L’«ansia di un’altra città» tra storicismo e azionismo. Intervista a Francesco Postorino

Autore di Roberto Siconolfi

Francesco Postorino è un giovane studioso di filosofia politica, teoretica e morale. Ph.D. presso l’Università di Messina, ha approfondito le proprie ricerche con Serge Audier e Jean-François Kervégan presso l’Università Paris 1-Sorbonne, dove ha organizzato una giornata internazionale dedicata al pensiero politico e giuridico di Norberto Bobbio nel novembre del 2014. Si occupa soprattutto di neoidealismo italiano ed europeo, di esistenzialismo e di socialismo liberale. Collabora con molte riviste scientifiche e pagine culturali di quotidiani. Tra le pubblicazioni recenti: Carlo Antoni. Un filosofo liberista, pref. di Serge Audier (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2016); Democrazia in Lessico Crociano (Napoli, La Scuola di Pitagora Editrice, 2016); Bobbio et le marxisme (in «Droit&Philosophie», 2015).

Lo abbiamo intervistato a proposito del suo ultimo volume, dal titolo Croce e l’ansia di un’altra città, pref. di Raimondo Cubeddu (Milano, Mimesis, 2017).

Nel suo ultimo libro dedica ampio spazio ai temi del sovrasensibile e dell’immanenza. Le chiedo: Croce è riuscito a risolvere la tensione tra il Sollen e lo spirito dinamico della storia?

Croce, nella sua lunga biografia intellettuale, non ha fatto altro che condannare il cielo astratto dell’a priori. Al pari di Hegel, il grande autore della Storia d’Europa riconosce un’unica verità: la storia. I valori e i principi rientrano nel fiume impetuoso dell’immanenza. L’incontrovertibile cede il posto alla fluidità della vita, e l’essenza viene puntualmente divorata dal divenire. Ma il punto è controverso. Occorre scendere con spregiudicatezza ermeneutica nel discorso avviato da Croce. In questa sede mi limito a far notare che il principio primo (il Sollen) non si può estirpare. Quando Croce traccia un orizzonte religioso della libertà, innalza su un piano trascendentale la storia stessa con le sue quattro categorie: il momento universale diviene particolare – e viceversa − in una dimensione circolare della vita che poi verrà tradotta con l’espressione «storicismo assoluto»; quando, in altre parole, si dice che «la vita e la realtà è storia e nient’altro che storia», allora si rientra a pieno titolo nello spazio del credente, di chi non può mettere in discussione il presupposto. Nella critica rivolta agli «amici che cercano il trascendente» (Etica e Politica, Bari, Laterza 1967), Croce pensa solo ad alcune declinazioni del sovrasensibile, e sembra non comprendere che il suo storicismo liberale è un peculiare atto di fede, un inizio assoluto, un valore preliminare che non può essere eccepito, e che pertanto anticipa l’inedito contenuto dell’immanenza.

Come valuta la sua filosofia storicista?

Egli ha certamente contribuito a eliminare la categoria del metafisico puro e ha respinto, per dirla con Nietzsche, colui che ingenuamente «abita in un mondo dietro il mondo». La sua lotta a ogni faziosa pianificazione viene condotta in nome del concreto. La sua progressiva «incoerenza», come sostengo nella mia fatica, è segno di proficua vitalità, di stimoli nuovi e di freschezza argomentativa. Nella mia idea, anche la cultura filosofica dell’azionismo ha accolto l’ingrediente storicista; si tratta, in questo caso, di uno storicismo laico, ragionevole, inclusivo, immerso con vigore morale nell’«ansia di un’altra città». Il problema, quindi, non è lo storicismo, ma lo «storicismo assoluto». Se la storia è tutto, come vorrebbe Croce, la mia soggettività rischia di sgretolarsi nello spettacolo del nulla.

Come si rapporta Croce all’hegelismo, al marxismo, al Positivismo e al giacobinismo?

Croce è stato il filosofo della libertà. Il suo sistema intendeva rappresentare l’antidoto di lungo periodo a ogni «ismo». Hegel ha introdotto il Concetto, la dialettica, la ragione concreta, ma l’hegelismo andrebbe rifiutato nel suo significato «panlogista». Marx gli ha suggerito l’importanza della categoria economica; solo che il vangelo marxista, a suo avviso, annulla il qualitativo, enfatizza la materia e perde i contatti con lo spirito. Il Positivismo è il male del suo tempo, la cattiva lettura del metodo sperimentale e più in generale dell’universo variopinto della scienza; Croce, però, non ha rinnegato l’utile valore dello «pseudoconcetto». Naturalmente anche il giacobinismo andava ripudiato. Egli, specie negli ultimi anni, guardava con interesse ai movimenti democratici, accettava con riserve il tentativo di perfezionare le logiche liberali, ma ha sempre denunciato la radicalizzazione del disegno egualitario. La sua fede liberale premiava il Sein e non il Sollen, il reale e non l’ideale.

La sua «dialettica degli opposti» (bene/male, bello/brutto ecc.) subisce gli effetti disorientanti della libertà, oppure il tutto è frutto di un’azione deterministica? Può chiarire?

Croce era un nemico del determinismo, del principio di causalità applicato alla storia, di una legge scientifica che potesse enunciare con esattezza il futuro, programmandolo mediante strumenti empirici o iper-razionali. Era, dopotutto, un pensatore dialettico. Ciononostante, la sua dialettica era alquanto anomala e non priva di aporie, come sostengono peraltro gli interpreti più avvertiti. La sua dialettica «duale», contenuta in ciascun distinto (Estetica, Logica, Utile e Morale), sul piano formale ha come oggetto la tensione fra il bene e il male, il bello e il brutto, l’utile e il disutile, la verità e la non verità, ma sul piano sostanziale credo che il negativo (male, brutto ecc.) non «esista». Il suo sistema ospita le opere dello spirito, e queste si nutrono di intrinseca positività, mentre il male, la non-opera, gli opposti-negativi non solo non godono di alcun diritto di cittadinanza entro il suo quadro circolare, ma non «iniziano», non lottano. Vince fin da subito la «tesi». Questo non significa che Croce non abbia previsto il negativo; infatti, nella sua Storia d’Europa traccia in modo impeccabile il fenomeno politico-culturale della decadenza, il cui contenuto − come ricorda Gennaro Sasso – sancisce, d’altra parte, la brusca «interruzione del necessario implicarsi categoriale», ovvero l’involontario spegnimento della «positività» costruita a tavolino nelle quattro regioni dello Spirito.

Si può parlare di un «liberalismo metafisico» in Croce?

Occorre tener presente, secondo me, un dualismo di fondo e mai superato: lo spazio della religione e quello della filosofia. Nel primo troviamo quel che si è detto finora, e cioè il «credente», il partigiano di una Libertà vissuta al maiuscolo, un uomo passionale che vive per la Libertà e nient’altro. Nel secondo, invece, abbiamo una cornice senza dubbio condizionata dalla religione, cioè dal suo a priori, anche se al contempo cerca con insistenza l’immanenza, vuole quindi sfuggire al dover essere e aprirsi allo svolgimento della storia. Il suo sistema filosofico ospita quattro categorie, la «terza» − l’utile – è la sfera trascendentale che contiene la dimensione del politico, un agire «sintetico» dello spirito nel suo compimento pratico. Infine, vi sarebbe il momento analitico, lo pseudoconcetto, l’appendice dello spirito, ove è opportuno che i valori liberali si incrocino con quelli democratici. Se nella dimensione religiosa è possibile scorgere un liberalismo «metapolitico», puro e trascendentale, nello spazio filosofico o sistematico – in particolare nella sfera «economica» – si cerca di promuovere un liberalismo politico in tensione con lo sguardo empirico e quindi con l’opportunità democratica.

Direi che la sua libertà può essere sintetizzata in questo modo: un liberalismo metapolitico e aprioristico (religione), un liberalismo «determinato» e «sintetico» in chiave politica (filosofia/utile) e un liberalismo democratico (scienza empirica) ambientato nei luoghi oscuri dello pseudoconcetto. Un tema che ho approfondito con altri accenti nel mio primo libro dedicato a Carlo Antoni.

Mi pare di capire che si tratti di un liberalismo religioso che vuole “far pace” con la storia, vuole diventare «immanente» ma, da quel che dice, non riesce a emanciparsi dall’a priori.

Ludovico Geymonat affermava che l’atto dogmatico è indispensabile «per lo sviluppo di una qualunque esigenza critica». Non è possibile violentare il comandamento primo, il nostro dogma. Croce ha cercato di lottare contro l’idea della fede e ha perso. L’assolutismo della storia, che egli rivendicava, non è un innocuo accadimento, e neppure un principio fra i principi, ma è l’implicito presupposto (religione) che permette l’insediarsi dell’evento storico e temporale (filosofia). Un’aporia nel caso di Croce.

Nel suo libro parla anche di cultura eterogenea dell’azionismo.

Sì. Il Partito d’Azione prevedeva al suo interno attori e protagonisti della scena politica e culturale spesso in disaccordo fra di loro. La costola massimalista del Movimento Giustizia e Libertà, ad esempio, non aveva molto in comune con l’ala più liberale e amendoliana. In questo volume mi sono occupato del liberalsocialismo di Guido Calogero, del liberalismo sociale di Guido de Ruggiero, del socialismo liberale di Norberto Bobbio e del liberalsocialismo religioso di Aldo Capitini – un intellettuale che, con coerenza, ha scelto di non aderire a questo soggetto politico −, e ho provato a individuare gli elementi di divergenza teoretica fra le rispettive versioni teorico-politiche. Mi preme, tuttavia, sottolineare un punto. Molti studiosi parlano di cultura variegata dell’azionismo. Condivido, ma non bisogna dimenticare che quasi tutti gli azionisti abbracciano l’«altrove». In altri termini, il loro storicismo prudente, di cui si è detto, non volta le spalle ai motivi dell’essenza, a quel «tu devi» beatificato da Kant e insultato, in modo parallelo, sia dallo storicismo d’ispirazione hegeliana sia dall’«ospite inquietante» dei nichilisti.

A proposito del rimprovero che Croce muove a Marx, il quale avrebbe provato a sostituire l’idea hegeliana con la materia, non bisognerebbe forse parlare, nel caso del filosofo di Treviri, di vera e propria «metafisica della materia»? Se sì, non ci troviamo dinanzi a un grande tentativo filosofico e politico di svilimento dell’essenza della persona? Che ne pensa?

Per quel che riguarda il giudizio di Croce sul marxismo, andrebbe detto, in poche battute, che il filosofo liberale ha riconosciuto in esso un canone metodologico di ricerca storiografica, oltre che l’efficace riabilitazione di quel sentimento economico che l’uomo non potrebbe sottovalutare nella vita di tutti i giorni. Nondimeno, dal 1928 in poi la scienza marxista diviene, per Croce, una filosofia della storia a senso unico, un’azione deterministica e «materialistica» che ignora il principio etico della libertà. Personalmente sono molto più vicino alla lettura di Kelsen e Bobbio, i quali hanno visto, soprattutto nel giovane Marx, un’esigenza «giusnaturalista» da adempiere. La lotta marxiana all’alienazione, lo stesso desiderio (anti-hegeliano) di trasformazione del mondo borghese in nome dell’autenticità dell’uomo, cioè di un ritorno alla sua inconfondibile essenza, rende l’autore del Capitale familiare a modelli non propriamente storicisti. In breve, direi che gli strumenti marxiani soggiornano in un impianto realista, ma l’intima finalità del genio comunista assume un connotato dal respiro giusnaturalista.

Non trova che il metodo «nonviolento», ideato da Aldo Capitini, presupponga un lavoro interiore tale che il lungo e controverso dibattito incentrato sull’ipotesi della «non violenza come mezzo o soltanto come fine» perda di significato?

Sì. La ringrazio per aver introdotto questo argomento perché mi consente di approfondire un autore che mi sta particolarmente a cuore. La sua «nonviolenza» − non a caso da scrivere e interpretare come un’unica parola − fa tutt’uno con l’«aggiunta», l’«uno-tutti», l’«omnicrazia», la «persuasione» e il «liberalsocialismo». Ecco il lessico di Capitini. Uno stile di vita nuovo, un’alternativa alta che continua a parlare. Il percorso umano e intellettuale del filosofo perugino è la dimostrazione che lo spirito azionista si muove al confine fra la storia e l’eterno, tra l’ora (drammatica) del presente e l’«ansia di un’altra città». Nello spazio omnicratico dell’uno-tutti c’è posto per chiunque. Si cerca l’uno e il tutti allo stesso tempo. Il tempo di una persuasione che intende sconfiggere la notte della retorica. La sua religione nonviolenta, amica degli ultimi, dei falliti e dei senza nome, vuole introdurre fin da subito la luce trascendentale del mattino.