Un lampo sul far della sera. Tra Pascoli, Manzoni e Omero

Autore di Michele Armenia

(…) ma ora verranno le stelle (…)1

Due ritorni, in sul vespro: l’uno di don Abbondio, che «tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell’anno 1628»; l’altro di Ruggiero Pascoli, pater poetae, che nel tardo pomeriggio del 10 agosto 1867, in calesse da Cesena, «tornava al suo nido (…), nella casa romita»2.

Entrambi erano attesi, sulla via del ritorno, da due bravi/sicari, appalesatisi a don Abbondio con inquietanti minacce verbali, appostati sul ciglio della strada per Ruggiero Pascoli, colpito in fronte da una fucilata/schioppettata («l’uccisero: disse: Perdono»), così tanto temuta dal curato da spingerlo a serrarsi in casa, «ch’era in fondo del paesello», giuntovi in un «tumulto» di pensieri: «mise in fretta nella toppa la chiave, che già teneva in mano; aprì, entrò, richiuse diligentemente; e, ansioso di trovarsi in una compagnia fidata, chiamò subito: “Perpetua! Perpetua!”, avviandosi pure verso il salotto, dove questa doveva esser certamente ad apparecchiar la tavola per la cena», col «suo doloroso segreto».

Com’è noto, il padre del poeta, invece, tornò a casa riverso sul calesse, condotto a briglie sciolte dalla «cavallina storna», che portava «colui che non ritorna»3 più vivo. Il giovane Pascoli lesse e amò il romanzo manzoniano in un agosto rievocato molti anni dopo: «Dunque io torno al Manzoni e al suo immortale romanzo. Lo lessi la prima volta in un agosto come questo, in monti come questi: quanti anni sono? Molti, molti, molti. Lo leggevo, finite le scuole e chiusi gli esami, in quei primi giorni di vacanza, che vi compensano, con la loro ineffabile pace, dei molti mesi di fatica e di soggezione»4. Seppe cogliervi, in grazia della sua intuitiva e spiccata sensibilità, profondi legami col poema virgiliano («Quei passini specialmente, i passini frettolosi di Menico, mi sembrano echeggiare da una profondità infinita… (…), sapete donde io sento che echeggiano i passini frettolosi di Menico? Dalla più grande e famosa città dei miti, dalla città degli Dei, da Troia, nella sua ultima notte. Manzoni amava e studiava Virgilio, da cui derivò anzi, si può dire, un, non voglio dire se pregio o difetto, carattere della sua maniera: quel prender parte con un sorriso, con un sogghigno, con una lagrima a ciò che narra; quell’assistere i suoi personaggi con un cenno ora di compassione, ora di rimprovero, ora d’ironia»5); e, nella figura di don Rodrigo, ne colse altrettali col mandante dell’omicidio del padre.

Di tale “liaison” fa fede, ci pare, una piccola ballata di Myricae (ben presente nelle antologie scolastiche): Il lampo, d’intensa e drammatica metaforicità:

E cielo e terra si mostrò qual era:
la terra ansante, livida, in sussulto;
il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d’un tratto;
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s’aprì si chiuse, nella notte nera.

Ci sembra diretta filiazione del seguente passo dei Promessi sposi, allorché don Abbondio sente nominare il mandante: «Signor curato, l’illustrissimo signor don Rodrigo nostro padrone la riverisce caramente. Questo nome fu, nella mente di don Abbondio, come, nel forte d’un temporale notturno, un lampo che illumina momentaneamente e in confuso gli oggetti, e accresce il terrore».

In essa il poeta rievoca, per sua medesima ammissione, «I pensieri che tu, o padre mio benedetto, facesti in quel momento, in quel batter d’ala (…). Quale intensità di passione! Come un lampo in una notte buia buia: dura un attimo e ti rivela tutto un cielo pezzato, lastricato, squarciato, affannato, tragico; una terra irta piena d’alberi neri che si inchinano e si svincolano, e case e croci»6. E vi allude, ci pare, anche per il tramite evangelico di Matteo: «A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio (…). Verso le tre Gesù gridò a gran voce ed emise lo spirito. Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono»7.

Lo sconvolgimento vissuto dal dodicenne poeta (della medesima età di Menico) pare estendersi all’intero creato, con implicazioni cristiche presenti, d’altronde, anche in X agosto, con plastica figurazione: «l’uccisero: cadde tra spini (…). Ora è là, come in croce che tende (…)».

Di certo può assumersi la hỳbris donrodrighesca a figurare colui che rovinò un’intera famiglia per invidiosa avidità, e il cui nome sembra illuminare come un lampo la mente della cavalla interrogata nottetempo dalla madre nella stalla:

Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:

disse un nome… Sonò alto un nitrito8.

È probabile che l’accorato “colloquio” della madre con l’animale risenta dell’allocuzione del Ciclope all’amato ariete (come non manca di annotare Di Benedetto)9, anch’essa post delictum:

Arïete dappoco, e perché fuori
Così da sezzo per la grotta m’esci?
Già non solevi dell’agnelle addietro
Restarti: primo, e di gran lunga, i molli
Fiori del prato a lacerar correvi
Con lunghi passi; degli argentei fiumi
Primo giungevi alle correnti; primo
Ritornavi da sera al tuo presepe:
Ed oggi ultimo sei. Sospiri forse
L’occhio del tuo signor? l’occhio, che un tristo
Mortal mi svelse co’ suoi rei compagni,
Poichè doma col vin m’ebbe la mente,
Nessuno, ch’io non credo in salvo ancora.
Oh! se a parte venir de’ miei pensieri
Potessi, e, voci articolando, dirmi,
Dove dalla mia forza ei si ricovra,
Ti giuro, che il cervel dalla percossa
Testa schizzato scorreria per l’antro,
Ed io qualche riposo avrei da’ mali,
Che Nessuno recommi, un uom da nulla10.

«Un uom da nulla», Odisseo, come lo fu un Cacciaguerra (probabile mandante dell’omicidio di Ruggiero) o un don Rodrigo rintanato nel suo palazzotto-equus pronto a colpire («I passeggieri silenziosi, con la testa voltata indietro, guardavano i monti, e il paese rischiarato dalla luna, e variato qua e là di grand’ombre. Si distinguevano i villaggi, le case, le capanne: il palazzotto di don Rodrigo, con la sua torre piatta, elevato sopra le casucce ammucchiate alla falda del promontorio, pareva un feroce che, ritto nelle tenebre, in mezzo a una compagnia d’addormentati, vegliasse, meditando un delitto»)11. D’altronde, l’aveva detto Laocoonte: «sic notus Ulixes?». Ma, infine, l’Eroe vecchio e sognatore nell’Ultimo viaggio vede svanire la propria gloria e incepparsi la propria fama, che in compagnia d’Iro pitocco si fa fame… E il ciclope-vittima, cui può attribuirsi nel Lampo, per trascinamento metonimico-metaforico quell’«occhio che largo esterrefatto s’aprì si chiuse nella notte nera», appare qui un comune padre di famiglia, atteso da un’ospitale «altocinta femmina» e da una nidiata di pargoli che torna non più sul far della sera, come già Polifemo, ma, a slontanare nel passato e nel ricordo un’accecante “schioppettata”, «tra poco torna, ché già brucia il sole»12 per un pranzo familiare più che umano. Il tempestoso si acquieta, il tenebroso chiarisce e l’ospitale pater familias può quasi farsi beffe del vecchio itacense:

Ed al pastore chiese il moltaccorto:
E l’occhio a lui chi trivellò notturno?
Ed il pastore ad Odisseo rispose:
Al monte? l’occhio? trivellò? Nessuno13.

  1. G. Pascoli, La mia sera, in Id., Tutte le poesie, a cura di A. Colasanti, Roma, Newton Compton, 2001.
  2. G. Pascoli, X agosto.
  3. G. Pascoli, La cavalla storna.
  4. Eco di una notte mitica; cfr. la URL http://www.classicitaliani.it/pascoli/prosa/pascoli_eco_nottemitica.htm.
  5. Ibidem.
  6. Narrazione fosca; cfr. la URL http://www.classicitaliani.it/pascoli/prosa/001_pascoli_narrazione_fosca.htm.
  7. Matteo 27,45 e sgg.
  8. G. Pascoli, La cavalla storna.
  9. Odissea, a cura di V. Di Benedetto, Milano, Bur Grandi classici, 2012, p. 534: «Pascoli deve essere stato sollecitato da questo passo dell’Odissea».
  10. Odissea, IX, trad. di I. Pindemonte.
  11. Promessi sposi, cap. 8.
  12. G. Pascoli, L’ultimo viaggio, Il ciclope.
  13. G. Pascoli, L’ultimo viaggio, La gloria.