Vita intellettuale e affettiva di Benedetto Croce Aggiunte

Autore di Giancristiano Desiderio

Il pensiero come collaborazione
Vita pensante

Benedetto Croce considerava il pensiero una forma di collaborazione con la storia e riteneva che il suo stesso lavoro, una volta espresso e comunicato, fosse una storia autonoma nella piena disponibilità di coloro che la accettano o la rifiutano o la rielaborano, ora negandola ora affermandola o travisandola, e così si avventurano nella vita e nella vita della mente pensando con le loro forze, la propria testa e l’esperienza inevitabile degli errori.

Giunto nel mezzo del cammino della nostra vita e un po’ oltre, in una pausa ideale dello spirito e del lavoro, come in un’oasi di pace con intorno la guerra ruggente, «grandiosa e oscura», scrisse il Contributo alla critica di me stesso che, a pensarci bene, esprime proprio l’idea del lavoro del pensiero come collaborazione con la storia e la vita morale. Croce si guarda intorno e, senza tracciare confessioni o ricordi o memorie, redige quasi una cronaca dei propri «lavori letterari» e mostra come, «spinto dal bisogno di soffrire meno», abbia sin da subito concepito il lavoro della filosofia come un esercizio di schiarimento di un dramma mentale che, momentaneamente risolto, conduce alla luce che tra lumi lampi e bagliori ci permette di continuare a vivere, ora abbassandoci e ora alzandoci, ma sempre lottando e mettendo in forma il governo di noi stessi tramite la nostra libertà interiore e civile.

Nel Contributo si vede come per Croce pensare equivalga a lavorare e lavorare equivalga a collaborare sia con la storia del pensiero precedente – non a caso le opere teoretiche di Croce presentano sempre una parte storica in cui si mostra il cammino del pensiero – sia con la contemporaneità, che in fondo e nel fondo della vita è la radice prima e ultima dalla quale il pensiero trae il proprio pane quotidiano.

Questo modo di intendere l’esercizio del pensiero Croce lo ha espresso a più riprese nelle proprie opere ogni volta che, invigilando se stesso, ha gettato uno sguardo su di sé e sul proprio lavoro. Quando nel 1945 scrisse il noto saggio Intorno al mio lavoro filosofico, ritornò ancora una volta sul concetto del lavoro del pensiero come collaborazione, dicendo che in fondo il possessivo “mio” – il mio pensiero – non suona bene, anzi, suona proprio male, perché chi riprende in mano il lavoro usato dei propri predecessori o del proprio maestro – chi, naturalmente, ha la fortuna di avere un maestro o chi ha l’umiltà di scegliersene uno – non usa il possessivo “mio” e, invece, sarà tratto a dire “il nostro lavoro”. Ma in quel saggio Croce fece qualcosa di più: ritornò sul concetto stesso di filosofia per accantonare, dopo averla smontata, la concezione si dirà professorale e scolastica della filosofia come di un marchingegno tra tanti marchingegni, che sveli una volta e per sempre la verità e il mistero della vita, per mostrare, invece, come la filosofia altro non è che vita pensante in cui la verità, frutto del lavoraccio del giudizio, pur viene e sopraggiunge ma per, poi, ritrarsi per farci vivere la nostra avventurosa e rischiosa ma libera esistenza, in cui inevitabilmente ritorneranno i dubbi, le ombre, le difficoltà, i nodi che il pensiero scioglierà tra sforzi e coraggio e travagli perché «l’uomo pensa e penserà sempre e sempre dubiterà, e pensare non potrebbe se non vivesse nella verità, nella luce di Dio».

Il lavoro di Croce si riattacca al lavoro di Hegel, ma per smontare da capo a piedi il suo sistema chiuso e trarne alla luce la sua «verità nascosta». Non si mette conto qui di rifare ancora da capo a piedi la storia del rapporto d’amorosi sensi intercorso tra i due grandi spiriti, così sanguigni e passionali entrambi, perché altre volte questa strada è stata percorsa; sì, piuttosto, è bene sottolineare come in realtà Croce non collaborava esclusivamente con Hegel, ma con una tradizione di pensiero che da un lato lo confortava e sosteneva e dall’altro lo legittimava ad essere audace e spregiudicato. E non c’è dubbio che Croce abbia osato e sia stato persino irregolare, facendo saltare le regole della tradizione filosofica, per poi riuscire a conservarle su un più alto grado. Usa spesso nei suoi scritti di storia della filosofia l’espressione “logica della filosofia”, dicendo che lo scopritore della più vera logica filosofica che sempre ritorna quando nel giudizio si manifesta la verità fu proprio Hegel; tuttavia, non si sbaglia se, pur nella giusta idea della collaborazione tra menti e pensieri, si afferma che, invece, lo scopritore della “logica della filosofia”, operante non più sulle astrazioni e sulle finzioni e sul mondo fisico ma sulla storia e nella storia e per la vita morale, è stato proprio Croce, che giunse a qualificare come una «tranquilla rivoluzione filosofica» la propria spregiudicata innovazione della tradizione.

Eppure, proprio in quello scritto del 1945 Croce rivendicava a giusto titolo la particolarità del proprio lavoro e rifiutava in modo netto l’idea che si trattasse di un neohegelismo. Non lo faceva per attribuire a se stesso dei meriti – e pur sarebbe stato legittimo -, ma per sottolineare che la storia del pensiero non è la storia delle scuole filosofiche e, quindi, non ci sono ritorni, restaurazioni, ripetizioni, rabberciamenti, aggiustamenti, rattoppi ma “solo” individuali e individuanti giudizi che, per essere espressi, presuppongono quel dramma mentale, quella lotta e quel petto sofferente in cui la verità, per intima e vitale necessità, chiede di essere svelata e di rilucere alla umbratile luce del mondo. In questa necessità vitale del pensiero i maestri – che siano vivi o che siano morti, ma a volte i morti son vivi e i vivi son morti – ci accompagnano finché possono per, poi, lasciarci camminare con le nostre gambe, perché nella vita del pensiero, e nella vita e basta, bisogna pur imparare a camminare da soli e, camminando camminando e cadendo e rialzandosi, ci si avvede ora di superare e ora di integrare i maestri ma, in realtà, non superiamo e integriamo loro ma noi stessi, con i nostri errori e le nostre verità, che, finché vivremo una vita pensante, saranno ancora da noi stessi superate e integrate. Nel moto crescente e decrescente della storia, tra alti e bassi, tra progressi e regressi, le verità stabilite, se furono tali, tali rimarranno, anche quando, vivi o morti, ci verranno incontro i nostri superatori e integratori, i nostri seppellitori che, forse, ci tratteranno senza tanti riguardi ma che pur dovranno fare i conti con se stessi e con la verità che, tra i passionali errori del mondo, si manifesta a tratti come un sole tra le nubi.

I ragionieri dell’universo

Quando l’amicizia tra Croce e Gentile finì come finì, il secondo prese a criticare il primo ricorrendo a un moto di spirito con cui definiva il suo pensiero la “filosofia delle quattro parole”. Lo faceva ad ogni piè sospinto, tanto che Croce, venendogli a noia la cosa, rispose per le rime in più di una circostanza, ma in una fu particolarmente puntuto. Fu quando non solo ricordò all’ex amico ed ex collaboratore che le “quattro parole” sono il bello, il vero, l’utile e il buono, e disprezzandole si qualifica se stessi e non gli altri, ma anche che, pensando quelle idee, si esercita il giudizio, che è ciò che l’umanità ha sempre fatto, non avendo bisogno di un ritrovato filosofico che Gentile, invece, amava somministrare promettendo, a chi si abbeverava alla sua fonte, la scoperta della verità. «Ha perfino pubblicato ora un opuscolo – aggiungeva Croce – per celebrare (questa la sua parola), il venticinquesimo anniversario del fausto giorno in cui poté dare a bere alle genti un primo sorso del suo famoso elisire»: quel giorno che – sono parole del filosofo dell’atto puro – «si permette di considerare una data importante nella storia del pensiero umano». È vero, Croce e Gentile collaborarono per un trentennio e andarono d’amore e d’accordo non perché s’intesero ma perché si fraintesero o perché in quel trentennio la discussione filosofica fatta di contrasti, contraddizioni e divergenze era proficua a entrambi, ma le divisioni divennero poi insanabili quando dalla filosofia si passò alla politica o, ancor meglio, quando la filosofia divenne politica e con Gentile andò al potere, mentre Croce la condusse all’opposizione. Ecco perché la critica di Croce a Gentile sulle “quattro parole” e sul “ritrovato filosofico” è decisiva: in ballo c’è la natura della filosofia, ossia la libertà di governare se stessi senza il tiranno statale o politico di turno.

La critica delle “quattro parole” era antica e faceva tutt’uno con l’altra critica mossa a Croce ossia quella che in fondo pure la sua filosofia dello spirito, anche se criticava i “sistemi chiusi”, la “filosofia generale” e il “problema fondamentale”, era un sistema e proprio quelle “quattro parole” o quattro forme stavano a dimostrarlo in modo palese. Croce, allora, si metteva sotto e diceva di non aver scoperto un bel niente e che il 4 non era aritmetica ma relazione, come il rapporto tra categoria e intuizione che si fa sintesi nel pensiero non è 2 ma, appunto, rapporto e tale rapporto – che è l’esercizio del pensiero che qualifica distinguendo – non è esclusiva del professore o del filosofo ma è proprio del pensiero «che è di tutti e in tutti», anche di un bambino. Tuttavia, è pur vero che proprio le categorie – che sono il valore dialettico della nostra sofferente libertà che ora è un fatto e ora un predicato – Croce le dovette riscoprire criticando il positivismo da un lato e l’hegelismo dall’altro e, soprattutto, le dovette riportare in luce a fronte «di uno o di più filosofi di mestiere».

Il filosofo di mestiere è sempre stato l’avversario dichiarato di Croce e nelle sue opere si trovano sparse qua e là caricature che non sono solo gustosa satira e saporosa polemica ma una seria critica perché mostrano che i filosofi di mestiere – i professori – il più delle volte pensano senza esperienza dei fatti, non muovono dalla vita e dalla storia ma dalla cattedra. I filosofi di mestiere credono, senza senso del ridicolo, di racchiudere in sé il pensiero, mentre altro non sono che «una frazione piccolissima dell’umanità pensante» e la filosofia di Croce, la sua cultura e la sua vita morale sono calate per intero in questa “umanità pensante” e pensante perché viva e sofferente e in lotta costante per vivere liberamente.

Ricordava Croce che, da quando il suo nome aveva acquistato notorietà come studioso, gli accadevano con una certa frequenza dei casi che, forse, erano degni di qualche nota. Insomma, spesso e volentieri riceveva manoscritti di questo o quel tale che chiedeva un giudizio sul suo nuovo “Sistema dell’universo”. Il mondo, si sa, è pieno di pazzi ed è bello e sano anche per questo, basta che i pazzi non eccedano e non si trasformino in scocciatori di oraziana memoria, il che purtroppo accade non poche volte. Sta di fatto che – notava Croce – tutti questi pazzi furiosi di costruzioni di sistemi con cui si vuol dare fondo all’universo sono solitari, tendono all’isolamento, non hanno interesse per le faccende umane, non hanno amore per la storia né riguardi per i pensieri degli altri uomini e si pongono, invece, “faccia a faccia” con il “gran problema” e combattono con il mostro per domarlo. Mettersi a discutere con costoro è affare disperato e la miglior cosa, come si fa con i pazzi, è assecondarli.

Croce lo sapeva per esperienza, soprattutto dopo «una gran paura che soffersi sette o otto anni fa», quando incautamente si mise a discutere con uno di questi costruttori e scopritori del mistero dell’universo e candidamente gli disse di non aver capito nulla del suo sistema e si sentì rispondere che, invece, la cosa era chiarissima e bastava afferrare la “losanga del pensiero”; al che Croce replicò che proprio la “losanga del pensiero” non aveva afferrato e così il volto del solitario costruttore del sistema dell’universo si scurì e il suo animo si agitò, tanto che Croce dovette rincuorarlo con parole di apprezzamento prima di congedarlo. Sennonché, qualche settimana dopo, Croce lesse sui giornali che proprio quel solitario pensatore che indagava sul mistero dell’universo, contrariato in un suo proposito dal suo superiore d’ufficio, aveva tirato fuori dalla tasca una pistola e si era sparato, cadendo privo di vita ai piedi del capo ufficio. Ecco perché da quel momento Croce evitò cautamente di contraddire gli autori dei manoscritti sui grandi sistemi dell’universo e se la cavava semplicemente suggerendo qualche lettura «o con la barzelletta che, se ci fosse un mistero dell’universo da scoprire, lo avrebbe già scoperto Platone, prima di loro». Ma perché parlare di questi pazzi o di questi illusi? Perché questi tipi curiosi che non mancano mai in ogni tempo ma che, forse, nel tempo della modernità e della tecnica sono più numerosi e agguerriti e più ingenui – e, aggiungeva Croce, se sono settentrionali sono ragionieri e geometri, se sono meridionali sono sfaccendati -, questi pazzi furiosi sono la manifestazione radicale, con annessa e spontanea satirica caricatura, della “filosofia generale” e del “problema fondamentale”. C’è da augurarsi, ma si tratta di una speranza vana, che tra gli studiosi di filosofia e i grandi professoroni non si coltivi più il gran problema fondamentale che un tempo fu dei teologi e che ora può essere lasciato ai “ragionieri e geometri in vacanza” e diciamo che la speranza è vana, perché ai nostri tempi ci sono grandi sacerdoti dell’essere e della tecnica al cui cospetto, forse, anche i simpatici costruttori di sistemi dell’universo che si presentavano a casa di Croce risultano più ragionevoli e più assennati.

Tutti dovrebbero lavorare a intendere, diceva Croce, non più «l’enorme mister dell’universo» ma i piccoli misteri che ci affliggono e ci turbano nei nostri giudizi perché la filosofia altro non è che storia e dalla storia sorge la vita che, lavorata e schiarita, si fa maestra di storia, ora nel pensiero e ora nell’azione, creando quell’unico mondo nel quale non solo viviamo ma aspiriamo a vivere fino a quando ne abbiamo gusto, forza e volontà.

Queste cose Croce scriveva in una “postilla” – Contro i sistemi definitivi – che si legge in Cultura e vita morale, un libro composto da «scrittarelli» nati «sotto lo stimolo di varie occasioni» e non c’è da stupirsi perché la vera filosofia, come la vera poesia, è tutta occasionale ossia nasce dalle necessità della vita. E proprio il circolo di “cultura e vita morale” – circolo che in quegli anni Croce aveva ormai teorizzato e messo in pratica sempre con maggior finezza – è evidente in questo testo ed è la cifra più autentica dell’opera di pensiero e di azione di Croce. Il filosofo, mosso dalla serietà della distinzione, avverte che, travagliandosi intorno ad alcune idee, si era reso conto che l’ostacolo da rimuovere era di natura morale e, all’inverso, prestando attenzione ad alcune dispute sociali e politiche, si accorse che i contrasti avevano la loro origine nella poca chiarezza o muovevano da pregiudizi e così, passando nel primo caso dall’analisi logica all’analisi etica e nel secondo dall’analisi etica all’analisi logica, sperimentava in sé medesimo l’unitatem spiritus.

Quelle postille tratte dalla «Critica» e quegli articoli comparsi sui giornali apparivano a Croce che licenziava le bozze già quasi estranei, perché il mondo corre rapido come il fiume di Eraclito «e spesso non facciamo in tempo neppure a dir male dei mali» ed è questa la nuova ed ennesima prova «che giova più attendere all’opera che indugiare nelle lamentele e nei rimproveri» e quindi, qui giunti, fedeli a questo stile che non si lamenta e non rimprovera ma lavora, ci preme sottolineare che quegli “scrittarelli” nati spontaneamente nel corso dei lavori del filosofo hanno ancora oggi, ad un secolo di distanza, la loro forza di verità che rampolla dalle pagine come dalla vita, dalle pagine vive, se si ripensa il dramma mentale e morale da cui nacquero come esigenza di libertà.

Cecchi, il serpente di mare e le alici

In uno scritto del 1919 Emilio Cecchi ricordava il proprio rapporto con Benedetto Croce e osservava d’averlo conosciuto qualche anno dopo la prima edizione dell’Estetica, quando «non era ancora famoso come ora che gli hanno confermato la fama anche a forza di vitupèri». Vitupèri? Sì, attacchi, offese, insulti gratuiti ora di matrice politica, ora di natura letteraria perché Croce con la sua posizione sulla guerra e con i suoi giudizi di critica non rendeva la vita facile né ai nazionalisti né ai giovani di belle speranze e li costringeva, loro malgrado, a fare i conti con la realtà e la verità e, cosa più ardua, con se stessi.

Emilio Cecchi aveva con il filosofo un rapporto speciale e non nascondeva d’aver avuto per Croce una «venerazione antica». Le sue parole sono significative: «Aspettavo un pomeriggio di essergli presentato, con un turbamento per nulla diminuito dal ricordo di qualche espressione bonaria ch’egli aveva avuto per un mio lavoro. Farò ridere i miei fratellini minori a parlare in quest’ordine di sentimenti?». In realtà, Cecchi non faceva ridere ma egli stesso sorrideva dei “fratellini minori” che «tutti si diedero alla filosofia: specialmente quelli che ci erano più negati» e Croce li guardava con «bontà distaccata e senza speranza» perché per tutti loro il filosofo non era solo un filosofo ma qualcosa di diverso: «Era l’uomo partito solo soletto in guerra contro l’incoltura italiana: l’uomo che aveva riallacciato solidamente la nostra tradizione filosofica al pensiero europeo; soprattutto era una specie di Carducci, uno che tornava a ripetere che bisogna essere e non parere: era un educatore». E qui è il dente che duole.

L’opera di educazione andò a buon fine e non andò a buon fine, come tutte le azioni di “buona educazione” e l’Italia anche allora non ebbe voglia di educarsi e così – notava l’autore di Pesci rossi con un modo di dire originale che dissolveva e riconduceva il problema alla sue vere dimensioni – «si ripresentò quel serpente di mare di tutte le volte che esce un grand’uomo e gli fu messo nome di dissidio fra Croce e i giovani: serpente di mare che ha dato e darà da scrivere a parecchi cronisti, finché uno si deciderà ad accorgersi che forse si tratta di un’acciuga». Proprio così: il dissidio tra Croce e la bella gioventù fu una tempesta in un bicchier d’acqua, non fu una cosa grossa se non per i giovani che davano troppa importanza a se stessi e alle loro irrequietezze, per i giovani che dicevano d’avere tanto da dire ma non si decidevano a dire, per i giovanotti che credevano d’essere degli squali ed erano delle acciughe, delle alici che, come accade sempre, finiscono fritte o in tortiera.

Croce aveva di Emilio Cecchi una bella e buona opinione e nelle lettere che gli scrisse non gli celò la propria idea sul cosiddetto dissidio con i giovani che lo stesso Cecchi prima presentò come un “serpente di mare” e poi declassò ad “acciuga”. Croce nella lettera 6 ottobre 1909 scritta da Raiano così si esprimeva nel post scriptum: «Avete visto che il Papini annunzia lui un’edizione del Campanella! Mi pare che il Papini, mettendosi a improvvisare una collezione di classici senz’essersi mai occupato né di critica letteraria né di testi né di letteratura italiana, dia prova di molta leggerezza». Come suo solito – e come gli riconosceva lo stesso Cecchi – Croce toccava il punto sul vivo quando parlava di “leggerezza” che qui è sinonimo di superficialità. Anzi, il filosofo nella lettera successiva del 7 agosto parlerà apertamente di superficialità di alcuni giovani sui quali aveva riposto speranze andate tradite.

Ma il tema del finto dissidio con i giovani è presente in tutte le lettere di Croce a Cecchi e il filosofo lo risolse alla propria maniera: «Vorrei che i giovani pensassero a lavorare». La questione del lavoro, del che cosa si fa nella vita, come ci si rende utili, cosa si fa per non poltrire è decisiva in Croce non solo nella sua vita ma anche nel suo pensiero. Per Croce il concetto di lavoro ha un eminente significato ermeneutico perché è attraverso il lavoro che si impara a conoscere sé e il mondo, a formare sé e a dare il proprio contributo di intelligenza e di volontà al mondo. Croce lo dice esplicitamente a Cecchi l’11 settembre 1911 sempre da Raiano: «Io a ogni giovane domando se lavora, e se lavora sul serio, e perciò utilmente; e lo abbandono solo quando mi convinco che la mia parola non gli giova in nulla». E aggiungeva: «Nei libri delle scuole elementari si dice che bisogna rendersi utili alla società. Ebbene, io ho, come motivo dominante, questo rendermi utile alla società». Ma i giovani di belle lettere e belle speranze che, dopo essersi nutriti e abbeverati al pensiero di Croce, si sentivano in dissidio con quel pensiero al quale chiedevano di soddisfare i loro bisogni senza rendersi conto che chiedevano una cosa che Croce non poteva dare perché ogni soddisfazione spirituale deve nascere, appunto, dal proprio lavoro, quei giovani irridevano i libri delle scuole elementari, leggevano D’Annunzio, naturalmente Nietzsche, ritenevano di essere chiamati dal destino a più alte esperienze e più alti ancora sentimenti, mentre Croce, che continuava a lavorare – “zappa e sarchia” disse Cecchi -, sembrava a loro ormai noioso e, naturalmente, superato. Avevano ragione? «Io credo che abbiano torto – dirà Croce a Cecchi -, e che farebbero bene a pigliare sul serio le massime dei libri delle scuole elementari. Ecco il dissidio». Ah, davvero insuperabile. E se ci fossero ancora i libri delle scuole elementari di un tempo faremmo bene a riprenderli in mano un po’ tutti.

La differenza era fatta dal lavoro, Croce lo sapeva e andava – anche “solo soletto” – per la sua strada e la sua vigna da lavorare perché la vita, l’«umana creta», ha bisogno prima di tutto di essere lavorata e nel pensiero di Croce è la verità stessa che diventa un lavoro da compiere. Ecco perché quando i “superatori” gli dicevano che il suo pensiero si era cristallizzato, fermato – come se avesse finito di pensare, anche questa insolenza tipicamente giovanile gli rivolsero -, egli giustamente diceva che in realtà si era come immobilizzato nei loro cervelli mentre era vitale nel suo, che era «il meno crociano di tutti i crociani». E, allora, una volta quasi sbottò e, alla fine di novembre del 1913 – a due mesi dalla morte di Angelina Zampanelli, «la sventura che mi ha così duramente colpito, e ha rimesso in problema i miei affetti e la mia vita», disse il 30 ottobre -, anche allo stesso Cecchi le cantò per bene: «Voi avete lodato non so qual progetto di storia letteraria che dovrebbe superare quella del De Sanctis. Ma fatela, per Dio, questa storia; e vedremo. Diceva Leopoldo Ranke: – In fatto di studii, non bisogna mai parlare di ciò che si deve o si può fare, ma bisogna fare».