L’occhiolino dell’Ariosto

Autore di Inès Labib

Al caro ricordo del Professor José Guidi

«Quale altra poesia si è aggirata così disinvolta in un assoluto e perfetto spazio da gioco quanto quella dell’Ariosto?»[1], chiedeva Huizinga, rilevando lo “spirito ludico” del poeta.

La “disinvoltura” – o libertà e spontaneità[2] – ariostesca ci accompagna lungo la lettura del poema, toccando anche tematiche serie e personaggi interdetti. Ed è ciò che si vuole esporre in queste pagine, soffermandosi sul sorriso disinvolto del poeta riguardo allo spirito cavalleresco, al tema dell’amore coniugale e alla sfera religiosa nel Furioso.

Il primo punto riguarda il famoso duello tra Ferraù e Rinaldo. Angelica fugge dai due spasimanti rivali che la inseguono insieme, rimandando il loro duello a dopo la cattura della fuggitiva[3]:

Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!
Eran rivali, eran di fé diversi,
e si sentian degli aspri colpi iniqui
per tutta la persona anco dolersi;
e pur per selve oscure e calli obliqui
insieme van senza sospetto aversi. (O. F., I, 19-22)

L’esclamazione del poeta non sembra tanto esprimere la nostalgia per i tempi di cortesia e liberalità cavalleresca (come si poteva intuire, invece, in alcune pagine dell’Innamorato) quanto piuttosto una certa ironia di fronte a questa improvvisa e pragmatica solidarietà maschile di fronte a una pulzella recalcitrante e in fuga: una pulzella che i “veri” «cavalieri antiqui» giuravano solennemente di rispettare e difendere da ogni pericolo. Ma quanti di loro lo avrebbero fatto “realmente”? L’ironia riguarderebbe anche, in questo senso, l’immagine idealizzata di tali cavalieri.

Il secondo esempio riguarda l’eroe saraceno Ruggiero, innamorato e ricambiato dalla gelosa Bradamante, che sposerà (non subito, però) dando nascita alla casa d’Este. Ruggiero (già “fidanzato” con Bradamante) scorge un giorno Angelica: nuda, legata a una roccia, sul punto di essere divorata da un’orca. Il prode cavaliere la salva, ovviamente. Solo che, subito dopo, cerca di saltarle addosso, senza chiederle, tra l’altro, un parere al riguardo. Per fortuna, Ruggiero è rallentato dalla sua armatura che egli tenta, frettoloso e impacciato, di togliere:

Del destrier sceso, a pena si ritenne
di salir altri; ma tennel l’arnese:
l’arnese il tenne, che bisognò trarre,
e contra il suo disir messe le sbarre.

Frettoloso, or da questo or da quel canto
confusamente l’arme si levava.
Non gli parve altra volta mai star tanto;
che s’un laccio sciogliea, dui s’annodava. (O. F., X, 114-15)

Angelica, nel frattempo, usa un anello magico che la rende invisibile, sparendo così agli occhi dell’assalitore che «la sua inavvertenza bestemmiava» (O. F., XI, 7) e

Così dicendo, intorno alla fontana
brancolando n’andava come cieco.
Oh quante volte abbracciò l’aria vana,
sperando la donzella abbracciar seco!  (O. F., XI, 9).

Malgrado il suo “ruolo encomiastico” nella tessitura del poema, Ruggiero è dipinto come un uomo infedele e persino comico nella sua inconcludente «libidinosa furia» (O. F., XI, 1). È una macchia che il poeta avrebbe potuto risparmiare ai discendenti ducali (oltre che alla povera Angelica, e alla futura moglie Bradamante): e questo episodio sarà, infatti, criticato da Torquato Tasso, secondo il quale Ruggiero non sembra amare veramente Bradamante, che sposerà alla fine del poema[4].

L’Ariosto sembra, invece, avere meno scrupoli sentimentali o forse meno illusioni riguardo all’amore[5]. Va notata, infatti, l’assenza di condanna morale da parte sua: anzi, l’impulsiva bramosia di Ruggiero sembra godere di una complice – anche se ironica – indulgenza maschile. Forse anche per il realismo del poeta e il suo “disincanto”[6]. “Sono uomo, niente di ciò ch’è umano ritengo estraneo a me”[7], sembra dire l’Ariosto:

Qual raggion fia che ’l buon Ruggier raffrene,
í che non voglia ora pigliar diletto
d’Angelica gentil che nuda tiene
nel solitario e commodo boschetto ?
…pazzo è se questa ancor non prezza e stima. (O. F., XI, 2)

Il poeta sembra non solo capire ma addirittura condividere l’“apprezzamento” di Ruggiero riguardo alla bella dama: chi non avrebbe approfittato di una bella donna indifesa in un solitario boschetto? Nessuno, nemmeno l’austero Zenocrate, risponde l’Ariosto (O. F., XI, 3). Siamo ben lontani dagli ideali della cavalleria e dell’amore. Un sorriso indulgente che “compromette” il poeta. L’uomo di cui ride l’Ariosto è anche, in fin dei conti, egli stesso.

Si passa, così, dall’ironia – termine che leggiamo molto spesso a proposito dell’Ariosto – all’umorismo «misericordioso»[8]: dal ridere degli altri al ridere di noi stessi. Secondo il filosofo francese André Comte-Sponville, infatti, «l’ironia ride degli altri», mentre «l’umorismo ride di tutto, compreso chi lo fa», «l’ironia è critica, l’umorismo invece è bonaccione; l’ironia disprezza, esclude, condanna, l’umorismo perdona o capisce. L’ironia ferisce, l’umorismo guarisce e libera»[9].

Soffermiamoci, infine, sulla sfera sacra e religiosa. Il primo episodio riunisce due personaggi diametralmente opposti: Rodomonte, sacrilego per eccellenza, infervorato per la vista della bella Isabella, e un monaco che convince la donna a «lasciare il mondo folle,/ e farsi amica a Dio con opre sante» (XXVIII, 99); il sant’uomo viene in soccorso dell’onore di Isabella contro le insidie del pagano, e per questo viene da lui ucciso. Ma, pur avendo tutti i requisiti della santificazione, egli non viene affatto elevato alla Gloria degli altari:

Poi che l’empio pagan molto ha sofferto
con lunga noia quel monaco audace,
e che gli ha detto invan ch’al suo deserto
senza lei può tornar quando gli piace;
e che nuocer si vede a viso aperto,
e che seco non vuol triegua né pace:
la mano al mento con furor gli stese,
e tanto ne pelò, quanto ne prese.

E sì crebbe la furia, che nel collo
con man lo stringe a guisa di tanaglia;
e poi ch’una e due volte raggirollo,
da sé per l’aria e verso il mar lo scaglia.
Che n’avenisse, né dico né sollo:
varia fama è di lui, né si raguaglia.
Dice alcun che sì rotto a un sasso resta,
ch ’l piè non si discerne da la testa;

et altri, ch’a cadere andò nel mare,
ch’era più di tre miglia indi lontano,
e che morì per non saper notare,
fatti assai prieghi e orazïoni invano;
altri, ch’un santo lo venne aiutare,
lo trasse al lito con visibil mano.
Di queste, qual si vuol, la vera sia:
di lui non parla più l’istoria mia (O. F., XXIX, 5-7)[10].

Ariosto sembra essere quasi dalla parte di Rodomonte, invece che parteggiare per il sant’uomo, integro ma noioso e petulante. Si noti che colui che “soffre” in questi versi è proprio Rodomonte.

La morte del povero monaco non è descritta in modo tragico, anzi. L’esagerazione e l’inverosimiglianza del “lancio” rendono la scena comica (perché appunto, inverosimile). E il poeta non cerca di “rimediare”, offrendo almeno alla propria vittima l’aureola del martirio che le spetta, ma avanza tre ipotesi, altrettanto incerte, sulla sua morte (l’ipotesi del miracolo viene solo per ultima); ciò che prevale è l’indifferenza del poeta per la sorte di colui che chiama «garrulo eremita», persino da morto (XXIX, 8)[11]!

Saliamo, infine, verso le più alte sfere celesti, con l’arcangelo Gabriele. La disinvoltura ariostesca qui è ancora più audace: il nunzio divino, contrariato dalla disubbidienza della Discordia, arrossisce di rabbia e cerca di trovare una soluzione prima di essere visto dall’Onniveggente. Poi, trovando la Discordia, «le man le pose l’angelo nel crine,/ e pugna e calci le diè senza fine» e, colmo del sacrilegio (dell’angelo e del Nostro), «indi le roppe un manico di croce/ per la testa, per dosso e per le braccia» (XXVII, 38). Versi non “politicamente corretti”, ma realistici, in un’epoca che poteva anche essere spregiudicata e relativamente libera.

«Ciò che è buffo non è il reale, ma ciò che si dice a proposito. Non il suo senso ma la sua interpretazione – o il suo nonsenso»[12], ha affermato sempre Compte-Sponville. Nei diversi passi citati scorgiamo il sorriso dell’Ariosto. Anzi, l’occhiolino che egli fa a noi lettori. Fare l’occhiolino sottintende, infatti, complicità, intesa e connivenza. Sorridere, invece, si può anche fra sé e sé.

L’umorismo dell’Ariosto (nei brani citati) è umorismo “indulgente” e bonario; e il poeta è pronto a scherzare su tutto (o quasi): su eroi, innamorati, eremiti, capostipiti ducali e persino sull’arcangelo Michele. Ma c’è una cosa con la quale il poeta non scherza mai: la crudeltà. A questo proposito, José Guidi ha rilevato che l’Ariosto stabilisce un catalogo dei peccati capitali in cui la crudeltà sostituisce la lussuria[13], osservazione che ci dà una chiave di lettura molto interessante del poema. Rilevare il sorriso ariostesco non deve farci dimenticare, infine, le pagine di profondo pathos che ci sono nel poema, in particolare di fronte alla morte, alla sofferenza e alle stragi di guerra, pagine in cui riecheggia la sentenza del più grande umanista del Cinquecento, Erasmo: che l’uomo è nato non per la guerra, ma per la pace e l’amicizia[14].

  1. J. Huizinga, Homo ludens, Torino, Einaudi, 1949, p. 224.
  2. «Heeft ooit de poëzie zich zoo ongedwongen in een volstrekte speelruimte bewongen als die van Ariosto?»: J. Huizinga, Homo Ludens: Proeve eener bepaling van het spel-element der Cultuur, Amsterdam, Athenaeum Boekhandel Canon, 2008, p. 212. 
  3. Questo episodio ha interessato molti studiosi ed è stato interpretato in vari modi. Per Italo Calvino, «l’essere di fé diversi non significa molto di più, nel Furioso, che il diverso colore dei pezzi in una scacchiera» (Presentazione dell’edizione del poema a cura di L. Caretti, Torino, Einaudi, 1992, p. XLIII). Marina Beer rivede nell’immagine dei due cavalieri sullo stesso cavallo il sigillo dei Templari (in Romanzi di cavalleria, il “Furioso” e il romanzo italiano del primo Cinquecento, Roma, Bulzoni, 1987, p. 113). E Franco Picchio vi coglie un «significato nascosto», al «livello parodico»: partendo dall’osservazione della Beer, egli spinge l’interpretazione fino a considerare che «come i Templari, anche Rinaldo e Ferraù sono corrotti, avidi di guadagno e lambiti da una luce di una sospetta sodomia» (in Ariosto e Bacco due: apocalisse e nuova religion nel Furioso, Cosenza, Pellegrini Editore, 2007, pp. 114-15).
  4. «Ruggiero è amato più che amante, e Bradamante ama più, che amante […] Laddove Ruggiero non fa cosa alcuna per guadagnarsi quello di Bradamante, ma quasi pare che la disprezzi, e ne faccia poca stima» (Delle opere di Torquato Tasso con le controversie sopra la Gerusalemme Liberata, Venezia, Stefano Monti, 1735, vol. II, p. 292).
  5. «Ariosto considers love as a phenomenon which receives its impetus from the senses rather than the intellect. Thus, any intellectualized justification which attempts to glorify or sanctify this basically sensual experience suffers from unrealistic and irrational fabrication. It becomes, in effect, a hypocrital concept» (V. Cuccaro, The humanism of Ludovico Ariosto, From the “Satire” to the “Furioso”, Ravenna, Longo Editore, 1981, pp. 175-76).
  6. L. Caretti, Antichi e moderni. Studi di letteratura italiana, Torino, Einaudi, 1976, pp. 86-87.
  7. Citazione di Terenzio in Christian Moussard, Le mot d’esprit, et réciproquement, Besançon, Moi-même, 1996, p. 14.
  8. «L’ironie est impitoyable, l’humour est miséricordieux»: A. Compte-Sponville, Petit traité des grandes vertus, Paris, Puf, 1995, p. 282.
  9. A. Compte-Sponville, De l’ironie à l’humour Rire des autres ou de soi?; cfr. la URL: http://www.lemondedesreligions.fr (pubblicato il 25 giugno 2015). 
  10. Il poeta aveva già annunciato, alla fine del canto precedente: «poi ch’invano il monaco interroppe,/ e non poté mai far sí che tacesse,/ e che di pazienza il freno roppo,/ le mani adosso con furor gli messe» (O. F., XVIII, 102).
  11. L’Ariosto non si «beffa della santità bugiarda» come faceva Boccaccio nella novella di Ser Ciappelletto, per esempio (A. Graf, Miti, leggende e superstizioni del medio evo, Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1993, p. 401), ma di un vero martire: di un monaco che dà la vita per salvare l’anima (e il corpo) di una donna in pericolo e che viene orrendamente ucciso da un “pagano”.
  12. A. Compte-Sponville, Humour, in «Philosophie Magazine»; cfr. la URL : http://www.philomag.com (pubblicato il 2.10.2013).
  13. J. Guidi, Imagination, Maîtresse de vérité: l’épisode lunaire du Roland Furieux, in Espaces réels et espaces imaginaires dans le Roland Furieux, Université de la Sorbonne Nouvelle, Paris, C.I.R.R.I, 1991, p. 58.
  14. Y. Charlier, Erasme et l’amitié, d’après sa correspondance, Paris, Les belles lettres, 1977, p. 40.

(fasc. 26, 25 aprile 2019)