La protesta di Giobbe: una nota su Levi e Morselli

Autore di Maria Panetta

Nel 1977 apparve a Milano la prima edizione di Fede e critica, libro elaborato da Morselli nel biennio 1955-1956, ma meditato a partire dal 19521. Nella sua Nota introduttiva, indirizzata ai lettori, l’autore precisa di non essere un «religioso»2, né un «mistico», ma ammette che quelle sue pagine sono state elaborate sotto «l’urgenza di una ricerca» e dettate da un evidente «interesse» dell’autore per le questioni trattate3. Continua a leggere La protesta di Giobbe: una nota su Levi e Morselli

  1. Cfr. M. Fiorentino, Fede e critica, in Ead., Guido Morselli tra critica e narrativa, pref. di F. D’Episcopo, Napoli, Eurocomp 2000, 2002, pp. 141-81 (in particolare, p. 143).
  2. Tutte le citazioni saranno tratte dall’edizione milanese Adelphi del 1977; per le seguenti, cfr. p. 11.
  3. Si veda anche il cap. VIII: «Non sono soltanto parole, queste che sto scrivendo, o sono parole compendianti un’esperienza, che non è quella di un santo o di un apostolo ma di un uomo come innumerevoli altri, non più illuminato, non meglio sottratto ai comuni limiti e vincoli» (p. 193).

(fasc. 22, 25 agosto 2018)

La lirica novecentesca tra ateismo, invocazione e bestemmia

Autore di Alberto Luciano

Tuttavia anche nella Religione di oggidì, l’eccesso dell’infelicità indipendente dagli uomini e dalle persone visibili, spinge talvolta all’odio e alle bestemmie degli enti invisibili e superiori: e questo, tanto più quanto più l’uomo (per altra parte costante e magnanimo) è credente e religioso1.

(G. Leopardi)

Dio è in balia dell’uomo mediante il Suo Nome2.

(E. Jabès)

Dio stesso è l’autore di certe bestemmie3.

(N. Gómez Dávila)

1. Le «blasfeme labbra» della poesia: l’archetipo ungarettiano

È nota l’affermazione di Ungaretti secondo cui «la poesia è testimonianza d’Iddio, anche quando è una bestemmia»4. Le «blasfeme labbra»5 del poeta novecentesco oseranno, allora, rompere il silenzio, interrogare la divinità, colmare la lacuna e la lontananza in cui Dio dimora e si è ritirato, oltraggiando il suo nome, talvolta rinnegandolo. Esse rappresentano la «voce umana che miete l’eco dove prima vi era silenzio», e questa voce mortale «è al tempo stesso un miracolo e un oltraggio, un sacramento e una bestemmia»6. Continua a leggere La lirica novecentesca tra ateismo, invocazione e bestemmia

  1. G. Leopardi, Zibaldone, edizione commentata e revisione del testo critico a cura di Rolando Damiani, Milano, Mondadori, 1999, II ed., p. 430 (506-507).
  2. E. Jabès, Il libro della sovversione non sospetta, Milano, SE, 2005, p. 21.
  3. N. Gómez Dávila, In margine a un testo implicito, a cura di Franco Volpi, Milano, Adelphi, 2001, p. 42.
  4. G. Ungaretti, Ragioni d’una poesia, in Id., Vita d’un uomo, Tutte le poesie, a cura di Leone Piccioni, Milano, Mondadori, 1969, p. LXXX.
  5. G. Ungaretti, Mio fiume anche tu I, in Id., Il Dolore, v. 25.
  6. G. Steiner, Il silenzio e il poeta, in Linguaggio e silenzio. Saggi sul linguaggio, la letteratura e l’inumano, Milano, Garzanti, 2006, II ed., pp. 57-58.

(fasc. 22, 25 agosto 2018)

Vuoto e pieno in Bruce Chatwin. Morfologia del nomade collezionista

Autore di Sebastiano Triulzi

Bruce Chatwin iniziò ad essere lo scrittore che tutti conosciamo non durante i sei mesi passati in Patagonia tra la fine del 1974 e i primi mesi del 1975 (cui seguì la pubblicazione, nel 1977, dell’omonimo romanzo), ma più di tre lustri addietro, nel 1958, quando, per quelle circostanze abbastanza occasionali che accadono di solito nella vita, andò a fare un colloquio di lavoro alla casa d’aste Sotheby’s grazie a una raccomandazione o meglio a una segnalazione di un amico del padre, che lo avvisò che lì stavano cercando del personale. Continua a leggere Vuoto e pieno in Bruce Chatwin. Morfologia del nomade collezionista

(fasc. 22, 25 agosto 2018)

«Locomotiv»: il treno che hai perso ma che trovi all’interno della tua tasca

Autore di Carlotta Coluzzi

Il sette ottobre del 1958, i passeggeri che sostano sulla banchina della stazione ferroviaria di Giulianello vedono chiudere le porte dell’antico casello del paese. In quel martedì, la tratta Velletri-Priverno viene soppressa e i viaggiatori invitati a salire a bordo della nuova linea Roma-Napoli. Mentre i passeggeri percorrono chilometri su treni veloci per raggiungere la città, a Giulianello, piccolo paese in provincia di Latina, viene cancellata la presenza di binari, rotaie e passaggi a livello. Solo l’imponente casa cantoniera resta a testimoniare la corsa di un treno che si allontana dai ricordi. Continua a leggere «Locomotiv»: il treno che hai perso ma che trovi all’interno della tua tasca

(fasc. 21, 25 giugno 2018)

Su Mario Puccini mediatore culturale tra Italia e Argentina

Autore di Giuseppe Traina

26 luglio 1936. Il piroscafo “Florida” parte da Genova alla volta del Sudamerica: dopo 23 giorni di navigazione sbarca in Brasile, ma la meta di alcuni suoi viaggiatori, che passeranno anche dall’Uruguay, è Buenos Aires, dove si terrà il quattordicesimo congresso internazionale del P.E.N. Club. Tra questi viaggiatori troviamo, tra gli altri, Jules Romains, Benjamin Crémieux, Stefan Zweig, Georges Duhamel. La delegazione italiana è guidata da Filippo Tommaso Marinetti, presidente del P.E.N. Club italiano; la sua presenza e i suoi discorsi suscitarono vivaci polemiche: malgrado egli si fosse smarcato rispetto all’antisemitismo e ai roghi dei libri perpetrati nella Germania nazista, tuttavia non poté fare a meno di inneggiare a una guerra ventura, che per lui continuava ad essere sola igiene del mondo. Continua a leggere Su Mario Puccini mediatore culturale tra Italia e Argentina

(fasc. 21, 25 giugno 2018)

“Postfazione” a Marco Pacioni, “Lo sbarco salato del risveglio”

Autore di Sebastiano Triulzi

Il titolo di questa seconda raccolta di poesie, Lo sbarco salato del risveglio1, riprende il verso interno di un componimento, secondo una pratica messa in atto da Marco Pacioni già nel precedente lavoro pubblicato, Il bollettino dei mari alla radio; ma ad accomunare i due libri c’è in primo luogo il tema di fondo, che è il mare, inteso nello specifico come Mar Mediterraneo; e che l’autore rappresenta come spazio demotico, come topos, luogo simbolico e insieme storico e geografico in grado di essere specchio del nostro tempo, perfetto contraltare di quella modernità liquida della società che Zygmunt Bauman ha descritto così efficacemente. Da un lato, il poeta guarda al Mediterraneo come emblema di un’impossibile catarsi culturale del popolo italiano, che infatti respinge chi lo attraversa per chiedervi asilo e rifugio, o anche solo migliori condizioni di vita; dall’altro, indaga e rintraccia il momento regressivo in cui noi italiani abbiamo iniziato ad arroccarci e proteggerci, sviluppando modelli culturali reattivi nei confronti del mare, con il paradosso che questo bacino d’acqua è stato ed è oggi percepito come luogo da cui proviene il pericolo e del quale bisogna aver paura. Continua a leggere “Postfazione” a Marco Pacioni, “Lo sbarco salato del risveglio”

  1. Pubblichiamo in anteprima, per gentile concessione dell’autore e dell’editore Interno Poesia, la postfazione di Sebastiano Triulzi al volume Lo sbarco salato del risveglio, seconda raccolta poetica di Marco Pacioni in uscita a luglio.

(fasc. 21, 25 giugno 2018)

Il dialogismo di Giorgio Manganelli: coerenze tematiche e lessicali dal laboratorio pre-ilarotragico alle ultime prose

Autore di Lavinia Torti

La chiacchiera è secondo Giorgio Manganelli «unico genere letterario di cui tutti gli altri sono delle diversificazioni, sono delle sottospecie»1. In ogni opera, che sia saggistica o narrativa, oppure che abbracci modalità antiromanzesche, principio unico della scrittura manganelliana è quello di perseguire la sola «gioia della verbalità pura»2. Tuttavia, sebbene Manganelli sostenga che la letteratura è inutile, il suo vago digredire nasconde uno scopo, la comunicazione tra l’autore e il lettore avviene, e colui che scrive dà di frequente istruzioni su come leggere un testo. Continua a leggere Il dialogismo di Giorgio Manganelli: coerenze tematiche e lessicali dal laboratorio pre-ilarotragico alle ultime prose

  1. G. Pulce, Lettura d’autore. Conversazioni di critica e di letteratura con Giorgio Manganelli, Pietro Citati e Alberto Arbasino, Roma, Bulzoni, 1988, p. 100.
  2. Ibidem.

(fasc. 21, 25 giugno 2018)

Giraldi Cinzio e il “Discorso intorno al comporre de’ romanzi”

Autore di Antonio Merola

Giambattista Giraldi Cinzio1 nacque a Ferrara il 29 novembre 1504 e vi morì il 30 dicembre 15732. Conseguì nel 1531 la laurea in medicina, alla quale affiancò fin da subito gli studi di tipo letterario e filosofico. Il 1541 fu un anno di svolta per la vita del Giraldi: divenne, infatti, il segretario ducale del duca Ercole II d’Este. Inoltre, morto il Calcagnini, Giraldi lo sostituì ottenendo a Ferrara una cattedra di retorica, che avrebbe conservato fino al 1564. Sempre nello stesso anno, mise in scena le Orbecche,opera grazie alla quale, in Italia, per la prima volta si assistette al «superamento dei tentativi di elaborazione di una nuova tragedia di stampo classicista»3 e per la cui composizione seguì rigidamente i canoni della Poetica aristotelica. Tra il 1548 e il 1563 Giraldi compose un numero elevatissimo di opere teatrali, tra le quali: Didone, Cleopatra, Altile, Antivalomeni, Selene, Euphimia e Arrenopia. Nel 1559, a seguito della morte del duca, fu costretto a lasciare Ferrara. Nel 1565 pubblicò gli Ecatommiti, una raccolta di racconti in prosa, e, dopo anni di cattedre erranti, nel 1571 tornò a Ferrara, dove morì due anni dopo, senza tuttavia ricoprire nessun nuovo incarico di prestigio4. Continua a leggere Giraldi Cinzio e il “Discorso intorno al comporre de’ romanzi”

  1. Cfr. Dizionario critico della letteratura italiana, a cura di V. Branca, Torino, UTET, 1986, vol. II, pp. 392-93. Il «Cinthio» che segue il cognome è un soprannome accademico o, secondo un’altra ipotesi, l’invenzione dell’appellativo sarebbe da attribuire a una donna, amica dell’autore, di cui si conosce soltanto il nome: Diana
  2. In una lettera indirizzata a Bernardo Tasso, del 14 settembre 1556, Giraldi rivela la propria data di nascita. Dall’atto di sepoltura apprendiamo, invece, giorno e mese di morte. Cfr. A. Farinelli e M. Rinaldi, «In vaghissima scena et in lucidissimo specchio, le varie maniere del viver humano». Libri e documenti di Giambattista Giraldi Cinzio presso la Biblioteca Ariostea,Como-Pavia, Ibis, 2004, pp. 1-2.
  3. Ivi, p. 7.
  4. Insegnò a Mondovì, a Pavia e a Torino.

(fasc. 21, 25 giugno 2018)

Mario Scotti, Maestro di vita

Autore di Mara Pacella

La mia testimonianza, qui ed ora, è come un atto di devozione alla memoria di Mario Scotti, maestro indimenticabile. Devozione a cui si associa l’opportunità di sciogliere un debito ineludibile di testimonianza, nelle ore in cui il lascito spirituale e materiale dello studioso e del docente assume nuovo risalto con la ristampa, a dieci anni dalla morte, della pubblicazione postuma delle sue poesie in cui avevano preso forma le luci e le ombre segrete di una personalità d’eccezione. Continua a leggere Mario Scotti, Maestro di vita

(fasc. 21, 25 giugno 2018)

“Ipazia” e la parola

Autore di Rosanna Pozzi

Sulla traccia degli studiosi Silvio Ramat1, Giovanni Raboni2, Giancarlo Quiriconi3, Roberto Palazzi4, Antonio Ulivi5, Anna Panicali6 e Stefano Verdino7, si può mettere in evidenza la linea di sviluppo continuativa e la forte sintonia tra questa prima opera teatrale e le due raccolte poetiche precedenti di Mario Luzi: Nel magma (1961-1963) e Su fondamenti invisibili (1960-1970). Temi, situazioni ed elementi comuni si delineano e si declinano, infatti, in maniera diversa: nella prima, Nel magma, è presente una spiccata vocazione dialogica; la «polifonia di voci», già evidenziata dai suddetti critici, si organizza e si esprime in incontri tra persone precise e in luoghi ben definiti, caratterizzati da una spiccata vocazione scenica; nella seconda raccolta, invece, il dialogo concreto diventa ansia di significato, grido di domanda, dialogo ideale tra mente, cuore, memoria e persone care, la vocazione scenica sparisce, le coordinate temporali e spaziali tendono a sfocarsi, a confondersi in una dimensione onirica. Continua a leggere “Ipazia” e la parola

  1. S. Ramat in un articolo pubblicato sulle pagine del «Corriere del Ticino» il 10 febbraio del 1972, intitolato Per una storia di Luzi, paragonava l’illusione ellenica rappresentata dal personaggio di Ipazia con l’illusione del platonismo rinascimentale che originò Il Cortegiano di Baldassar Castiglione, al quale Luzi aveva dedicato un saggio intitolato Un’illusione platonica e altri saggi. Ramat sottolineava il fascino esercitato su Luzi dal platonismo del Cortegiano, dalla sua sublime assolutezza, e contestualmente segnalava per primo lo scarto e il cambiamento in atto nel dramma teatrale Ipazia, con il quale si verifica nella poetica luziana l’abbandono di quel mondo ideale e perfetto a favore dell’occasione empirica, della prassi, del relativo integrale. Ramat coglieva, inoltre, la linea di sviluppo dell’andamento sermonale, in senso oraziano, da Nel magma a Il libro di Ipazia e individuava nella caoticità di Alessandria il perdurare della fase magmatica.
  2. Anche G. Raboni in un articolo intitolato Ipazia cade sbranata dai barbari cristiani, pubblicato su «La Stampa» il 21 ottobre del 1978, oltre a evidenziare il grande valore stilistico e formale di questo poemetto per i suoi «versi prosastici e solenni, cauti e balenanti», sottolineava come in Ipazia si coagulassero in «un parlato ritmico alto, densissimo e incalzante» le inquietudini e le tensioni dialogiche già rintracciabili a partire da Nel magma.
  3. G. Quiriconi con l’articolo intitolato E un messaggero venne a Ipazia, pubblicato sulla rivista «Libri oggi» il 6 ottobre del 1978, si soffermava a sua volta sullo stretto legame, sulla consequenzialità tra la forma dialogata di Su fondamenti invisibili e il testo teatrale in esame; isolava, inoltre, nei due personaggi principali, Ipazia e Sinesio, i simboli complementari della necessità e della speranza. Vi tornava poi a distanza di dieci anni, nel 1988, per indagare Origini e senso di una esperienza teatrale, con una riflessione pubblicata in Omaggio a Mario Luzi (Comune di Scandicci), nella quale affermava che l’esperienza teatrale di Luzi nasce da un lungo lavoro di indagine e di riflessione sul senso del tragico nella contemporaneità, ben distinto e non riconducibile agli archetipi e alle tipologie della classicità, fondati sullo scontro grandioso di forze contrapposte e irriducibili. Ribadiva poi la continuità tra il dialogo dell’io poetico con l’altro da sé, della pluralità di voci e del serrato domandare presenti in Nel magma e Su fondamenti invisibili con l’esordio teatrale di Luzi, nel quale l’io poetico si eclissa per dare voce all’altro da sé, per individuare oltre la linearità del tempo umano (la storia), una verticalità intrinseca a ogni dato della realtà.
  4. R. Palazzi nell’articolo apparso sul «Corriere della sera» il 26 luglio del 1979, inserendosi nella linea critica dei sopracitati studiosi, salutava con entusiasmo l’approdo di Luzi al teatro, titolando appunto Quando il poeta diventa drammaturgo, e ne coglieva l’aspetto di naturale sviluppo di una linea poetica da lungo tempo attiva e caratterizzata da un «gusto naturale per il recitativo» e dalla tendenza a «un teatro interiore».
  5. A. Ulivi nel 1988 segnalava fin dal titolo, Mario Luzi dalla poesia al teatro, l’importanza di tale passaggio in un articolo pubblicato in «Quaderni di città di vita», nel quale lo studioso collegava l’esigenza teatrale del poeta toscano con il suo rovello religioso, la sua fede «agonica». Individuava l’origine di tale passaggio nella crisi di insufficienza e di inadeguatezza della poesia, che dapprima diventa invocazione di significato per poi diventare dialogo, tensione alla verità, incontro con l’Altro nelle opere teatrali. Per Ulivi l’azione scenica è immersione nel reale, è rapporto, comunicazione e conoscenza diretta nei confronti dell’Essere, del Logos, di Dio, in altri termini è Rivelazione. Alla base di tale ipotesi genetica, per Ulivi, sta il dialogo tra Ipazia e Una voce, laddove Una voce rappresenta l’oggettività del Divino che irrompe a dare significato.
  6. Anche A. Panicali in un capitolo del proprio Saggio su Mario Luzi del 1991, nella sezione intitolata Un luogo della mente, indicava il teatro di Luzi come una continuazione del discorso poetico polifonico, dialogico, interrogativo, svolto con la contrapposizione di più «personae», già avviato in Nel magma e Su fondamenti invisibili. Definiva poi il teatro di Luzi un «luogo della mente», nel quale si raccolgono ed esprimono dubbi e riflessioni, il pensiero nel suo farsi ed esprimersi in parola.
  7. S. Verdino, Poesia dovunque. Analisi di Nel magma, in «Nuova Corrente», XXXVII, 1990, pp. 3-38.

(fasc. 20, 25 aprile 2018)