrice.

Manuele è rappresentato innanzitutto con i tratti di virilità manifestata nel corso delle sue esperienze sessuali con le donne, sebbene concluse con fallimento: «Dopo i miei due fallimenti, non ho più tentato amori di donne. Col mio trasferimento a Milano, ebbero inizio i miei altri, infelici, amori»17. In seguito, con le caratteristiche affettive tipiche di una madre: ne è un esempio l’episodio in cui un bambino, appena arrivato nel collegio dove stava Manuele, la prima notte, per sentirsi protetto, proprio come se fosse accanto a sua madre, si era messo nel letto di Manuele, facendogli provare un’emozione evidentemente materna.

Sentivo, fra la gola e il petto, la lanugine della sua testa tonda e l’esiguo solletico dei suoi cigli inumiditi. Il suo fiatino e i miei respiri scaldavano insieme la nostra cuccia, e il mio petto, attraverso la camicia, toccava il suo torace di passero, coi battiti fiduciosi del suo cuore. Io da quel corpo pigmeo che cercava riparo nel mio corpo più grosso, e dal tepore del suo fiato, e dal freddo dei suoi piedini, ricevevo un senso d’ilarità quieta, e insieme di superba responsabilità. Maternità, non c’era altro nome per quella mia stranezza. Io ero una madre col proprio figlio piccolo18.

Descritto con tali caratteristiche, egli risulta il simbolo dell’androgino, l’esempio di vitalità ed efficienza per eccellenza, ovvero la perfezione in sé. Questa perfezione coincide con quella tanto agognata dalla scrittrice: da una parte, l’aspirazione a possedere la forza vitale di un maschio spensierato, leggero, libero e ribelle; dall’altra, il desiderio di sentire nelle vene il flusso del dolce sangue di una vera donna, e cioè quello materno19.

Per cogliere il significato completo dell’intero romanzo occorre analizzare anche il personaggio di Aracoeli, che è la figura dominante nonché il motivo conduttore del romanzo in quanto racchiude in sé il punto d’incontro dei destini delle persone coinvolte nella sua vita.

Il rapporto tra Aracoeli e Manuele, esposto nei dettagli tramite le memorie di quest’ultimo, sebbene faccia pensare in prima istanza al complesso edipico freudiano, nasconde ben altro. Manuele ama sua madre con un attaccamento e una dipendenza affettivi senza pari. Il motivo principale di questo sentimento così morboso sta nel fatto che è stata proprio Aracoeli la prima e l’unica persona da cui Manuele ha ricevuto un immenso affetto e grazie alla quale sentiva di esistere, perché lodato sempre da lei come il più bello e importante al mondo.

Se un cane si affacciava col muso al nostro cancello, essa (Aracoeli) mi chiamava festante: «Mira! que bonito!» E quando passava un gregge di pecore, o un volo di storni: «Mira! mira! belli!» A tutte le ore, capitava sempre qualche bellezza di passaggio, da mirar. Ma le bellezze più belle, chi le teneva? Io! Dal naso agli orecchi al culillo alle dita dei piedi, non c’era luogo del mio corpo che lei non giudicasse perfetto. E tanto le piacevo, che a volte fra i suoi baci schioccanti mi dava dei morsetti innocui, dicendo che mi mangiava, e decantando i miei vari sapori. Le guance: manzane. Le cosce: pane fresco. I capelli: grappoletti de uvas. A guardare i miei occhi, poi, s’insuperbiva, come a un segnale gaudioso del suo grande sposalizio esotico:

los ojos azules

la cara morena.

Io non dubitavo d’essere bello: e forse in realtà lo ero, poiché a quel tempo somigliavo a lei, lo dicevano tutti20.

L’affetto tra i due è dettato non soltanto dal rapporto madre-figlio ma alimentato anche dall’amicizia e dalla giocosità: hanno sviluppato un’intensa ed esclusiva complicità tra loro. Ella è l’unica persona della presenza della quale Manuele possa gioire durante la sua infanzia in modo esclusivo, poiché la figura paterna con le sue visite sporadiche, dovute al lavoro di ufficiale della marina italiana, ha contorni troppo vaghi per farsi sentire e apprezzare dal piccolo Manuele.

Nei primi quattro anni di vita, Manuele, trascorrendo un vero e proprio idillio con la favolosa Aracoeli, finisce con l’innamorarsene e ne diventa dipendente per sempre. Tuttavia, dopo la morte, Aracoeli viene odiata da Manuele stesso per due motivi precisi: per averlo partorito e poi lasciato da solo, indifeso, fuori dal nido che avevano costruito insieme e che egli credeva eterno.

Tuttavia, all’età di quarantatré anni ciò che Manuele prova per la madre non si può delineare soltanto in termini di amore, ammirazione o odio: è come se ella rappresentasse una divinità eterna. Inoltre, come ha affermato Charles Baudouin, nel rapporto tra madre e figlio/a, «la fissazione alla madre si oppone ad ogni altro amore, ed un progressivo spostamento trasforma questa fissazione in desiderio di perdersi di nuovo nel grembo materno. Questo desiderio coincide con la fuga dal mondo esterno e con la ricerca in un rifugio nell’inconscio»21.

Manuele, la cui esistenza è caratterizzata dai continui elogi materni, si rivela il prolungamento di Aracoeli e come tale non può che seguire i passi di lei. Tuttavia, il romanzo non narra, in realtà, la storia di un figlio che insegue le orme di sua madre morta in nome di un'”agnizione”, come verrà analizzato più avanti.

Nel romanzo vi sono due Aracoeli del tutto differenti: la prima si vergogna di mostrarsi agli altri, di assoggettarsi alle lusinghe della gente; ingenua, casta, innocente, sincera e vogliosa di vivere. A tal punto che, nella sua ingenuità e pudore, «storceva lo sguardo dalle statue nude, e si segnava davanti alle immagini sacre, anche le più meschine»22.

Invece, dopo la morte di Carina, si assiste a una sua metamorfosi: la seconda Aracoeli perde tutte le caratteristiche favolose attribuibili alle sante che aveva prima; perde la sua innocenza, il pudore, diventa la “merce” di tutti e si degrada pian piano, fino a ridursi a uno scheletro delirante senza anima e, alla fine, ad arrivare alla morte:

Essa (Aracoeli) ormai non aveva più nessuna scelta; sotto gli accessi rabbiosi del suo morbo si dava nelle braccia di qualsiasi uomo, senza guardarne la classe né il modo né la figura, ma soltanto il sesso. La sola condizione a cui non trasgrediva, nonostante tutto, era che l’uomo fosse un ignoto di passaggio, straniero al nostro palazzo e alla nostra cerchia23.

Questa metamorfosi del carattere di Aracoeli, dettata dalla formazione di un “annullamento retroattivo” che indica un processo psichico che si rivela nell’azione opposta di quella manifestata precedentemente, è la spia della visione esistenziale della scrittrice: Aracoeli, nelle forme molteplici cui si sottomette e sotto cui si presenta durante tutta la storia narrata, diventa il simbolo vero e proprio di tutto il processo vitale: l’infanzia, l’adolescenza, l’amore, la felicità, la maternità, l’umiliazione, la distruzione e infine la morte. Perciò, è possibile affermare che Aracoeli incarna la vita in se stessa, senza dimenticare che la vita comprende anche la morte: «Ma chi era, da sempre, l’amore mio? e chi, dunque la mia morte?»24.

Dunque, la bella e semplice andalusa, felice nella propria ignoranza e spensieratezza, risulta essere l’imago della vita, ovvero di tutto ciò che la Morante percepì e interiorizzò della vita – non necessariamente per aver vissuto sulla propria pelle ma anche solo per averne sofferto per motivi intimi, come per esempio la maternità. Una frase messa in bocca ad Aracoeli in cui si legge «bisogna passare molte agonie, mica una sola – per guarire»25 appare come un’affermazione della vita stessa (incarnata in Aracoeli) indirizzata alla scrittrice, in veste di un’ammonizione verso se stessa.

All’insegna di questa prospettiva, viene ribadita la funzione della figura di Manuele, che si colloca al medesimo livello dell’interiorità della Morante, rappresentandola. Ella è Manuele non solo a livello caratteriale ma anche e soprattutto a livello esistenziale: Manuele si sente perso nella fase infantile passata insieme ad Aracoeli, tra le sue carezze e canzoncine favolose, e non si ritrova più. E, «come un animale sbandato va dietro agli odori della propria tana», Manuele compie il viaggio verso El Almendral in nome di un tentativo per riesistere ossia per esistere autenticamente, dato che questo viaggio è diretto ad Aracoeli, che corrisponde alla vita.

Riguardo alla decisione di partire per El Almendral, Manuele afferma:

la decisione di questa partenza dirompeva in un sentimento estremo di rischio e di follia; ma anche di un ignoto entusiasmo (enthusiasmòs = invasione divina). All’inizio, tuttavia, rimanevo dubbioso sull’itinerario: dove potrebbe andare, infatti, un tipo come me, forastico e misantropo, e senza nessuna curiosità del mondo – di nessun luogo al mondo?! finché l’enthusiasmòs m’ha insegnato l’unico itinerario a me possibile: comandato, anzi.

Anda niño anda

que Dios te lo manda26.

Per lui non esiste alcun luogo dove possa trovare pace se non nel seno materno. Tuttavia, il riesistere che egli brama disperatamente non è altro che un annullarsi e un perdersi completamente in Aracoeli, andando nella sua città natale, ossia nell’eternità: quindi, nella nullità assoluta, nella morte27. Perché egli esisteva nella misura in cui veniva amato e elogiato dal suo primo e unico amore, Aracoeli, e senza di lei non vi è nessuna possibilità di esistenza per lui. A prima vista sembra un desiderio riconciliante con la vita, rifacendosi a un ritorno esistenziale, ma diversi elementi narrativi28 rivelano un significato nascosto di tale viaggio, avvenuto tra sogno e realtà, e cioè il desiderio di morire. È per questo motivo che, mentre Aracoeli raffigura la vita in sé, El Almendral rappresenta la fine di tutto.

Da tutto ciò si evince che la storia di Manuele, osservato soprattutto dal punto di vista della scrittrice, non esemplifica il tema dell'”agnizione”29, bensì quello dell’annientamento deliberato: la Morante, in quest’ultimo romanzo, attraverso un personaggio che apparentemente sembra inconciliabile con la propria persona, compie un viaggio introspettivo dentro di sé alla ricerca di un nulla, e cioè della morte, percepita dalla scrittrice come un destino ineluttabile contro cui oramai è necessario smettere di lottare. Ella, non avendo più le forze per nessun tipo di lotta, si sente vinta in tutti i sensi; la vita l’ha delusa in ogni suo aspetto ed ella sceglie una strada che la liberi da tutto e da tutti: uccide se stessa. In Aracoeli lo fa metaforicamente e inconsciamente attraverso la drammatica inadattabilità psicologica di Manuele; dopo la pubblicazione del romanzo, non passa molto tempo dalla notizia del suo tentativo di suicidio30.

La scrittrice, al pari del protagonista Manuele (ma anche come tanti altri “mal nati”), in un mondo che altro non è che il “Lager” in cui non è possibile la sopravvivenza né la morte, tenta di compiere un viaggio verso l’altare del cielo (Aracoeli) che la invoca «come l’aria porta il seme che vuole interrarsi»31.

E il recinto del Lager è una semplice rete di fili, carichi di una corrente letale. Basterebbe toccarli con un dito, e si è fuori, di là dal Lager. Ma di là c’è l’orrore supremo della morte, che li rende, per i più, intoccabili. E dunque si rimane dentro il carcere senza uscita, murati fra due orrori: la sopravvivenza e la morte, l’una e l’altra impossibili. Questa è la mia vergogna. (…) Allora, presentati a quell’Uno che sta là seduto, e càntagliela, al Nostro Signore: che nella sua grande settimana lavorativa, lui, giorno dopo giorno, ha fabbricato un Lager. E il suo capolavoro del sesto giorno, è stato quest’ultimo scherzo di natura: un grumo di mali più pesante del caos, e senz’altri organi motori che due alucce di tignola. Cresci e moltiplicati nel tuo caro Lager, gli ha detto, in guisa di addio. E da allora, s’è ritirato a riposare, senza più occuparsi della fabbrica32.

Da tali considerazioni Aracoeli risulta essere una chiave per la decifrabilità dell’ultima Morante, che si sentiva sempre più sola e decisamente fuori dal gregge di cui faceva parte tutta la società33. Infatti, il romanzo si rivela spia del suo disadattamento psicologico alla vita, alla società odierna, e del suo perdersi nell'”ESTERO materno”34 ovvero nella voragine della vita con la brama e la ricerca della stessa. Aracoeli, a nostro avviso, dimostra l’intenzione inconscia della Morante di perdersi nell’eternità, di annullarsi come in un ritorno alla vita stessa per esistere veramente, ossia per un risveglio felice, in guisa di una metamorfosi. La scrittrice nel suo intento persevera, senza badare alle incantatrici esterne e, proprio come Manuele, grida loro: «Queste sono tutte larve incantatrici, che vogliono sviarmi dalla destinazione. Perché la promessa finale si adempia, io “non devo più voltarmi indietro”»35. Aracoeli, perciò, è la storia del “non ritorno” della scrittrice.

Invece, per quanto riguarda la parabola, la componente immancabile della poetica morantiana, spiccano due temi portanti: il primo è relativo al destino, all’impossibilità di cambiare ciò che ci viene assegnato da una forza invisibile; il secondo invece è collegato al potere dell’amore che vince su tutto36, nonostante le delusioni e le frustrazioni continue, e il pianto che conclude la storia di Manuele ne è una conferma37.

Aracoeli rappresenta l’approdo di una vita consunta da sofferenze e attese vane e in tal senso è la manifestazione della consapevolezza morantiana del proprio inevitabile destino e della rigidità della realtà, malgrado la «norma» dell’inconsapevolezza menzionata nel romanzo: «Di norma, giorno dopo giorno – e ieri – e oggi – e domani – noi viviamo inconsapevoli della nostra propria scelta, come di quella altrui. Inconsapevoli: questa è la norma voluta»38.

La storia di Manuele in sé viene raffigurata come il riflesso della scrittrice allo specchio della realtà, ovvero un incontro faccia a faccia con la vita in nome di una rivincita personale39. In questo incontro emergono anche la sopraffazione, la meschinità e la corruzione che hanno invaso il mondo e di cui ha sofferto sconsolatamente anche la Morante. Tuttavia, esse si rivelano soltanto una scheggia dell’intero specchio che riflette il dramma personale della scrittrice, messo a nudo nel romanzo.

Il rapporto della scrittrice con la scrittura si rifà proprio a questa prospettiva: a nostro parere, ella scrisse sempre e soltanto di se stessa; anche quando sembrava che la sua narrativa sorgesse esclusivamente da temi socialmente vissuti e condivisi, ella intrecciò le vicende della propria vita alle opere al fine di una sorta di rito purificatorio del proprio passato, del presente e anche dell’avvenire considerato da lei come infausto, sempre con l’ausilio idilliaco dell’immaginazione che trova corrispondenza nella finzione romanzesca.

In effetti, a nostro avviso, Elsa Morante, cingendosi della finzione, nella scrittura non costruiva solo la realtà, che è il contrario dell’irrealtà e della degradazione da cui bramò fuggire per tutta la vita, ma costruiva nello stesso modo la propria salvezza dal sentimento di dissociazione e di smarrimento che sentiva crescere dentro di sé giorno dopo giorno. Anche perché non era immaginabile né fattibile, per lei, scrivere senza lasciare una gran parte di sé sul foglio; e non affidarsi completamente alla catarsi dell’arte, essendo consapevole che «il telescopio dell’arte si definisce come unico rimedio al dramma personale»40.

Alla fine, la scrittura diventò per lei l’estensione del suo io, con tutte le sue accezioni dell’esistere. A tale proposito è necessario soffermarsi sulla parola tematica che accompagna non solo l’ultimo romanzo ma anche tutta la vita e tutta l’attività romanzesca della scrittrice: il sogno41. Questa parola allude alla fantasia, alla fuga dalla realtà e anche alla nullità. E la scrittura, quel caveau immenso in cui sono nascosti tanti piccoli scrigni magici, ognuno dei quali rappresenta una parte della scrittrice, le è stata utile principalmente a far sì che tutto (anche la vita stessa) fosse, appunto, un sogno. Solo in tal modo, infatti, diventava sopportabile il peso della sua esistenza, ormai alla fine, e si poteva sperare nella possibilità di un risveglio migliore. Come ricorda Donatella La Monaca, infatti, per la Morante «non esiste alcuna possibilità di riscatto dalla condizione mortificante della vita reale se non nel sogno, nell’estraneazione fantastica da sé, nello scivolamento verso una dimensione illusoria che però, in irrisolvibile ossimoro, può solo coesistere con la bassezza del concreto o accompagnare più dolcemente verso la morte»42.

  1. L’intervista rilasciata dalla scrittrice a Jean-Noël Schifano nel 1984, oltre a indicare il duro impegno dedicato a questo romanzo, sottolinea anche il sacrificio psicologico e morale che esso comportò: «Bisogna che le dica che a sessant’anni ne dimostravo trentacinque; e poi improvvisamente, ‘Aracoeli’, che ho scritto immobile, al mio tavolo, per anni, senza mai uscire, mi ha fatto invecchiare: di colpo sono diventata vecchia» (J.-N. Schifano, Barbara e divina, in «L’Espresso», a. 30, n. 48, 2 dicembre 1984, p. 125, http://193.206.215.10/morante/periodici/interviste/ESPRESSO00005.html (ultima consultazione 27/4/2017).
  2. Per esempio in un passo del romanzo in cui avviene l’apparizione fantasmagorica dell’omonimo zio spagnolo Manuel, fratello di Aracoeli nonché idolo di Manuele, il dialogo tra lui e Manuele è indicativo. Manuele afferma: «Ma il mio destino non era la grandezza: io sono destinato a restare piccolo in eterno». E lo zio Manuel risponde così: «Anch’io sono rimasto piccolo; non ho ancora finito di crescere. Io sono un metro e sessanta. E tu?» (E. Morante, Aracoeli, Torino, Einaudi, 1990, p. 168). La frase di Manuele risulta essere una dichiarazione autoriale che rivela la mancata crescita interiore della scrittrice, che è rimasta sempre dentro di sé una bambina fragile. Invece la successiva, quella dello zio Manuel, è caratterizzata dall’ironia che manifesta l’intento di dissipare le ombre della realtà appena svelata, non senza però sollevarne un po’ il velo. Ciò cui si mira con questa operazione è smorzare l’intensità della verità autoriale della prima frase con una ulteriore che, coprendola di ironia, intende ribaltarne il senso. Se non si presta attenzione al significato latente, tutta la frase rischia di essere inchiodata alla propria apparentemente unica accezione, che è quella ironica.
  3. Si ritiene necessario sottolineare l’importanza dell’espressione “fenice lucente” con cui la scrittrice raffigurava il mondo immaginario a partire dal suo primo romanzo: nella poesia intitolata Dedica per Anna ovvero Alla Favola che apre Menzogna e sortilegio si legge: «Di te, Finzione, mi cingo, / fatua veste. / Ti lavoro con l’auree piume / che vestì prima d’esser fuoco / la mia grande stagione defunta / per mutarmi in fenice lucente! // L’ago è rovente, la tela è fumo. / Consunta fra i suoi cerchi d’oro / giace la vanesia mano / pur se al gioco di m’ama non m’ama / la risposta celeste / mi fingo» (Ead., Menzogna e sortilegio, Torino, Einaudi, 1994). E in Aracoeli il simbolo della fenice riemerge nella descrizione di un sogno di Manuele: «sul vetro della finestra, incominciò a svolgersi, come viva, una piccola scena in movimento, simile nelle tinte alle miniature, o alle vetrate delle cattedrali. E il protagonista ne ero io, sebbene assunto in una forma altra dalla mia forma ordinaria. Ero una fanciulla indiana bellissima (forse una danzatrice sacra?) vestita di una stoffa leggera e preziosa, di tutti i colori dell’iride. E con passo allegro, quasi di ballo, scendevo verso la mia fossa. (…) In un salto, il mio snello corpicino spariva dentro le fiamme: le quali immediatamente si trasmutavano in fiori estivi, oscillanti sui lunghi steli. Ma questa era soltanto una prima metamorfosi: poiché sùbito i fiori, a loro volta, si trasmutavano in lunghe piume variopinte, per comporsi definitivamente a formare un uccello fantastico, di tutti i colori dell’iride. Una fenice! la quale, sollevandosi a volo, si dileguava in alto. E nella fossa non restava altro che la terra nuda, finché l’intera scena ricadeva nel buio. Rammento che non provai nessuna sorpresa a riconoscermi nella fanciulla indiana trasformata in una fenice. Credetti, anzi, d’intendere che la sua parabola alludeva in trasparenza al vero tema occulto (ignoto anche a me stesso) d’ogni mia vicenda: come un oroscopo radioso leggibile in filigrana sulla cartaccia del mio povero calendario» (Ead., Aracoeli, op. cit., pp. 140-41). Dunque, il desiderio di mutarsi in fenice lucente citato nel primo romanzo viene esaudito in Aracoeli, come se si chiudesse il cerchio di metamorfosi desiderata dalla scrittrice fin dal tempo del primo romanzo. La metamorfosi avviene alla fine con una soddisfazione morantiana: la finzione, con cui la scrittrice aveva sempre amalgamato il proprio universo intimo, ha fatto sì che la sua persona, insieme alle sue aspirazioni, i fallimenti, le delusioni, gli amori e le aspettative, raggiungesse una realizzazione. Anche se la realizzazione di sé cui si riferisce è dettata dalle caratteristiche di una realtà psichica che trova corrispondenza soltanto nel mettere a nudo la propria esistenza nelle opere con l’ausilio della sola immaginazione.
  4. In una lettera della Morante scritta a Luisa Fantini nel 1936 si notano i tratti della sua afflizione: «Se c’è qualcuno che capisce la tortura degli incubi e delle fissazioni anche senza motivo – son proprio io che ne soffro tutta la mia vita» (L’amata. Lettere di e a Elsa Morante, a cura di D. Morante, con la collaborazione di G. Zagra, Torino, Einaudi, 2012, p. 49). In questo senso è significativa anche la testimonianza di Elena de Angeli, redattrice dell’Einaudi ai tempi di La Storia, che ricorda lo stato d’animo della scrittrice: «Parlava, e cancellava parlando la propria infelicità attuale e remota – credo infatti sia stata sempre infelice, con brevi e forse dolorosi momenti di esaltazione e di illusione – facendo di sé un personaggio che, sdoppiandosi, manovrava, per mezzo degli stessi fili con cui governava il suo grande teatro immaginario» (E. De Angeli, La lavagna di Elsa, in Festa per Elsa, a cura di G. Fofi e A. Sofri, Palermo, Sellerio, 2011, p. 36).
  5. E. Morante, Sul romanzo, in Pro o contro la bomba atomica e altri scritti, in Ead., Opere, II, a cura di C. Cecchi e C. Garboli, Milano, Mondadori, 1997, VI ed., pp. 1516-17.
  6. Ibidem.
  7. In relazione ai fantasmi familiari, nel testo si genera un effetto perturbante soprattutto nei passi in cui Manuele, durante il viaggio in Andalusia, vede il fantasma sia di Aracoeli sia dello zio Manuel e dialoga con loro. Il fatto che un personaggio morantiano si trovi in bilico tra il mondo dei vivi e quello dei morti non è cosa rara, bensì costituisce un motivo narrativo fondamentale della scrittura della Morante. Esso si nota anche in Menzogna e Sortilegio dove la narratrice Elisa racconta la storia dei suoi familiari defunti, rievocandoli uno per uno dal «novero dei fantasmi che lavorarono alla mia (di Elisa) seduzione» (Ead., Menzogna e sortilegio, op. cit., p. 28). La rievocazione dei morti e dei fantasmi del passato, presente in maniera dominante in tutti e due i romanzi, non può non richiamare un fatto del tutto personale della scrittrice: quello di avere un conto ancora non saldato con il proprio passato e con chi ne fa parte, a partire dai propri genitori (per informazioni rilevanti sui rapporti familiari della scrittrice si veda M. Morante, Maledetta benedetta: Elsa e sua madre, Milano, Garzanti, 1986). E ciò che trapela da questo motivo narrativo sembra essere una necessaria redenzione dal passato cui era condotta la scrittrice in nome di un tentativo di liberazione inconscia.
  8. E. Morante, Aracoeli, op. cit., p. 107.
  9. Riguardo al concetto di larva, nel romanzo risultano significativi i seguenti passi: «Ho creduto allora di vedere che l’uomo mi minacciava col pugno: e questo, simile a un moncone senza dita, era avvolto in un guanto di pelle – o grossa benda – nera, tutta sporca di sangue. Svoltato il vicolo, l’uomo è scomparso dalla mia veduta. Forse, era solo una mia larva immaginaria» (ivi, p. 63). «E già a poche settimane dall’evento, i due «Capi» e il loro tribunale mi si erano trasformati in fantasmi, ritraendosi, all’indietro, fra altre larve minaccianti del passato. Miraggi negativi, inspiegati, e intoccabili dalla ragione. Li chiamo tutti larve o miraggi: vale a dire fumo, zero» (ivi, p. 165). Nel lessico morantiano il termine “larva” si riallaccia più precisamente alla sensazione di apolidia della scrittrice stessa che si rifà, a sua volta, alla situazione anomala inerente alla paternità nella famiglia Morante. Una delle spie di tale sensazione si trova già in Menzogna e sortilegio: «senza vera famiglia, perché senza un vero padre» (Ead., Menzogna e sortilegio, op. cit., p. 393).
  10. Ead., Aracoeli, op. cit., p. 109.
  11. «Sui nostri primi tempi nella cameretta di periferia, ancora essa parlava in prevalenza lo spagnolo, specie nei suoi moti istintivi. E certo nel suo discorso, che ora ascolto, riconosco gli accenti spagnoli. Non ne intendo, però, nessuna frase. Ne colgo solo i suoni, che piovono su di me dalla sua bocca ridarella come un tubare dall’alto. E allora d’un tratto mi attraversa una sensazione orribile: quasi che in questo incomprensibile balbettio lei mi significasse un avvertimento che non riesce ad articolare. Questa non è più la mia solita “rimembranza apocrifa”; ma forse è l’anamnesi postuma di un male senza nome, che continua a minarmi da quando sono nato» (ivi, p. 13).
  12. «Secondo un’antica storiella, esisterebbe, nascosto in una foresta, un sarto immortale, che di giorno dorme appollaiato su un albero come i gufi, e di notte va in giro per le camere di certi mortali da lui prescelti, ai quali cuce addosso, nel sonno, una camicia invisibile, tessuta coi fili del loro destino. Da quella notte in poi, ciascun prescelto – senza saperlo – se ne andrà intorno cucito vivo dentro la propria camicia; né potrà mai, da allora in poi, mutarsela, o strapparsela di dosso: tale e quale che se fosse la sua stessa pelle. Anzi, ignaro per sempre del caso a lui toccato – giacché, immerso nel sonno, non s’era accorto di niente – ciascuno, fino dall’indomani, avrà ripreso a battersi per la propria esistenza, secondo il solito, senza spiegarsi il perché di certi pruriti, sfoghi o malesseri che lo fanno delirare» (ivi, p. 45).
  13. Ivi, p. 95.
  14. Ivi, p. 22.
  15. Ivi, p. 23.
  16. In Menzogna e sortilegio in personaggi come Elisa, Anna e Francesco; nell’Isola di Arturo in Arturo e Nunziata; in La storia in Ida e per certi aspetti anche in Giuseppe (detto Useppe nel romanzo) sono presenti tratti riconducibili alla personalità della Morante.
  17. Ivi, p. 96.
  18. Ivi, pp. 91-92.
  19. Tra gli altri romanzi soprattutto L’isola di Arturo (1957) fornisce in questo senso informazioni significative che riguardano il motivo della costruzione dei personaggi. In una lettera della scrittrice, del 18 febbraio 1957, indirizzata a Giacomo Debenedetti si legge: «Le dirò dunque, su questo mio romanzo, la seguente, unica cosa (e spero che non sia di troppo): e cioè che la sola ragione che io ho avuto (di cui fossi consapevole) nel mettermi a raccontare (xxxxxxx) la vita di Arturo, è stata (non rida) il mio antico e inguaribile desiderio di essere un ragazzo» (L’amata. Lettere di e a Elsa Morante, op. cit., p. 190). E sempre nello stesso romanzo la giovanissima matrigna di Arturo, Nunziata, risulta essere una figura importante perché raffigura la donna ideale della Morante, come ha affermato lei stessa in un’intervista: «Confesso poi che nel personaggio di Nunziata io ho voluto descrivere quella che per me è la donna ideale. Se fossi uomo non potrei innamorarmi che di una donna simile a lei. Difatti (all’opposto di Weininger che distingue le donne in due tipi: la prostituta e la madre, e sceglie la prima) io penso che una donna tanto più è bella quanto più è materna. Una donna non materna mi sembra una donna non riuscita» (intervista di G. Massari, Arturo è nato dalla gelosia di un bimbo, in «L’Espresso», 7 luglio 1957).
  20. E. Morante, Aracoeli, op. cit., p. 121.
  21. Si veda C. Baudouin, Psicoanalisi dell’arte, trad. it. di e a cura di A. Ceccaroni, Firenze, Guaraldi, 1972 (Paris 1929), pp. 89-95.
  22. E. Morante, Aracoeli, op. cit., p. 173.
  23. Ivi, p. 249.
  24. Ivi, p. 24.
  25. Ivi, p. 308.
  26. Ivi, pp. 8-9.
  27. Il fatto che Manuele, appena arrivato a El Almendral, senta dire che là ormai non c’è niente da fare dimostra l’equivalenza tra El Almendral (città natale di Aracoeli ossia l’altare del cielo) e l’eternità (nullità/morte): «Domando al vecchietto dove si trovi a quest’ora la gente del paese; e lui mi risponde, come cosa ovvia: “Ma qui non ci sta più nessuno. E che dovrebbero farci, qua sopra? Qua trabaglio, comida, niente. Qua non c’è più niente da fare per nessuno”» (ivi, p. 310).
  28. Uno di essi riguarda una frase di Manuele: «il mio risveglio è improbabile» (ivi, p. 171).
  29. Sull'”agnizione” si veda Aristotele, Poetica, a cura di D. Pesce, Milano, Bompiani, 2010, pp. 83, 185.
  30. Nel 1983 Elsa Morante tentò il suicidio e, successivamente, in ospedale le venne diagnosticata l’idrocefalia che causò la sua lunga permanenza in una clinica a Roma dove si spense il 25 novembre 1985.
  31. E. Morante, Aracoeli, op. cit., p. 13.
  32. Ivi, pp. 168-69.
  33. Nel romanzo non mancano gli accenni a tale sensazione della scrittrice che si nota esclusivamente all’interno dei lunghi monologhi di Manuele: «L’istinto primario di ogni creatura è di eguagliare – o emulare – i suoi simili della stessa specie, orientandosi nel mezzo comune coi propri strumenti conformi. Però se questi vengono alterati da un germe misterioso, il cucciolo, ignorante delle cause e degli effetti, se ne avvisa a stento e in ritardo. E intanto, senza convincersi, brancola dietro allo stormo già distante da lui: dibattendosi agli incroci e incapace di leggere i segnali» (ivi, p. 64).
  34. «Questo tale son io, dunque, sbarcato alla prima tappa del mio leggendario ESTERO materno» (ivi, p. 22). “ESTERO materno” è una coppia d’opposti che, evocando sia la lontananza e l’estraneità con “ESTERO” sia il calore e l’affettività con “materno”, spiega esaurientemente la finalità del romanzo, che consiste nell’intenzione della scrittrice di perdersi nel seno della vita-madre/Aracoeli. In altre parole, mentre “estero” indica la fuga da se stessa, “materno” indica il ritorno alla fase più genuina e idilliaca della vita umana ovvero all’infanzia, quale ricerca d’amore della Morante.
  35. Ivi, p. 125.
  36. In uno dei manoscritti di questo romanzo si leggono i due sottotitoli possibili Una favola d’amore e Un viaggio d’amore, scartati, poi, nella stesura definitiva (si veda il quaderno Aracoeli – Mss. Vitt. Em. 1621/A V nella pagina web «Le stanze di Elsa»: http://193.206.215.10/morante/ara/1621-A500001.html ultima consultazione 1/5/2017). Per giunta, l’amore risulta essere la parola più ricorrente all’interno del romanzo. L’accentuazione dell’amore, che giunge al culmine con la sua considerazione come il sottotitolo dell’intera storia di Manuele, indica l’importanza e la ricerca disperata dell’amore della scrittrice che emerge in ogni suo scritto: nel diario del 1952 ella ha scritto di sé: «Di più, essa voleva essere un grande poeta. E tutto questo perché? Per essere molto amata. Nessuno l’amò mai» (Cronologia, in Elsa Morante. Opere, I, a cura di C. Cecchi e C. Garboli, op. cit., p. LXII). E in Aracoeli si legge: «Fra i vari, possibili beni, di cui la gente è ghiotta, io, per tutto il mio tempo, domandavo quest’unico: d’essere amato. Ma presto mi fu chiaro ch’io non posso piacere a nessuno, come non piaccio a me stesso; eppure non sapevo rinunciare alla mia ostinata illusione – o pretesa» (E. Morante, Aracoeli, op. cit., p. 14).
  37. In questa prospettiva si ricorda che il padre anagrafico, Augusto Morante, da cui ella ha preso il cognome, era istitutore al riformatorio per minorenni di Porta Portese a Roma. Il padre naturale di Elsa, invece, Francesco Lo Monaco, morto suicida intorno al 1943, era un amico di famiglia che ha accettato di generare i figli di Augusto su richiesta di quest’ultimo. La giovane Elsa fu la prima, tra i fratelli, a conoscere questa realtà. E il finale del romanzo che si conclude con il pianto e la pietà di Manuele nei confronti di suo padre fa pensare anche a un’assoluzione da parte della Morante verso il proprio padre biologico Francesco Lo Monaco, il cui pensiero la tormentò psicologicamente per tutta la vita.
  38. Ivi, p. 17.
  39. La rivincita menzionata si dissolve nel significato del trasmutarsi in fenice lucente tramite la sola immaginazione, in proposito afferma Freud: «È troppo triste che nella vita le cose possano svolgersi come in una partita a scacchi, dove una mossa falsa può costringerci ad abbandonare il giuoco: con l’aggravante che qui non possiamo contare su una seconda partita, sulla rivincita. Nel campo della finzione troviamo invece quella pluralità di vite di cui abbiamo bisogno» (S.Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e la morte, trad. it. di C. L. Musatti (Leipzig-Wien 1915), in Opere, VIII, a cura di C. L. Musatti, Torino, Boringhieri, 1978, p. 139).
  40. S. Lucamante, Premessa, in Relazioni intertestuali e statura canonica dei romanzi di Elsa Morante, Ann Arbor, The Catholic University of America, 1995, in ProQuest Dissertations & Theses Global, p. 11.
  41. La vida es sueño è il sottotitolo del diario Lettere ad Antonio (Diario 1938).
  42. D. La Monaca, Poetica e scrittura diaristica. Italo Svevo Elsa Morante, Roma, Salvatore Sciascia, 2005, pp. 185-86.