Da Paolo Bonetti ad Alfonso Musci: due recenti volumi su Croce

Autore di Maria Panetta

Ringrazio, innanzitutto, Paolo D’Angelo per avermi invitato a presentare questi due recenti volumi su Croce che, con stile e metodo diversi, indagano sul pensatore e ne rinverdiscono la presenza e l’eredità[1].

Il mio approccio da italianista risulterà, credo, diverso da quello di Marcello Mustè e Rosalia Peluso, e spero che possa apportare qualche utile spunto di riflessione ulteriore rispetto alle loro competenti osservazioni di taglio più opportunamente filosofico: mi auguro, pertanto, di riuscire a dare un’altra chiave di lettura di questi due saggi, a loro modo diversamente preziosi per lo studio di Croce.

Inizierò con il volume di Paolo Bonetti, studioso assai noto, stimato e riconosciuto di cose crociane, che in questo libro, Presenza di Croce, raccoglie una serie di saggi scritti in precedenza in un arco temporale di quindici anni, dal 2002 al 2016, e accuratamente selezionati in modo tale che fossero collegati da un ideale “filo rosso” (che si riconosce chiaramente procedendo nella lettura), ma allo stesso tempo che illuminassero, ognuno, un aspetto diverso del pensatore e dell’uomo, permettendo, alla fine, di delinearne un profilo che, infatti, emerge limpidamente dalle pagine. Ovvio che l’auspicio che Bonetti formula nella Premessa, ovvero che veda finalmente – e con urgenza – la luce una «biografia esaustiva, che sappia legare intimamente la vita e le opere del più grande intellettuale italiano del Novecento»[2] non può, non solo a mio avviso, che fare appello alla sua generosa disponibilità a mettere insieme organicamente tutti i frammenti della personalità crociana che ha saputo tratteggiare negli anni con la sua prosa cristallina[3].

Mi si permetta di sottolineare, in primis, che il volume inaugura una collana diretta, per Aras Edizioni, dallo stesso Bonetti e intitolata «Le noci», con la precisazione sottostante Idee e società, e di notare che questo libro è perfettamente in linea con gli intenti della collezione, essendo un libro di idee ma non solo, in quanto compaiono tra le righe dei riferimenti alla situazione politica ed economica attuale e, dunque, il pensiero di Croce non vi viene solo illustrato, discusso e comparato attentamente con quello di altri pensatori precedenti, coevi e successivi, ma viene anche valorizzato come ispirazione per l’oggi. Mi permetto di notare quanto sia, a mio avviso, indovinata anche la copertina del libro, semplice ma di effetto, e di apprezzare la scelta della carta, della griglia e dei caratteri di stampa operata dall’editore: il volume risulta, infatti, di agevole lettura, nonostante la densità della pagina, e presenta anche dei margini abbastanza utili al lettore per poter apporre commenti o glosse.

L’agile Premessa di Bonetti esplicita l’impostazione che collega tutti i saggi del volume: la volontà di presentare Croce come «l’ultimo rappresentante»[4] della «grande tradizione dell’umanesimo italiano ed europeo»[5].

Il primo contributo, che dà il titolo alla raccolta, si rivela prezioso, come altri ivi contenuti, anche come rassegna bibliografica degli studi più importanti degli ultimi anni su Croce: si può dire, infatti, che molti dei più significativi volumi usciti negli anni Duemila su tematiche crociane siano citati e discussi nelle pagine di Bonetti, che si rivelano, dunque, molto utili anche nelle indicazioni di approfondimento che offrono. Gli argomenti trattati, inoltre, sono divisi in paragrafi, i cui titoletti indirizzano bene il lettore e agevolano – mi verrebbe da dire – la sua “navigazione”.

Con sicurezza e limpidezza Bonetti delinea i principali snodi del pensiero crociano, oserei dire con una “facilità” e una leggerezza che gli derivano dall’esperienza e dalla conoscenza approfondita di tutta l’opera del filosofo: si avverte in queste pagine che il cosiddetto “sistema” crociano, così poco sistematico per certi aspetti, non ha più alcun segreto per un lettore attento come Bonetti, che lo sa illustrare con felicità e puntualità a chi legge. Mirabile è, a mio avviso, la visione d’insieme che Bonetti riesce ad avere oggi dell’opera di Croce e sorprendente la sua capacità di comunicarla: davvero in questo caso – crocianamente – la chiarezza del pensiero si riverbera nella limpidezza della sua prosa, che ha un ritmo piano e regolare.

Si parte opportunamente dalla questione dell’«impopolarità»[6] del filosofo per comprenderne le ragioni profonde, se ne discute la «cosiddetta egemonia»[7], facendo luce su tutte le polemiche innescate dal suo originale pensiero; si sottolinea a più riprese il punto fermo della lotta al Positivismo quale terreno d’incontro anche con il sodale Gentile, prima dell’allontanamento tra i due filosofi, nel 1913, e della loro irreparabile rottura nel 1925.

In Croce Bonetti evidenzia opportunamente che «non si dà effettiva volontà morale che non sia anche concretamente politica, capace di tradursi in opere socialmente utili»[8]: questo il filo che lega vari di questi saggi.

Altro tema portante del libro quello dell’angoscia, che in Croce è forza destruens ma anche construens, perché è motore primo dell’opera; Bonetti ci tiene, però, pure a sottolineare che egli non fu mai «un filosofo della crisi, alla quale, fino all’ultimo, ha opposto la sua fede nella razionalità del reale, nella indistruttibile possibilità dell’uomo di ricostruire se stesso dopo ogni catastrofe, di far prevalere le ragioni della libertà sulla dissociazione della barbarie»[9]. Nella sua storia, infatti, non c’è mai la «disperazione delle filosofie esistenzialiste, atee o religiose che siano»[10].

Una tematica centrale nel volume di Bonetti, ma anche in quello di Musci, è, infatti, quella del rapporto fra individuo e opera, del tutto sbilanciato in Croce verso la seconda, sebbene, come puntualizza Bonetti, l’opera nasca «dalla vita spirituale dell’individuo, dall’intrìco delle occasioni e degli stimoli che bisogna dominare per passare dall’inquietudine della ricerca alla pienezza della realizzazione»[11].

Altro tema – collegato ai precedenti – che percorre tante pagine di entrambi questi saggi è quello assai affascinante del vitale, che è «la stessa ambiguità della vita che alimenta le opere ma al contempo le insidia, che è perpetua oscillazione fra valore e disvalore, ma senza la cui potenza, che è anche, drammaticamente, distruttività, non c’è alcuna effettuale manifestazione delle altre categorie dello spirito»[12]. Al riguardo, Bonetti sa porre il problema e insieme indicare lucidamente la soluzione individuata da Croce in anni e anni di faticoso ripensamento: in questo caso, quella di «risolvere le inquietudini della vitalità nella eticità delle opere»[13].

In Bonetti ci sono pagine di estrema concentrazione nelle quali sono racchiusi spunti utilissimi per percorsi di studio ancora poco battuti; personalmente, mi risuona molto familiare e attrattiva la prospettiva delineata alla fine del primo saggio del libro, nella quale Croce è visto come un pensatore

che attraversò la crisi del Novecento, vivendola nel proprio spirito con onesta dissimulazione, ma rifiutando fermamente di soccomberle dopo averla riconosciuta e analizzata nella sua varia fenomenologia (l’irrazionalismo dei totalitarismi, il futurismo negatore della teoreticità dell’arte, la rinascita del barocco e del gesuitismo morale, l’irrazionalismo antistoricista negatore del futuro non meno che del passato) […][14].

Parole nelle quali convergono varie prospettive feconde di ricerca che interessano anche varie epoche della storia della letteratura e il giudizio che Croce espresse al riguardo come critico.

Nel saggio successivo (L’autobiografia come giudizio storico) troviamo, infatti, un ulteriore spunto assai utile per chi voglia comprendere certe idiosincrasie del Croce critico letterario: partendo dall’esame della dura polemica di Croce contro quello che definisce lo “storicismo decadentistico” di Marcel Proust, per il quale è del tutto mancante il nesso fra eticità e conoscenza, e contro l’intuizionismo di Bergson, Bonetti sottolinea il legame tra questa condanna crociana e quella dei letterati decadenti «che idoleggiano la personalità meramente vitale che si pone al di qua di ogni teoresi e di ogni impegno morale»[15], prospettiva con la quale – come ho tentato di dimostrare in un saggio uscito nel 2017 su «Diacritica»[16] e poi raccolto nel volume Croce fra critica e filologia[17] – sono molto d’accordo, ritenendo che quella di Croce non fu una mancata comprensione della sensibilità espressa in certa arte a lui contemporanea, ma un vero e proprio rifiuto per quelle personalità poetiche che, a suo giudizio, non erano in grado di raggiungere un distacco contemplativo dal proprio groviglio vitale, con la mediazione del giudizio storico, e, non aprendosi alle forme teoretiche dello spirito, rimanevano esposte al rischio dell’autodisgregazione e della dispersione, forse ciò che egli più di tutto temeva e contro cui lottava quotidianamente, opponendo al prevalere del caos vitale la dura etica del lavoro. Lo stesso Bonetti, in seguito, con intuito precisa: «noi non lottiamo mai contro ciò che ci è estraneo e di cui, quindi, non siamo in grado di avvertire il fascino e finanche la positività spirituale»[18].

Il tema della malattia, indagato da tanta critica specie negli ultimi anni, ricompare anche nelle pagine di questo saggio: come sottolinea l’autore, Croce ci tenne sempre a «non fare della malattia una specie di alibi o addirittura di medaglia al valore, una occasione di ostentazione della propria squisita sensibilità, come accade in tanta letteratura del decadentismo»[19]; allo stesso tempo, però, Bonetti ci tiene a demolire con forza anche il falso luogo comune dell’“olimpicità” del filosofo con argomentazioni sempre pertinenti, come quelle precedentemente ricordate e connesse al tema dell’angoscia. La causa di questa apparenza di “olimpicità” risiede proprio nell’allenamento strenuo e nella capacità del filosofo di «porsi al di sopra di se stesso per giudicarsi e vincere così il tumulto interiore»[20]; mediante l’analisi dei penetranti Frammenti di etica, confluiti poi in Etica e politica, Bonetti documenta che per Croce la vita non consiste altro che nel correre alla morte, intesa come morte dell’individualità. In Croce l’individuo viene sacrificato sull’altare dell’opera, ma è proprio in questo sacrificio che trova la propria realizzazione, in quanto partecipa della vita dello Spirito e contribuisce al farsi della Storia: la vera individualità – lontana da egomania, egoarchia e monadismo etico – è, infatti, «sottomissione ad un compito che ci trascende»[21], umiltà nell’accettarlo; e gli uomini, come precisa Bonetti trattando del suo rapporto con il cristianesimo, in Croce «si “salvano” attraverso le opere, senza per questo poter mai uscire dal circolo tragico della vita»[22]. Altri temi connessi, quello della passività dell’angoscia cui si contrappone il carattere attivo e concreto dell’intenzione morale e quello della «compassione che, per essere davvero tale, deve essere azione»[23]. La compassione come “palpito senza effetto”, infatti, connota l’estetismo morale, per Croce «la fisionomia prevalente della letteratura romantica e decadente, una letteratura/confessione, che ha il suo “libro capostipite” nelle Confessioni di Rousseau»[24]. E a questo proposito mi piace ricordare il sorriso sornione del mio Maestro, Mario Scotti, quando mi raccontava di versi sentimentali che gli venivano sottoposti da giovani sedicenti poeti e che altro non erano che sfoghi autobiografici di nessun valore estetico.

Al suo «faticoso esercizio di controllo delle proprie derive sentimentali»[25] è connesso anche il motivo della Solitudine di Croce, oggetto di uno specifico saggio che si sofferma sulla severità morale del filosofo che detestava il moralismo. Tale severità lo portò spesso a scontrarsi con i cosiddetti “giovani” (tema cui sono state dedicate tante pagine dalla critica crociana): Bonetti delinea con finezza ed efficacia il suo rapporto con Guido De Ruggiero, Francesco Flora, Alfredo Gargiulo, Luigi Russo, Franco Venturi. Infine, in una densa pagina sintetizza i suoi punti di contatto con il cristianesimo, il cui mito alla fine Croce decise di accogliere per l’alta funzione di civiltà che poteva ancora rivestire in contrapposizione ai miti barbarici scatenatisi nel vecchio continente.

Ovviamente ai miei studi e ai miei interessi molto vicine ho sentito le pagine dedicate al rapporto con Laterza, cui lo accomunavano la lotta contro la cultura accademica, l’irrazionalismo dilagante, il Positivismo e, infine, il regime fascista. E cui lo legava una vera amicizia. Anche agli amori di Croce Bonetti dedica spazio, tratteggiando con sensibilità le diverse personalità della bella e vivace Angelina Zampanelli e della riservata e acuta Adele Rossi. E, nell’intenso saggio dedicato a Croce e l’etica laica dell’opera illustra chiaramente il «carattere profondamente religioso, anche se non confessionale, della sua teoria del liberalismo»[26], precisando, al contempo, che la sua polemica contro il vitalismo irrazionalistico non cancella, comunque, la «natura “corporea” e “mondana” dello spiritualismo crociano, che dissolve ogni metafisica dell’io e lega l’individuo al tutto in una serie di rapporti che congiungono i valori spirituali (bellezza, verità, coraggio morale) alle “vie ascose dei nervi e del sangue”»[27].

Uno dei riferimenti più interessanti all’attualità, cui accennavo in precedenza, si rintraccia proprio in questo saggio, nel passo in cui Bonetti spiega l’antipatia che l’opera di Croce ha suscitato con un’osservazione che si spinge ad abbracciare la contemporaneità:

Troppo alta e difficile è la sua idea del lavoro intellettuale e del connesso impegno morale, per non suscitare ribellione e fastidio in un’epoca come la nostra che oscilla fra il razionalismo arido della tecnica e l’abbandono incontrollato alle emozioni fatto passare per libertà[28].

Il pensiero di Croce, dunque, anche come antidoto alle derive del contemporaneo.

Tra i “giovani” che entrarono in contatto e in rapporto con Croce, Bonetti dedica – doverosamente – molta attenzione a Piero Gobetti in un saggio che forse, caso più unico che raro nel libro, è quasi più incentrato sulla figura del torinese che sulla sua relazione con Croce. In realtà, però, la sua inclusione nel volume è assai pertinente, perché vi si analizza dettagliatamente il pensiero politico di Gobetti e soprattutto la natura del suo liberalismo, che viene contrapposto a quello crociano con il risultato di chiarire ancora più efficacemente le caratteristiche peculiari del secondo. Il carattere del crocianesimo di Gobetti viene definito opportunamente come “morale” e, attraverso la storia degli avvicinamenti e degli allontanamenti di Gobetti dal pensiero crociano, Bonetti fa emergere ancora una volta Croce, mediante l’escamotage di un punto di vista “terzo”: assai originale, dunque, la costruzione di questo saggio, che si rivela anche atto a introdurre la tematica dei due successivi, dedicati al rapporto con Gentile, nel sottolineare l’importante funzione simbolica di Croce dopo il 1925, quando firmò il Manifesto degli antifascisti e divenne «lo spartiacque tra dittatura e libertà, tra barbarie e civiltà, tra l’antistoria e la storia, tra la violenza e la ragione»[29].

Sì, perché in questo libro di Bonetti c’è da rilevare la cura con cui – si diceva – sono stati selezionati i saggi, ma anche quella con cui sono stati messi in ordine: mi sembra palese che l’autore abbia fatto in modo che i vari contributi fossero in qualche modo concatenati. Molto spesso, infatti, il precedente anticipa un motivo o un tema o un personaggio che compare nel successivo: e tale espediente possiamo dire “narrativo” conferisce al discorso una coerenza e al volume una compattezza che l’eterogeneità e la ricchezza degli argomenti non necessariamente avrebbero saputo o potuto assicurare.

I due saggi su Gentile che seguono chiariscono definitivamente che il liberalismo di Croce «non è una rigida armatura ideologica buona per tutte le epoche e per tutte le società»[30] e che, pertanto, Croce non può che provare una netta ripulsa per la «concezione gentiliana di un’eticità che si incarna essenzialmente nelle istituzioni dello Stato»[31]. Trattando dell’accusa che egli rivolge a Gentile di identificare la moralità con l’azione di coloro che effettualmente governano, Bonetti argomenta con un passo che mi sembra di sorprendente attualità e che voglio riportare per intero:

Egli sosteneva, invece, che la forza morale, la categoria morale – che sempre più, nella sua filosofia, durante gli anni della dittatura, tenderà a prendere il sopravvento nel quadro complessivo della filosofia dello spirito – si può incarnare anche in coloro che non solo sono fuori dal governo, fuori dalle istituzioni, ma che addirittura, in un determinato momento storico, si oppongono alle istituzioni e a coloro che le rappresentano, e si battono, piuttosto, per forme di vita morale e, di conseguenza, politico-giuridica, alternative rispetto a quelle incarnate dai poteri stabiliti e consolidati[32].

Bonetti ribadisce, infatti, con Croce il «primato della coscienza morale individuale sui sistemi politico-istituzionali che di volta in volta si manifestano sul piano della storia»[33].

Mi permetto, in conclusione, di citare anche un altro passaggio di questo saggio che suona come un programma per la neonata collana diretta da Bonetti:

Fare storia delle idee significa capire ogni pensiero politico, economico, giuridico nel contesto della specifica situazione storico-culturale in cui quella realtà di pensiero è sorta e si è sviluppata […][34].

E mi sembra che questo volume risponda in pieno a tale esigenza programmatica anche negli ultimi due contributi, dedicati rispettivamente ancora al cristianesimo e a Croce, il male, la libertà; e, infine, nell’interessante intervista finale a cura di Valerio De Luca.

Passando rapidamente – per ragioni di tempo ˗ al secondo volume, da un lato sorprende e dall’altro rassicura il ricorrere di tanti temi comuni ai due saggi: a testimonianza della vivacità di Bonetti, che negli anni non ha mai smesso di porsi domande sul pensiero crociano e non ha mai considerato la propria visione come statica e “definitiva” – bisogna dargliene atto ˗, da un lato; e della padronanza della bibliografia critica precedente dimostrata da Musci, dall’altro.

Il tema dell’angoscia percorre, come accennato, tutto il saggio: a tale proposito, mi sembra particolarmente appropriato in Musci l’accostamento al termine “perturbante” in relazione a questa “presenza” costante nella vita di Croce.

Molte pagine di questo volume sono preziosissime per la messe di rimandi bibliografici in esse contenuti: a tale proposito, lo devo personalmente ringraziare per l’attenzione con la quale ha tenuto conto di un mio vecchio saggio del 2005 su Croce e la catastrofe. Gli scenari apocalittici dei terremoti di Casamicciola e Reggio, che anche Giancristiano Desiderio aveva avuto la gentilezza di ricordare, il 5 agosto scorso, in un suo articolo uscito sul «Corriere della sera» («La Lettura») e intitolato La vocazione sismica di don Benedetto.

Il tema ricorre nel libro, naturalmente e opportunamente legato all’esame dell’autobiografia intellettuale crociana e dei Taccuini di lavoro. Ma non è l’unico motivo in comune con il saggio di Bonetti prima esaminato: Musci, infatti, si dedica a lungo alla questione della «pedagogia dell’Io, intesa come esercizio e tensione verso il “dover essere”»[35], a quella della «natura terapeutica dell’etica e dello storicismo»[36] crociani, a quella dell’«immanenza della morte», che domina tutta l’opera di Croce. Ancora, e opportunamente, all’intreccio profondo fra autobiografia e morte, e alla necessità della morte dell’individuo nell’opera al fine di eternarsi. Lo fa servendosi delle fonti bibliografiche a lui precedenti, analizzando e citando pertinenti passi crociani e – parte più innovativa e interessante del suo percorso – instaurando paralleli e confronti con altri autori, ad esempio con Aby Warburg.

Uno snodo assai interessante della sua trattazione è, a mio avviso, quello relativo all’angoscia preparatoria, di freudiana memoria, la cui mancanza può essere causa della nevrosi traumatica: certa terminologia propria della psicologia e della psicoanalisi viene intelligentemente utilizzata da Musci per dare consistenza a una lettura di Croce che aggiunge elementi di novità alla bibliografia critica già esistente al riguardo.

Un altro snodo assai fecondo è quello della cura di sé e della scrittura come pratica principale per coloro che ambiscono a essere medici di se stessi: una tale lettura non può che persuadere la sottoscritta, che varie pagine ha dedicato, nel 2012, all’analisi di casi di scrittura come pharmakon in un libro il cui titolo, Guarire il disordine del mondo, strizzava l’occhio a Bufalino. Molto persuasivo, a mio parere, è anche l’accostamento dei Taccuini di lavoro a un «ideale amministrativo e contabile della propria esistenza mentale, in cui invigilare se stesso è soprattutto guarire e assicurare che la dieta spirituale coincida con la “cura”»[37].

Il secondo capitolo del libro sottolinea quanto la riscoperta di Croce, avvenuta dopo l’ondata di anticrocianesimo del dopoguerra, debba agli studi filologici sui suoi testi e alle edizioni critiche via via allestite negli anni. Molto interessanti sono le osservazioni di Musci sul carattere estetico della conoscenza storica in Croce, con le puntualizzazioni che essa comporta: sia che l’arte sia conoscenza e ricerca della verità, sia che la scrittura abbia nelle parole il proprio statuto di verità.

Ancora, utili riflessioni Musci dedica alla distinzione crociana fra storia e cronaca e all’assioma che tutta la storia è storia contemporanea: ma lo fa tirando in ballo, con una notevole ricchezza di rimandi e distinzioni, la storiografia coeva a Croce e quella a lui successiva, muovendosi con sicurezza e padronanza delle opere citate. In particolare, molto acuta e interessante mi è parsa la disamina delle posizioni antitetiche di Croce e Serra al riguardo.

Connesso a questo argomento, quello del rapporto fra biografia, autobiografia e storia, cui Musci dedica altre pagine assai dense: molto acuta, in particolare, mi è sembrata la sua trattazione delle ragioni della condanna crociana del romanzesco e del biografico dalla fine degli anni Trenta, quando per Croce il «culto dell’io e della personalità in politica come il biografismo morboso nei libri di storia ricascano nella sfera del negativo totale»[38], in un periodo storico di lotta ai totalitarismi, che per lui rappresentano culture necrofile.

Da tutto il capitolo quattro emerge la consapevolezza del curatore dell’edizione critica di Etica e politica, a partire dalla dettagliata trattazione dedicata ai Frammenti di etica e alla loro matrice autobiografica e diaristica, per poi passare alla disamina dell’influenza di Kant sul Croce dei Frammenti. Mi trova assai d’accordo, anche in questo passaggio, la riflessione di Musci sul fatto che per Croce «“medico di se stesso”, governare le passioni non è reprimerle impulsivamente ma addomesticarle e moralizzarle»[39].

Altro luogo che ha incontrato particolarmente il mio personale interesse quello dedicato alla scoperta crociana del Seicento e, più nel dettaglio, agli studi su Zuccolo e soprattutto su Torquato Accetto e la dissimulazione onesta, trattatello cui il mio Croce editore[40] dedica varie pagine proprio in consonanza con l’idea di Musci che esso rappresenti un «manifesto di vita pratica per affrontare il lungo inverno del fascismo e della perdita della libertà senza coltivare l’ozio e la pigrizia delle idee di morte»[41].

Ma forse il capitolo più innovativo e originale di tutto il volume è quello che tratta della “Loica” del Mantegna e l’ombra del mistero, nel quale l’autore si sofferma sul recupero, da parte di Croce, del concetto di oratoria e sulla valorizzazione del tarocco del Mantegna quale simbolo che prepari all’azione e salvi e liberi la mente, in un contesto sconvolto dalla crisi, dalla guerra e dalla paura. Preso atto che ogni conquista razionale non è un acquisto perenne ma un fragile progresso, esposto com’è a nuovi traumi e alla minaccia dell’Anticristo che è fuori e dentro di noi, secondo Musci Croce comprende di dover elaborare «una strategia iconica che parlando direttamente al cuore degli uomini li persuada alla “vita beata”, alla “cura di sé”, unica via di “salvezza”»[42].

Valore aggiunto del volume – va ricordato – la pur breve Postfazione di Michele Ciliberto, che sintetizza al meglio i temi portanti della fatica di Musci e ne giustifica intelligentemente la prospettiva, valorizzando anche tutta la messe di studi che sono fioriti su Croce nell’ultimo quindicennio:

Lavorare quindi su Croce come individuo, come si è cominciato a fare negli ultimi anni, significa venir meno a un precetto crociano, a un suo invito esplicito, specie per quanto riguardava la sua persona. Ma quel precetto poteva essere fatto proprio, e lo è stato a lungo, da suoi seguaci, non da chi si muove in uno spazio teorico distintissimo da lui e ritiene quindi che l’opera, nessuna opera, esaurisce l’individuo che quindi deve essere oggetto di una analisi specifica anche per decifrare in modo più compiuto l’opera che non lo risolve mai in via definitiva. Il problema teorico riguarda dunque l’effabilità dell’individuo […][43].

  1. Quello che si propone è il testo dell’intervento tenuto all’Università di Roma Tre il 29 novembre 2018 in occasione della presentazione di due diversi volumi su Croce a firma di Paolo Bonetti, purtroppo successivamente scomparso, e di Alfredo Musci: si è deciso di mantenere la marca dell’oralità del discorso. In questa sede si esprime il forte rammarico di non aver avuto la presenza di spirito, in quel pomeriggio, di registrare l’articolato, illuminante e lucidissimo contributo di Bonetti, intervenuto per telefono a salutare i relatori e il pubblico perché, purtroppo, già provato fisicamente e non in grado di partecipare di persona.
  2. P. Bonetti, Presenza di Croce, Fano, Aras Edizioni, 2018, p. 5.
  3. Ci tengo a ricordare che durante il citato intervento telefonico Bonetti individuò in Paolo D’Angelo uno studioso adatto all’arduo compito di progettare e comporre tale esaustiva biografia crociana.
  4. P. Bonetti, Presenza di Croce, p. 5.
  5. Ibidem.
  6. Ivi, p. 10.
  7. Ibidem.
  8. Ivi, p. 11.
  9. Ivi, p. 13.
  10. Ivi, p. 14.
  11. Ibidem.
  12. Ivi, p. 25.
  13. Ivi, p. 28.
  14. Ibidem.
  15. Ivi, p. 33.
  16. M. Panetta, Croce e la «triade onomastica». Prime note sulla presunta incomprensione crociana della sensibilità contemporanea, in Omaggio a Benedetto Croce a due anni dall’esordio di «Diacritica», num. monografico, a. III, fasc. 1 (13), 25 febbraio 2017 (https://diacritica.it/letture-critiche/croce-e-la-triade-onomastica-prime-note-sulla-presunta-incomprensione-crociana-della-sensibilita-contemporanea.html).
  17. M. Panetta, Croce fra critica e filologia, Roma, Diacritica Edizioni, 2018 (scaricabile al link: https://diacritica.it/diacritica-edizioni).
  18. P. Bonetti, Presenza di Croce, op. cit., p. 92.
  19. Ivi, p. 39.
  20. Ivi, p. 42.
  21. Ivi, p. 76.
  22. Ivi, p. 71.
  23. Ivi, p. 45.
  24. Ibidem.
  25. Ivi, p. 59.
  26. Ivi, p. 116.
  27. Ivi, p. 117.
  28. Ivi, p. 121.
  29. Ivi, p. 139.
  30. Ivi, p. 144.
  31. Ivi, p. 147.
  32. Ivi, pp. 147-48.
  33. Ivi, p. 148.
  34. Ivi, pp. 151-52.
  35. A. Musci, La ricerca del sé. Indagini su Benedetto Croce, Macerata, Quodlibet, 2018, p. 16.
  36. Ivi, p. 20.
  37. Ivi, p. 31.
  38. Ivi, p. 86.
  39. Ivi, p. 101. Di «apocalissi addomesticata» avevo parlato io stessa nel ricordato saggio su Croce e la catastrofe del 2005.
  40. M. Panetta, Croce editore, Edizione Nazionale delle Opere di Benedetto Croce, Napoli, Bibliopolis, 2006.
  41. A. Musci, La ricerca del sé. Indagini su Benedetto Croce, op. cit., p. 116.
  42. Ivi, p. 148.
  43. Ivi, pp. 156-57.

(fasc. 25, 25 febbraio 2019)