Consistenza e caso: idea e confini del neodadaismo da Cage a Pleynet e oltre

Autore di Alessandro Gaudio

1. Geometria, simmetria e psicanalisi

John Cage era solito contrapporre il proprio orientamento verso la pittura geometrica astratta all’arte automatica: quest’ultima costituirebbe «un modo per ripiegarsi su se stessi, soffermandosi inconsciamente sui propri ricordi e sulle proprie sensazioni»1; è per questo che Cage, come notava anche Edoardo Sanguineti2, non apprezzava l’estetica surrealista, chiusa sull’io e troppo collegata alla psicanalisi, e le preferiva, invece, il Dada, aperto alla realtà e alla sperimentazione su di essa, non limitandosi a catalogarla in termini di bello o di brutto. Lungo questa china, la sperimentazione di Cage assumeva lo zero come base e prescindeva così, perché tutto le fosse permesso, da qualsiasi intenzione: «io vorrei che l’arte scivolasse via da noi − chiosava nel 1978 −, verso il mondo in cui viviamo»3. Continua a leggere Consistenza e caso: idea e confini del neodadaismo da Cage a Pleynet e oltre

  1. J. Cage, Lettera a uno sconosciuto (1987), a cura di R. Kostelanetz, trad. it. di F. Masotti, Roma, Socrates, 1996, p. 243. Il corsivo è mio.
  2. Cfr. E. Sanguineti, Praticare l’impossibile, in J. Cage, Lettera a uno sconosciuto (1987), op. cit., p. 18.
  3. Ivi, p. 291. Sui rapporti tra Dada e i dadaismi del contemporaneo si veda il bellissimo catalogo della mostra tenutasi a Pavia dal 7 settembre al 17 dicembre 2006 e curata, come il catalogo, da Achille Bonito Oliva: DaDada. Dada e dadaismi del contemporaneo (1916-2006), a cura di A. Bonito Oliva, Milano, Skira, 2006.

Terrore, territorio, mare – Note politiche a Machiavelli, Hobbes, Accetto, Agamben

Autore di Marco Pacioni

l’umido è ciò che è indelimitabile per limite proprio,
pur essendo altrimenti ben delimitabile,
mentre il secco è ciò che è facilmente delimitabile
per limite proprio, ma è altrimenti mal delimitabile

Aristotele, De generatione et corruptione

Chi è terrorizzato non ha appigli. Sente mancarsi la terra sotto i piedi. Gli è tutto instabile. Egli stesso si agita. Trema come fa la terra scossa dal terremoto.

L’instabilità del terrore evoca una dimensione contraria a quella della stabilità dello stato. Nella sua più classica definizione, lo stato è infatti tale, perché esercita un potere d’imperio su un territorio. Non su una terra, ma su una terra che trema, su una terra affetta dal terrore. Cioè su un territorio che deve essere manutenuto (scrive Machiavelli1), retto, fatto regno. Continua a leggere Terrore, territorio, mare – Note politiche a Machiavelli, Hobbes, Accetto, Agamben

  1. Cfr. N. Machiavelli, Il Principe e altre opere politiche, introduzione di D. Cantimori e note di S. Andreatta, Milano, Garzanti, 1981.