Mario Scotti, Maestro di vita

Autore di Mara Pacella

La mia testimonianza, qui ed ora, è come un atto di devozione alla memoria di Mario Scotti, maestro indimenticabile. Devozione a cui si associa l’opportunità di sciogliere un debito ineludibile di testimonianza, nelle ore in cui il lascito spirituale e materiale dello studioso e del docente assume nuovo risalto con la ristampa, a dieci anni dalla morte, della pubblicazione postuma delle sue poesie in cui avevano preso forma le luci e le ombre segrete di una personalità d’eccezione. Continua a leggere Mario Scotti, Maestro di vita

“Ipazia” e la parola

Autore di Rosanna Pozzi

Sulla traccia degli studiosi Silvio Ramat1, Giovanni Raboni2, Giancarlo Quiriconi3, Roberto Palazzi4, Antonio Ulivi5, Anna Panicali6 e Stefano Verdino7, si può mettere in evidenza la linea di sviluppo continuativa e la forte sintonia tra questa prima opera teatrale e le due raccolte poetiche precedenti di Mario Luzi: Nel magma (1961-1963) e Su fondamenti invisibili (1960-1970). Temi, situazioni ed elementi comuni si delineano e si declinano, infatti, in maniera diversa: nella prima, Nel magma, è presente una spiccata vocazione dialogica; la «polifonia di voci», già evidenziata dai suddetti critici, si organizza e si esprime in incontri tra persone precise e in luoghi ben definiti, caratterizzati da una spiccata vocazione scenica; nella seconda raccolta, invece, il dialogo concreto diventa ansia di significato, grido di domanda, dialogo ideale tra mente, cuore, memoria e persone care, la vocazione scenica sparisce, le coordinate temporali e spaziali tendono a sfocarsi, a confondersi in una dimensione onirica. Continua a leggere “Ipazia” e la parola

  1. S. Ramat in un articolo pubblicato sulle pagine del «Corriere del Ticino» il 10 febbraio del 1972, intitolato Per una storia di Luzi, paragonava l’illusione ellenica rappresentata dal personaggio di Ipazia con l’illusione del platonismo rinascimentale che originò Il Cortegiano di Baldassar Castiglione, al quale Luzi aveva dedicato un saggio intitolato Un’illusione platonica e altri saggi. Ramat sottolineava il fascino esercitato su Luzi dal platonismo del Cortegiano, dalla sua sublime assolutezza, e contestualmente segnalava per primo lo scarto e il cambiamento in atto nel dramma teatrale Ipazia, con il quale si verifica nella poetica luziana l’abbandono di quel mondo ideale e perfetto a favore dell’occasione empirica, della prassi, del relativo integrale. Ramat coglieva, inoltre, la linea di sviluppo dell’andamento sermonale, in senso oraziano, da Nel magma a Il libro di Ipazia e individuava nella caoticità di Alessandria il perdurare della fase magmatica.
  2. Anche G. Raboni in un articolo intitolato Ipazia cade sbranata dai barbari cristiani, pubblicato su «La Stampa» il 21 ottobre del 1978, oltre a evidenziare il grande valore stilistico e formale di questo poemetto per i suoi «versi prosastici e solenni, cauti e balenanti», sottolineava come in Ipazia si coagulassero in «un parlato ritmico alto, densissimo e incalzante» le inquietudini e le tensioni dialogiche già rintracciabili a partire da Nel magma.
  3. G. Quiriconi con l’articolo intitolato E un messaggero venne a Ipazia, pubblicato sulla rivista «Libri oggi» il 6 ottobre del 1978, si soffermava a sua volta sullo stretto legame, sulla consequenzialità tra la forma dialogata di Su fondamenti invisibili e il testo teatrale in esame; isolava, inoltre, nei due personaggi principali, Ipazia e Sinesio, i simboli complementari della necessità e della speranza. Vi tornava poi a distanza di dieci anni, nel 1988, per indagare Origini e senso di una esperienza teatrale, con una riflessione pubblicata in Omaggio a Mario Luzi (Comune di Scandicci), nella quale affermava che l’esperienza teatrale di Luzi nasce da un lungo lavoro di indagine e di riflessione sul senso del tragico nella contemporaneità, ben distinto e non riconducibile agli archetipi e alle tipologie della classicità, fondati sullo scontro grandioso di forze contrapposte e irriducibili. Ribadiva poi la continuità tra il dialogo dell’io poetico con l’altro da sé, della pluralità di voci e del serrato domandare presenti in Nel magma e Su fondamenti invisibili con l’esordio teatrale di Luzi, nel quale l’io poetico si eclissa per dare voce all’altro da sé, per individuare oltre la linearità del tempo umano (la storia), una verticalità intrinseca a ogni dato della realtà.
  4. R. Palazzi nell’articolo apparso sul «Corriere della sera» il 26 luglio del 1979, inserendosi nella linea critica dei sopracitati studiosi, salutava con entusiasmo l’approdo di Luzi al teatro, titolando appunto Quando il poeta diventa drammaturgo, e ne coglieva l’aspetto di naturale sviluppo di una linea poetica da lungo tempo attiva e caratterizzata da un «gusto naturale per il recitativo» e dalla tendenza a «un teatro interiore».
  5. A. Ulivi nel 1988 segnalava fin dal titolo, Mario Luzi dalla poesia al teatro, l’importanza di tale passaggio in un articolo pubblicato in «Quaderni di città di vita», nel quale lo studioso collegava l’esigenza teatrale del poeta toscano con il suo rovello religioso, la sua fede «agonica». Individuava l’origine di tale passaggio nella crisi di insufficienza e di inadeguatezza della poesia, che dapprima diventa invocazione di significato per poi diventare dialogo, tensione alla verità, incontro con l’Altro nelle opere teatrali. Per Ulivi l’azione scenica è immersione nel reale, è rapporto, comunicazione e conoscenza diretta nei confronti dell’Essere, del Logos, di Dio, in altri termini è Rivelazione. Alla base di tale ipotesi genetica, per Ulivi, sta il dialogo tra Ipazia e Una voce, laddove Una voce rappresenta l’oggettività del Divino che irrompe a dare significato.
  6. Anche A. Panicali in un capitolo del proprio Saggio su Mario Luzi del 1991, nella sezione intitolata Un luogo della mente, indicava il teatro di Luzi come una continuazione del discorso poetico polifonico, dialogico, interrogativo, svolto con la contrapposizione di più «personae», già avviato in Nel magma e Su fondamenti invisibili. Definiva poi il teatro di Luzi un «luogo della mente», nel quale si raccolgono ed esprimono dubbi e riflessioni, il pensiero nel suo farsi ed esprimersi in parola.
  7. S. Verdino, Poesia dovunque. Analisi di Nel magma, in «Nuova Corrente», XXXVII, 1990, pp. 3-38.

Il connubio tra fantastico e doppio nelle novelle di Pirandello

Autore di Ebru Sarikaya

Introduzione

Con il termine fantastico si indica il genere di opere in cui l’ambientazione, le vicende narrate e i personaggi presentano caratteri di inverosimiglianza. Ciononostante, data la vastità di temi cui attinge, definirlo in modo esaustivo e compiuto è stato un impegno tanto curioso quanto difficile: a partire dal suo esordio come motivo narrativo, molti studiosi e scrittori si sono impegnati a elaborarne una definizione quanto più onnicomprensiva possibile. E nel corso degli anni tale impegno, sfociato in una polifonia di interpretazioni, ha reso questo genere un’area sempre più nebulosa ma, d’altronde, anche attuale e originale. Continua a leggere Il connubio tra fantastico e doppio nelle novelle di Pirandello

A dieci anni dalla scomparsa di un Maestro: le “Poesie” di Mario Scotti

Autore di Maria Panetta

Negli ultimi anni della nostra frequentazione quindicennale, acquisita ormai una certa confidenza di Maestro con la propria allieva (che non gli impedì di darmi elegantemente del “Lei” fino alla fine), Mario Scotti prese a leggere anche a me alcuni dei propri versi: ricordo bene la sensazione di essere una privilegiata, sapendo che tale dono veniva riservato solo ai famigliari e a pochi amici di lunga data.

Ricordo bene anche un altro particolare: da vero signore qual era, ogni volta, per schermirsi dall’imbarazzo di complimenti che pure sapeva meritati, mi ripeteva con risolutezza che quei versi, di certo, non li avrebbe pubblicati mai. Continua a leggere A dieci anni dalla scomparsa di un Maestro: le “Poesie” di Mario Scotti

Un lampo sul far della sera. Tra Pascoli, Manzoni e Omero

Autore di Michele Armenia

(…) ma ora verranno le stelle (…)1

Due ritorni, in sul vespro: l’uno di don Abbondio, che «tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell’anno 1628»; l’altro di Ruggiero Pascoli, pater poetae, che nel tardo pomeriggio del 10 agosto 1867, in calesse da Cesena, «tornava al suo nido (…), nella casa romita»2.

Entrambi erano attesi, sulla via del ritorno, da due bravi/sicari, appalesatisi a don Abbondio con inquietanti minacce verbali, appostati sul ciglio della strada per Ruggiero Pascoli, colpito in fronte da una fucilata/schioppettata («l’uccisero: disse: Perdono»), così tanto temuta dal curato da spingerlo a serrarsi in casa, «ch’era in fondo del paesello», giuntovi in un «tumulto» di pensieri: «mise in fretta nella toppa la chiave, che già teneva in mano; aprì, entrò, richiuse diligentemente; e, ansioso di trovarsi in una compagnia fidata, chiamò subito: “Perpetua! Perpetua!”, avviandosi pure verso il salotto, dove questa doveva esser certamente ad apparecchiar la tavola per la cena», col «suo doloroso segreto». Continua a leggere Un lampo sul far della sera. Tra Pascoli, Manzoni e Omero

  1. G. Pascoli, La mia sera, in Id., Tutte le poesie, a cura di A. Colasanti, Roma, Newton Compton, 2001.
  2. G. Pascoli, X agosto.

La tradizione italiana dell'”haiku” in un calendario poetico contemporaneo

Autore di Maria Panetta

Come ben sanno gli appassionati del genere, l’haiku è un componimento poetico nato in Giappone, che si è sviluppato in particolare nel cosiddetto Periodo Edo (1603-1868), a partire dal Seicento: allora, il genere era adoperato soprattutto per descrivere la natura e gli eventi umani direttamente connessi al ciclo delle stagioni.

Generalmente, è composto da tre versi e consta di diciassette cosiddette “more” (cosa diversa dalle nostre sillabe), secondo lo schema 5/7/5, ma alcuni maestri sia giapponesi sia italiani hanno preferito, nel tempo, adottare uno schema più libero: ad esempio, hanno aderito alla “scuola del verso libero” i maestri giapponesi Hekigodo, Hosai e Hosha, ma anche il nostro Ungaretti. Continua a leggere La tradizione italiana dell’”haiku” in un calendario poetico contemporaneo

Un Pavese pirandelliano

Autore di Franco Zangrilli

Pavese è stato un attento lettore dell’opera di Pirandello. In un brano diaristico Pavese stronca il suo romanzo storico, I vecchi e i giovani, facendo una critica di bottega, tendente cioè a individuare argomenti cardine della sua poetica:

I vecchi e i giovani è un romanzo sbagliato perché farcito di antefatti e spiegazioni sociali e politiche che dovrebbero farne un poema morale di idee in organismo e sviluppo drammatico, si frantuma invece in figure che hanno per legge interiore la solitudine e concludono ognuna – con la logica della solitudine – alla pazzia, all’inebetimento, al suicidio o alla morte senza egoismo. Tutte sono deformate in un ticchio, in un abito interiore, che tende a esprimersi o in monologo o in macchietta. Manca al racconto un ritmo di alternanze di prosa stesa e di dialogo; e non c’è la forma della solitudine se non per ciascun personaggio in separata sede: manca l’epopea del mondo di solitari. Anche, ogni personaggio separato, è dall’esterno costruito di antefatti, di analisi, di uscite, che non hanno un ritmo; si sente che l’autore butta giù con calcolo logico molta roba a giustificare i momenti in cui il solitario culmina e s’esprime, talvolta molto efficacemente.

La prova dell’essenziale composizione a freddo è lo stile, lucido, vitreo, anche se ogni tanto si colora di passionali scatti. Sono calcolati, ragionati, anche questi1.

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  1. C. Pavese, Il mestiere di vivere, Milano, Il Saggiatore, 1972, pp. 54-55.

Dal simbolo al concetto e dal concetto al simbolo. Le immagini religiose nel pensiero di Benedetto Croce

Autore di Antonio Pirolozzi

1. Dal mitologismo al concetto

Nella Logica come scienza del concetto puro (1909) Croce aveva ridotto la religione a mitologismo, ovvero a una delle forme necessarie dell’errore logico che nega la forma dello Spirito che è il pensiero logico. Per Croce il mito non è pura fantasia poetica, perché include in embrione «un’affermazione o giudizio logico che non si trova nell’arte; e per questo elemento logico appunto esso va soggetto alla critica, che lo tratta come verità semifantastica o errore»1. Il giudizio logico presente nel mito non è qualcosa di estrinseco, un rivestimento nel quale rimane chiara ed evidente la diversità dei due termini e il carattere arbitrario e convenzionale della loro relazione, come nell’allegoria, poiché esso nel mito «si compenetra con la rappresentazione, acquistando pretesa di verità: pretesa logicamente infondata e che non dimostra sé medesima, come ha luogo invece nella sintesi a priori e nel giudizio storico»2. Infatti, nel mito l’unione con l’intuizione avviene sempre in modo arbitrario, poiché l’intuizione viene scissa dal concetto, ed è posta essa stessa come concetto, per poi pretendere di avere da un’altra intuizione, attraverso la relazione di causalità tra queste, la spiegazione che solo il concetto può dare: «Ai concetti che dovrebbero rischiarare i fatti si sostituiscono dunque rappresentazioni, che formano falsi predicati. La filosofia diventa raccontino, novelletta, favola, perché è stata resa priva dell’elemento logico necessario a costituirla»3. La sostituzione dell’intuizione con il concetto non fa altro che creare quell’errore che conduce a una «mitologia dello Spirito immanente»4. Continua a leggere Dal simbolo al concetto e dal concetto al simbolo. Le immagini religiose nel pensiero di Benedetto Croce

  1. B. Croce, Logica come scienza del concetto puro, 2 voll., a cura di C. Farnetti, con una nota al testo di G. Sasso, Napoli, Bibliopolis, 1997, vol. I, p. 302.
  2. Ivi, p. 303.
  3. Ibidem.
  4. Ivi, p. 304.

Benedetto Croce lettore e critico del “Faust”

Autore di Ida De Michelis

Nel pensiero e nella produzione critica di Benedetto Croce, l’attenzione per Goethe occupa un posto di grande rilievo, come dimostra anche il fatto che il suo stesso Contributo alla critica di me stesso nasceva dalla sollecitazione di una riflessione di Goethe: «Perché ciò che lo storico ha fatto agli altri, non dovrebbe fare a se stesso? Goethe, 1806 (in WW., ed. Kurschner, XMI, 141)». Queste parole avevano innescato nel critico, ormai già nel pieno della sua maturità di uomo e di filosofo, il desiderio di provare «ad abbozzare la critica, e perciò la storia di me stesso, ossia del lavoro che, come ogni altro individuo, ho (sic) contribuito al lavoro comune: la storia della mia “vocazione” o “missione”»1. L’accoglimento di questa provocazione rivela un dialogo intellettuale di lungo periodo davvero intenso col poeta tedesco. Continua a leggere Benedetto Croce lettore e critico del “Faust”

  1. B. Croce, Contributo alla critica di me stesso, Napoli, Ricciardi, 1918, p. 4. Negli scritti in onore di Benedetto Croce per il suo ottantesimo anniversario (L. Vincenti, Gli Studi di Letteratura Tedesca, in Cinquant’anni di vita intellettuale italiana, a cura di C. Antoni, R. Mattioli, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1950, vol. II, pp. 37-60), si ribadiva la centralità del contributo degli studi di germanistica di Croce per l’intera storia della germanistica italiana. Così anche nel recente numero di «Studi germanici», 11, 2017.