Bassani: con Croce attraverso l’America

Autore di Rosalia Peluso

«All’origine della letteratura di Bassani c’è Benedetto Croce»: così Giorgio Bassani su se stesso, all’interno di un’intervista concessa a Stelio Cro nel 1977, apparsa per la prima volta nel «Canadian Journal of Italian Studies» e riedita nel volume curato da Valerio Cappozzo dal titolo Lezioni americane di Giorgio Bassani (Ravenna, Giorgio Pozzi Editore, 2016, euro 15, ISBN 9788896117576: pp. 1-168), aperto da una Premessa di Paola Bassani, figlia dello scrittore. Perché, dovendo discutere del rapporto che ha legato Bassani all’America, parto da Croce? Per alcune ragioni specifiche.

Innanzitutto il 2016, per una strana coincidenza di date, vede la celebrazione della nascita di entrambi gli autori: i centocinquant’anni di Croce e i cento anni di Bassani. Per ricordare il primo secolo dello scrittore il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini, ha istituito un Comitato Nazionale che ha patrocinato il volume di cui discuto. Insolita coincidenza, questa degli anniversari, che costringe a far luce anche su alcuni giudizi critici non particolarmente benevoli che sull’opera di Bassani sono stati pronunciati, segno in qualche modo dell’eredità crociana che prepotentemente agiva in lui e di cui egli non faceva assolutamente mistero.

Il cosiddetto programma dell’Anti-Croce, ideato per primo da Antonio Gramsci e fattivamente messo in opera nella cultura italiana del secondo Novecento, ha condotto non soltanto a una “liquidazione” del pensiero crociano – anzi, della sua “egemonia”, come si preferiva dire – ma anche a un sostanziale fraintendimento del suo lavoro, spesso originato da una totale e imbarazzante mancanza di conoscenza (lo denuncia lo stesso Bassani nell’intervista sopra ricordata).

Da Croce Bassani viene, sia in senso ideal-spirituale sia in senso politico: dal filosofo antifascista lo scrittore apprende e pratica il suo antifascismo militante, su cui agisce in maniera precipua anche la sua origine ebraica; dal filosofo dell’idealismo e dello storicismo apprende e pratica il principio secondo il quale la realtà è spirito e nient’altro che spirito, compresa quella “materia” che i materialisti (ma si legga volentieri soprattutto la cultura marxistica) elevano a principio supremo, tramutando la loro esigenza di concretezza in una rinnovata forma di metafisica. A Croce, ovvero all’indirizzo della sua filosofia che costituisce «la cuspide italiana di un grande pensiero europeo» – sono ancora sue parole –, Bassani si mantiene fedele per tutta la vita. Tra le eredità crociane maggiormente attive nello scrittore vorrei segnalare, in particolare, la distinzione tra “cronaca” e “storia” che, com’è noto agli studiosi di Croce, costituisce un caposaldo della sua teoria della conoscenza storica. La cronaca è la narrazione aneddotica, cronachistica appunto, espressione di un certo gusto per l’erudizione in cui lo stesso Croce era versato; una storia senz’altro, eppure “morta”, “antiquaria”, priva di “giudizio”, ovverosia di interpretazione e di prospettive critiche: il mito della cruda e nuda descrizione dei fatti “così come si sono effettivamente svolti”, stando alla celebre formulazione dello storicismo di Leopold von Ranke, da cui Croce prende le distanze e che l’ermeneutica filosofica metterà, poi, completamente al bando nella convinzione che “non esistono fatti ma soltanto interpretazioni”. Quando un fatto viene narrato, non è già più il fatto, quanto appunto la sua interpretazione.

Dall’altro capo, opposta a questa inefficace pratica storiografica, c’è invece la storia “viva”, quella sapientemente partorita dall’interesse dello storico che, nel descrivere e interpretare i fatti, mette con coraggio in gioco e in discussione se stesso. A questa storia Bassani si riferisce e si serve opportunamente della nozione crociana di “cronaca” per criticare l’ingenuo approccio del Neorealismo che, in ambito letterario e cinematografico, ha espresso principi non dissimili dal mitico oggettivismo dello storicismo rankiano.

Il recupero dell’eredità di pensiero di Croce è molto utile a intendere il rapporto di Bassani con l’America, perché induce il lettore a riflettere sulla categoria del “provincialismo” che ha a lungo agito, e spesso in negativo, su entrambi gli autori. La provincia, dunque: la Ferrara di Bassani non è poi molto diversa da quell’“angolo della vecchia Napoli” da cui Croce guardava il mondo e che spesso è stato all’origine dell’accusa di “provincialismo” rivolta al suo pensiero.

Non è più tempo di rispondere a questi atavici pregiudizi che ancora gravano su un autentico recupero dell’opera crociana all’interno della nostra cultura – che spesso si è dimostrata più provinciale dei “provinciali” Croce e Bassani. Al centro della mia proposta di lettura delle Lezioni americane di Giorgio Bassani colloco, invece, il rapporto tra la cosiddetta “provincia” e l’esperienza di un mondo “eccentrico”, altro e lontano, che, soprattutto per la generazione di intellettuali cui Bassani appartiene – si pensi a Elio Vittorini e a Cesare Pavese –, ha un solo nome: America.

Tra gli anni Sessanta e i Settanta Bassani si reca diverse volte negli Stati Uniti, prima come presidente dell’Associazione Italia Nostra, poi in occasione della pubblicazione delle edizioni americane dei suoi libri, infine a tenere lezioni sulla letteratura italiana nelle università della California, dell’Illinois e dell’Indiana. L’invito a tenere queste lezioni venne da Edoardo Lèbano, che, nel volume curato da Cappozzo, è presente con il suo ricordo dell’incontro con Bassani in Italia e poi della sua esperienza all’Indiana University, dove lo scrittore fu Visiting professor nel 1976 (segnalo, tra l’altro, in appendice al volume la pubblicazione delle lettere di Bassani a Lèbano e la riedizione di un contributo di una delle studentesse americane dello scrittore, Linda Nemerow Ulman; sempre in appendice è riproposta la poesia Dal Campus, scritta da Bassani, in ricordo della sua esperienza americana, per Mario Soldati). Ma, com’è stato opportunamente notato dal curatore del libro, le “lezioni americane” in Bassani significano due cose: le lezioni da lui tenute in America, e la lezione che l’America ha esercitato su di lui.

Passo di seguito a discutere alcuni temi presenti nei saggi di Cappozzo, di Alessandro Giardino, di Sergio Parussa e Roberta Antognini, per introdurre i quali mi servo di una chiave di lettura che prendo in prestito dalla cinematografia e dalla riflessione cinematografica di Wim Wenders.

Niente, forse, più dell’occhio dell’europeo Wenders riesce con altrettanta esattezza a condensare in immagine il cosiddetto “sogno americano”. È questo il titolo di alcune note del regista datate 1984, l’anno, per intenderci, di Paris, Texas, che nel titolo espone proprio, attraverso un equivoco, l’ambigua relazione tra l’Europa e l’America: la Paris del Texas è un luogo d’origine, lo spazio da cui si proviene, ma non è la Parigi cui, in un primo momento, siamo indotti a pensare. Chi dall’Europa si sposta in America compie, scrive Wenders, non soltanto un viaggio tra continenti diversi: compie anche un viaggio attraverso il tempo ed è, talvolta suo malgrado, costretto a mutare prospettiva. È proprio quel mutamento di visuale molto opportunamente messo in evidenza, con vigore cinematografico, da Valerio Cappozzo nel suo contributo (Il viaggio in America di Giorgio Bassani tra poesia e insegnamento), come cambiamento di percezione del viaggiatore che prima guarda il mondo di fuori dal finestrino del regionale Ferrara-Bologna e poi all’oblò di un aereo intercontinentale. Qui, in alto, il mondo reale, potremmo chiamarlo “cronachistico”, si dissolve e si rarefà in un’atmosfera in cui non soltanto la concretezza umana viene meno, ma il mondo stesso, offrendo allo spettatore del nuovo cielo un’esperienza di essenzializzazione che sola permette di osservare la storia. Cappozzo immagina Bassani, e quanti dall’Europa si spostano in America, come il moderno Perseo descritto da Calvino nella prima delle sue “lezioni americane”, non a caso ricordato in epigrafe al volume: il “giudice della storia” che ha bisogno di leggerezza, di un punto di vista dall’alto, nonché di protesi culturali (lo specchio, lo scudo del mito; la scrittura o l’obiettivo fotografico della realtà) per vincere la facies hippocratica, medusea, della storia, ricorda Parussa nel suo L’odore della poesia. Giorgio Bassani e Henry James.

La storia giace sempre di fronte a noi come “natura morta”: cosa possiamo fare, allora, per farla rivivere? Scrivere, o meglio, scriverla, come fa Bassani, perché la scrittura è nel complesso una forma di reazione della vita contro la morte; o fotografarla, come fa l’artista israeliano Ori Gersht (ricordato proprio da Parussa all’inizio del suo contributo), che si reca sui luoghi di tragici eventi della storia e li fotografa per verificare quanta memoria ancora di quel passato contengano. Inconsapevolmente, come ho già messo in evidenza in uno mio studio sulla “pratica pietrificante” del giudizio storico e della fotografia (ma nel senso attivo della “pietrificazione”: depositare su pietra, carta o lastra, una storia per custodirla e ricrearla), se Benjamin dovesse oggi dare una nuova immagine al suo “angelo della storia”, non esiterebbe a raffigurarlo con una macchina fotografica a tracolla (cfr. R. Peluso, Medusa, o della pietrificazione del vivente, 2015, ora anche disponibile su Academia.edu: https://www.academia.edu/25853550/Medusa_o_della_pietrificazione_del_vivente).

E questo riferimento alla fotografia ci riporta nuovamente all’“esemplare europeo” Wenders, che intuisce da subito l’enorme potenziale visivo che risponde al nome America, il suo essere innanzitutto un’“immagine” (il sogno è immagine) e in secondo luogo un serbatoio inesauribile di immagini stesse, di fronte al quale il visitatore, lo straniero ha da fare due cose: tenere gli occhi bene aperti e mettersi subito dopo le mani sugli occhi per preservare la complessità di quella stessa immagine. L’America, il sogno americano, è, per chi viene da fuori, e per gli europei in particolare, la terra su cui le immagini vengono fornite su un piatto d’argento: il luogo appositamente creato per l’arte della visione. Per questa ragione, un personaggio di un altro film di Wenders, il protagonista di Alice in den Städten (1974), alla fine del suo viaggio in America, è scovato su una spiaggia a scattare polaroid: era stato mandato a raccontare una storia e, non avendola potuta raccontare, si è abbandonato all’ontologia del sogno americano facendo foto. Solo con questa consapevolezza può far ritorno nel vecchio continente e cominciare a narrare la “sua” storia. Non la scrittura alimenta l’America, ma l’immagine, ovverosia quanto di visivo c’è nello stesso atto di scrivere.

Credo che su tutta la generazione di scrittori cui appartiene Bassani l’America abbia agito in forme non dissimili da quelle descritte da Wenders: rispetto alle “provincie” da cui provenivano, e per sfuggire ai miasmi di un provincialismo sempre in agguato nel contesto in cui si nasce, l’America rappresenta per loro (e forse ancora per noi, “ultimi europei”) il grande spazio, il luogo simbolico delle fughe possibili, l’ampliamento di prospettiva, ma pure la fuoriuscita da una sorta di stallo narcisistico, da una condizione “provinciale” che in termini psicoanalitici – registra Alessandro Giardino nel suo Giorgio Bassani, Hermann Melville e Nathaniel Hawthorne – corrisponde all’esigenza di emancipazione da un contesto “materno”, “intrauterino”, che a lungo andare costringe all’inazione.

L’America era, tuttavia, in Bassani ancora prima dei suoi viaggi. La letteratura americana agisce fortemente su di lui, come ricordano i già citati contributi critici, che fanno luce sul recupero, nella prosa e nella poesia di Bassani, di autori come Melville, Hawthorne, Henry James e non ultimo James Cain, del quale Bassani tradusse Il postino suona sempre due volte – lo ricorda Roberta Antognini in Giorgio Bassani e James Cain. Storia e critica di una traduzione. Un’ultima annotazione va fatta, dunque, rispetto a questo recupero “citazionistico” dell’America attraverso la scrittura. La citazione, ovvero quello che è la citazione all’interno di una specifica teoria della narrazione, è sempre luogo “eccentrico” – cosa che è geograficamente e metaforicamente l’America rispetto all’Europa: più che lavorare pacificamente alla costruzione dell’assenso, essa lo strappa con violenza, con la ferocia dei predoni – per dirla con Benjamin – che se ne stanno in agguato lungo le vie della testualità. Le citazioni sono il luogo in cui il Perseo-giudice della storia trova la porta di accesso a una comprensione altrimenti impossibile: disseminazioni di un continuum altrimenti inesperibile.