Noi, figli di Michelstaedter

Autore di Rosalia Peluso

Pochi giorni ci separano dal 3 giugno, quando sono trascorsi centotrent’anni dalla nascita di Michelstaedter. L’anniversario è stato ricordato in una recente giornata di studi organizzata da Alfonso Amendola e Daniela Calabrò all’Università di Salerno col titolo All’ombra di Michelstaedter. Un’ombra che non significa oscurità o tenebra ma, proprio in omaggio alla nascita, è proiezione ed effetto della luce, quindi un’implicita testimonianza di luminosità.

Di un autore di cui si conosce soprattutto – e talvolta si enfatizza – la tragica morte può suonare addirittura paradossale ricordare che prima di morire è nato. Porre l’accento sul dato della nascita è però molto significativo perché implica una torsione nell’approccio critico a questa meteora della filosofia e della cultura italiana del primo Novecento. Tutti coloro che hanno in qualche modo sfiorato l’energia di Carlo Michelstaedter hanno sempre ricordato che egli era uomo della vita.

È ormai superata la stagione di logorarsi intorno al significato della sua morte. Anche in relazione ai più recenti esiti della filosofia italiana contemporanea, che pongono al centro l’interesse per la vita, molto più produttivo è insistere su quel postulato di vita che ci trasmettono le pagine michelstaedteriane, postulato che egli chiama in vario modo: persuasione, salute, identità, adiaforia, arghia (‘quiete’). Seguire il percorso del Michelstaedter “persuasor di vita” ci consente di riconoscere la reale fisionomia di questo autore anche nel contesto della filosofia del primissimo Novecento, che vedeva nella vita, nella sua pre- e anti-filosoficità, una questione all’ordine del giorno.

Parlare di Michelstaedter per me significa parlare di amici. Credo che sia la dimensione esistenziale che passa attraverso la scrittura il modo migliore per onorare Michelstaedter nello spirito. «Vana cosa è la filosofia se esce dalla vita», ha scritto proprio lui: e si tratta di un’iscrizione che andrebbe collocata all’ingresso di quegli abissi filosofici del Novecento che hanno cercato di scrutare l’imperscrutabile, e cioè il fondo non-filosofico della vita attraverso categorie comunque filosofiche. Un’illusione che è stata correa anche di molte catastrofi politiche e che perciò ci impone il compito di chiamare le cose col loro nome: ne guadagnerà anche la scientificità. Questo richiamo all’umanità da coltivare perfino nella scienza non è soltanto una petizione di principio, una strategia “retorica” per porsi fuori della “rettorica”: mette radici nella volontà di individuare un antidoto alla pratica, ampiamente diffusa ormai anche nelle scienze umane, e qui particolarmente disumanizzante, della neutralizzazione e sterilizzazione della parola, quella Parola che perfino nell’equivoco lega comunque gli uomini, e che solo per rispetto a questa sua irriducibile umanità Kraus si ostinava a scrivere con la maiuscola. Come ha ricordato Sloterdijk in un suo famoso saggio sul “parco umano”, cosa è del resto l’umanesimo, nel suo significato generale, se non una “corrispondenza”, un destinare lettere agli amici attraverso il tempo e le distanze? Chi si occupa di humanities non può non adeguarsi, per intima convinzione, a questa necessità, pur nella consapevolezza che l’umanesimo non è mai un presupposto acritico quanto un frutto virtuoso di cui al massimo si può godere alla sera.

Fa parte così della pratica umanistica tornare su un autore molto studiato, da cui personalmente ho tratto indicazioni preziose sul tema nietzschiano della “grande salute” e variamente presente nella mia produzione, discutendo di due libri e di sottese storie di amicizia.

Alla fine del 2016 è uscito per Le Lettere di Firenze nella Collana di filosofia «Vita Nova», una serie che prende da Michelstaedter il nome e il logo, e che dirigo con Renata Viti Cavaliere e Daniela Calabrò, il libro di Valentina Mascia Come una cometa. Saggio su Carlo Michelstaedter. Il profilo che l’autrice ha scelto per il suo lavoro è quello di un “montaggio di concetti”, dal momento che presenta, nel contesto di un orizzonte post-sistematico, alcuni quadri concettuali quali aisthesis e pathos, bellezza e dolore, mito e logos, sapienza e mistero, ragione e giustizia, volontà e potenza: delle vere e proprie istantanee per inquadrare il nesso inconciliabile, extra-dialettico, che Michelstaedter istituisce tra persuasione e rettorica.

Evidenziamo alcuni punti toccati dalla Mascia. Innanzitutto i richiami alla poesia europea, Baudelaire e Rilke in particolare. Il primo dà ragione dello statuto asintotico della “bellezza” che Michelstaedter cerca di afferrare e che gli sembra costantemente sfuggire nella sua determinazione. E gli sfugge la bellezza perché egli avverte, come il poeta francese, il carattere poliedrico del bello, che è tinto di dolore, di inquietudine, di malinconia, in una parola di pathos, e la cui origine (scende dal cielo o si alza dalla terra) è indeterminabile. Gli sfugge anche quella “felicità” che Rilke, nelle Elegie nate dal suo soggiorno al castello di Duino, vicino a Trieste, e dunque nei luoghi michelstaedteriani, paragona a un sentire le «vene colme di esistenza». Gli sfugge la “felicità” – quella che, proprio in sintonia con Rilke, Benjamin paragonava alla «contrazione di un muscolo» – perché rimane altamente aporetica la sola determinazione temporale che potrebbe attuarla: la “consistenza”, il consistere in un punto dello spazio e in un attimo del tempo, che non ammette provenienze e continuazioni perché ha l’obbligo di concentrare il tempo, e così risucchiare tutto il passato e prosciugare la prospettiva di ogni futuro.

La Mascia affronta poi, senza pregiudizi, il rapporto che, per specifiche condizioni storico-filosofiche, Michelstaedter ha avuto con Croce e che non si può limitare a una nota avvelenata e a una caricatura sbucate fuori da un baule. Il rapporto è molto complesso e riguarda soprattutto la convergenza dei due autori sulla riflessione intorno alla storia e all’arte, nelle quali entrambi scorgono un’irriducibilità alla scienza e l’esistenza di un’altra dimensione del pensiero non-oggettivabile chiamata individualità. Come esempio va ricordata la citazione, riportata dall’autrice, tratta da L’intuizione pura e il carattere lirico dell’arte (1908), che dà ragione della dimensione del sentimento erroneamente creduta estranea all’estetica crociana: qui Croce scrive che l’artista è colui che raccoglie il sentimento dalla realtà, come goccia che stilla dalle cose, come lacryma rerum. Impossibile non riprendere la discussione che, a partire da Italo Calvino, l’autrice fa della “leggerezza” di Michelstaedter, nel commento all’“Esempio storico” della Persuasione e la rettorica. Michelstaedter è un pensatore della leggerezza: un nuovo Platone, infedele al Socrate di cui pur si proclama erede, quindi platonico e anti-platonico al tempo stesso, bisognoso di un aerostato che lo conduca a sospendere il peso dell’esperienza. A differenza però di Perseo, di quello mitico e di quello calviniano, che sa di aver bisogno di protesi culturali per sconfiggere il mito, Michelstaedter lo affronta disarmato, come «anima nuda e asciutta», e costringe l’ideale della persuasione a pietrificarsi in un regno primitivo e al di fuori della storia.

Col richiamo a questo “altrove” passo all’altro libro, che è un’altra lunga e preziosa storia di amicizia e di intese intellettuali: Storia e storiografia di Carlo Michelstaedter, uscito durante questa primavera per l’University of Mississippi con la cura di Valerio Cappozzo.

La storia. All’apparenza la grande sconosciuta di Michelstaedter, eppure – ha scritto, e con pregnante consapevolezza – «la “storia” non soffre le parole | ma vuol essere vissuta». Quanto di riflessione intorno alla storia può risalire dalle pagine michelstaedteriane viene da quel “paradigma immunitario” che è la vera e propria anima della sua meditazione: la “malattia dell’epoca” e la “salute” individuale.

Il libro americano è, anche per la presenza di molti autori che vi hanno partecipato, legato al volume curato nel 2014 da Yvonne Hütter: Carlo Michelstaedter. Kunst – Poesie – Philosophie (Tübingen, Narr). Qui c’era pure Cappozzo con uno studio sul “percorso poetico” e la pubblicazione di due inediti del 1903: il suo nuovo saggio nel volume è quindi una continuazione e un approfondimento critico-filologico della produzione e della pubblicazione poetica di Michelstaedter che rende sempre più urgente una nuova edizione delle poesie e soprattutto un’aggiornata edizione critica, anche alla luce dei nuovi ritrovamenti pubblicati da Sergio Campailla sull’«Espresso» dello scorso 25 febbraio.

Anche la Hütter c’è nel nuovo libro americano e il suo saggio si distingue certamente per coraggio: approfondendo la sua chiave di lettura post-moderna, compie un autentico smascheramento di Michelstaedter, individuando con molti buoni argomenti strategie retoriche nel suo dire persuaso.

Michelstaedter in America, dunque. O meglio, come scrive il curatore nella Prefazione, le “Americhe” di Michelstaedter. Impossibile in primo luogo non richiamare alla mente il “viaggio di formazione” del giovane Karl Rossmann dell’Amerika di Kafka, nel quale si vedrebbe bene anche un immaginario sedicenne Carlo. Ma sotto al simbolo le Americhe reali: quella settentrionale del fratello Gino, quella meridionale di Rico, al secolo Enrico Mreule, partito all’improvviso una notte del 1909 per l’“altro mare” e approdato in Argentina a fare il gaucho. Due fallimenti americani: Gino si toglie la vita quando Carlo è già in vita, per motivi che non sono stati ancora del tutto chiariti, e riposa accanto a lui e al padre Alberto nel cimitero di Valdirose (su Alberto va segnalato, nel libro, il saggio di Gabriele Zanello). Rico torna dall’America latina nel 1922 e, dopo quasi un decennio a Gorizia, trascorre il resto della sua vita in Istria.

C’è infine un’ultima America, quella che vive ancora attraverso gli studi, e la cui data di fondazione si colloca nella stagione post-moderna e si può iniziare a datare a partire dalla prima monografia americana, il Carlo Michelstaedter and the Failure of Language di Daniela Bini del 1992, seguito qualche anno dopo da 1910: The Emancipation of Dissonance (1996) di Thomas Harrison.  Nel contesto di lingua inglese va segnalato un interessante articolo scritto da Raffaello Piccoli, apparso sul «Monist» del 1916 e riportato in appendice al volume. Piccoli è stato un intellettuale vicino a Croce e autore di una delle prime monografie crociane in lingua inglese, Benedetto Croce. Introduction to his philosophy del 1922. Con il sacco in spalla, in America è arrivato infine anche Cappozzo più di dieci anni fa e nel 2015 ha organizzato con Mimmo Cangiano (anch’egli nel nuovo libro americano) due panel su Michelstaedter all’Università del Colorado per l’Association of Italian Studies.

Questo l’antefatto o premessa, che dir si voglia. Seguono i fatti. Tornare, ritornare su Michelstaedter: ecco il punto di partenza da cui riprende sempre la riflessione di chi su di lui ha a lungo lavorato. Non a caso il breve testo di Sergio Campailla che apre il volume torna con la mente a quelle giornate di più di quarant’anni fa in cui si trovò tra le mani le «melodie del giovane divino» – per riprendere il titolo di una recente antologia adelphiana da lui curata e che si ispira a una nota michelstaedteriana su Pergolesi e il suo Stabat Mater.

Al tempo molti di noi non erano ancora nati e quella coincidenza, che ha visto allora scoppiare nella cultura italiana il “caso Michelstaedter”, che è giunto sino alle edizioni dei testi michelstaedteriani per Adelphi durante gli anni Ottanta e Novanta del Novecento, tutti per la cura di Campailla, ha stranamente fatto di noi dei “figli di Michelstaedter”: stranamente perché da Michelstaedter, morto a ventitré anni, tutto si può attendere tranne che un rapporto di filiazione. Eppure in fin dei conti è così: siamo suoi figli, in molti modi, sopravvissuti a lui e, con diverse strategie esistenziali, alla temperie della “metafisica della gioventù”. Seguiamo allora il filo del ritorno. Perché anche la Bini torna, nel suo contributo al volume, su quel «fallimento del linguaggio» registrato anni addietro nella sua monografia a proposito di Michelstaedter e, con il suo aiuto, lo applica a fenomeni contemporanei legati alla degenerazione del linguaggio nei mass-media, nella politica e nei saperi specialistici. Pure Harrison torna su un tema molto dibattuto dalla critica michelstaedteriana: la convergenza di Michelstaedter sulle “filosofie dell’esistenza”, al punto che si è parlato di lui come di un esistenzialista ante litteram. Il saggio di Harrison insiste su un tema a lui molto caro, l’idea di “autenticità”, della quale traccia un percorso etimologico e concettuale che non può non approdare a Heidegger, a Sartre e infine a Simone Weil.

C’è tuttavia un altro autore della stagione esistenzialista che il nome e la vita di Michelstaedter richiama alla memoria, il Camus che dichiara nel Mito di Sisifo: «non esiste che un unico problema filosofico veramente serio: il suicidio». Generazioni di interpreti si sono logorati su questo problema. Ogni giovane studioso che riprende daccapo il lavoro critico ricomincia da qui. Deve farne di strada prima di imparare che quello non è un problema della filosofia, né dell’arte o di altro ma un autentico problema della vita. Seguendo però il suo corso, ricomincia ogni volta da quella felice formula giornalistica di Giovanni Papini che fu il “suicidio metafisico” e di cui qui si dà un’inconsueta smentita. Tra i lavori presenti nel libro c’è infatti uno studio sulle tracce ematiche di Carlo e sulla polvere da sparo presenti sull’ultima pagina della Persuasione e la rettorica, che dà conferma scientifica a “un’opinione” circolante nell’ambito degli studi: la leggenda del sangue sulla tesi, emblema di un’opera che si fa carne.

Il libro è anche ricco di immagini, tra cui quelle di alcune poesie di Michelstaedter che sono state trascritte con tutte le varianti da Cappozzo. Ma il volume si apre con la fotografia che vede ritratto Carlo al giardino di Boboli a Firenze al fianco di Gaetano Chiavacci. Chiavacci, assieme a Vladimiro Arangio-Ruiz, ha portato la via della persuasione sulla strada della storia, dandole carne e corpo nella Firenze da lui abbandonata. Il titolo dell’ultimo libro di Chiavacci, La ragione poetica, è estrema propaggine di un lavoro sulla persuasione in cui Michelstaedter è ricondotto a Gravina, Vico, Kant e in genere a tutti i tentativi filosofici moderni – e non solo dell’ermeneutica – di ampliare le maglie della ragione per far entrare in essa anche il discorso della poesia: rischiarare dunque la complessità della verità per fare di essa non solo la correttezza di una formula o di un enunciato scientifico ma un processo di effettuazione che parte dalla vita e su cui si è tanto logorata la filosofia contemporanea e, al suo interno, il giovane Michelstaedter. Di «ragione poetica fiorentina» ha parlato non a caso Vittorio Mathieu a proposito di Michelstaedter e dei suoi amici, allargando il novero e lasciando entrare anche Luigi Scaravelli, che ha più di qualche consonanza biografica e speculativa con Carlo, e infine la felice stagione delle riviste fiorentine che prime accolsero le testimonianze su Michelstaedter dopo la morte. Alle spalle di Gaetano e Carlo c’è, nota il curatore del libro, la statua di Scipione l’Africano. È allora impossibile non richiamare la nota benjaminiana intitolata Madame Ariane secondo cortile a sinistra: qui si legge curiosamente di una «camicia della persuasione», fresca di bucato, che ogni nuovo giorno stende sul nostro letto; la fortuna delle ventiquattro ore, cioè la possibilità di vestirla, dipende dalla nostra capacità di afferrarla svegliandoci. Nella nota di Benjamin compare il nome dell’Africano come paradigma di questa “presenza di spirito”, cioè del “carattere” che solo può inchiodare alle spalle i colpi bassi di quell’ignoto chiamato futuro. Così fece Scipione quando, appena giunto in Africa, cadde e, mentre attorno a lui si preparavano profezie di sventura, baciò la terra ed esclamò: «Sei mia, Africa!». I persuasi sono “caratteri”, come Scipione e come quelli indicati nel breve elenco della Prefazione alla Persuasione e la rettorica, su cui ritorna nel libro americano Ilvano Caliaro.

Il volume si chiude con due dense interviste, a Mauro Covacich e a Claudio Magris. In quest’ultima in particolare Magris dà risposta alla domanda che credo Cappozzo abbia rivolto a tutti gli autori e arriva a parlare della necessità attuale di uno “storicismo”, in qualche modo ispirato a Michelstaedter, come salvezza dinanzi alle catastrofi umane dei nostri tempi. Ed è allora opportuno, allarmati dalle derive della Storia, tornare a riflettere sulla “salute” della storia, nella storia.