La valigia di Nelida Milani

Autore di Maria Panetta

Nelida Milani (Kruljac), classe 1939, è originaria di Pola, in Croazia.

Laureatasi all’Università di Zagabria presso la Facoltà di Lettere, dopo aver insegnato italiano e francese al liceo croato di Pola ed essersi specializzata in sociolinguistica, nel 1979 ha ottenuto la cattedra di Linguistica generale e Semantica presso la Facoltà di Pedagogia dell’Ateneo di Pola stessa1. Ha scritto per vari periodici, tra cui il quotidiano «La Voce del Popolo» e il quindicinale «Panorama» di Fiume, ed è stata redattrice per anni della rivista trimestrale di cultura «La Battana»2.

Come linguista ha pubblicato documentate ricerche, tra le quali è senza dubbio da ricordare il volume La comunità italiana in Istria e a Fiume fra diglossia e bilinguismo, edito nel 1990 per il Centro di Ricerche Storiche Rovigno, sostenuto dall’Università Popolare di Trieste, nella collana «Etnia»: in esso affronta, in ambito teorico, temi e questioni che si ritrovano rappresentati nella sua narrativa, come l’alternanza fra dialetto e lingua, il bilinguismo, l’interferenza (ovvero, «qualunque forma di confusione in seguito alla quale gli elementi della L1 vengono utilizzati insieme con gli elementi della L2»3) in ambito pedagogico, l’apprendimento della seconda lingua (L2) etc.

La sua vocazione narrativa non è maturata negli anni giovanili. Le sono consone le forme del racconto lungo e del romanzo breve, che la ricollegano a una certa misura di scrittura praticata e sostenuta, ad esempio, da Calvino, che, infatti, figura tra i suoi autori di riferimento4.

La Milani ha vinto cinque volte il “Premio Istria Nobilissima” con Insonnia (1987), La partita (1988), Impercettibili passaggi (1989), Una valigia di cartone (1990) e Tempo di primavera (1991). Una valigia di cartone ha dato il titolo a una raccolta edita da Sellerio nel 1991, che si è aggiudicata il Premio Mondello nel 1992.

Nel 1996 è uscito, in edizione bilingue italiano/croato, L’uovo slosso / Trulo jaje5; nel 1998, il pluripremiato Bora6, un romanzo autobiografico scritto con Anna Maria Mori, che racconta la storia della terra istriana da due diverse prospettive, quella di un’esule (Mori) e quella di una donna che ha scelto di rimanere in patria (Milani). Del 2006 l’antologia Nezamjetne prolaznosti (Impercettibili passaggi), una selezione di racconti tradotti in croato, e del 2007, pubblicata dalla EDIT di Fiume, è Crinale estremo, un’altra silloge che ripropone anche Una valigia di cartone.

La produzione di Nelida Milani è incentrata sulla terra istriana e solleva questioni attualissime che riguardano tutte le terre di confine e di passaggio: anche per tali ragioni, si tratta, di certo, di una lettura assai coinvolgente e utile per comprendere meglio, dall’interno, certi meccanismi comuni a fenomeni sempre più diffusi sul globo terrestre.

Com’è noto, la popolazione dell’Istria, in particolare, alla fine della Seconda guerra mondiale ha dovuto scegliere, pressata dagli eventi storici, se resistere nella propria terra d’origine o trasferirsi altrove, sradicandosi e affrontando i disagi degli esuli. Trattando dell’esodo giuliano-dalmata, si parla di circa 30.000 abitanti fuggiti solo da Fiume tra il 1945 e il 1954: un fenomeno massiccio, dunque, che ha comportato conseguenze pesanti sia per chi decise di andar via sia per chi scelse di restare in quelle zone che si andavano progressivamente spopolando.

Il tema dell’esodo è centrale nella produzione narrativa di Nelida Milani, ma l’equilibrio della scrittrice le consente di affrontare una questione che pur riguarda da vicino la sua biografia non in chiave autobiografica, ma in una dimensione collettiva che coinvolge direttamente il suo popolo e che si estende, poi, metaforicamente, a condizione esistenziale di disagio, sradicamento, spaesamento.

Questo contributo si sofferma su uno dei microcosmi più noti tratteggiati dalla Milani, Una valigia di cartone, racconto lungo che è uscito, assieme a Impercettibili passaggi, nella fortunata collana “blu” della Sellerio intitolata «La memoria», in una piccola antologia bipartita. E, forse, nessuna collezione poteva essere più adatta, visto che due autori cari alla Milani, Tabucchi e Bufalino7, sono stati editi proprio dalla casa editrice palermitana.

Una valigia di cartone narra la storia di Norma, nata a Monghebo (un piccolo borgo fra Parenzo e Orsera), rimasta orfana del padre a tre anni e cresciuta con la madre e i due fratelli, Giovanin e Anna, in un paese di campagna in cui «si parlava misto, un poco in slavo bastardo e un poco in italiano bastardo»8. Uno degli elementi più interessanti di questo “microromanzo” e di tutta la produzione della Milani è proprio l’impasto linguistico di cui sono intessuti i suoi testi.

In Una valigia di cartone la struttura lessicale portante è italiana (italiano standard), ma affiorano qua e là voci popolari, espressioni riconducibili al dialetto o alle prima menzionate “intersezioni”9.

Quali esempi, potremmo citare: la voce popolare e famigliare «torcibudella»10 e l’aggettivo famigliare o regionale «sparagnina»11; il «lodogno»12, o bagolaro, o romiglia, o caccamo o fraggiracolo (o Celsis australis), una pianta delle ulmacee naturalizzata sul Carso specie a margine degli abitati; la pantegana, nella variante meno usuale «pantigana»13; il «fogoler»14, che sarebbe il ‘focolare’ in dialetto mantovano, ma il sito istrianet.org ci viene in soccorso indicandone una traduzione in sloveno (ognjišće) e specificando che si tratta del focolare aperto, sollevato di pochi centimetri dal pavimento15; la «nappa»16, che vi è collegata, essendo la ‘cappa'; il «trapestio del bestiame»17, variante poco comune di “trepestio”; la «stanzia»18, variante antica di “stanza”; la «buriza», che è una voce dell’istrioto, lingua romanza autoctona dell’Istria meridionale distinta dal dialetto istroveneto (o Istriano o veneto d’Istria), e sta a indicare una pentola, per la precisione un pentolino alto con coperchio e manico abbattibile; il «freschin», voce del dizionario regionale veneto che indica ‘l’odore sgradevole che si sprigiona dalle stoviglie adoperate per il pesce o le uova’19; il verbo veneto «ingrumare»20, ovvero ‘ammassare'; la «cossara»21, che dovrebbe essere una cesta che si trasportava sulla testa; il «bieco»22, ovvero ‘toppa, pezza’ in dialetto istriano; l’«andar torziolon»23, che nel dizionario triestino sta per ‘andare in giro'; «i mussi»24, ossia gli asini domestici in Veneto, e i «sameri»25 (il “samèr”, nel dialetto della Valle d’Istria, è l”asino’)26; la «fighera»27, ossia l’albero del fico28; «picia»29, che in veneto sta per ‘piccola'; il lago nella variante (letteraria) «laco»30; le «armente», ossia le ‘giovenche’, le ‘vacche’ nel dialetto triestino; i «videi»31 o ‘vitelli'; «i caratelli»32 (in veneto, il “caratèlo” è la ‘botticella’); i «grempani»33 (si consideri che “grembano” in dialetto triestino è il ‘sasso’, il ‘masso’); «bucalete»34, voce dell’istroveneto per ‘boccali’, ‘boccaletti'; il «morer»35, il ‘gelso’ in veneto; il «brusco»36 o ‘foruncolo’, sempre in veneto; il «polesan»37, ossia il dialetto veneto parlato soprattutto nella provincia di Rovigo; i «dindi»38, che sono i ‘tacchini’ nel dialetto del Friuli Venezia Giulia; le «avventore»39, forma rara del femminile plurale di “avventore”; le «vis’ciade»40, che in Friuli Venezia Giulia sono le ‘bacchette’, i ‘rami'; «el tigor»41, ovvero il ‘deposito di attrezzi’, il ‘pollaio’42; la «slinga»43, nel dialetto istriano il ‘laccio delle scarpe’ (dal tedesco Schlinge, ‘cappio’, ‘laccio’); «i bronzi»44, i ‘tizzi di carbone’ nel dialetto triestino; il «canevaccio»45, variante meno comune di “canovaccio”; «cicirimicili»46, che è detto delle «donne che continuamente sorridono»; le «morbiderie»47, che sta per ‘comodità'; gli «s’ciavi»48 o ‘blatte’ (in veneto), riferito ai contadini; il «bavariol», ossia il ‘bavaglino’, in veneto; le «primariole»49 o primole, che sono le ‘primule'; la «bulada»50 o ‘bravata’51; «sgnaccò»52, voce settentrionale di origine onomatopeica che sta per ‘mise’ etc. Vi si adopera, inoltre, l’articolo di fronte ai nomi femminili di persona o animale (es.: «mezzo litro di latte della Viola»53).

Tra gli improperi, da ricordare: «mare54 grega»55, ‘madre greca’, cioè, in senso figurato, ‘doppia’, ‘fallace’, ‘che ha due lingue’, ‘che ha bella apparenza e poca sostanza’56, nel dialetto veneziano; «bruta mula sporca»; l’espressione croata «poboga svetoga» (che ritengo valga come un ‘Santo Dio!’), «trubilo» (che potrebbe avere la stessa radice di truba, ‘tromba’, o trubiti, ‘strombettare’, ‘suonare’ in croato); «foiba de Pisin», ovvero l’inghiottitoio del torrente Foiba, il maggiore fiume carsico dell’Istria etc.

Fra i modi di dire: «strenseva la spina dela bote picia e lasciava spandere la spina dela bote granda»57, laddove la “spina” sta per il ‘cannello’ che si inserisce nelle botti per spillarne il contenuto; e «fradei-cortei»58, che rimanda al proverbio veneto «Fradei cortei, cugnade spade e madone piturade», ossia ‘fratelli coltelli, cognate spade e suocere dipinte’.

Molto interessante tutto il lessico legato alla sfera del cibo: «angusigoli»59 (dovrebbero essere i beloni, pesci di acqua salata dal corpo molto allungato: se ne ha traccia, al femminile, nei vocabolari di dialetto veneziano)60 cucinati con la polenta; la voce popolare «pomi»61 per indicare le mele o la frutta tondeggiante; i «bussolai zuccherati»62, biscotti tradizionali veneziani; le «maddalene dolci»63; l’«acqua buona fontagnana»64; le «sardelle»65 per ‘sardine’ etc.

Questo breve campionario di voci lessicali ha lo scopo di dare un’idea della vivace ricchezza della lingua adoperata dalla Milani per evocare un’epoca e soprattutto usi, costumi, valori di cui si potrebbe perdere traccia.

La lingua della Milani evoca un mondo perduto, ma è a sua volta un mondo: un mondo plurisfaccettato e caleidoscopico, perché in esso convivono pacificamente, coesistono e si fondono armonicamente lingua italiana, dialetti, altre lingue, voci onomatopeiche e termini di fantasia. È una perfetta metafora linguistica dell’amalgama, del crogiuolo di razze ed etnie, del melting pot che la terra istriana oggi, dopo tante vicissitudini, sofferenze, strappi, lacerazioni, violenze, rappresenta. Si può dire che nell’impasto lessicale della narrativa di Nelida Milani sia contenuto in nuce un programma politico, una prospettiva di sviluppo, il sogno di una società multietnica nella quale riescano a convivere senza soluzione di continuità gruppi in origine diversi, ma i cui confini si sono persi, disciolti in un’unica miscela: la Milani con naturalezza riesce a mescolare, in un processo inverso alla distillazione, fluidi provenienti da diversi alambicchi ˗ garantendo spazio a ognuna di quelle voci, che mantengono la propria identità originaria e, allo stesso tempo, ne acquisiscono una nuova ˗, nel composto iridescente che tutti li comprende in un’equilibrata ma mai artefatta alchimia.

Grazie al «gusto del commercio»66 della madre, i protagonisti del racconto riescono a superare momenti di forte indigenza e difficoltà, cui si allude con senso di dignità ma anche senza mistificazione; quando Norma compie dieci anni, la madre si rende conto che in città sarebbe più semplice e più redditizio commerciare e decide di trasferirsi a Pola con i figli, stabilendo in seguito che Giovanin abbandoni la scuola e resti in paese per curare gli interessi di famiglia.

Tra i ricordi di gioventù, un’anticipazione metaforica del destino degli esuli in una scena molto forte che riguarda gli animali condotti al macello:

La Pinuccia e io siamo a Paoletta in spiaggia a raccogliere conchiglie e naridole67 e staccare pantalene68 con la lama di un britolino69. All’orizzonte appare la nave con il bestiame per il macello: manzi, cavalli, mucche, vitelli, asini. Non ci sono nelle vicinanze né moli né approdi (…). L’imbarcazione si ferma al largo e i marinai buttano a mare il loro carico vivente: le bestie nuotano faticosamente verso riva e si arenano nella sabbia appesantita di umidità. Gli scortigadori70 del macello ricuperavano i capi di bestiame sconfinati fuori dal recinto spinato, chiudevano il cancello ed i poveri quadrupedi rimanevano là dopo essersi guadagnati a nuoto la morte, fra l’odore di salsedine e di catrame, ad aspettare il loro turno per essere colpiti in testa dal pesante maglio71.

Le sconfinate distese marine sono associate anche a uno dei più terribili crucci della protagonista del racconto/romanzo: «Povera me! Quando penso alla mia infanzia, in genere alla mia vita, mi faccio pena (…). Son cresciuta grande grossa e ignorante»72. Norma ricorda che, in un periodo in cui era a servizio presso una famiglia di «regnicoli»73, i suoi padroni le permettevano di sfogliare la Divina Commedia illustrata da Doré, ma, osservando quelle immagini, le era chiaro che «non bastava, che il segreto stava in quelle righe nere»74. Ed ecco che le profondità marine vengono piegate a rappresentare tale oscuro sentimento di disagio e inadeguatezza: «La mia ignoranza, agendo più sull’inconscio che sul raziocinio, forniva alle mie incertezze come un brontolio di fondo, di mare sterminato e insondabile»75.

Un’altra immagine di precarietà è associata alla confessione di non essere riuscita a perdonare alla madre solo il fatto di «non avermi mandata a scuola. Quante volte ho pianto perché possiedo poche parole, poche frasi. Voglio spiegare una cosa e non posso farlo e mi sento come legata a un cavo che oscilla nel vuoto»76. Un’ulteriore conferma del fatto che per la Milani di Una valigia di cartone le parole hanno un potere e danno potere: il potere di illustrare agli altri le proprie opinioni, il potere di convincerli, magari di persuadere. Eppure, il potere delle parole, in qualsiasi lingua si pronuncino, viene meno di fronte a quello del denaro:

Gli ho parlato persino in slavo ˗ commenta, rassegnata, la madre che ha contratto dei debiti nel gestire un’osteria ˗, l’ho implorato perché non si prendesse tassi di interesse troppo alti sul debito accumulato, ma parli slavo o parli italiano, se sono signori è sempre la stessa razza, non si rompono le corna fra di loro, parlassero anche cinese77.

La vita «a pieno servizio»78 presso i regnicoli le permette di imparare anche a cucinare; e di nuovo la lista confusa dei piatti imbanditi ˗ che ricorda alcuni elenchi indiavolati di certa poesia dialettale del Seicento italiano ˗ dà la misura, gioiosa, ancora una volta di una varietas che attinge a diverse tradizioni culinarie (anche regionali) e le mescola allegramente nel segno della tanto anelata vittoria finalmente riportata sulla fame:

Imparai che lo zucchero fa male e che il sale fa male e le uova e qualsiasi sottaceto, e qualsiasi cosa affumicata, fritta o in salamoia. Mi pareva impossibile che tutte quelle buone cose potessero far male. Facevo i sughi con origano, maggiorana e rosmarino, i maccheroni al pettine, la pastasciutta all’italiana e i fusi all’istriana, i tortelloni di ricotta, baccalà in umido e ogni sera immancabilmente, appena passava dal colletto duro a quello floscio attaccato alla camicia, servivo al maresciallo la minestra in brodo con una pastina piccola che chiamavano padrenostri, cui seguiva manzo bollito, accompagnato da patate fritte e insalata. Mangiavo ogni giorno, due volte al giorno, ero sempre sazia79.

La vita di Norma procede, durante il Ventennio fascista, accanto a Berto, un uomo colto e appassionato di politica, che, però, la fa sentire spesso sola ed esclusa a causa della sua ignoranza del mondo80. Un giorno il marito le rinfaccia di assomigliare sempre più alla madre e Norma si rende conto di esserne orgogliosa:

Si faceva strada in me l’idea che pur essendo sposata dovevo mantenere i legami con i fratelli, con la famiglia, pormi come anello di una storia che continua, nei nipoti cominciai a (…) individuare esattamente le qualità di nostra madre (…), la volontà di far del bene, di lavorare cioè (…). Alla mancanza di istruzione sopperivo con l’onestà, la costanza e il lavoro. Berto non ragionava come me, era sempre vissuto in città, era andato a scuola, era istruito, ma (…) diceva che io lavoravo per lavorare, senza intelligenza, senza un disegno superiore ed uno scopo (…)81.

Poche pennellate delineano, in seguito, l’angoscia provata durante il periodo della guerra e ne denunciano con asciuttezza le logiche inumane:

Evitavo d’imbarcarmi sul vaporetto di linea Istria-Trieste, perché era diventato il quotidiano bersaglio privilegiato di tre aeroplani; preferivo andarci a bordo di un barcone che faceva trasporti di tre quattro persone e quindici o venti ettolitri di vino. La notte era oscura (…). La mattina dopo la gente del paese venne a dirci che quella stessa barca con la quale ero arrivata, era stata mitragliata di ritorno a Fasana subito all’uscita del porto. I partigiani volevano ammazzare tre fascisti che si erano imbarcati e per non fallire il colpo avevano sacrificato tutti82.

Dopo la fine del conflitto, riportati i propri cari a casa, a Pola, Norma racconta l’inizio del terribile «esodo in massa che riconsegnava l’Istria alle sue medievali prospettive di guerre, pestilenze e scorrerie»83. Narra di un «tempo sospeso»84:

un tempo che propriamente non era, un tempo indefinito che aveva accumulato le cose più disparate: gli spettacoli al Circolo Italiano e lo sciriccolo ai Giardini, i militari alleati e i titini, i rottami nel porto e gli elmi tedeschi sotto i pini di Valcane, la nuova moneta e i Reali sui francobolli ingialliti.

Ancora una volta, la lingua della Milani si fa mondo e ricrea un’atmosfera, rievoca la sensazione di un tempo sospeso della Storia, accumulando in tre righe immagini e oggetti che appartengono a realtà e a momenti storici diversi, affastellandoli l’uno sull’altro con un senso di concretezza che nomina le «cose» a una a una tramite termini esatti, con precisione, restituendo una cartolina nitida e facilmente visualizzabile di una fase di passaggio, in realtà difficilmente definibile.

Nella sua visione è contemplata la possibilità di una pacifica e parallela coesistenza di “cose” e “parole” che appartengono ad ambiti differenti e che occupano, ognuna, una ben precisa porzione della tela, contribuendo all’effetto complessivo di un quadro dipinto in parte a colori e in parte in bianco e nero. La formidabile capacità di mimesi linguistica della scrittrice, quella di calarsi perfettamente nella lingua elementare e popolare di Norma, non penalizza affatto, bensì potenzia la forza icastica della sua narrazione: nella narrativa della Milani sono, infatti, le “cose” che parlano, le azioni che fanno procedere la storia, i dialoghi a caratterizzare la personalità dei personaggi. Non c’è alcuna necessità di interventi da parte di un narratore onnisciente, alcuna necessità di commenti esplicativi.

Denso, diretto ed efficace anche lo snodo narrativo nel quale, dopo strenui tentativi di adattarsi alla nuova realtà e di resistere, pure Norma e Berto, alla fine, scelgono di partire:

A far decidere Berto a chiudere il suo libro dei sogni fu tutta una serie di fatti e fatterelli che facevano pensare ad un’occupazione bella e buona, non certo alla liberazione: buttavano giù gli stemmi dei Comuni istriani e le statue, cadde Francesco Giuseppe, andò in frantumi il legionario nell’atrio del tribunale, furono scalpellate via le due teste di antichi guerrieri, con l’elmo e il cimiero, rivolte l’una a levante e l’altra a ponente, come se volessero significare che stavano lì per vigilare la città dalla parte del mare e dalla parte della campagna, sistematicamente venivano cambiati i nomi delle vie e delle piazze e i cognomi delle famiglie85.

Ecco, di nuovo, il valore, il peso delle parole, dei suoni attraverso i quali nominiamo gli oggetti intorno a noi e, in questo attribuire a ogni “cosa” un “nome”, a ogni essere umano un cognome, conferiamo loro un’identità. Rinominare il mondo è, dunque, un chiaro e manifesto atto di violenza da occupante, non un gesto da liberatore: è prima di tutto attraverso l’imposizione di nuovi nomi che passa l’occupazione, è dall’imposizione di una nuova lingua che si riconosce lo spirito del dominatore.

L’imbarco dei “dannati” che, come i protagonisti, scelgono di non assistere impotenti allo snaturamento di quello che era il “loro” mondo ha tratti tragicamente danteschi:

una disperata coscienza dell’immodificabile ci portò a bordo della Toscana a Molo Carbon, sempre popolato di una folla luttuosa dove tutti si abbracciavano disperati all’idea della separazione. Paradossalmente in quella maniera Pola si legava all’Italia come mai prima, con un doppio filo di sangue, spaccandosi le famiglie destinate a tessere nuove parentele sull’una e sull’altra sponda86.

Da Genova i due sposi vengono, quindi, indirizzati a Brindisi e, nel Forte, si ritrovano una decina di famiglie di Pola, giunte all’improvviso fra gente «buona ma chiusa»87. Fin dal principio, la convivenza con i pugliesi non è semplice, a causa delle diverse mentalità che si scontrano. Oltretutto, a trentacinque anni, Norma perde il marito e resta con una figlia di dodici; il fratello Giovanin, avvisato tramite telegramma, si precipita in treno e si unisce al corteo dopo aver corso dalla stazione con la sua «valigia di cartone vuota»88, cui si ricollega significativamente il titolo del racconto. È stato derubato vicino Napoli; la sua valigia, attributo tipico del migrante ma, in questo caso, anche metafora di una vita depredata, di un intero mondo svuotato di senso, non contiene più «zucchero né olio né lardo né farina»: è stata privata di alcuni alimenti fondamentali, delle sostanze nutritive più utili al sostentamento, del legame con la tradizione.

Le due donne, rimaste sole, si adattano a continuare a vivere a Brindisi; grazie al colonnello Morello, che la ascolta con pazienza, nonostante la difficoltà di comprendere «il mio dialetto istroveneto»89, Norma viene assunta al Genio Marina per vari anni e ricomincia a rasserenarsi; e la metafora per indicare il suo mutato stato d’animo coinvolge sempre la sfera del linguaggio:

i miei pensieri avevano recuperato il linguaggio dell’ironia polesana, perduto il linguaggio dell’infelicità. Avrei voluto esprimere al colonnello la mia sempiterna riconoscenza, ma non sapevo come, non sapevo parlare con lui, la commozione e il disagio mi imbarazzavano come del resto ogni sentimento che nessuno mi aveva insegnato ad esprimere ma piuttosto a nascondere90.

Si tratta, dunque, di tre differenti ordini di incomunicabilità: l’uno dettato dalla lingua “diversa” e non ben compresa dagli altri, l’altro dall'”ignoranza” di cui Norma più volte si rammarica, e il terzo causato dall’incapacità di identificare ed esprimere i propri sentimenti, una sorta di analfabetismo affettivo.

Quando la figlia compie i vent’anni, Norma le permette di lavorare alla Standa, nonostante i pettegolezzi delle vicine di casa, che insinuano che «i ragazzi molestavano volentieri le commesse dei grandi magazzini»91: in pochi tratti è delineata la condizione disagevole di vita di due donne sole in una società chiusa e ancora governata dai pregiudizi.

La convinzione che sia necessario portare la figlia «verso settentrione, verso il Veneto e l’Istria, verso Trieste»92 affinché conosca «altra gente, altra mentalità, la cultura mistisangue in cui sono nata io che rende più aspri, più scontrosi ma più liberi nei giudizi forgiati dal continuo confronto con chi vede il mondo in maniera diversa»93 induce Norma a trasferirsi a Firenze dalla sorella Anna e a lavorare lì per svariati anni: in poche righe è condensata, ancora una volta, una visione della vita che sembra accomunare chi abita in zone di passaggio, nelle quali l’incontro/scontro fra culture diverse apre continuamente nuovi orizzonti e induce a non fossilizzarsi in convinzioni statiche e definitive.

La narrazione accompagna Norma fino all’età della pensione e oltre, sino ai suoi ultimi istanti: il termine della vita riconduce alle origini, al ricordo di Pola, divenuta irriconoscibile senza i volti di tutti i coetanei della donna, ormai scomparsi, e abitata da altra «gente sradicata essa pure e alla ricerca vana di una radice»94. Siamo spettatori degli ultimi pensieri della protagonista, ripiegata su se stessa e rapita da piacevoli ricordi d’infanzia, quando le gocce di pioggia che colavano dal tetto nelle «pignatte, secchi, catini, mastelli»95 disseminati dalla madre per la casa, a raccogliere quell’acqua preziosa, suonavano come una «sinfonia»96 e «Ci si addormentava in mezzo a quel concerto»97.

Ma, forse, la vera conclusione del racconto si può individuare al capoverso precedente: il sorriso che pare di intravedere sulle labbra della donna che si sta spegnendo è alimentato dalla serena consapevolezza di aver fatto la scelta giusta, allontanandosi, seppur a malincuore, dalla propria patria per ricominciare a vivere altrove. Il ritratto di chi è rimasto, infatti, non lascia dubbi:

A Pola sono spariti quasi tutti quelli della mia età, tutti i rimasti, quelli che avevano tanto sperato, discusso, fatto progetti, spaccato il capello in quattro. Ogni volta che ci andavo mi sembrava che in una nuvola di malumore persistente custodissero cose morte o morenti, sale e cenere, che il loro fosse un destino di sentinelle di tombe e macerie, se non addirittura di nessuno e di niente. Un grigiore, un silenzio, lo squallore che ha il sopravvento nei cortili scalcagnati, nelle facciate scalcinate, e loro, i polesani, sempre quello sforzo di mettersi in riga con ciò che non sono, prigionieri di loro stessi, dei loro comportamenti, della loro natura che è la mia cui non è poi tanto strano che tocchi una sorte tanto amara98.

La vita “era altrove” e, nonostante la sua natura comune a quella dei polesani, Norma può rivendicare con orgoglio di aver avuto la forza e il coraggio di sradicarsi, di mettersi in gioco, elastica e duttile, di smettere di discutere e fare progetti solo a parole ˗ come, ad esempio, era solito fare Berto ˗, per dare forma a nuove speranze, con realismo, buon senso, concretezza ed energia. Di certo, non a caso i suoi occhi si chiudono sull’immagine rassicurante e propositiva della «mamma»99, che sta radunando catini e pignatte per non sprecare neanche una goccia di acqua piovana.

  1. Ho avuto modo di discorrerne a Trieste, al Convegno internazionale Vele d’autore nell’Adriatico orientale. La navigazione a vela fra Grado e Dulcigno nella letteratura italiana, che si è tenuto dal 5 al 6 ottobre 2017 (cfr. la URL: http://www.irci.it/irci/index.php) e i cui Atti sono in corso di stampa.
  2. Cfr. la URL: http://www.editfiume.info/lavoce/la-battana.
  3. N. Milani, La comunità italiana in Istria e a Fiume fra diglossia e bilinguismo, Trieste-Rovigno, Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume-Università Popolare di Trieste, 1990, p. 97.
  4. In Impercettibili passaggi la protagonista afferma: «Per anni sono stata innamorata di Calvino il perfettissimo, il cristallo e la fiamma. Troppo grande. Ora leggo Tabucchi, sono innamorata di Tabucchi almeno quanto lui di Pessoa». Si veda N. Milani, Una valigia di cartone, Palermo, Sellerio, 1991, p. 73.
  5. Fiume-Zagabria, Edit-Durieux, 1996.
  6. Como, Frassinelli, 1998.
  7. La Milani li evoca entrambi nel secondo racconto: cfr. N. Milani, Impercettibili passaggi, in Ead., Una valigia di cartone, op. cit., p. 97.
  8. N. Milani, Una valigia di cartone, in Ead., Una valigia di cartone, op. cit., p. 12.
  9. Di «testo plurilinguistico» in lingua italiana, dialetto istroveneto e lingua croata parlano Rita Scotti Jurić e Isabella Matticchio in Norma linguistica e miscuglio linguistico: i Racconti di guerra di Nelida Milani, p. 1033 (consultabile alla URL: https://idus.us.es/xmlui/bitstream/handle/11441/55285/Pages%20from%20libro%20locas-3.pdf?sequence=1).
  10. N. Milani, Una valigia di cartone, op. cit., p. 10.
  11. Ivi, p. 11.
  12. Ivi, p. 10.
  13. Ibidem.
  14. Ibidem; cfr. anche p. 20.
  15. Cfr. la URL: http://www.istrianet.org/istria/crafts-trades/household/cucina-utensili.htm.
  16. Ibidem. Cfr. il racconto nell’ed. cit. alla p. 10.
  17. N. Milani, Una valigia di cartone, op. cit., p. 10.
  18. Ibidem.
  19. Cfr. anche la spiegazione dell’Accademia della Crusca al riguardo, alla URL: http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/quellodore-particolare-detto-veneto-fresch-n.
  20. N. Milani, Una valigia di cartone, op. cit., p. 12: «ingrumava».
  21. Ibidem.
  22. N. Milani, Una valigia di cartone, op. cit., p. 13.
  23. Ibidem.
  24. Ibidem. Cfr. anche p. 40.
  25. Ivi, p. 13.
  26. Cfr. S. Cergna, Vocabolario del dialetto di Valle d’Istria, Rovigno, Centro Ricerche Storiche di Rovigno, 2015, Collana degli Atti, n. 41, p. 315.
  27. N. Milani, Una valigia di cartone, op. cit., p. 13.
  28. Cfr. S. Cergna, Vocabolario del dialetto di Valle d’Istria, op. cit., p. 132.
  29. N. Milani, Una valigia di cartone, op. cit., p. 14.
  30. Ibidem.
  31. Ibidem.
  32. N. Milani, Una valigia di cartone, op. cit., p. 15.
  33. Ibidem.
  34. Ibidem.
  35. Ibidem.
  36. Ivi, p. 16.
  37. Ibidem.
  38. Ibidem. A p. 18 si trova anche la forma femminile «dindia».
  39. Ivi, p. 17.
  40. Ivi, p. 18.
  41. Ibidem.
  42. Cfr. R. Starec: Mondo popolare in Istria. Cultura materiale e vita quotidiana dal Cinquecento al Novecento, Trieste-Rovigno, Centro di Ricerche Storiche Rovigno, 1996, Collana degli Atti del CRSR, n. 13, p. 65.
  43. N. Milani, Una valigia di cartone, op. cit., p. 20. Cfr. anche p. 39.
  44. Ivi, p. 20.
  45. Ibidem.
  46. Ivi, p. 23, come la cit. che segue.
  47. Ivi, p. 29.
  48. Ivi, p. 30.
  49. Ivi, p. 34.
  50. Ibidem.
  51. Cfr. Dizionario del dialetto veneziano di Giuseppe Boerio, Venezia, Tip. Andrea Santini e figlio, 1829, p. 76.
  52. N. Milani, Una valigia di cartone, op. cit., p. 34.
  53. Ivi, p. 11.
  54. Cfr. Dizionario del dialetto veneziano di Giuseppe Boerio, op. cit., p. 535.
  55. N. Milani, Una valigia di cartone, op. cit., p. 14.
  56. Cfr. Dizionario del dialetto veneziano di Giuseppe Boerio, op. cit., p. 261.
  57. N. Milani, Una valigia di cartone, op. cit., p. 16.
  58. Ivi, p. 18.
  59. Ivi, p. 12.
  60. Cfr. Dizionario del dialetto veneziano di Giuseppe Boerio, Venezia, Tip. Andrea Santini e figlio, 1829, p. 15.
  61. N. Milani, Una valigia di cartone, op. cit., p. 12.
  62. Ivi, p. 13.
  63. Ibidem.
  64. Ivi, p. 15.
  65. Ivi, p. 37.
  66. Ivi, p. 13.
  67. Le “naridole” sono molluschi gasteropodi.
  68. Ovvero ‘patelle’, piccoli molluschi con guscio piatto, aderente agli scogli.
  69. Sorta di ‘coltellino’.
  70. Letteralmente, ‘scorticatori’ ovvero ‘scuoiatori’.
  71. N. Milani, Una valigia di cartone, op. cit., pp. 23-24.
  72. Ivi, p. 17.
  73. Ivi, p. 25.
  74. Ivi, p. 27.
  75. Ibidem.
  76. Ivi, p. 35.
  77. Ivi, p. 36.
  78. Ivi, p. 26.
  79. Ivi, pp. 25-26.
  80. Ibidem.
  81. Ivi, p. 42.
  82. Ivi, pp. 42-43.
  83. Ivi, p. 45.
  84. Ibidem.
  85. Ivi, pp. 50-51.
  86. Ivi, p. 51.
  87. Ibidem.
  88. Ivi, p. 55, come la citazione che segue.
  89. Ivi, p. 56.
  90. Ibidem.
  91. Ivi, p. 57.
  92. Ivi, p. 58.
  93. Ibidem.
  94. Ivi, p. 64.
  95. Ibidem.
  96. Ibidem.
  97. Ibidem.
  98. Ivi, pp. 63-64.
  99. Ivi, p. 64.