Su Mario Puccini mediatore culturale tra Italia e Argentina

Autore di Giuseppe Traina

26 luglio 1936. Il piroscafo “Florida” parte da Genova alla volta del Sudamerica: dopo 23 giorni di navigazione sbarca in Brasile, ma la meta di alcuni suoi viaggiatori, che passeranno anche dall’Uruguay, è Buenos Aires, dove si terrà il quattordicesimo congresso internazionale del P.E.N. Club. Tra questi viaggiatori troviamo, tra gli altri, Jules Romains, Benjamin Crémieux, Stefan Zweig, Georges Duhamel. La delegazione italiana è guidata da Filippo Tommaso Marinetti, presidente del P.E.N. Club italiano; la sua presenza e i suoi discorsi suscitarono vivaci polemiche: malgrado egli si fosse smarcato rispetto all’antisemitismo e ai roghi dei libri perpetrati nella Germania nazista, tuttavia non poté fare a meno di inneggiare a una guerra ventura, che per lui continuava ad essere sola igiene del mondo.

Nel gruppo c’era anche Giuseppe Ungaretti: quel viaggio gli frutterà l’invito a insegnare all’università di San Paolo del Brasile. E su quella nave viaggiava anche Mario Puccini, uno scrittore oggi quasi dimenticato ma che all’epoca aveva, in Italia e all’estero, una sua notorietà e una solida rete di amicizie1: era nato a Senigallia nel 1887 e aveva avviato una precoce attività editoriale2, ben utilizzando la tipografia paterna prima a Senigallia e poi ad Ancona, per poi riproporsi come critico letterario ebdomadario, traduttore, saggista e narratore3. Nonché grande sponsor, insieme a Borgese e Tozzi, di un ritorno a Verga, ad un solido realismo narrativo aperto alla psicologia di matrice pirandelliana e unamuniana, che poi troverà nelle opere migliori del Puccini narratore delle interessanti sfumature espressioniste.

Nella prima metà del Novecento, Mario Puccini fu uno tra i più attivi, se non il più attivo, mediatore culturale tra Italia e Spagna4, come provano il volume di saggi critici De D’Annunzio a Pirandello, «vivacissimo panorama delle nostre lettere»5 pubblicato in Spagna nel ’27 e solo recentemente tradotto in Italiano6; il notevole taccuino di viaggio Amore di Spagna7; le sue tantissime traduzioni (non tutte edite) di autori di lingua spagnola pubblicate in volume o su rivista, spesso accompagnate da saggi introduttivi8; i libri9 e i tanti articoli pubblicati su giornali italiani per far conoscere maestri della cultura spagnola come Unamuno ma anche scrittori spagnoli meno noti, tradotti o ancora da tradurre10; l’attività di divulgatore della letteratura italiana contemporanea in Spagna, svolta attraverso i suoi contatti con case editrici, giornali, traduttori e scrittori spagnoli11. Di questa enorme mole di lavoro e di contatti personali – che gli procurò anche la traduzione di ben sei sue opere di narrativa in Spagna, una delle quali con prefazione di Blasco Ibañez12 – si avvantaggiò sicuramente, negli anni della sua formazione culturale, il figlio13 Dario, che nel secondo dopoguerra sarà uno dei maggiori ispanisti italiani, docente di Letteratura Spagnola alla Sapienza e importante traduttore14.

Ben altro spazio meriterebbe uno studio del ruolo di mediatore culturale di Mario Puccini tra Italia e Spagna: per rendersene conto basta consultare il poderoso materiale disponibile presso l’Archivio Letterario Bonsanti del Gabinetto Vieusseux, a Firenze. In questa sede si vuole affrontare un aspetto più circoscritto della questione, cioè il legame tra Puccini e un altro Paese di lingua spagnola, proprio l’Argentina, di cui si trova qualche traccia anche precedente il congresso del P.E.N. Club ma che, dopo quell’evento, assume dimensioni decisamente interessanti. Andiamo dunque in ordine cronologico e troviamo, tra la gran quantità di contatti epistolari intessuti da Puccini prima del ’36, una corrispondenza con Manuel Ugarte (1875-1951), uomo politico argentino15, diplomatico e scrittore, fondatore in patria di un quotidiano e di una rivista letteraria, per lungo tempo residente in Francia e poi negli anni Quaranta, da ambasciatore, in Messico, Nicaragua e Cuba. Presso l’Archivio Bonsanti sono conservate 19 lettere di Ugarte16, comprese tra il 1921 e il ’49. Inizialmente17 la corrispondenza è piuttosto fitta e si svolge prima in francese, poi in spagnolo. Puccini è in quel momento il direttore editoriale della casa editrice romana Urbis e ha proposto a Ugarte18 la stampa di un volumetto antologico a sua cura, con sua prefazione. Il libro non sarà pubblicato ma il contatto epistolare prosegue e Ugarte propone di tradurre Racconti cupi di Puccini in spagnolo, per una collana di autori italiani commissionatagli da un importante editore iberico. Puccini gli propone, a sua volta, di tradurre un suo romanzo presso Campitelli: anziché un romanzo, Ugarte gli offre un libro che sta scrivendo sulla situazione politica dell’America Latina nel dopoguerra; successivamente lo autorizza a pubblicare suoi racconti ma anche questo progetto andrà in fumo. La corrispondenza continua con altri favori reciproci19 e con non formali attestazioni di stima da parte di Ugarte.

Il soggiorno in Argentina di Puccini dura ben due mesi, il che gli permette di conoscere piuttosto bene questa nazione rispetto, per esempio, al pur fascinoso Brasile, visitato per primo: scrive Puccini in un taccuino di viaggio che «il Brasile mi ha offerto impressioni rare e potentissime, ma dopo due mesi d’Argentina tutte impallidite»; e in un libro di molti anni dopo scriverà che aveva trovato nello Stato rioplatense «un’aderenza più netta, più precisa col mio temperamento»20.

Veniamo dunque ai frutti del soggiorno argentino di Puccini, che gli consente innanzitutto di avere rapporti ravvicinati con la grande comunità di immigrati di origine italiana ma anche con scrittori e intellettuali e di visitare luoghi molto diversi, tra i quali la Pampa e il Chaco sembra proprio che l’abbiano particolarmente colpito. Tali esperienze sono testimoniate da ben tre libri dedicati alla storia e alla società argentina, due di taglio informativo-divulgativo, il terzo più aderente alla tipologia del libro di viaggio e frutto più diretto del suo taccuino di appunti. Ma non si possono trascurare diversi racconti, raccolti in due volumi; un gran numero di contatti con scrittori argentini, che talvolta approdano alla redazione di articoli di giornale, recensioni, traduzioni; una serie di progetti di antologie di poesia argentina (ma anche brasiliana e sud-americana in genere); alcuni racconti per l’infanzia; e un’interessantissima conferenza (tra le tante pronunciate da Puccini per l’occasione) pubblicata in Argentina in versione bilingue, sulla quale tornerò più avanti.

Partiamo dai libri. Il primo, In Argentina21, è il secondo volumetto di una collana della Società Nazionale “Dante Alighieri” dedicata alla civiltà italiana nel mondo: si tratta del più “ufficiale” fra i testi che Puccini dedica all’Argentina, e mira chiaramente a celebrare lo sforzo della “Dante Alighieri”, e del regime fascista, per la difesa della cultura italiana e lo sviluppo di scuole italiane in Argentina. Tenuto conto di questo, e delle intenzioni polemiche di marca filo-fascista22 che sono presenti soprattutto nella parte introduttiva e in quella conclusiva, per il resto il volumetto passa velocemente in rassegna, con svelto piglio narrativo, i fatti salienti della storia argentina, della quale vengono sottolineati il buon contributo dato dagli intellettuali al consolidarsi dello stato nazionale, la nativa creatività del popolo, la sua capacità di produrre ricchezza e soprattutto l’apporto degli italiani emigrati, il loro slancio che corrisponde a un autentico spirito “da frontiera”: «e chissà se la speranza della ricchezza è il solo demone che li sospinge», «dove c’è un segno o una traccia di sentimento, di poesia, di arte, qualcosa che sa di molto umano o di molto gentile, ecco l’Italia»23. Questa visione prettamente umanistico-spirituale dell’emigrazione non abbandonerà più Puccini, sia nei testi di natura saggistica sia in quelli di marca narrativa.

Non manca, purtroppo, la retorica nazionalistica. Così si conclude il secondo capitolo, dedicato ai “Primi italiani nel continente”: «l’avventura, costi quel che costi, va tentata; l’italiano osa, l’italiano si butta sempre e comunque. E sempre e comunque vince»24. Anche la storia dell’insediamento nella Pampa è ricostruita in termini psicologici: i conquistatori spagnoli, vanesi e pigri, si arrendono di fronte all’aridità del terreno; ci vorranno gli italiani, poveri ma tenaci, per arrivare a coltivare la pampa, la quale «ieri grigia, spoglia, sterposa, lavorata che fu da questi uomini poveri, nudi, umili ma energici, si era colorita, si era illuminata, era diventata perfino festosa»25. L’individualismo degli agricoltori che costruiscono case coloniche tutte lontane tra loro è contrapposto all’istinto socializzante dei lavoratori del terziario che hanno bisogno di aggregarsi in città, anche piccole: tutto è spiegato, ancora, in termini psicologici.

Nel resoconto di Puccini, anche lo sviluppo culturale in Argentina è in buona parte dovuto agli italiani: soprattutto gli scultori, i pittori, i musicisti. Guardando ai letterati, egli ha più difficoltà a sostenere questa tesi ma se la cava scrivendo che, se il Martin Fierro, di pura derivazione ispanica, è il capolavoro della poesia argentina, tuttavia all’origine del componimento di Josè Hernandez ci sono quei cantori popolari, i payadores, i quali «hanno per progenitori diretti i cantori popolari delle nostre piazze e delle nostre campagne: soltanto in Italia, il popolo è tutto e sempre e comunque poeta»26.

Predomina l’elogio del lavoro italiano, soprattutto se agricolo: «si può dire addirittura che se la terra in Argentina ha parlato, il merito è stato della vanga e della zappa italiana»27. E dall’impegno dei lavoratori italiani sono poi sorte scuole italiane, società di mutuo soccorso, perfino un paio di librerie, mentre la lingua stentava ad affermarsi perché era parlata soltanto dai docenti universitari italiani chiamati ad insegnare in Argentina da leader illuminati come il presidente Rivadavia, mentre la maggior parte degli immigrati italiani parlava soltanto in dialetto. Da ciò è derivato lo strapotere della lingua e della cultura francese, conosciute anche per merito dei maggiori editori francesi che, prima della Grande Guerra, «allestiscono delle edizioni apposta per l’America Latina»28. Tale quadro poco confortante è interpretato da Puccini con gli occhi dello scrittore pienamente protagonista dell’agone letterario:

Libri e autori italiani, poco o nulla: giunge ed è lettissima da gran tempo la Invernizio, un certo pubblico benché non grande hanno Carducci, De Amicis, Mantegazza e D’Annunzio. Maucci e Sempere, editori a Barcellona ed a Valencia, mandano laggiù qualche raro autore italiano tradotto, ma con poco o nessun successo. Non c’è divulgazione, non si fa nulla direttamente in favore della vera, della migliore letteratura italiana, della nostra cultura; di noi, ultimi scrittori, non si sa nulla o pochissimo (…). Le cose col tempo precipitano: chiusasi un giorno la libreria Treves, sparisce quasi del tutto il libro italiano dalle vetrine argentine: l’unica libreria rimasta, quella del Mele, non chiama le novità, vende ancora il libro d’anteguerra o poco più, ed a prezzi così elevati che nessuno lo compera, nemmeno gli italiani. O si comperano soltanto le collezioni a buon mercato: i romanzi popolari delle collezioni di Barion o di Bietti29.

Dopo quest’analisi, tutto sommato interessante, della situazione della cultura italiana in Argentina, il libretto si conclude con toni tristemente, e prevedibilmente, solenni nell’auspicio che presto, dopo tante incertezze e una lenta evoluzione, anche l’Argentina si allineerà al modello fascista, «nonostante la dottrina di Monroe, e forse proprio in grazie della presenza e del peso di essa». L’auspicio è seguito da una noticina, sintetica ma non per questo meno agghiacciante, che recita: «mentre correggiamo le bozze di questo libretto, il Brasile si è allineato, per opera del suo Presidente Getulio Vargas tra gli stati totalitari»30. Seguono una breve antologia di testi giornalistici, un elenco di italiani illustri in Argentina, un elenco di istituzioni e scuole, infine una bibliografia.

Molto meno politicamente compromesso con la retorica di regime risulta il secondo volumetto intitolato L’Argentina e gli argentini31, che rientra in una collana intitolata «Popoli e paesi» che una ancor giovanissima Garzanti aveva “ereditato” acquisendo, a seguito delle leggi razziali, casa Treves. L’autore, in sede di premessa, chiarisce che «l’Argentina è un paese ancora in pieno travaglio creativo e costruttivo» sicché richiede un approccio «il meno possibile analitico, rigido ed assoluto»; di conseguenza, gli è parso giusto cercare «un tono quanto più lirico ed elastico mi fosse permesso, per far veramente intendere e vedere la vita aperta e segreta di quel paese e di quel popolo»32. Ritorna, dunque, l’approccio psicologistico che abbiamo notato nel primo volumetto, ma liberato da implicazioni politiche. Anche in questo libro la parte storica è affrontata con bel piglio narrativo, fin dall’inizio: «Non fu difficile trovare le terre del Plata, ma fu difficile tenerle. È l’epoca delle grandi audacie, l’alba della “Conquista”»33.

Nel suo excursus storico Puccini trova modo di esprimere ammirazione per figure di politici-umanisti ottocenteschi come Bartolomé Mitre, il traduttore di Dante34, e Domingo Sarmiento. Ma la parte storica è minima: quello che importa a Puccini è una rappresentazione socio-psicologica dell’Argentina contemporanea. Pur essendo chiaramente interessato alla vita di Buenos Aires, alla stratificazione dei vari quartieri nella fondazione dei quali spesso il contributo italiano era stato determinante (si pensi al quartiere Palermo), non è tanto l’Argentina delle città a interessarlo: come già nel libro precedente, le pagine più vive sono quelle dedicate alla Pampa.

Giustamente Puccini osserva che «c’è una Pampa che si potrebbe chiamare letteraria, ideale, ed una Pampa autentica, reale, viva e vivente»35: se la prima «è diventata quasi un cliché»36 per la sua vastità, per la sua monotonia, per il suo cielo che «era non soltanto monotono e duro come la terra, ma era staccato, lontanissimo: impossibile comprenderlo con lo sguardo, quasi perfino crederlo vero. Non più una favola, ma sentore ancora di favola»37. Dal mito della colonizzazione è derivato il rischio di una nuova arcadia letteraria: «e la Pampa che vien fuori da questi artefici non è affatto quella terra forte che mentre si fa, fa gli uomini che ospita; si ha una Pampa di maniera, una Pampa dove si muovono degli uomini più di legno che di carne»38. Ma non sempre ha prevalso la retorica: in opere come Martin Fierro e Don Segundo Sombra «la Pampa non è stata soltanto uno scenario, uno sfondo di cartapesta»39: e Puccini dice a chiare lettere che questi due testi sono «la più grande opera della poesia argentina (e) il più poetico romanzo di tutta quella letteratura»40.

Dedica anche belle pagine al Chaco, alla sua natura più selvaggia, eppure adesso anche coltivata. Poi alle Ande, infine alla Terra del Fuoco. In ogni luogo che Puccini descrive, il rapporto tra l’uomo e la terra aspra da coltivare è visto in termini di amore e di sacrificio. Il senso di questo rapporto sfiora il tragico ma rappresenta anche uno stimolo profondo per il superamento dei limiti umani: «i popoli diventano grandi quando cercano, si fermano quando hanno già trovato»41. Nell’ambito di questa visione sentimentalistica dei luoghi e dei loro abitatori, ecco emergere la figura del gaucho, la sua storia e la sua leggenda, su cui Puccini si è evidentemente ben documentato. Egli sottolinea che la figura storica del gaucho non coincide con un profilo idealizzato: i gauchos erano avventurieri violenti, ai quali si deve lo sterminio degli indios. Ma non erano coltivatori della terra: provvisori dominatori della pampa, dovettero cedere il passo ai coloni, prevalentemente venuti dall’Italia, che si dedicarono alla «coltivazione intensiva e regolare del territorio»42. Più forti e combattivi i gauchos, più tenaci e resistenti alla fatica i coloni: vinsero questi ultimi. E, tra il prosaico colono “vincitore” e il poetico gaucho “vinto”, «l’anima romantica di questo popolo giovane è naturale non vada verso il vincitore ma verso il vinto»43, che diventa pertanto protagonista di canti popolari, poemi epici, romanzi.

Non meno “poetici” sono, per Puccini, i linyeras, i viandanti “leggeri” che attraversavano le strade: «uomini senza casa, senza famiglia, senza affetti. Uomini non legati alla legge, non schiavi del piacere e dell’utile: uomini che hanno bensì un corpo, che hanno la carne, ma non li coltivano, non li accarezzano»44. Uomini abituati al digiuno, a dormire all’aria aperta, al silenzio: spesso fuggiti dalla città dopo esperienze traumatiche e vocati al vagabondaggio, in cerca di pace. Sicché, quando il linyera starà per morire, rivolgerà gli occhi al cielo e morirà «contento: creda o non creda alla vita di là, quel cielo che i suoi occhi semispenti ancora vedono gli promette un cammino ininterrotto e sempre diverso: sarà un linyera anche lassù»45. Nella terza parte del libro Puccini si occupa di fenomeni culturali in termini non molto diversi dal libro precedente, ma dando più spazio ai singoli argomenti.

Il terzo libro, Come ho visto l’Argentina46, viene pubblicato nel dopoguerra: è libero, dunque, dalle implicazioni propagandistiche dei precedenti, e soprattutto del primo. E qui conviene aprire una parentesi di natura politica: Puccini, come abbiamo visto, non si era sottratto ad alcuni poco dignitosi omaggi al regime47 ma aveva scritto, durante il ventennio fascista, un libro sostanzialmente filosemita come Ebrei48 ed era pur sempre il padre di un protagonista della Resistenza romana, il figlio Dario, legato al Partito Comunista Italiano come il fratello regista Gianni. Insomma, la sua “riabilitazione” politica non era in discussione. Ecco perché, in fondo, Come ho visto l’Argentina non appare come una poco dignitosa palinodia ma invece come il vero libro che Puccini avrebbe voluto da sempre, dopo il viaggio del ’36, dedicare al paese platense49: un diario di viaggio, delle sue impressioni di viaggiatore, dei suoi incontri con uomini per molti versi interessanti. Infatti, è in questo libro che l’io narrante si libera della dimensione distaccata del saggista ed entra a pieno titolo nella narrazione, con le sue emozioni e sensazioni: come quando manifesta nostalgia per l’odore della Pampa, «quell’odore aspro ma robusto che tanto mi eccitava e mi piaceva»50. Ma anche con le interpretazioni psicologistiche del paesaggio di cui l’abbiamo già visto capace, il senso del sublime che gli comunicano le pianure sconfinate e, soprattutto, il sapore della cosa vista, che non deve fare i conti, come nei due volumetti precedenti, con la necessità del riscontro informativo e statistico. Qui Puccini è liberamente soggettivo, sfrutta direttamente il suo antico taccuino d’appunti, è, insomma, scrittore di viaggio a pieno titolo, come lo era stato per la “penisola pentagonale”, parecchi anni prima.

Come ho visto l’Argentina è, inoltre, pieno di storie, raccolte da Puccini dalla viva voce degli individui, prevalentemente immigrati italiani, incontrati nei due mesi di soggiorno, nel ’36. In questo senso, il libro funziona come serbatoio, anche per una trasformazione di queste esperienze raccolte sul campo in brevi testi narrativi, a basso tasso di invenzione e di strutturazione narrativa ma ad alto tasso di realismo. Un realismo, beninteso, umile e senza soverchie preoccupazioni di poetica: pragmatico, diretto, attento alla dimensione morale, e soltanto dopo sociale, degli uomini. Il modo sperimentato da Puccini, attraverso le tante raccolte di racconti che costellano la sua bibliografia, per tenere fede alla lezione di Verga ma ancorandosi a movenze stilistiche e sapori più genuinamente novecenteschi51. Aveva già sperimentato un analogo travaso dall’esperienza diretta vissuta al fronte nella Prima Guerra Mondiale, testimoniata da libri come Davanti a Trieste e Come ho visto il Friuli52, alla narrativa, cioè al romanzo Cola. Alcuni di questi racconti di ambientazione argentina appariranno prima su giornali e poi in un altro volume che precede la caduta del Fascismo53, insieme a racconti ambientati nella Grande Guerra oppure nella Guerra di Spagna, tra i miliziani fascisti. In parte ritorneranno in Questi italiani54, una raccolta del dopoguerra che aveva come lettore ideale, mi sembra, un pubblico adolescente: in questa direzione, e per lo stesso editore (la cattolica Società Editrice Internazionale) va anche un libro postumo, che raccoglie traduzioni e adattamenti da autori perlopiù sudamericani, Storie e leggende di animali (1962), che non ho potuto consultare ma di cui ho visto le minute all’Archivio Bonsanti.

Nei racconti di ambientazione argentina, la presenza di un narratore autodiegetico che coincide con l’autore è più o meno evidente. Dove lo è di meno, la qualità del racconto aumenta: il che mi rafforza nell’idea che nella narrativa di Puccini più l’autobiografismo è, come avrebbe detto Contini, “trascendentale”, meglio è. Tra i più interessanti, segnalo C’è Iddio sulle Ande (ristampato in Questi italiani ma col titolo Incontro), che narra l’incontro tra un immigrato italiano e un immigrato spagnolo, entrambi arricchitisi in Argentina ma non egualmente contenti della vita: dal dialogo che si sviluppa tra questi due nuovi amici si deduce, infatti, che ingrediente essenziale della felicità è la capacità di saper accettare la solitudine, mentre – leopardianamente – «l’infelicità è sempre figlia di un desiderio non sfogato, e ogni desiderio ha la sua stagione: disgrazia a chi è in ritardo nonché d’un anno, ma anche d’un solo giorno, d’una sola ora»55. E il racconto si conclude, come non raramente accade nella narrativa di Puccini, in tono sentenzioso: Dio si può trovare anche «nelle strade chiassose di Santa Fé»: l’importante è riuscire a saper «vivere solo, perché la solitudine non mi spaventa ed anzi mi incanta»56.

Molto bello il racconto La moglie di Borso, che compare in Questi italiani e in Come ho visto l’Argentina (qui col titolo La famiglia Borso): narra di una famiglia originaria del Piemonte che emigra in Argentina. Il marito, Modesto Borso, si arricchisce facendo compravendita di case a Buenos Aires, poi acquista un’estancia e la divide tra i figli, quando questi sono cresciuti. Modesto Borso è sempre stato, per la moglie, una figura efficiente ma sfuggente: non ha mai capito bene che lavoro faccia, perché egli in casa non ne parla mai; lo vede andare e venire e non ha mai il tempo di parlargli. Se Modesto, quando i figli sono cresciuti, indugia a parlare con la figlia Rosita, uno dei figli maschi lo interrompe ed egli – come fosse ferito – si richiude nel solito mutismo. La moglie ne soffre ma non riesce ad affrontarlo direttamente e cerca di confidarsi con la figlia, raccontandole la sua infanzia. Ma anche da Rosita, come dal marito, riceve solo silenzio. È il silenzio, dunque, il tema del racconto, la sua enorme pressione psicologica contrapposta all’affaccendarsi continuo di Borso: agire per non pensare, insomma, per non rompere il silenzio che lo divide dai familiari ma di cui anche la moglie soffre, senza poterglielo confessare.

Ci siamo spinti abbastanza avanti, fin quasi alla morte di Puccini (1957), per vedere i frutti più riusati del suo soggiorno argentino: facciamo adesso un passo indietro per riferire, rapidamente, su alcuni contatti con letterati argentini che proseguono negli anni successivi al ’36.

Di alcune amicizie laggiù stabilite verifichiamo i risultati editoriali: la traduzione con prefazione di un breve saggio sul romanzo del giovane Antonio Aita, pubblicato in raffinata edizione numerata57, con molti elogi per uno studioso che non ha pregiudizi verso la cultura europea, diversamente da molti suoi connazionali; la prefazione al romanzo di Eduardo Mallea La città sul fiume immobile58, che Puccini paragona, un po’ inaspettatamente, a un brano jazz dall’«andatura rapida, incalzante, ossessionata»59 e loda come «l’opera più viva e più bella non soltanto di Mallea, ma forse di tutta la letteratura argentina dell’ultima ora»60; dello stesso autore Puccini cura, nel ’45, un Notturno europeo61 che sta a metà tra il romanzo e il saggio autobiografico ed esprime un rancore malinconico verso tutta la società ma si chiude su una nota di speranza nei cuori umili e semplici di un operaio e di un giovane frate: si nota, peraltro, nella prefazione a questo libro un imbarazzo di natura politica là dove Puccini ironizza sulle dittature che, mentre Mallea scopriva l’Europa dalla specola parigina, «stanno montando la macchina delle loro future, chiamiamole così, rivendicazioni»; frattanto, dal canto suo, «Londra guarda, scruta, ascolta: all’erta, sul chi va là, ma, al solito, tiepida e staccata»62.

A parte questi tre libri, Puccini si spese anche su giornali e riviste per far conoscere altri scrittori argentini: Ignacio B. Anzoategui63, Enrico Mendez Calzadu64, Alfonsina Storni65, Margarita Abella Caprile, Hernan Gomez, Ricardo Saenz Hayez66. Dell’interessamento – probabilmente non approdato a pubblicazione – per altri scrittori conosciuti in Argentina, come Bernardo Canal Feijόo e Juan M. Prieto, sono testimoni alcune lettere da loro inviate a Puccini e conservate presso l’Archivio Bonsanti67.

Non saprei dire se arrivarono a essere pubblicate due traduzioni piuttosto interessanti di cui leggo, all’Archivio Bonsanti, i dattiloscritti. Mi riferisco a un atto unico di Benito Lynch, Tormenta nella Pampa, notevole per l’asciuttezza con cui rappresenta le ambiguità del rapporto coniugale in occasione di una strana tempesta che minaccia una casa isolata nella Pampa. Molto più vivaci e stilisticamente significativi alcuni raccontini di un personaggio molto stravagante, un dandy dal profilo maudit che aveva assunto, senza essere aristocratico, lo pseudonimo di Visconte di Lascano Tegui e che ebbe una certa notorietà in Francia68. I fulminei raccontini dalla prosa immaginifica prendono spunto da elementi del mondo animale o vegetale per approdare a conclusioni spiazzanti e metaforiche. Ne riproduco uno, che s’intitola Lo eyra:

Lo eyra è un coniglio grande che salta sui daini in corsa, li attacca sulla pelle del ventre e divora loro a poco a poco gli intestini. Il daino non può difendersi se non entrando nell’acqua e affogando così il suo rivale. Lo eyra ha gli occhi di una bambina e il suo sguardo è tenero come quello delle cacciatrici ancora vergini. Le marchese che entravano nella Casa Reale di Francia per le alcove, Diane che inseguivano il cervo come se fosse satana, per le corna, avevano gli occhi come quelli dell’eyra, coniglio gigante69.

La catalogazione dell’attività di mediazione culturale di Puccini dovrebbe comprendere la menzione dei tanti poeti che conobbe personalmente in Argentina o di cui ha studiato le opere presumibilmente sulla base di suggerimenti raccolti in loco. Ne troviamo tracce spesso abbondanti in diversi progetti di antologie, poi non approdate a pubblicazione oppure pensate per trasmissioni alla radio di cui non saprei dire se effettivamente furono registrate. L’esame dei dattiloscritti conservati presso l’Archivio Bonsanti rivela, infatti, due principali filoni di lavoro. Uno riguarda la figura del gaucho e si traduce in diverse stesure di antologie di testi poetici gaucheschi, che sono diversamente concepite ma contengono alcuni punti cardine: l’interesse per il poema ottocentesco Santos Vega di Rafael Obligado, che Puccini definisce «un cuore sensibile, nostalgico, elegiaco» ma anche «poeta pieno di festosità e di colore»; e per un altro poema ottocentesco «grazioso, spassoso, vivissimo», ossia il Fausto di Estanislao del Campo, che racconta quel che un gaucho ha capito del Faust di Gounod visto a teatro; l’acclarata eccellenza epico-tragica del Martin Fierro di José Hernandez; l’importanza del romanzo Don Segundo Sombra di Ricardo Guiraldes, «il cantore moderno del gaucho, ma in prosa».

L’altro progetto è un’antologia di poeti argentini contemporanei, tra i quali spicca il rilievo dedicato a Jorge Luis Borges, che già nell’antologia sul gaucho è definito da Puccini «il più moderno e il più audace, anche tecnicamente, dei poeti argentini di oggi» (il giudizio accompagna la traduzione della poesia Dulcia linquimus arva) mentre in un dattiloscritto intitolato Poesia argentina si legge che Borges ha imparato molto dai soggiorni europei ma che di più imparò dalla sua terra: «Borges trova nella sua terra qualcosa di più che la curiosità, e, ammettiamo pure, anche l’ansia della letteratura; trova la poesia. Trova la scintilla che accenderà nella sua sensibilità inquieta e ardente per se stessa un fuoco nuovo che farà di lui uno dei più nobili e più personali artisti della sua generazione». Puccini ha colto nel segno nel valutare Borges come un’eccellenza assoluta nella poesia argentina, ma non mi pare altrettanto lungimirante quando sottovaluta la sua esperienza europea e soprattutto quando afferma che Borges «non tanto conta come scrittore di battaglia, come teorico, quanto come poeta». La formula non è felice perché, come si capirà più avanti, Puccini vuole semplicemente dire che la leadership nel movimento ultraista non è quel che più importa nella poesia borgesiana: di essa, però, egli ci sembra soltanto intuire la modernità e la valenza universale, perché, quando cerca di definirla, utilizza formule vaghe e poco appropriate, anche se, in conclusione, gli riconosce «un fine temperamento di saggista e di esteta». Tra gli altri poeti antologizzati da Puccini, accanto a nomi noti come Leopoldo Lugones e ad altri molto meno noti, spicca la simpatia con cui guarda a due poeti del Chaco, «una terra tra le più tristi d’Argentina e del mondo», che ha conosciuto nel ’36: Bernardo Canal Feijόo, «oscuro ma efficace», e Horacio Germinal Rava, un ribelle «potente come una forza della natura».

Vorrei concludere questa panoramica ritornando indietro nel tempo, al viaggio del ’36. L’ultima conferenza che Puccini pronuncia in Argentina è su invito della Sociedad Hebraica Argentina di Buenos Aires e sembra costituire una sorta di risarcimento rispetto allo scandalo provocato da Marinetti durante i lavori congressuali del P.E.N. Club70: la conferenza viene pubblicata in una plaquette di trentasei pagine71, nella duplice versione italiana e spagnola, ed è preceduta da un’introduzione molto pungente di Cesar Tiempo72, il quale loda le capacità antiretoriche del letterato italiano, che definisce uno dei critici letterari maggiori del tempo ricordando il giudizio lusinghiero formulato su di lui da Valéry Larbaud73, rimarca la sua distanza da D’Annunzio e Marinetti, rileva in lui influssi di Leopardi, ne ricorda l’ispanofilia e le traduzioni di Unamuno. Cita, poi, il suo romanzo Ebrei e lamenta che il libro non sia arrivato in Argentina perché sarebbe stato utile in un momento di confusione e settarismo, perché le parole dei «grandes cristianos» servono ad arginare l’antisemitismo dilagante, tanto più in un momento in cui l’Italia sembra disposta a dare corso al suo razzismo «made in Germany». Tiempo conclude auspicando la vittoria dello spirito sulla barbarie, «de Ariel sobre Calibán»74.

Puccini, dal canto suo, nella conferenza non fa il minimo riferimento al fascismo e tiene un discorso di taglio autobiografico, nel quale ripercorre i suoi rapporti con gli ebrei, che conosce bene fin dall’infanzia a Senigallia e poi ad Ancona, e poi sottolinea che «tutta la mia opera risente di questi contatti, di questo fascino: anche oggi che sono quasi vecchio non posso aprire il Talmud o qualche libro dove la sapienza ebraica si è espressa e raccolta (…) senza provare, piccola o grande, un’emozione»75. Ricorda che nei racconti dell’ambito familiare gli ebrei venivano sempre lodati per la loro moralità e la loro riservatezza; confessa di essere stato molto suggestionato dal digiuno rituale, durante una fase misticheggiante della sua vita, e di averlo voluto provare, come testimonia un capitolo del suo libro Avventure e ritratti primaverili. Ripercorre le vicende delle sue amicizie con intellettuali ebrei e confessa perfino di essersi innamorato di un ragazza ebrea e che un ricordo di questo invaghimento si ritrova nella protagonista di Ebrei: da allora, tutte le ebree gli sembrano discrete e pudiche, incorporee, «quasi un sogno»76. Decisamente diplomatica la conclusione: dato che in Italia gli ebrei occupano posti di primo piano, «nessuno si sognerebbe di domandare ai vostri confratelli quali preghiere le loro labbra pronuncino nell’intimità delle loro case, nel chiuso del loro cuore: ci basta di sentirli fratelli in ispirito, e di questo non dubitiamo oggi e non dubiteremo mai»77.

Sono convinto che le parole di Puccini, fascista mai troppo convinto, fossero molto sincere. Ma fin troppo ottimistiche se, appena due anni dopo, Mussolini varò le leggi razziali.

  1. L’appena menzionato Ungaretti scriverà, dopo la morte di Puccini: «Invitati d’onore dal Governo argentino, partecipammo insieme al Congresso del Pen Club tenutosi a Buenos Aires nel 1936, e facemmo anche insieme il lungo viaggio sulla stessa nave, all’andata e al ritorno. (…) Lo vidi fuori d’Italia, in mezzo al fior fiore degli scrittori del mondo, e posso testimoniare che si sapeva bene nel mondo quali fossero le sue doti di narratore, e che l’universale stima era verso di lui calorosissima». Questo testo appare in Omaggio a Mario Puccini, a c. di S. Anselmi, Senigallia-Urbino, Argalìa, 1967, ma risale al 19 gennaio 1961: lo leggo però in versione manoscritta, in una lettera indirizzata a Dario Puccini e conservata presso l’Archivio Letterario Bonsanti del Gabinetto Vieusseux di Firenze. La trascrivo, così come gli altri stralci da manoscritti e dattiloscritti inediti, per gentile concessione della signora Stefania Piccinato Puccini, che ringrazio vivamente, insieme alla dottoressa Gloria Manghetti, direttrice dell’Archivio Letterario Bonsanti, e alla dottoressa Ilaria Spadolini e al dottor Fabio Desideri, che mi hanno magnificamente assistito durante la consultazione del fondo Puccini, nel marzo 2017.
  2. Con la sigla Casa Editrice Giovanni Puccini & Figli pubblicò cinquantadue libri tra il 1910 e il ’14; trasferitosi a Milano, fondò lo Studio Editoriale Lombardo, attivo fino al ’19, che pubblicò opere, tra gli altri, di Pirandello, Lucini, Panzini, Linati. Sull’attività editoriale di Puccini, oltre alla fondamentale bibliografia citata alla nota successiva, cfr. G. Ricciotti, Mario Puccini editore uomo di lettere viaggiatore, Senigallia, Ventura, 2018, pp. 13-48.
  3. Le sue opere principali verranno menzionate in seguito. Per orientarsi nella sua sterminata attività creativa cfr. R. Pirani, Bibliografia di Mario Puccini, Senigallia, Fondazione Rosellini, 2002.
  4. Cfr. D. Puccini, Mario Puccini e la letteratura spagnola degli anni 1918-1939, in Gli Spagnoli e l’Italia, a cura di D. Puccini, Milano, Scheiwiller, 1997.
  5. R. Jacobbi, Il soldato Cola: il tempo, la società, introduzione a M. Puccini, Il soldato Cola, Milano, Bompiani, 1978, p. V.
  6. M. Puccini, De D’Annunzio a Pirandello. Figuras y corrientes de la literatura italiana de hoy, trad. de Enrique Alvarez Leyra, Valencia, Sempere, 1927; Id., Saggi letterari. Da D’Annunzio a Pirandello, introduzione di Giovanni Ricciotti, ritraduzione di Francisco Diaz, revisione del testo di Carlo Santurelli e Marco R. Cappelli, Senigallia, Fondazione Rosellini, 2007. Sul Puccini critico cfr. F. De Nicola, L’alibi dell’ambiguità. Puccini, uno scrittore tra le due guerre, Foggia, Bastogi, 1980, e A. Marinari, Da D’Annunzio a Pirandello: un’eredità e un progetto, in Mario Puccini. Due giornate di studi e di testimonianze, op. cit., pp. 41-51.
  7. M. Puccini, Amore di Spagna. Taccuino di viaggio, Milano, Ceschina, 1938. Su questo libro cfr. M. Pioli, Mario Puccini: dalle Marche alla Spagna, San Benedetto del Tronto, Nuovi Orizzonti, 2011, che dimostra come il libro sia il risultato dell’assemblaggio di materiali ispirati a tre diversi viaggi in Spagna.
  8. Tra le tante: M. de Unamuno, Tre romanzi esemplari, Milano, Caddeo, 1924; V. Blasco Ibañez, La regina Calafia, Milano, Modernissima, 1925; M. J. de Larra, Il poveraccio parlatore e altri scritti, Torino, Utet, 1934; J. Valera, Peppina Jimenez, Milano, Mondadori, 1942; M. de Unamuno, Tutto un uomo, Roma, De Carlo, 1944; F. Caballero, Un romanzo nell’altro, Torino, Utet, 1952; V. Blasco Ibañez, Il segreto della baronessa e altri racconti, Milano, Universale Economica, 1954.
  9. Basti citare i due «Profili» di Unamuno e Blasco Ibañez pubblicati nella celebre collana di Formiggini, rispettivamente nel 1924 e nel ’26.
  10. Fu lo stesso Unamuno a farsi garante presso i colleghi spagnoli di quanto Puccini avrebbe potuto fare per diffonderne la conoscenza in Italia: cfr. M. de Unamuno, A nuestros autores, in «El Fígaro», 11 marzo 1920.
  11. Per averne un’idea cfr. G. Traina, “Voce piccola la mia ma forse non vana. Il carteggio inedito di Mario Puccini con Verga e De Roberto, in «Annali della Fondazione Verga», 9, 1996, pp. 7-88.
  12. «Per quell’epoca sei libri sono molti, e di prestigio sono tutti i traduttori e presentatori dell’opera di Puccini» (D. Puccini, Mario Puccini e la letteratura spagnola degli anni 1918-1939, cit., p. 136).
  13. Anche gli altri due figli di Puccini, Gianni e Massimo (ma soprattutto il primo), si distinsero nel dopoguerra per la loro attività di registi cinematografici.
  14. Tra le sue tante pubblicazioni basti citare il Romancero della Resistenza spagnola 1936-1959, Milano, Feltrinelli, 1960.
  15. Aderente al partito socialista, ne fu successivamente espulso.
  16. Mancano le responsive e non ci sono minute.
  17. La conoscenza tra i due dev’essere avvenuta durante un soggiorno francese di Puccini perché l’inizio della loro corrispondenza coincide con molte altre lettere scambiate da Puccini con scrittori francesi del tempo.
  18. Che aveva già pubblicato nel 1908 con Treves dei Racconti della Pampa due volte ristampati.
  19. Tra l’altro, Ugarte ringrazia Puccini per un articolo pubblicato sulla «Nuova Antologia» in cui ha parlato delle sue opere; nel frattempo egli si è adoperato presso il direttore del giornale messicano «El Universal» per una collaborazione di Puccini come corrispondente dall’Italia, ma gli deve annunciare che il progetto non è andato in porto; in compenso, ha pubblicato sullo stesso giornale messicano un articolo in cui parla di Puccini (forse dei Racconti cupi) e su un giornale argentino un altro articolo in cui cita il romanzo Dove è il peccato è Dio. Puccini pubblica nel ’24 sul «Giornale d’Italia» un articolo «generoso y noble» in cui parla di Ugarte; un altro ne pubblicherà sull’«Ambrosiano» nel ’30.
  20. M. Puccini, Come ho visto l’Argentina, con illustrazioni di Giovanni Omiccioli, Parma-Milano, Maccari, 1953, p. 11. Tuttavia al Brasile dedicherà il volumetto divulgativo Nel Brasile, n. 15 della collana «Civiltà italiana nel mondo», Roma, Società Nazionale “Dante Alighieri”, 1940. Dagli appunti di viaggio in Brasile deriva anche un dattiloscritto, più volte rimaneggiato e diversamente intitolato (“Transatlantico”, “Verso la Croce del Sud”) che è conservato presso l’Archivio Bonsanti.
  21. M. Puccini, In Argentina, Roma, Società Nazionale “Dante Alighieri”, 1938.
  22. Puccini lamenta che l’Argentina sia stata ostile all’Italia fascista ai tempi delle sanzioni e della guerra etiopica. «Ma pesano ancora troppo nella vita politica argentina le torbide e tortuose ideologie democratiche; naturale che la nostra Idea, che è chiarezza, gerarchia, disciplina, stenti ancora laggiù ad essere intesa» (ivi, p. 7). In compenso, Puccini riferisce che tra gli intellettuali argentini si guarda a Mussolini «come ad un autentico forgiatore e preparatore di un mondo nuovo», mentre il «bolscevismo» trova seguito soltanto fra «i soliti scontenti, i soliti snobs» (ivi, p. 8) perché, invece, il popolo è solido e costruttivo.
  23. Ivi, pp. 27 e 35.
  24. Ivi, p. 31.
  25. Ivi, p. 48.
  26. Ivi, p. 66.
  27. Ivi, p. 76.
  28. Ivi, p. 85.
  29. Ivi, pp. 86-87.
  30. Ivi, p. 98.
  31. M. Puccini, L’Argentina e gli argentini, con 3 cartine e 188 fotografie, Milano, Garzanti, 1939.
  32. Ivi, p. I.
  33. Ibidem.
  34. Cfr. G. Bellini, Dante legittimato nell’Argentina di Mitre, in «Oltreoceano», n. 1, 2007, pp. 79-82.
  35. M. Puccini, L’Argentina e gli argentini, op. cit., p. 82.
  36. Ivi, p. 83.
  37. Ivi, p. 85.
  38. Ivi, p. 88.
  39. Ibidem.
  40. Ivi, p. 91.
  41. Ivi, p. 128.
  42. Ivi, p. 144.
  43. Ivi, p. 146.
  44. Ivi, pp. 149-50.
  45. Ivi, p. 154.
  46. M. Puccini Come ho visto l’Argentina, con illustrazioni di Giovanni Omiccioli, Parma-Milano, Maccari, 1953. È il primo volume della collezione «America Latina»: ne usciranno altri due, una raccolta di leggende messicane e una monografia su José Martí.
  47. Non mi riferisco soltanto alle note elogiative contenute in In Argentina, ma anche all’imbarazzante dedica a Mussolini premessa al romanzo Cola, ritratto dell’italiano, L’Aquila, Vecchioni, 1927 (dedica presente, con varianti, a maggior ragione nella seconda edizione: Il soldato Cola, Milano, Ceschina, 1935; sugli avantesti e sulla vicenda editoriale di Cola cfr. F. De Nicola, L’alibi dell’ambiguità, op. cit., e Id., “Il soldato Cola” di Mario Puccini: dall’edizione “fascista” del 1935 a quella postuma del 1978, in «Otto/Novecento», IV, 1, 1980, pp. 95-115) e che tuttavia non intacca il valore “pacifista” del romanzo, senz’altro il suo capolavoro; e poi alla vicenda editoriale del suo interessantissimo Viva l’anarchia, uscito nel ’21 da Bemporad con un titolo che evidentemente verrà ritenuto pericoloso (anche se il libro non è filo-anarchico ma essenzialmente umoristico: ma sul complesso rapporto tra Puccini e l’anarchia cfr. G. Ricciotti, Mario Puccini editore uomo di lettere viaggiatore, op. cit., pp. 90-115) quando l’editore lo ristamperà nel ’28 e dovrà ritirarlo dal mercato e subito ricopertinarlo, con il nuovo e un po’ ridicolo titolo Quando non c’era il Duce – ma la nuova copertina e il nuovo frontespizio non riescono a nascondere del tutto il vecchio titolo, rimasto al margine alto delle pagine.
  48. M. Puccini, Ebrei, Milano, Ceschina, 1931.
  49. Peraltro (come rileva G. Ricciotti, Mario Puccini editore uomo di lettere viaggiatore, op. cit., p. 169), è curioso che il libro venga pubblicato diciassette anni dopo il viaggio del ’36 ma mantenga tanti riferimenti espliciti a quell’esperienza, come se il lettore del 1953 non dovesse stupirsi della mancanza di anche minimi tentativi di aggiornamento riguardo alle impressioni e alle valutazioni precedenti.
  50. M. Puccini, Come ho visto l’Argentina, op. cit., p. 11.
  51. Per una valutazione critica della sua narrativa cfr., oltre ai testi già citati, almeno F. De Nicola, L’alibi dell’ambiguità, op. cit.; A. Palermo, Nota introduttiva a M. Puccini, L’odore della Maremma, Napoli, Liguori, 1985; Mario Puccini. Due giornate di studi e di testimonianze, a cura di Ada Antonietti, Senigallia, Comune di Senigallia, 1987; A. Di Grado, Tre carteggi, quattro generazioni, in Id., Scritture della crisi. Espressionismo e altro Novecento, Catania, Maimone, 1988; E. Ghidetti, Introduzione a M. Puccini, Racconti cupi, Milano, Claudio Lombardi, 1992 (vedi anche la recensione di G. Patrizi, in «L’Indice», IX, 11, dicembre 1992); S. Genovali, Il romanzo di Senigallia. Saggio su Mario Puccini, Senigallia, Fondazione Rosellini, 2002. Si vedano anche le sintetiche ma intelligenti indicazioni di M. Pioli (Mario Puccini: dalle Marche alla Spagna, op. cit., pp. 9-17) e le pagine che G. Ricciotti (Mario Puccini editore uomo di lettere viaggiatore, cit.) dedica a diversi testi narrativi poco considerati da altri studiosi.
  52. M. Puccini, Davanti a Trieste. Esperienze di un fante sul Carso, Milano, Sonzogno, 1919; Id.,Come ho visto Il Friuli, Roma, Società Editrice “La Voce”, 1919. Su Puccini e la Prima Guerra Mondiale cfr. M. Isnenghi, La Guerra ricordata, in Mario Puccini. Due giornate di studi e di testimonianze, op. cit., pp. 113-26, e G. Ricciotti, Mario Puccini editore uomo di lettere viaggiatore, op. cit., pp. 69-84.
  53. M. Puccini, Una donna sul Cengio, Milano, Ceschina, 1940.
  54. M. Puccini, Questi italiani. Avventure e ritratti, illustrazioni di Albino Tovagliari, Torino, S. E. I., 1955.
  55. M. Puccini, Una donna sul Cengio, op. cit., pp. 172-73.
  56. Ivi, p. 174.
  57. A. Aita, Appunti sul romanzo, proemio e versione di M. Puccini, Roma, Edizioni di Novissima, 1938.
  58. E. Mallea, La città sul fiume immobile, prefazione di M. Puccini, traduzione di Attilio Dabini, Milano, Corbaccio, 1939.
  59. Ivi, p. 10.
  60. Ivi, p. 8.
  61. E. Mallea, Notturno europeo, a cura di M. Puccini, Roma, Sandron, 1945.
  62. Ivi, p. 5.
  63. Trovo all’Archivio Bonsanti un ritaglio da un giornale non identificabile in cui Puccini introduce (e probabilmente traduce, ma non è specificato) un proprio racconto, definendolo un giovane scrittore argentino che ha in comune con gli scrittori del movimento “La Nueva Sensibilidad” il gusto del paradosso, la reazione al romanticismo più parolaio.
  64. Di cui Puccini traduce degli aforismi piuttosto faticosi, poco taglienti, ridondanti (in due occasioni, una volta su un giornale non identificabile, un’altra sul «Roma della domenica» del 26 novembre 1939).
  65. In una cartellina conservata al Bonsanti intitolata “Mario Puccini. Letteratura di lingua spagnola” si trova una raccolta di scritti critici, ritagliati da giornali e montati in sequenza, che non mi risulta sia stata poi pubblicata. Tra questi articoli se ne trova uno dedicato a questa poetessa sensibile e moderna, probabilmente conosciuta da Puccini su consiglio di Ugarte, di cui era grande amica, e che Puccini paragona ad Ada Negri ma ritenendola dotata di un tono così «severo che ogni suo canto ha in sé qualcosa di jeratico e di religioso». Esistono diverse traduzioni italiane, anche molto recenti, di libri in poesia e in prosa della Storni.
  66. Di questi tre scrittori, due poeti e un saggista, Puccini tratta in una rassegna pubblicata sulla rivista «Il Nazionale» del 1939: della prima afferma che, con la Storni, occupa un posto primario nelle lettere argentine; del secondo loda le poesie nutrite di pudico amor filiale, mentre il terzo è un saggista che ha scritto uno studio «definitivo, completo» su Montaigne.
  67. Piuttosto commoventi quelle, risalenti al secondo dopoguerra, di Prieto, un ferroviere vicino alla pensione che si definisce poeta quasi sconosciuto in patria e che è grato a Puccini che vorrebbe farlo conoscere addirittura in Italia.
  68. In anni recenti è stato pubblicato in Italia il suo libro più famoso, Sogno senza fine, Siena, Barbera editore, 2008.
  69. In realtà, lo eyra, più noto come jaguarundi, è un felide, ma la trasfigurazione fantastica che ne fa lo scrittore è molto efficace.
  70. Lo deduco dalla noterella di presentazione a un saggio di Puccini, Recuerdos de Crémieux y Chernijovsky, pubblicato sulla rivista letteraria «Davar» (n. 11, marzo-aprile 1947, edita a Buenos Aires dalla medesima Sociedad Hebraica Argentina) nella quale Puccini è descritto come «la reacciόn del costumbrismo que buscό su numen en Giovanni Verga» (p. 27) e soprattutto si sottolinea che era un nobile spirito, indenne dalle passioni brutali scatenate dalla violenza fascista. E si ricorda, appunto, che la sua conferenza bonaerense servì a «remediar o atenuar, al menos, las impertinencias extemporáneas de Marinetti». Nel saggio Puccini ricorda di aver conosciuto Saul Chernijovsky, poeta medico e direttore di giornali, in Argentina, il quale fu cordiale con lui perché sapeva che aveva scritto un libro «filosemita» (p. 27). E parla poi di Crémieux, torturato e poi fucilato come antinazista, ricordandone le doti umane, di critico e di romanziere ma omettendo di sottolineare che fu il più aspro censore di Marinetti durante il Congresso del P.E.N. Club.
  71. M. Puccini, Porqué Yo Cristiano e Italiano, Quiero a los Israelitas, traducciόn de F. Dibella (esta ediciόn incluye el texto original en italiano), ed. Columna, s. l., s. d.
  72. Su quest’interessante poeta e drammaturgo argentino di origine ebraico-ucraina cfr. A. Zanon dal Bo, Spiritualità ebraica nella lirica di Cesar Tiempo, in «La Rassegna mensile d’Israele», III s., XL, ottobre 1974, pp. 428-37.
  73. Ritengo che la fonte a cui Tiempo attingeva fosse l’articolo Mario Puccini y el retrato del Italiano, pubblicato da Attilio Dabini sulla rivista bonaerense «Nosotros» (XXII, mayo 1928, n. 225), nel quale si sostiene, sulla scia del giudizio di Larbaud, che Puccini è l’unico scrittore italiano paragonabile ai grandi romanzieri russi, dato che la sua arte ha un’essenza tragica. In quell’articolo Dabini si soffermava a lungo su opere di Puccini come La porta chiusa, Essere o non essere e Cola.
  74. Porqué Yo Cristiano e Italiano, Quiero a los Israelitas, op. cit., p. 6.
  75. Ivi, p. 21.
  76. Ivi, p. 27.
  77. Ivi, p. 32.