Cerimonie gastronomiche nella «Palinodia» e nei «Nuovi credenti» di Giacomo Leopardi: la società gourmet

Autore di Giuseppe Garrera - Sebastiano Triulzi

Proprio all’inizio della Palinodia al marchese Gino Capponi e dei Nuovi credenti, Leopardi si sofferma con particolare irritazione a guardare degli intellettuali progressisti del proprio tempo mentre, seduti al bar o al ristorante, consumano l’aperitivo e disquisiscono dei problemi del mondo e della società, confrontano idee e si aggiornano, soddisfatti di se stessi, compiaciuti, con lo stomaco e la considerazione di sé in giulebbe, ognuno prendendosi molto sul serio e sorseggiando assieme alla cioccolata le proprie fessissime idee, anzi pasteggiando opinioni e sapori, soluzioni e pasticcini, e ordinando un’altra tazza per accompagnare la beatitudine del sigaro e la digestione dell’ultimo articolo assaporato nel giornale. La scena è feroce.

Sappiamo che questi due testi attaccano, con insofferenza, il ritorno allo spiritualismo cattolico, l’ottimismo progressivo, la fiducia nella luce giornaliera dei giornali, la soddisfacente politica del moderatismo e del compromesso tipico della classe liberale moderata cattolica, fiorentina prima, quella attorno al circolo Vieusseux, e napoletana poi. Brave persone, come direbbe Manganelli (Gino Capponi è definito “candido”), ma proprio qui sta l’aspetto rivoltante del buon pensare borghese. Questa soddisfazione di sé, di cui i piacevolissimi rituali pubblici del ristorante e del bar sono segno e vessillo, è un’ottusità contro cui non si può nulla (Leopardi ha coscienza piena di essere uno sconfitto: da qui la palinodia). Il peccato di gola è un peccato politico in cui si confondono squisitezza del palato e del parlare (come fossero la stessa cosa), si mescolano salivazione e chiacchiera, si insaporiscono intestini e anima (nel vizio della gola entrano, poi, il saper vestire e il saper vivere così come le “buone letture” e la “buona musica”): la borghesia, già vede con chiarezza e orrore Leopardi, sta rendendo piccante lo spirito, piacevoli e saporiti intelletto e pensieri, condimento le passioni, speziate le idee politiche: nella gola, per la prima volta, dopo il sesto canto dell’Inferno di Dante, si individua la radice ontologica dell’acquiescenza e del conformismo etici e politici di un’intera società.

I due componimenti di Leopardi sono due componimenti finali, testamentari, ultimativi, del progetto dei Canti. È necessario ricordare che prima dell’inserimento della Ginestra e del Tramonto della luna da parte del Ranieri nell’edizione postuma dei Canti del 1845, la Palinodia chiudeva l’edizione napoletana del ’35, l’ultima che Leopardi vide e che poté toccare con mano: era, dunque, una sorta di sigillo feroce, un epilogo satirico e inclemente contro il proprio tempo, contro l’orizzonte di civiltà che il poeta vedeva annunciarsi davanti a sé. I nuovi credenti, di cui sono conservate due stesure, venne sicuramente dettata a Ranieri dopo l’edizione Starita del ’35, e non fu inserita dall’amico nell’edizione postuma del 1845 perché, a suo parere, conteneva espliciti riferimenti a illustri napoletani del partito moderato cattolico, soprannominati, nel testo, Elpidio, lo speranzoso, e Galerio, l’ottimista; i quali, essendo ancora in vita, avrebbero potuto essere facilmente identificati dai contemporanei e, ancor maggiormente, sentirsi offesi per come venivano dipinti.

La Palinodia e I nuovi credenti sono due lavori cronologicamente vicini, e finali, composti tra la primavera e il settembre del 1835, il primo; e tra la fine del 1835 e il 1836, il secondo ˗ che è in questo coevo alla stesura della Ginestra,quindi appena successivo alla pubblicazione dell’ultima edizione in vita dei Canti, tanto che entrerà a farne parte solo nell’edizione del 1906. La collocazione testamentaria di questi due componimenti è fondamentale, perché si tratta di un Leopardi corsaro: e cioè di un poeta che fa poesia civile, e la disperazione civile non è lontana da quella che sarà propria del corsaro Pasolini; è indifferente che la dura requisitoria di Leopardi contro il suo secolo, contro la sua civiltà sia rivolta alla società napoletana o, attraverso Gino Capponi, a quella fiorentina, perché il concetto è valido per l’intero orizzonte del sistema culturale e sociale della sua epoca.

Leopardi conferisce una responsabilità politica ai cerimoniali del cibo borghese, termine non usato a caso come vedremo in seguito. La scena iniziale della Palinodia marca in maniera satirica e insieme dolente la visione che Leopardi aveva dei suoi colleghi intellettuali, che paiono lieti, paghi di sé stessi e delle proprie idee, dei propri convincimenti e del proprio stato sociale. Nella sua ottica castiga il tipo dell’intellettuale, se vogliamo dello scrittore o del pensatore, che nutre le proprie chiacchiere, i propri pensieri, alla squisitezza dei pasticcini, del pranzo nel proprio ristorante preferito, del tabacco che amabilmente e teatralmente aspira (tutto, ogni cosa, purtroppo è segno rivelatore):

(…) Alfin per entro il fumo
de’ sigari onorato, al romorio
de’ crepitanti pasticcini, al grido
militar, di gelati e di bevande ordinator,
fra le percosse tazze
e i branditi cucchiai, viva rifulse
agli occhi miei la giornaliera luce
delle gazzette. Riconobbi e vidi
la pubblica letizia, e le dolcezze
del destino mortal. Vidi l’eccelso
stato e il valor delle terrene cose,
e tutto fiori il corso umano, e vidi
come nulla quaggiù dispiace e dura1.

Nel rituale del bar e del sigaro, nel rituale dei crepitanti pasticcini e del grido militare di gelati e di bevande, si presentano due ingredienti fondamentali che Leopardi odia: la chiacchiera, cioè il chiacchierare competente seduti al tavolino di un bar, parodia di quei caffè degli illuminati in cui la caffeina era però stata metafora dell’aprire gli occhi, del risvegliarsi, del non dormire, dello stare insonni a vigilare e testimoniare la catastrofe, verificando sempre ciò che ci è mal tramandato per paura e bêtise; e la luce giornaliera delle gazzette, che vuol dire non solo il richiamo all’attualismo attraverso la lettura dei giornali, e l’imposizione dell’essere alla moda, informati, e non magnificamente inattuali, ma anche e soprattutto ben disposti a seguire le idee correnti e ad abbracciare opinioni digeribili. In questi passaggi le feroci inarcature leopardiane rendono ancora più aspra la palinodia, cioè il fingere di doversi convertire a questi rituali. E qualche decina di versi più avanti, Leopardi aggiunge un particolare che sarà, in arte, motivo, bersaglio ricorrente di tutta la polemica antiborghese dalle pagine di Flaubert e Tolstoj ai furori dinamitardi di Carlo Emilio Gadda fino alle azioni vandaliche di Arman, e cioè il tema dell’agio borghese, del salotto borghese:

(…) Più molli
Di giorno in giorno diverran le vesti
O di lana o di seta. I rozzi panni
Lasciando a prova agricoltori e fabbri,
Chiuderanno in coton la scabra pelle,
E di castoro copriran le schiene.
Meglio fatti al bisogno, o più leggiadri
Certamente a veder, tappeti e coltri,
Seggiole, canapè, sgabelli e mense,
Letti, ed ogni altro arnese, adorneranno
Di lor menstrua beltà gli appartamenti;
E nove forme di paiuoli, e nove
Pentole ammirerà l’arsa cucina2.

Ecco squadernarsi le suppellettili di quello che poi chiameremo il conforto borghese e la mercanzia, come i vestiti di cotone o le pentole e le padelle, tutti «mestrui», cioè mensili, poco durevoli perché soggetti alle regole capricciose e irrequiete della moda. Non è più solo questione di bar o di ristoranti, di aperitivi o di attovagliamenti, ma tutta la civiltà sembra indirizzata verso un tipo di comodità borghese fatta di seggiole, tappeti, vestiti, spezie, cibi, quindi di un tipo di merce che soggiace a un ricambio schizofrenico e irrequieto, la cui fondamentale funzione è di acquietare le anime, di acquietarle, con una misericordia infinita, nel finito, nel circolo protetto e teporoso della soddisfazione quotidiana, senza più ansie, infelicità e indignazioni. Leopardi aveva addirittura all’inizio fatto uso di una locuzione significativa, scrivendo che questa nuova «progenie», i suoi contemporanei, vive in un «Eden odorato», per cui c’è anche l’aspetto dei buoni profumi, non solo del palato, ma anche della fragranza, della pulizia, per i nasi, dell’ambiente in cui ci si ritrova, all’interno del quale poi ovviamente avviene la chiacchiera e la lettura dei giornali, abitudine che dopo verrà replicata nelle comodità e nel profumo di montagna del proprio salotto. Le comodità e gli agi, da cui non si può retrocedere, da cui non si può più tornare indietro, che trasformano tutti i desideri in bisogni, esaudendoli, sono irrinunciabili, ma soprattutto sono meravigliosi; e una conseguenza, in un modo pungente, inevitabile è che in questa beatitudine pensare alla rivoluzione è semplicemente assurdo, anzi ridicolo, non se ne vede la ragione, anzi la ragione non c’è, se non quella giusta dose di condimento spirituale che permette di dolersi delle ingiustizie della terra e del male degli uomini senza per questo saltare l’aperitivo.

Questa connotazione diventa più disperata e incendiaria nei Nuovi credenti, un componimento in terza rima dantesca che segue l’andamento delle invettive irose della Divina Commedia e che è di poco posteriore, come detto, alla Palinodia. Nei Nuovi credenti il discorso non riguarda più solo gli intellettuali ma si amplia a tutto il consesso umano: l’idea del cibo e la cerimonialità del mangiare sono intese come ottundimento politico tanto della piccola borghesia cittadina quanto del popolo. Fin dall’incipit Leopardi si rivolge a Ranieri, al proprio amico, e gli dice che tutti parlano male di lui ˗ «Ranieri mio, le carte ove l’umana/ vita esprimer tentai (…) spiaccion dal Lavinaio al Chiatamone,/ da Tarsia, da Sant’Elmo insino al Molo/ e spiaccion per Toledo alle persone» ˗, che agli intellettuali moderati napoletani non piace quello che scrive, che lo trovano sconveniente, tipico di chi ha problemi e malesseri suoi propri. Ragionare sulla mortalità e sul nulla è sgradevole, scrive Leopardi, perché fa dimenticare loro il valore dei maccheroni, o meglio, rovina l’appetito:

Di Chiaia la Riviera, e quei che il suolo
impinguan del Mercato, e quei che vanno
per l’erte vie di San Martino a volo;
Capodimonte, e quei che passan l’anno
in sul Caffé d’Italia, e in breve, accesa
d’un concorde voler, tutta in mio danno
s’arma Napoli a gara alla difesa
de’ maccheroni suoi; ch’ai maccheroni
anteposto il morir, troppo le pesa.
E comprender non sa, quando son buoni,
come per virtú lor non sien felici
borghi, terre, province e nazioni.

Che dirò delle triglie e delle alici?
Qual puoi bramar felicitá piú vera
che far d’ostriche scempio infra gli amici?
Sallo Santa Lucia, quando la sera,
poste le mense al lume delle stelle,
vede accorrer le genti a schiera a schiera,
e di frutta di mare empier la pelle3.

A partire da questi versi s’aggiunge la visione del popolo nella sua interezza, che, essendo costituito fondamentalmente da buongustai, non ha più combattenti, non ha più credenti veri, cioè capaci di vedere la realtà. Coloro che trascorrono le proprie giornate seduti ai caffè nella consolazione, nel gaudio degli anelli di fumo dei sigari e degli aperitivi, antepongono a tutto i maccheroni, e a un certo punto cominciano a disquisire di triglie e alici, e della felicità di fare scempio d’ostriche stando tra amici. Mentre una volta si riunivano intellettuali e filosofi come gli illuministi o i carbonari o i congiurati, qui ci si riunisce tra amici per fare “intrippata” di ostriche. In sostanza, i nuovi credenti, come prima gli intellettuali fiorentini e napoletani, sembrano non voler sentire il pensiero e i versi di Leopardi perché questi disturbano la buona tavola, sono di cattivo gusto, perché i suoi discorsi rovinano l’appetito. Sia detto per inciso che, come consuetudine, l’aperitivo nasce proprio alla fine del Settecento (si dice a Torino, nel 1786, in uno dei bar sotto i portici di Piazza Castello), per cui è come se Leopardi avesse individuato subito uno dei rituali più borghesi e penosi alla vivacità dello spirito (l’esplosione dello stesso spritz, inventato in Veneto dagli austriaci perché, trovando troppo forte il vino della regione, aggiungevano dell’acqua gassata, è un chiaro simbolo del conformismo dei costumi e delle idee politiche: con lo spritz abbiamo accettato il compromesso di liberarci dagli austriaci, però facendo i moderati all’austriaca).

Per l’ora dell’aperitivo, così come per il sedersi a tavola, si sacrifica volentieri ogni vertigine e ogni pensiero rischioso (fastidiosi, indigesti, vertigini e pensieri rischiosi): il timore leopardiano è che il cerimoniale sia una strategia del mondo e del potere, una trappola per topi, in cui ci si adagia in una soddisfazione che si desidera e che, in realtà, esaudisce i nostri desideri più profondi. L’appetito del conoscere, del vivere, del sognare – continua Leopardi ˗ è fatto pago dai bar di Portici, San Carlino, Villa reale, e soprattutto dai sorbetti di Vito:

«Portici, San Carlin, Villa reale,
Toledo, e l’arte onde barone è Vito,
e quella onde la donna in alto sale,
pago fanno ad ogni or vostro appetito,
e il cor, che né gentil cosa, né rara,
né il bel sognò giammai, né l’infinito.
Voi prodi e forti, a cui la vita è cara,
a cui grava il morir; noi femminette,
cui la morte è in desio, la vita amara».
Voi saggi, voi felici: anime elette
a goder delle cose: in voi natura
le intenzioni sue vide perfette.
Degli uomini e del ciel delizia e cura
sarete sempre, infin che stabilita
ignoranza e sciocchezza in cuor vi dura:
e durerá, mi penso, almeno in vita4.

Tutto questo durerà per sempre, o, male che vada, comunque finché saremo in vita (non c’è tutta questa differenza). L’elencazione, meravigliosa, dei luoghi napoletani dove si trovano i ristoranti e i caffè alla moda e la citazione del gelataio Vito, diventato famoso e insignito di nobiltà per la bontà dei suoi prodotti, il barone dei gelatai napoletani («l’arte onde barone è Vito»), serve a indicare, attraverso la topografia cittadina, il punto che sgomenta: il valore di questa sazietà è che il cuore non vuole più cose indigeste, non vuole più conoscere la nobiltà dell’animo, non vuole sognare più né la bellezza né l’infinito ˗ (emoziona dopo tanti anni e tante scritture ritrovare qui, alla fine, come bene inestimabile e per il lettore vessillo straziante, in mezzo alle triglie e ai maccheroni, questa cara parola).

Leopardi anticipa qui il grande tema della soddisfazione borghese che, come detto, esploderà feroce e senza appello, lungo tutta la parte centrale e finale dell’Ottocento e nel Novecento. Prima ancora di introdurre un’accusa alle credenze di questi nuovi credenti, di questiinguaribili ottimisti, Leopardi sostiene che l’ottimismo si basa in realtà su un compiacimento di sazietà gastronomica attuato attraverso una serie di rituali liturgici che a noi sono ben famigliari: il poeta di Recanati va a colpire il cerimoniale della prima colazione e del ristorante, celebrazioni della soddisfazione borghese. Si usa qui questa locuzione nella convinzione che la scena dei «pasticcini crepitanti» e dei «branditi cucchiai», nella Palinodia al marchese Gino Capponi, o la scena sopracitata dei Nuovi credenti siano un nucleo originario di ispirazione di un’altra inesorabile visione cibaria, quella dei «manichini ossibuchivori» che affollano i ristoranti milanesi, raccontata da Carlo Emilio Gadda nella Cognizione del dolore. Vale la pena di rileggerla per intero:

Dove andava la sua conoscenza umiliata, coi lembi laceri della memoria nel vento senza più causa né fine? Dove agivano le mente operose circa la verità, con la loro sicurezza giusta, illuminata da Dio?
Camerieri neri, nei «restaurants», avevano il frac, per quanto pieno di padelle: e il piastrone d’amido, con cravatta posticcia. Solo il piastrone s’intende: cioè senza che quella imponentissima fra tutte le finità pettorali arrivasse mai a radicarsi in una totalitaria armonia, nella fisiologia necessitante d’una camicia. La quale mancava onninamente.

Pervase da un sottile brivido, le signore: non appena si sentissero onorare dell’appellativo di signora da simili ossequenti fracs. «Un misto panna-cioccolato per la signora, sissignora!». Era, dalla nuca ai calcagni, come una staffilata di dolcezza, «la pura gioia ascosa» dell’inno. E anche negli uomini, del resto, il prurito segreto della compiacenza: su, su, dall’inguine verso le meningi e i bulbi: l’illusione, quasi, d’un attimo di potestà marchionale. Dimenticati tutti gli scioperi, di colpo; le urla di morte, le barricate, le comuni, le minacce d’impiccagione ai lampioni, la porpora al Père Lachaise; e il caglio nero e aggrumato sul goyesco abbandono dei distesi, dei rifiniti; e le cagnare e i blocchi e le guerre e le stragi, d’ogni qualità e d’ogni terra; per un attimo! per quell’attimo di delizia. Oh! spasimo dolce! Procuratoci dal reverente frac: «Un taglio limone-seltz per il signore, sissignore! Taglio limone-seltz al signore!». Il grido meraviglioso, fastosissimo, pieno d’ossequio e d’una toccante premura, più inebriante che melode elisia di Bellini, rimbalzava di garzone, di piastrone in piastrone, locupletando di nuovi sortilegi destrogiri gli ormoni marchionici del committente; finché, pervenuto alla dispensa, era «un taglio limone-seltz per quel belinone d’un 128!».

Sì, sì: erano consideratissimi, i fracs. Signori seri, nei «restaurants» delle stazioni, e da prender sul serio, ordinavano loro con perfetta serietà «un ossobuco con risotto». Ed essi, con cenni premurosi, annuivano. E ciò nel pieno possesso delle rispettive facoltà mentali. Tutti erano presi sul serio: e si avevano in grande considerazione gli uni gli altri. Gli attavolati si sentivano sodali nella eletta situazione delle poppe, nella usucapione d’un molleggio adeguato all’importanza del loro deretano, nella dignità del comando. Gli uni si compiacevano della presenza degli altri, desiderata platea. E a nessuno veniva fatto di pensare, sogguardando il vicino, «quando è fesso!». Dietro l’Hymalaia dei formaggi, dei finocchi, il guardasala notifica le partenze: «!Para Corrientes y Riconquista! !Sale a las diez el rápido de Paraná! !Tersero andén!».

Per lo più, il coltello delle frutta non tagliava. Non riuscivano a sbucciar la mela. O la mela gli schizzava via dal piatto come sasso di fionda, a rotolare fra scarpe lontanissime. Allora, con voce e dignità risentita, era quando dicevano: «Cameriere! ma questo coltello non taglia!». Tra i cigli, improvvisa, una nuvola imperatoria. E il cameriere accorreva trafelato, con altri ossibuchi: ed esternando tutta la sua costernazione, la sua piena partecipazione, umiliava sommessa istanza appiè il corruccio delle Loro Signorie: (in un tono più che sedativo): «provi questo, signor Cavaliere!»: ed era già trasvolato. Il quale «questo» tagliava ancora meno di quel di prima. Oh, rabbia! mentre tutti, invece, seguitavano a masticare, a bofonchiare addosso agli ossi scarnificati, a intingolarsi la lingua, i baffi. Con un sorriso appena, oh, un’ombra una prurigine d’ironia, la coppia estrema ed elegantissima, lui, lei, lontan lontano, avevan l’aria di seguitar a percepire quella mela, finalmente immobile nel mezzo la corsía: lustra, e verde, come l’avesse pitturata il De Chirico. Nella quale, bestemmiando sottovoce, alla bolognese, ci intoppavano ogni volta le successive ondate dei fracs-ossibuchi, per altro con lesti caldi in discesa, e quasi in rimando, l’uno all’altro: alla Meazza, alla Boffi.

Erano degli strameledísa buccinati via come sputi di vipera, non tanto sottovoce però da non arrivare a capir cosa fossero: da dietro pile di piatti in tragitto, o di bacinelle di maionese, o cataste d’asparagi di cui sbrodolava giù burro sciolto sul lucido; perseguiti poi tutti, tutt’a un tratto, da improvvise trombe marine di risotti, verso la proda salvatrice.
Tutti, tutti: e più che mai quei signori attavolati. Tutti erano consideratissimi! A nessuno, mai, era venuto in mente di sospettare che potessero anche essere dei bischeri, putacaso, dei bambini di tre anni.

Nemmeno essi stessi, che pure conoscevano a fondo tutto quanto li riguardava, le proprie unghie incarnite, e le verruche, i nèi, i calli, un per uno, le varici, i foruncoli, i baffi solitari. Neppure essi, no, no, avrebbero fatto di se medesimi un simile giudizio. E quella era la vita.
Fumavano. Subito dopo la mela. Apprestandosi a scaricare il fascino che la lunga pezza oramai, cioè fin dall’epoca dell’ossobuco, si era andato a mano a mano accumulando nella di loro persona – (come l’elettrico nelle macchine a strofinío) – ecco, ecco, tutti eran certi che un loro impreveduto decreto avrebbe lasciato scoccare sicuramente la importantissima scintilla, folgore e sparo di Signoria su adeguato spinterogeno ambientale, di forchette in travaso. Cascate di posate tintinnanti! Di cucchiaini!
Ed erano appunto in procinto di addivenire a quell’atto imprevisto, e però curiosissimo, ch’era così instantemente evocato dalla tensione delle circostanze.

Estraevano, con distratta noncuranza, di tasca, il portasigarette d’argento: poi, dal portasigarette, una sigaretta, piuttosto piena e massiccia, col bocchino di carta d’oro; quella te la picchiettavano leggermente sul portasigarette, rinchiuso nel frattempo dall’altra mano, con un tatràc; la mettevano ai labbri; e allora, come infastiditi, mentre che una sottil ruga orizzontale si delineava sulla lor frotte, onnubilata di cure altissime, riponevano il trascurabile portasigarette. Passati alla cerimonia dei fiammiferi, ne rinvenivano finalmente, dopo aver cercato in due o tre tasche, una bustina a matrice: ma, apertala, si constatava che n’erano già stati tutti spiccati, per il che, con dispitto, la bustina veniva immantinenti estromessa dai confini dell’Io. E derelitta, ecco, giaceva nel piatto, con bucce. Altra, infine, soccorreva, stanata ultimamente dal 123° taschino. Dissigillavano il francobollo-sigillo, ubiqua immagine del Fisco Uno e Trino, fino a denudare in quella pettinetta miracolosa la Urmutter di tutti gli spiritelli con capocchia. Ne spiccavano una unità, strofinavano, accendevano; spianando a serenità nuova fronte, già cosí sopraccaricata di pensiero: (ma pensiero fessissimo, riguardante, per lo più, articoli di bigiutteria in celluloide). Riponevano la non più necessaria cartina in una qualche altra tasca: quale? oh! se ne scordano all’atto stesso; per aver motivo di rinnovare (in occasione d’una contigua sigaretta) la importantissima e fruttuosa ricerca.

Dopo di che, oggetto di stupefatta ammirazione da parte degli «altri tavoli», aspiravano la prima boccata di quel fumo d’eccezione, di Xanthia, o di Turmac; in una voluttà da sibariti in trentaduesimo, che avrebbe fatto pena a un turco stitico.
E cosí rimanevano: il gomito appoggiato sul tavolino, la sigaretta fra medio e indice, emanando voluttuosi ghirigori; mescolati di miasmi, questo si sa, dei bronchi e dei polmoni felici, mentre che lo stomaco era tutto messo in giulebbe, e andava dietro come un disperato ameboide a mantrugiare e a peptonizzare l’ossobuco. La peristalsi veniva via con un andazzo trionfale, da parer canto e trionfo, e presagio lontano di tamburo, la marcia trionfale dell’Aida o il toreador della Carmen.
Cosí rimanevano. A guardare. Chi? Che cosa? Le donne? Ma neanche. Forse a rimirare se stessi nello specchio delle pupille altrui. In piena valorizzazione dei loro polsini, e dei loro gemelli da polso. E della loro faccia di manichini ossibuchivori5.

Attraverso questo passo veniamo catapultati all’interno del nucleo gaddiano, cioè dell’asprezza e della durezza di Don Gonzalo quando, davanti alla giusta minestra illuminata dalla lampada in cucina, servita dalla madre, ripensa al viaggio compiuto in un Sudamerica lombardo e brianzolo e ripensa con un odio, un fiele illuminante e terribile, ai sazi, idioti, borghesi al ristorante, ognuno compiaciuto del rituale, del proprio ristoro gastronomico. In questa gigantografia dell’umanità italica che trova la propria gnosi, la propria ontologia attovagliata al ristorante, ci sono tutti gli elementi satirici e le spie linguistiche di stampo leopardiano. La soddisfazione borghese del comandare di cui ci parla Gadda, nel profluvio di ordini, sempre dati dai clienti «con perfetta serietà» e accolti dai camerieri col piacere di obbedire, come se tutti stessero seguendo un certo spartito, un compiaciuto gioco delle parti, richiama le ordinazioni delle consumazioni nella Palinodia, che sono anch’esse gridate ad alta voce, con un tono marziale e volitivo («al grido/ Militar, di gelati e di bevande/ Ordinator»). Il cammino impetuoso, travagliato degli ossibuchi serviti col risotto, che ad ondate vengono portati da un tavolo all’altro e velocemente, e voracemente, ripuliti dai piatti, fa il paio, nel suo valore simbolico, con i maccheroni e i frutti di mare di cui «si empier la pelle» il popolo napoletano nei Nuovi credenti. Ugualmente: l’estrazione teatrale, al rallentatore, del «portasigarette» o «del bocchino di carta d’oro» davanti a tutti, e lo strofinamento e l’accensione del fiammifero, che spiana «a serenità nuova la fronte»; o la gestualità della «prima boccata» di sigaretta per suscitare l’ammirazione degli astanti e la collaborazione del fumo al piacere della digestione («lo stomaco era tutto messo in giulebbe»); o infine la posa cui assurgono i fumatori con la sigaretta tra le dita e lo sguardo perso, non rivolto verso altri, ma «a rimirare se stessi», nel trionfo assoluto dell’egotismo e dell’appagamento del sé: sono tutte immagini che nascono dalla scena del sigaro nella Palinodia, dove ci viene detto che il fumo dei sigari è prima di ogni cosa «onorato», perché conferisce importanza, perché è un virile simbolo di potere e soddisfazione. Il rituale dell’accendere la sigaretta e di cercare il fiammifero è una delle pagine più ricche, dettagliate e straordinarie della Cognizione del dolore, in cui fortissimo si mostra il filo d’unione con Leopardi, con la proiezione di sazietà e acquiescenza borghese nel rituale del mangiare; a cui s’unisce un ulteriore elemento, la soddisfazione delle proprie idee, Gadda direbbe delle proprie fesse idee, cioè la soddisfazione di essere, di credersi nel giusto. Nel ristorante di Gadda l’accostamento eros/cibo per le donne – dal «sottile brivido» di piacere delle signore riverite dai camerieri, alla «gioia pura ascosa», di manzoniana pentecostale memoria, che le fanciulle provano al suono quasi osceno del nome delle portate («un misto panna-cioccolato per la signora»), o il binomio eros/potere per gli uomini, che ad esercitare il comando sentono un prurito salire «dall’inguine verso le meningi» ˗ determinano un benessere e una beatitudine tale che ogni velleità barricadiera di rivolta è sopita, o meglio è sufficiente un attimo di delizia gastronomica per arrendersi subito al disinteresse e al disimpegno civile, e comodamente sedersi fuori dalla storia, indifferenti alle tensioni economiche e sociali dell’età borghese («Dimenticati tutti gli scioperi, di colpo; le urla di morte, le barricate, le comuni, le minacce di impiccagione ai lampioni»). E anche questa assuefazione conformistica della mente, se la pancia si fa piena e la propria vanità satolla nei cerimoniali collettivi, nell’appagamento e nella felicità ostentati al ristorante, è pensiero leopardiano. Non a caso Gino Capponi viene definito nella Palinodia «candido», da intendersi non tanto come ingenuo o schietto o ben disposto verso i suoi simili quanto come onesto, perché in realtà è convinto che quelle idee sul progresso e sull’umanità, che caratterizzano il suo pensiero e quello del moderatismo borghese in tutta la storia italiana (e che Leopardi aborre), sono dettate in perfetta buona fede, nel convincimento che siano giuste. La sazietà sta anche in questo compiacimento di sé stessi.

L’aspetto messo in evidenza ci pare nuovo nella critica leopardiana e oggi più visibile perché è un tratto manifesto e patologico della nostra contemporaneità. Critici ed esegeti leopardiani si sono soffermati, a ragione, ma più spesso di mal grado o cercando giustificazioni, sull’attacco così ingeneroso mosso ai moderati liberali che in modo satirico, ironico, prorompente, emerge dai versi della Palinodia e dei Nuovi credenti; quasi tutti, tuttavia, sorvolano sulle scene qui incriminate o le strumentalizzano, reputandole appunto rivelatrici delle idiosincrasie dell’autore, come qualcosa di eccessivamente polemico, bilioso, frutto di risentimenti personali per cui, alla fine, l’infelice poeta colpisce un po’ tutto, in maniera indiscriminata; quando, al contrario, coinvolgere in questo modo il cibo non è un aspetto secondario, perché i rituali del mangiare, che nella Palinodia riguardano i primi borghesi e nei Nuovi credenti indiscriminatamente l’intera popolazione, e la rappresentazione di un’umanità che trascorre le proprie serate a mangiare, per dopo essere soddisfatta della propria digestione e andarsene a letto, sono un modalità ideologica di addormentamento delle coscienze. Leopardi comprende che non solo la religione è tenebra per i viventi, tenebra deliziosa e consolatoria per fole metafisiche, ma anche e ancor più subdolamente che, quando Dio sarà inevitabilmente cadavere, lo saranno le liturgie laiche della borghesia fino all’onnipresenza della devozione alimentare, della buona tavola, del buon gusto, di cerimoniali sempre più eccessivi (il che significa anche e sempre cerimoniali economici) in un’innumerevole moltitudine di prove e ore del cuoco e di piatti caldi e freddi e di attenzioni ed esercizi spirituali per stare bene con sé stessi nutrendosi in maniera raffinata, accorta, salutistica, fino ai voti monastici e cenobiti delle diete. Attraverso la devozione gastronomica, Leopardi prefigura l’imborghesimento a cui è destinata tutta la società europea, in ogni ordine e stato.

  1. G. Leopardi, Canti, con introduzione e commento di Mario Fubini, edizione rifatta con la collaborazione di Emilio Bigi, Torino, Loescher Editore, 1995, p. 232.
  2. Ivi, p. 236.
  3. Ivi, p. 288.
  4. Ivi, pp. 290-91.
  5. C. E. Gadda, La cognizione del dolore, con un saggio di G. Contini, Torino, Einaudi, 1963, pp. 158-63.

(fasc. 24, 25 dicembre 2018)

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