Intervista a Elvira Seminara

Autore di Maria Panetta

Elvira Seminara, eclettica scrittrice e pop artist, è nata a Catania. Ha esordito nel 2008 con il romanzo L’indecenza (edito da Mondadori), messo in scena al Teatro Stabile di Catania nel 2015, con la sceneggiatura di Rosario Castelli e la regia di Gianpiero Borgia. Per Nottetempo ha, poi, pubblicato nel 2011 la dark comedy Scusate la polvere (con successivo allestimento al Teatro stabile nel 2014, sulla sceneggiatura di Rita Verdirame) e nel 2013 il noir metafisico La penultima fine del mondo. L’ultima sua opera, Atlante degli abiti smessi (Einaudi 2015), omaggio alla scrittura potenziale teorizzata e praticata da Calvino e Perec, è un romanzo in forma di inventario e insieme un manifesto della sua sperimentazione letteraria, di una scrittura ibridata che mescola canoni e generi, fatta di manipolazioni, riusi e neologismi, mix di lingua alta e bassa, contaminazioni di linguaggi.

Atlante degli abiti smessi ha ispirato anche una singolare mostra itinerante di opere e istallazioni da lei stessa realizzate con «scarti domestici, urbani ed esistenziali» (intitolata Reperti e referti di altre nature) che, in corso d’opera, ha accolto abiti e materia dismessa condivisa dai lettori: documenti, testimonianze, scarti e memoria riconvertita e reinventata, perché «ogni artista è un cantascorie».

Giornalista professionista dal ’91, prima di dedicarsi interamente alla narrativa Elvira Seminara è stata redattrice del quotidiano «La Sicilia» e docente a contratto di “Storia e tecnica del giornalismo” nella Facoltà di Lettere dell’Università di Catania. Vive fra Catania e Roma, cura un corso alla scuola di Eccellenza di Catania su “Forme e strumenti dell’io narrante” e tiene laboratori di storytelling in varie città italiane. Suoi testi sono stati tradotti in diversi paesi, tra cui Olanda, Brasile, Spagna, Polonia e Bulgaria.

Le abbiamo rivolto alcune domande sulla sua concezione della scrittura.

Come hai cominciato a scrivere e perché?

Volevo parlare al mondo del mondo. Non mi interessava scavare tra le mie segrete gallerie sotterranee, per dirla con Machado. Ai molesti, angusti o lacrimosi anfratti dell’io preferivo il ritmo della vita estesa, allora come ora. A sedici anni facevo inchieste sul lavoro nero e l’abusivismo edilizio. Fui assunta da «La Sicilia» per occuparmi di cultura ma scelsi di scrivere nella Cronaca, dentro la città – e a Catania allora i morti per mafia erano in media tre al mese. Era il caos dell’asfalto a sedurmi, la periferia ostile e deprivata, il fermento musicale dei ventenni, i nuovi teatri e tutto ciò che mancava, o era guasto. Le grida del mercato, il rock delle cantine, la mobilitazione delle donne ˗ era un paese intero che cambiava, non solo la Sicilia. Era ed è questo per me scrivere: testimoniare, denunciare, cercare, condividere, trasformare. Scavando e svuotando, certo, ma per capire dentro se stessi gli altri, sprofondare nell’umanità. È poi la grande lezione di Calvino, no?

Quali sono stati i tuoi modelli iniziali?

Modelli no, direi stelle polari. Calvino, appunto, col suo “senso civile” dell’immaginazione, il mix di favola e tensione etica, il gusto della sperimentazione, e dunque anche Borges e Saramago, per la visionarietà e il talento logi-magico. Una sorta di triade per me, come ombre tutelari nei miei romanzi. Portatori di una visione del mondo oltre che di finzioni narrative. E amo Bontempelli, Perec, Cortazar. E poi gli americani, da Carver a De Lillo, Philip Roth, per la capacità di raccontare il presente anche fra i muri della cantina, e quel talento (meno presente in Italia) di dilatare l’io biografico per fare spazio alla storia.

Cosa ami leggere? Quali autori, per affinità elettiva, senti più vicini?

Tanti, e non voglio teorizzare. I mucchi di libri dispersi in casa denunciano nel loro caos tutto il mio eclettismo, ecco qui: dalla filosofia dello sguardo di John Berger alla poesia di Simic, c’è poi Peter Handke, Philippe Petit il funambolo, Lucia Berlin, Tanizaki, Jasmina Reza e un paio di saggi di fisica quantistica (a mio avviso, la nuova frontiera metafisica). Dipende anche dalla mia ricerca letteraria in corso. Oggi è centrata sulla vita delle creature-non-parlanti, le cose, ma nella Penultima fine del mondo il mio ordigno narrativo muoveva appunto dal principio di indeterminazione di Heisenberg: l’osservatore dell’esperimento non può illustrarlo in modo oggettivo e scientifico perché fa parte dell’esperimento/narrazione stessi. Per questo il protagonista-narrante della mia storia, lo scrittore di gialli, può raccontarla sino a un certo punto, e poi sprofonda in un’altra inquietante dimensione, col Verbo degli uccelli di Farid al-Din ‘Attar, che era la chiave di soluzione. Quasi nessuno ha capito, colpa mia che sono stata criptica. Ma è un giallo distopico, e va bene anche così.

A tuo parere, cosa potrebbe caratterizzare la “scrittura femminile” rispetto a quella maschile? Cosa cercheresti (se ti sembra plausibile cercare) nelle pagine di un’autrice che troveresti raramente in quelle di uno scrittore?

Più che tra scrittura femminile e maschile preferisco distinguere fra letteratura e non. Che vuol dire “scrittura femminile”? Parliamo di sensibilità, gusto sensoriale, profondità introspettiva? E non sono, poi, prerogative della letteratura? Allora, Proust e Brancati fanno scrittura femminile, ma anche Kundera, Paul Auster. O Baricco e Kent Haruf, no?

La scrittura femminile oggi è piuttosto una categoria di mercato, atta a indicare narrazioni in tinte pastello intrise di romanticismo, sesso compatibile, drammi domestici e familiari risolvibili senza danno, con tracce di ironia e lessico semplificato. In quest’ottica anche i romanzi di Fabio Volo, solo per fare un nome noto, rientrano nella scrittura femminile, no? Anzi, direi che il nefandissimo ingresso delle ricette nei romanzi, col sentimentalismo gastronomico che prima marcava strettamente gli spazi di genere tra i lettori, adesso col mito di Master chef ingolosisce anche i lettori maschi.

Qual è il tuo rapporto con il pubblico?

Bello e stimolante: ma più che pubblico vedo tante persone in dialogo, tutte diverse, che è sempre bello incontrare e conoscere, anche via mail o su social, o immaginare.

Quale, quello con il mondo della critica letteraria?

È un rapporto nostalgico: ormai, i critici di professione e gli studiosi hanno sempre meno spazio e visibilità sui media, in favore di forme di intrattenimento meno “critico” e complesso. Eppure, ce ne sarebbe un gran bisogno, per i lettori e per noi autori. Un confronto almeno per me, che faccio ricerca e mi interrogo sui canoni, necessario e benefico.

Come spieghi che in Italia spesso al successo di pubblico corrisponda una fredda accoglienza da parte della critica? Secondo te, i nostri addetti ai lavori sono talora prigionieri di certi retaggi ottocenteschi che privilegiano un tipo di letteratura “seria” o impegnata e sono portati a disdegnare il puro intrattenimento? Oppure, la maggioranza dei lettori di best-seller in Italia pecca in raffinatezza di gusto?

Penso di averti già risposto. Non credo che sia un problema di snobismo da parte dei critici. L’intrattenimento può essere colto e raffinato, la buona letteratura è sempre appassionante. È la cattiva tv ad aver definito la categoria dell’intrattenimento confinandola tra il cattivo gusto o l’ignoranza.

A quale dei tuoi romanzi sei più legata e perché?

L’indecenza. Amatissimo dai critici e disturbante per il pubblico, perché estremo nelle forme e nei contenuti. Un tropical-ghotic, come qualcuno lo chiamò felicemente. Ecco, è uno di quei casi di cui parlavi, di scissione nella ricezione.

Una provocazione: personalmente, anch’io non faccio molto caso al sesso dell’autore di un romanzo o di un racconto, ma preferisco distinguere fra buona e cattiva scrittura. Leggendo il tuo Atlante degli abiti smessi, però – forse, complice l’artificio-struttura portante dell’esplorazione dell’armadio o i numerosi riferimenti al mondo della sartoria o della moda -, confesso di aver pensato, con un sorriso, che sarebbe stato difficile per un uomo immaginare un intreccio simile e condurlo con la tua esuberante leggerezza, con lo stesso tocco agile e nervoso, brioso e spiazzante. Cosa ne pensi?

Eppure no. Da Bontempelli a Rosso di San Secondo, attraverso il surrealismo sino al pop, dal geniale Depero a Picasso a Warhol, sugli abiti e i costumi teatrali hanno scritto e lavorato in tutto il mondo molti geni maschili. Testo e tessuto vengono dallo stesso etimo, textum, che vuol dire anche ‘trama’, ‘struttura degli atomi’. ‘Ordito’, ‘inganno’. Potrei dire che il mio è un romanzo sui vestiti come Moby Dick è un romanzo sulla pesca. Nel senso che qui i vestiti sono figure del vivere, della soglia, dell’impermanenza. E mi premeva adottarli come “figure” di montaggio narrativo diverso per sperimentare una nuova forma-romanzo. La sfida, qui in Atlante degli abiti smessi, era costruire un romanzo in forma di catalogo, cosa temeraria perché non c’è nulla di più antiletterario di un elenco (ben più propizio a liste spese, registri di vendita ed elenchi telefonici). Ho, poi, ampliato il gioco sino a mischiare la narrazione con altre forme eterogenee, la lettera, la poesia, il dialogo, sino a sdoppiare la trama inserendo due volte, simmetricamente, un altro io narrante. L’omaggio a Calvino (oltre che a Borges, mago di inventari) qui è più esplicito, perché legato alla sua esperienza di narrativa potenziale culminata con l’OuLiPò, ma ho lavorato in questa direzione anche nei precedenti romanzi, ibridando lingua alta e lingua bassa, invenzioni lessicali e generi diversi come la dark comedy (in Scusate la polvere) o il gotico (in L’Indecenza). Non a tavolino, ma par coeur, nel senso che questa è la mia poetica ˗ riciclaggio citazionismo contaminazione neologismi. Io amo il pop.

Le tue istallazioni con materiale di recupero generate dall’Atlante degli abiti smessi, “Reperti e referti di un romanzo”, hanno accompagnato i tuoi eventi in Italia. Ritieni che l’Atlante sia il romanzo che ti somiglia di più, perché attinge anche a questa tua passione parallela?

Io celebro in questo romanzo l’arte della Riparazione. L’utopia di medicare il caos del mondo, estraendo la bellezza dal dettaglio ˗ si tratti di oggetti o di esperienze, anche logore o guaste, imperfette. Cose abusate o abbandonate. La mia è una poetica delle scaglie, mi definisco una “cantascorie”. C’è senso e movimento in ogni briciola di materia, e la seconda vita di umani e cose è spesso migliore della prima. Per questo utilizzo nei miei artefatti solo materia di recupero, cose di scarto, e mi piace trovare l’etica dentro l’estetica. Hai presente l’antica tecnica di riparazione del Kintsukuroi? Io devo moltissimo al pensiero Zen e alla sua visione delle cose. Sono felice quando un lettore mi dice di avergli aperto nuovi scorci dell’anima, perché creare un nuovo immaginario è in fondo il sogno di ogni scrittore.

Come vedi il futuro del mercato editoriale? Ritieni che il romanzo morirà, come profetizzano in molti?

No, soltanto si trasformerà, chiedendo nuovi linguaggi e altre forme di uso. Il romanzo non morirà, semmai il problema è se muore la letteratura. È la dittatura del mercato la minaccia, per gli scrittori e i lettori. Ricordi i valori (pienamente attuali) proposti da Calvino nelle Lezioni americane, incluso quello della “consistenza”, su cui non fece in tempo a scrivere? Ecco, io oggi aggiungerei, invocherei, l’Oltranza. Cioè l’arditezza e l’invenzione nella lingua e nella forma-romanzo. È ciò che soprattutto manca, a mio avviso, oggi nel romanzo non solo italiano, caratterizzato in massima parte da una lingua omologata e standard, poverissima a livello lessicale e strutturale, una lingua paratattica e sostanzialmente modellata su quella televisiva. Il tutto dovuto anche a un’industria editoriale (comprensibilmente) atterrita dallo spettro della crisi. Col risultato di una produzione finalizzata soprattutto a un consumo facile, riproducibile e seriale, fatta di stereotipi e luoghi comuni e accomunanti. Molto lontana, anche se esposta nello stesso scaffale, da ciò di cui stiamo parlando, la letteratura.   

Scrivere – ne sono convinta anch’io – consiste pure nel tentativo di dar forma al Caos, di far prevalere il Logos, più spesso legato (nella nostra tradizione filosofica) alla sfera dell’apollineo e, dunque, del maschile che a quella del dionisiaco, perciò del femminile. E, d’altro canto, in certo Pirandello la donna artista non può essere, al contempo, madre. Tanto per smentirlo, tu sei un eclettico esempio di artista, scrittrice e madre: peraltro, di un’altra scrittrice, Viola Di Grado. Avverti qualche affinità tra il vostro modo di scrivere?

Ce lo chiediamo anche noi, incuriosite, anche perché siamo l’unico caso, in Italia, di madre e figlia autrici. C’è un’affinità profonda nell’ossessione amorosa della parola, nell’esercizio della scrittura come opera unica, laboriosa, artigianale. E poi, direi, quella percezione di attraversare un'”epocalisse”, una transizione continua nel caos. Con quella voce di Nietzsche, mentre sbirci sull’abisso: “Hai ancora, nel cuore, stelle danzanti?”. E allora fai un passo indietro, sulla terraferma. E racconti una storia per non morire. Per avere vite di ricambio. Per me scrivere è questo: spazio vitale abitativo. Insieme galassia e garage. Purezza e domesticume. Preghiera, salmo, ebanisteria.