Una ferma utopia. La parabola di una generazione nella poesia di Piera Oppezzo

Autore di Sebastiano Triulzi

È possibile individuare tre tempi nella poesia, nella parabola, non necessariamente biografica, di Piera Oppezzo. All’inizio una paralisi quasi totale, cui fa seguito «una ferma utopia», che credo sia il grande momento chiamiamolo femminile, cioè di solidarietà, del pensare radicalmente una nuova società e un nuovo modo di vivere; e infine, terribile, la restaurazione, il riflusso, e dunque di nuovo la chiusura.

Nella prima fase di paralisi, Oppezzo si trova di fronte a uno sbarramento di tutte le vie di fuga: è il tempo in cui la vita viene percepita e vissuta come assoluta inautenticità, situazione descritta nel romanzo breve Minuto per minuto, dove tutto questo viene colto all’interno del mondo del lavoro, inteso come coazione a ripetere, alienazione che diventa sociale e biologica, e per biologica intendo ancora femminile. La seconda fase è quella in cui si assiste allo sbocciare dell’utopia, una «ferma utopia», che è una bella espressione, un suo verso, che porta Oppezzo a vivere i momenti più vitali della propria esistenza, i suoi rapporti con altre donne, l’ingresso in una comune, la partecipazione teatrale al gruppo «Pentole e fornelli» – e il teatro in sé è uno dei momenti di maggiore comunicazione, anche della propria incomunicabilità, verso il pubblico. Nella poesia La grande paura compie una specie di sintesi di tutta la sua esistenza: dice che è sopravvissuta all’infanzia, che è sopravvissuta all’età adulta, che è a sua volta «quasi niente rispetto alla vita», e poi aggiunge: «E adesso, tra le rovine del mio essere, / qualcosa, una ferma utopia, sta per fiorire»1. Ecco, dunque, cosa viene messo al centro del discorso; lei registra uno dei momenti più belli dell’idea di una nuova alba, di un nuovo orizzonte, soprattutto perché inteso in un senso comunitario, collettivo; da usare, questa «ferma utopia», non dico come titolo riassuntivo della sua produzione, ma come uno dei punti nevralgici della tematica all’interno della politica di quel tempo (e di come la Oppezzo l’ha intesa); la «ferma utopia» sembra come il punto luminoso intorno a cui, prima e dopo, avviene per lei la catastrofe. Appena caduta o terminata questa utopia, ritornano la chiusura e l’isolamento; e, così come moltissimi giovani sono poi rientrati nei ranghi dopo la sbornia tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta (il punto definitivo è stato, come tutti sanno, il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro), una piccola percentuale non ha accettato compromessi. Un forte termine come utopia ha accanto un aggettivo che rende ancora più folle questa utopia, e quell’aggettivo caratterizza una delle strutture della psiche della Oppezzo: o questa utopia si realizza o comunque rimane tale, nel senso che non si dissolve; una volta che è fiorita è fiorita, non ci rinunci, non l’abbandoni.

La prima e la terza fase sono all’insegna dell’interruzione di ogni sbocco vitale, come se in qualsiasi direzione ci fosse una muraglia. È una condizione di isolamento e di solitudine, ma soprattutto di solitudine della lingua, di solitudine della poesia, e di inautenticità che poi trova la propria forma nel romanzo Minuto per minuto, dove diventa manifesta: di una dattilografa vengono raccontate le giornate di lavoro – «otto più otto più otto più otto e così via»2 -, la vita senza grandi prospettive a Torino, la paura degli affetti stabili o delle relazioni tradizionali, lo scialo di sé nella ripetitività dei giorni, la mortificazione e la prigionia a cui la costringe il lavoro nella società borghese. La condizione della città industriale è specchio della condizione della donna nella città industriale, che si muove tra il luogo di lavoro e la sua casa da single, i tram affollati e le cene con pochi amici, il ticchettio delle macchine da scrivere e l’afasia nei week end, il tempo che passa lentissimo e l’inutilità dei propri compiti, il principale dei quali è trascrivere lettere e in più copie, con la carta carbone. Un contesto insomma che massacra ogni grumo di vitalità: «Ma è proprio questo il centro del dramma, Questo senso dello spreco di sé, continuo. A vita»3; «Anche per oggi, la giornata ve la regalo proprio tutta»; «Niente altro che questo scoglio: il lavoro. Assurdo tuffarsi nel futuro. Domani è già il futuro. E che cosa avrebbe fatto, domani? Dove sarebbe stata? Qui».

Il modo in cui affronta la questione industriale è lo stesso che connatura una parte della letteratura italiana del dopoguerra sul tema: nell’analisi del rapporto alienante con il lavoro, a cui si aggiunge in Minuto per minuto anche l’alienazione del proprio corpo femminile; preponderante è l’elemento psicotico e psicologico, più ancora e prima ancora di quello marxista.

Anche per la protagonista della Oppezzo, come era stato ad esempio per l’operaio del Memoriale di Volponi, il malessere della psiche è un malessere epocale, è come se i disturbi psichici fossero i disturbi di un’intera società. La separazione tra industria e capitale, cui puntava Volponi, nei termini di un grande piano, di una grande organizzazione sociale e culturale elaborata «dagli uomini come libera espressione di una dialettica democratica», si trasforma qui nella ricerca di un sistema altro, alieno, diverso, che implichi un senso di appartenenza, una vita in comune, nel segno di una riconciliazione con sé stessi prima ancora che con gli altri, della ricerca del proprio e altrui calore dell’umano (quanto sono belle le mani, quante cose possono fare, ma vengono usate per battere a macchia – pensa la dattilografa), in grado di allontanare e sconfiggere l’impotenza, l’annullamento di sé. Con la storia della dattilografa senza nome di Minuto per minuto abbiamo probabilmente una delle prime grandi rappresentazioni in prosa di quella che è poi diventata tra le più comuni condizioni di malattia del mondo contemporaneo, cioè la depressione; qui presentata alla stregua di «piccole morti», che sono «Brevi. Lunghe. Solitarie e no»: o «che la facevano tremare dentro in attesa di un segnale che la riassestasse nella realtà. Nei sentimenti e nelle idee. E poi, di colpo, inspiegabilmente, i nervi che si rilassavano, un calore che scorreva morbidamente per tutto il corpo. Di nuovo la tenerezza per le cose».

Le poesie d’esordio, nella bianca di Einaudi, intitolate L’uomo qui presente, uscite nel 1966, si legano, anche nelle formule sintattiche, all’insorgere, o meglio alla presenza, di questo disturbo emotivo e psichico: la mancanza di punteggiatura produce nel lettore un’asfissia, il privarsi di un ordine fa sì che insorga ogni volta una certa angoscia:

Niente di importante nelle prime ore del giorno
Fino a quando non diventa impossibile
Ogni genere di pura contemplazione;

niente di importante nelle prime ore
se non quando tutto quanto  è corrotto
vi si introduce e le rende reali4.
(Affermazione)

Le stesse frasi suonano sempre aperte, nel senso che si possono leggere o come delle esclamative o come delle interrogative o come delle affermative, e ancora, questa ambiguità crea un’acuta tensione:

Sorriso e dialogo ottenuti con felice sdoppiamento
accompagnato da un digiuno dal sensibile,
il rapporto egregiamente amplificato
non avendo in questo caso la realtà
una sua giustificazione specifica
forse, ma si dubita invece (ovviamente)
ci sia giustificazione anche per questo
in modo reale e abnorme e fluidamente5.
(Rapporti)

Ciò che differenzia questa prima produzione della Oppezzo da pubblicazioni coeve di poetesse o scrittrici italiane è che la depressione e i suoi risvolti esistenziali sono calati in un contesto storico-sociale; soprattutto, ne sono una diretta conseguenza. La lettura marxista non è fatta aposteriormente da un critico sui testi, ma ne è consapevole l’autrice stessa: questo sembra uno degli elementi suoi più profondi, il fatto che una società in sé crea delle malattie psichiche, che dà vita a condizioni di disagio mentale. Disagio che nel suo caso è, sì, possibile ricondurre all’infanzia a cui è sopravvissuta, alla sua giovinezza, come lei stessa ha scritto nella poesia citata precedentemente, cosicché se ne può ricavare anche una storia biografica, ma è in primo luogo una storia sociale: «si era sentita tesa – scrive in Minuto per minuto – in realtà abbandonata all’ostilità del mondo esterno, ai suoi meccanismi insopportabili, alle sue strutture agghiaccianti. Si era sentita senza l’aiuto di nessuno»6; o come quando ci viene raccontato del suo ricovero in ospedale e, anche se è volontariamente omesso, il motivo clinico è evidente: «Molte cose esistono al di fuori della nostra comprensione. Il suo corpo ad esempio. Senza sofferenza e senza energia. Dormì fino al pomeriggio. Venne qualcuno. Da fuori. Se ne andò. Lei sempre rannicchiata nel letto»7.

Se vogliamo cercare qualche precedente o qualche influenza diretta, dobbiamo guardare alla Ragazza Carla di Pagliarani con una differenza fondamentale, che lì la dattilografa è vista da fuori, e qui invece è vista da dentro, è in soggettiva, nonostante la narrazione sia in terza persona; e in un senso diverso a Mattino domenicale di Wallace Stevens, che lo ricorda come contenuto, come condizione esistenziale: anche lì c’è una donna di fronte alla bruttezza e allo squallore della propria vita quotidiana, e c’è il suo disgusto. Dietro questi due modelli, come nel gioco delle matrioske, c’è un’altra fondamentale lettura, Il sermone del fuoco,terzo capitolo della Terra desolata: la descrizione che Eliot fa della dattilografa che aspetta l’impiegato foruncoloso, con l’idea, la confessione dell’ignavia o dell’inferno della vita contemporanea, con il senso di noia, di stanchezza, di inutile ripetitività, è un grande modello che Oppezzo ha avuto (probabilmente) presente. Ritornano alcune immagini, come la stanza da letto, la cucina, la solitudine, l’anonimato della vita: in filigrana mi sembra che ci sia forte questa linea di letture anglosassoni; ma quanti hanno saccheggiato da questo passo:

Nell’ora violetta, quando gli occhi e la schiena/ Si levano dallo scrittoio, quando il motore umano attende/ come un tassì che pulsa nell’attesa,/ Io Tiresia, benché cieco, pulsando fra due vite,/ Vecchio con avvizzite mammelle di donna, posso vedere/ Nell’ora violetta, nell’ora della sera che contende/ Il ritorno, e il navigante dal mare che riconduce al porto,/ La dattilografa a casa all’ora del tè, mentre sparecchia/ la colazione, accende/ La stufa, mette a posto barattoli di cibo conservato./ Pericolosamente stese fuori dalla finestra/ Le sue combinazioni che s’asciugano toccate dagli ultimi/ raggi di sole, / Sopra il divano (che di notte è il suo letto)/ Sono ammucchiate calze, pantofole, fascette e camiciole./ Io, Tiresia, vecchio con mammelle raggrinzite,/ Osservai la scena, e ne predissi il resto -/ Anch’io ero in attesa dell’ospite atteso./ Ed ecco arriva il giovanotto foruncoloso,/ Impiegato d’una piccola agenzia di locazione, sguardo/ ardito,/ Uno di bassa estrazione la cui sicurezza/ S’addice come un cilindro a un cafone arricchito/. Ora il momento è favorevole/ come ben indovina,/ Il pasto è ormai finito, lei è annoiata e stanca,/ Lui cerca di impegnarla alle carezze/ Che non sono respinte, anche se non desiderate / Eccitato e deciso, ecco immediatamente l’assale;/ Le sue mani esploranti non incontrano difesa;/ La sua vanità non pretende che vi sia un’intesa, ritiene/ L’indifferenza gradita accettazione./ (E io Tiresia ho presofferto tutto/ Ciò che si compie su questo stesso divano o questo letto;/ Io che sedei presso Tebe sotto le mura/ E camminai fra i morti che stanno in basso.)/ Accorda un bacio finale di protezione,/ E brancola verso l’uscita, trovando le scale/ non illuminate // Lei si volta e si guarda allo specchio un momento,/ Si rende conto appena che l’amante è uscito;/ Il suo cervello permette che un pensiero formato/ solo a mezzo/ Trascorra: “Bene, ora anche questo è fatto: lieta che sia finito”./ Quando una donna leggiadra si piega a far follie/ E percorre di nuovo la sua stanza, sola,/ Con una mano meccanica i suoi capelli ravvia,/ E mette un disco a suonare sul grammofono8.

Numerose sono le volte in cui compare nelle poesie come nel breve romanzo la parola «calma», o in cui annuncia di voler trovarsi in una condizione di quiete, di distensione, sorta di anelito e fine dell’essere. In realtà, questa richiesta di un senso di pace evidenzia il suo contrario, la presenza della tensione; in Condizione favorevole,confessa: «Inutile credere di abitare/ la calma delle stesse linee:/ fusioni non sono possibili»; o in Indicazione, sempreda L’uomo qui presente:

Perfetto
agire secondo se stessi
e nel vuoto
con pace calma tranquillità
disporre le proprie reazioni
alla maggiore angoscia
l’angoscia principale
di dimensioni così variabili.

Riposante
addirittura molto dolce
la giornata9.

Il motivo ritorna, nei termini di rappresentazione dell’afasia, della stasi e dell’angoscia data dalla reiterazione dei giorni e delle ore, in Minuto per minuto: «Forse il lavoro non può tutto. L’importante è mantenersi calmi»; o come stato definitivo, di fronte al corpo dell’amica suicida: «Adesso era distesa sul lettino. Pallida, non troppo pallida. Calma. Tesa»; o, ad esempio, in un verso rivelatore di 1967 / sì a una reale interruzione: «rintracciabile nell’andamento psicologico/ un’assoluta mancanza di distensione/ sostenuta da notevoli nevrosi»10.

L’altro termine ricorrente è “paura”, con un’attenzione costante a indagarne gli effetti profondi; «la paura presente può non corrispondere del tutto alla realtà presente, però può portarsela via. A lei, per qualche minuto, era successo questo. Si era sentita senza realtà e senza vita». Se riprendiamo la prima poesia citata, si sottolinea che esiste la paura della paura, come se venisse intesa in termini assoluti, perché la paura è instillata dalla struttura della società in cui viviamo, la paura del presente e la paura del futuro, come si sottolinea nella storia della dattilografa. Questo è un tema assolutamente sempre presente, forse è il tema principale; lo si incontra nel romanzo e nelle poesie: è una parola chiave per la lettura della Oppezzo, ma anche degli anni che lei e la sua generazione vivono in quel momento, e di cui lei si fa testimone: e cioè la paura di quello che accade e sta accadendo, la paura di non riuscire a uscire da quegli ingranaggi così fortemente codificati, la paura di quanto si sia ormai incastrati; perché anche aderire al femminismo e a un movimento di rinnovamento significa fare un salto, e dunque la paura è di non averne le capacità, e capire che il tuo essere è impotente, che esiste l’accettazione, l’assuefazione, col rischio di una speciale sindrome di Stoccolma, per cui stai lì, pensi che la paralisi sia la radice stessa dell’essere e non invece riconducibile a una qualche ragione storica ed economica.

Questa tensione riemerge nell’ultima fase poetica, in cui la paralisi è ontologica: non c’è più alcuna possibilità di realizzare l’utopia perché essa è votata a possedere, di per sé, il nocciolo irremovibile dell’angoscia della vita; ma in questa prima fase le due spinte sono abbastanza oscillanti, per cui più che dinanzi a una determinazione filosofica ci troviamo di fronte a una determinazione storica, a un contesto, a una condizione economica e politica, che poi si caratterizza anche come condizione femminile.

All’interno della paralisi sociale dell’esistenza (determinata «dagli organismi sociali al potere», verso ripetuto come chiusa di una strofa che, a sua volta, si ripete sempre uguale nelle ultime tre poesie della prima raccolta) c’è spazio per un’idea diversa di esistenza, o per la consapevolezza della presenza di qualcosa di prezioso, l’«immensa potenzialità della vita», a cui non bisogna rinunciare anche se la struttura economica della società è costruita per privarsene; non a caso sia il romanzo sia la raccolta Einaudi terminano con un eloquente invito al cambiamento. Da quei pochi documenti consultati, l’immagine successiva a queste pubblicazioni, data dalle partecipazioni ad attività teatrali o appunto all’ingresso nella comune, è un momento tra virgolette propositivo di felicità. L’elemento che accomuna le tre opere della Oppezzo prese in esame, compreso dunque 1967 / sì a una reale interruzione, pubblicata nelle Edizioni Geiger nel ’76, è proprio l’augurio, la speranza che accada una rottura nella coazione a ripetere delle cose, che ci sia una separazione, una frattura; ma non in termini montaliani, come l’anello che non tiene, la necessità di trovare un varco, la legge del giorno ecc.; questa rottura deve avvenire in ambito storico e sociale, forse anche individuale, senza però alcuna tensione metafisica. Non a caso la svolta, nell’utopia della Oppezzo è data dalla decisione di costituire una comunità radicalmente rinnovata, dove vivere diversamente la propria condizione femminile, all’insegna di un’effettiva emancipazione e di una più corretta divisione dei ruoli e dei compiti (come d’altronde accade anche al personaggio della dattilografa).

Se L’uomo qui presente appartiene al tempo immediatamente precedente al coinvolgimento politico, nelle poesie delle Edizioni Geiger si sente che è già arrivata l’aria della contestazione; siamo in mezzo alla bufera, tanto che ritornano tratti della pubblicistica e dei volantini dattilografati che venivano distribuiti alle manifestazioni o nelle assemblee studentesche. Già il titolo, 1967 / sì ad una reale interruzione, indica una decisione consapevole, l’inizio di una strada percorsa in modo intenzionale, dunque come interruzione della vita precedente e come nuovo inizio, personale o politico, di un’epoca, di un momento storico.

Come da dirette testimonianze raccontato, Oppezzo giunge a Maurizio Spatola e alle Edizioni Gayger attraverso Giulia Niccolai, e qui, nell’alveo tradizione della poesia sperimentale e visiva, sa che può godere di una maggiore libertà: la strada scelta è a metà fra innovazione e tradizione. Questa seconda raccolta risulta più «di ricerca» della prima: può ora permettersi di evidenziare graficamente alcune sperimentazioni che, invece, non sono così evidenti nella precedente produzione o di evitare di indicare un titolo specifico; compaiono solo quelli delle sezioni che, presi tutti insieme, costituiscono un chiaro palinsesto critico e formativo: Condizione di base; Nell’ossessione, Il mito; Necessità della paura; Rifiuto dell’ossessione; Qualche domanda; Le porte della percezione; L’azione.

Alcune parole ad esempio sono scritte in maiuscolo, come fossero gridate appunto; le parole d’ordine, rispetto all’esordio einaudiano, cominciano a diventare altre, nel segno della proposta di una nuova urgenza, quando anche il disagio comincia a prendere una forma più razionalmente chiara. Alcuni versi sembrano dei proclami, secondo un lessico tipico degli anni Settanta, e indicano la strategia o «la tattica» da seguire individuando il «nemico» da colpire, nemico «che esercita un ricatto sull’umanità». Qualche esempio può rendere bene l’idea: «tentativo di smontare l’autoritarismo dell’etica dei consumi»; «rifiuto del LAVORO e delle sue promozioni sociali»; «bersaglio del potere accumulato»; «infortuni e malattie professionali/ per mancanza adeguate misure di sicurezza»; ricerca di «nuove forme di energia» e «solidarietà familiarizzando/ con zone aperte dalla droga». Sempre senza ricorrere alla violenza, e questo è un altro degli aspetti centrali:

reale impotenza
non impassibili tuttavia fermi
finché non inserito nel comportamento privato
sempre sconnesso nel suo insieme
un concetto di intervento
davanti a torture
o altra violenza organizzata11.

Non indifferenti, ma fermi davanti alla «violenza organizzata»; la fermezza prevede una scelta pacifista, di non violenza, di lotta poetica, che non era certamente semplice nel 1976, anno di pubblicazione della raccolta 1967 / sì ad una reale interruzione, e rende anche chiara la parabola indicata all’inizio, perché dopo c’è la deriva, forse psicologica, personale, di sicuro il rifiuto della realtà politica e sociale italiana: un’altra chiusura, come se si fosse rotto o fosse naufragato un intero mondo di illusioni, di speranze, di entusiasmi.

Alcuni dei ricordi e dei ritratti che ho letto, scritti da amici, critici, giornalisti, inquadrano la produzione di Piera Oppezzo nell’ottica esistenzialista dell’ultimo periodo, secondo la formula della «lucida disperazione» che dovrebbe connaturare gli ultimi anni. Non è una lettura che soddisfa, perché lei è invece una testimone in grado di darci delle parole chiave per capire quegli anni: la «ferma utopia», la «paura della paura», il ripensamento radicale della quotidianità del lavoro, il senso di perdita di sé nella coazione e nell’alienazione, la condizione femminile e la necessità di un’emancipazione, la sfera affettiva, sessuale, sociale, editoriale, anche di carriera di una donna che pubblica con Einaudi la sua prima raccolta (alcune poesie erano apparse negli anni precedenti su «La Fiera letteraria» di Vincenzo Cardarelli), «ampiamente recensita e apprezzata» come si ricorda nella voceredatta sull’enciclopedia delle donne. La dattilografa della Rai che esordisce nella bianca dell’Einaudi è una storia bella e suggestiva, soprattutto per chi vuole crogiolarsi nell’idea della poetessa naif, istintiva e autodidatta, impiegata e subordinata: proprio qualche mese fa un bravissimo poeta come Marco Giovenale mi chiedeva cosa bisognasse fare per essere pubblicati in quella collana: non è il caso di riprendere qui quel discorso, ma quest’esordio può forse illuminarci sulla nostra società, meno classista in senso tradizionale rispetto al passato forse, e tuttavia, anche tragicamente, e in maniera ipocrita, più legata alle appartenenze e ai padrini o referenti (una particolare variante del sistema di cooptazione non per meriti ma per sottomissione, che la prassi accademica ha reso davvero sommo).

Interessanti, in primis dal punto di vista della sociologia della letteratura e della cultura, sono anche le quarte di copertina dei suoi libri: in quella einaudiana delle poesie d’esordio, l’ostensore non cede alle lusinghe del facile dato biografico (la dattilografa che scrive poesie) ed insiste sulla questione del linguaggio, come fossero poesie sulla parola in sé: «l’importanza della parola attesta che ogni linguaggio, nella sua falsa libertà, rischia di essere un codice senza verità recepibile. Togliere al proprio codice ogni forza illusoria sulla capacità della parola e limitarlo alla sua realtà possibile è quindi l’atto intrinseco di queste poesie»12. Va tutto bene, solo che non è il contenuto dell’Uomo qui presente: non se ne fa una colpa, è chiaro che a quell’altezza, nel 1966, era impensabile prevedere quello che sarebbe accaduto di lì a poco; per cui viene ridotta la raccolta in termini di letterarietà, non riesce (o riescono) a capire il disagio epocale a cui si assomma anche quello personale che emerge dalle poesie, e non a caso il disagio espresso è anche il disagio di una lingua – una delle più grandi rivoluzioni del Sessantotto sarà la rivoluzione della lingua, a cominciare proprio dal tentativo di diventare di nuovo capaci di comunicare, di dire. Quello che non viene colto, né si poteva cogliere francamente, è che questa raccolta racconta una depressione che anticipa il cambiamento, dunque non è la messa in versi solo di un percorso personale, sentimentale o psichico, autonomo, ma generazionale. Non a caso, nella raccolta delle Edizioni Gaiger, Oppezzo dà al lettore anche delle indicazioni sostanziali, di comportamento e di etica civile.

Non mancano i riferimenti alla sfera affettiva e agli orientamenti sessuali, che in quel momento, se pensiamo al lesbismo o al mondo omosessuale, sono argomenti tabù nella società, o diventano paura; è un tema che pure si sente, che attraversa le pagine di Minuto per minuto e che può essere indipendente dal fatto biografico, perché poi all’interno del femminismo si svilupperà la liberazione anche affettiva delle donne, là dove l’ingresso in una comune si caratterizza come spazio in cui vivere le proprie relazioni senza pregiudizi. Così, attraverso questi tre libri, è come se avessimo accesso a una delle radici di sovvertimento proprie del Sessantotto, cioè il desiderio di rompere le strutture della società, visto dalla prospettiva dell’interno: la condizione di una poetessa, di una donna imprigionata, ci dà la misura forte dell’urgenza della liberazione, anche se questo poi non garantisce e anzi non ha garantito nulla, perché in realtà è stato un fiorire che si è spento subito, in forme di restaurazione, di regressione o di derive rabbiose. Sì, è vero, il Sessantotto ha deragliato velocemente, e ha deragliato anche perché la restaurazione culturale, morale, è stata fortissima.

Il retrocopertina di Minuto per minuto porta la firma significativa di un’altra protagonista del femminismo italiano, Bibi Tomasi, giornalista, sceneggiatrice, tra le prime ad aderire al Movimento di liberazione della donna e, nel 1975, tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano. Scrisse a quattro mani, con Liliana Caruso, un bellissimo saggio sulla misoginia degli scrittori italiani, da Moravia a Pavese, a Buzzati, a Sciascia ecc., dall’eloquente titolo I padri della fallocultura; e, tanto per dare un’idea, la leggenda vuole che avesse un camioncino con cui andava davanti alle fabbriche per vendere libri, attività talmente urticante che un giorno le autorità l’accusarono di far spendere in questo modo soldi agli operai.

Il commento al romanzo breve della Oppezzo è incentrato sull’oppressione della donna nel mondo del lavoro e sul tentativo di liberarsi dal «dover essere» in favore «dell’essere naturale», e su quanto sia invece necessario il rifiuto delle sovrastrutture della società. Dietro questa firma c’è un legame di amicizia e di contesto, cosa che è possibile rintracciare nell’editore che pubblica il libro, La Tartaruga, creatura di Laura Lepetit nata, come lei stessa ha affermato, dallo stupore nell’apprendere che la traduzione di Tre ghinee di Virginia Wolf non esistesse nel panorama del mercato editoriale italiano: da qui, poi, la scelta di pubblicare libri del mondo femminile, libri di filosofia politica, letteratura, testimonianze, scritti autobiografici, tutti opera di donne, per cui dà vita, attraverso la voce delle donne, a una vera e propria civiltà, a una comune nel senso più ampio del termine (Virginia Woolf, Gertudre Stain, gli scritti di Anna Banti su Artemisia Gentileschi, Anna Maria Ortese, la riedizione di Nascita e morte di una massaia di Paola Masino, testo fondamentale, divertentissimo, che ricorda molto, per certi aspetti, Minuto per minuto; e tanti altri).

Curiosamente, alcune delle sperimentazioni poetiche degli ultimi anni, che rientrano nell’ambito delle scritture di ricerca, sembrano proseguire lungo il cammino della Oppezzo: nel senso che la sua è una poesia pregna di un certo concettismo: riempie la forma di un contenuto che deriva da impressioni quotidiane, da riflessioni cortocircuitanti più che strettamente filosofiche, usando la parola per far emergere l’insensatezza delle cose come sono, per cui la lingua dice l’assurdità della realtà facendosi assurda, o meglio dando un’illusione di senso, dando l’assurdità del senso:

Ingiustificato non assumersi il compito
di osservare incondizionatamente
aumentando l’importanza ossessiva dello sguardo
per eventualmente se possibile
magari in seguito convertirlo in o indirizzarlo
contro VIOLENTEMENTE
benché fin qui tesa soltanto l’attenzione
sostitutiva di qualsiasi intervento13.

O ancora:

malgrado la comprensione
ci si muove fra sorprese minime
che eccitano leggermente
decisioni qualsiasi evocando
attentamente considerato tempo e spazio
è probabile sia possibile un atto
solvente necessità impellenti
e aggiuntivo nuove proposte14.

O ancora:

L’apparato informativo
non è del tutto efficiente,
l’uso che ne facciamo inadeguato
se a tutt’oggi ci troviamo
in piena sfasatura cronologica
e non in quella condizione di tempestività
che segnerebbe un risultato favorevole
per un maggior perfezionamento delle attrezzature15.

O ancora:

Dopo periodi buoni e promettenti
una caduta in un rallentamento progressivo
pare sia di frequente inevitabile
come inevitabile parallelamente la corsa
dei freni inibitori
spaventosi nella loro capacità
di conquista definitiva16.

C’è qui il divertimento del concettismo che già nel suo muoversi, nel suo ingranaggio, mette in atto l’illogicità, il paradosso della realtà: è come se uno leggesse il libretto delle istruzioni per vivere, che è di per sé già una testimonianza dell’assurdità di quello che devi mettere in atto; per cui abbiamo questo linguaggio da prontuario o foglietto con le informazioni su un meccanismo appena comperato, la cui lettura produce, però, un senso di impotenza perché le indicazioni appaiono chiarissime per loro e per te no. Il risultato è che sono assolutamente incomprensibili, ed è questa l’aporia del linguaggio. Così Oppezzo evidenzia e sottolinea ogni volta la disfunzionalità, l’inefficacia, l’inanità di tutto quello che accade; e insieme il disagio sociale di vivere in un meccanismo la cui efficienza è la propria completa stortura.

  1.   P. Oppezzo, La grande paura, in Donne in poesia. Antologia della poesia femminile in Italia dal dopoguerra ad oggi, a cura di Biancamaria Frabotta, Roma, Savelli, 1977, p. 35. La riportiamo per intero: «La storia della mia persona/ è la storia di una grande paura/ di essere me stessa,/ contrapposta alla paura di perdere me stessa,/ contrapposta alla paura della paura.// Non poteva essere diversamente:/ nell’apprensione si perde la memoria,/ nella sottomissione tutto.// Non poteva/ la mia infanzia./ saccheggiata dalla famiglia,/ consentirmi una maturità stabile, concreta./ Né la mia vita isolata/ consentirmi qualcosa di meno fragile/ di questo dibattermi tra ansie e incertezze.// All’infanzia sono sopravvissuta,/ all’età adulta sono sopravvissuta./ Quasi niente rispetto alla vita./ Sono sopravvissuta, però./ E adesso, tra le rovine del mio essere,/ qualcosa, una ferma utopia, sta per fiorire».
  2.   P. Oppezzo, Minuto per minuto, Milano, La Tartaruga, 1978, p. 24.
  3.   Ivi, e passim.
  4.   P. Oppezzo, Affermazione, in Ead., L’uomo qui presente, Torino, Einaudi, 1966, p. 48.
  5.   Ivi, p. 28: Rapporti.
  6.   P. Oppezzo, Minuto per minuto, op. cit., p. 78.
  7.   Ivi, p. 79.
  8.   T. S. Eliot, La terra desolata, in Id., Opere 1904-1939, a cura di Roberto Sanesi, Milano, Bompiani, 2001, pp. 601-603
  9.   P. Oppezzo, Indicazione, in Ead., L’uomo qui presente, op. cit., p. 29.
  10.   P. Oppezzo, Minuto per minuto, op. cit., pp. 19 e sgg.
  11.   P. Oppezzo, 1967 / sì ad una reale interruzione, Torino, Edizioni Gayger, 1976, p. 24.
  12.   P. Oppezzo, L’uomo qui presente, op. cit., quarta di copertina.
  13.   P. Oppezzo, 1967/ sì ad una reale interruzione, op. cit., p. 19.
  14.   Ivi, p. 21.
  15.   P. Oppezzo, L’apparato informativo, in Ead., L’uomo qui presente, op. cit., p. 78.
  16.   P. Oppezzo, Osservazione, in Ead., L’uomo qui presente, op. cit., p. 67.

(fasc. 24, 25 dicembre 2018)