Fine della letteratura siciliana? Considerazioni a partire da un volume di Giuseppe Traina

Autore di Maria Panetta

Il denso volume di Giuseppe Traina Siciliani ultimi? Tre studi su Sciascia, Bufalino, Consolo. E oltre (Modena, Mucchi Editore, 2014, pp. 118, eu 15, ISBN: 978-88-7000-639-1) raccoglie tre saggi dedicati a Sciascia, Bufalino e Consolo, e tre brevi scritti su Sciascia già usciti in precedenza su rivista o in atti di convegni, ma aggiornati per la pubblicazione, oltre a un’interessante introduzione del tutto ripensata per l’occasione.

La Prefazione di Giuliana Benvenuti definisce il volume un «atto d’amore nei confronti della grande tradizione letteraria siciliana o, se si vuole, della ‘letteratura in Sicilia’» (p. 9, come le citazioni che seguono), ma ne sottolinea opportunamente anche il senso di «interrogazione intorno alla contemporaneità», espressa soprattutto dall’introduzione di Traina, che sembra tracciare un bilancio della letteratura siciliana degli ultimi anni e quasi decretarne la fine (scandita anche dal silenzio prolungato di Consolo, dal 1998 alla morte, nel 2012), ma che, in realtà – come sottolinea la Benvenuti ‒, riesce a rintracciare una sorta di “filo rosso” che collega le opere degli scrittori siciliani a noi contemporanei. Continua a leggere Fine della letteratura siciliana? Considerazioni a partire da un volume di Giuseppe Traina

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Recensione di Enrico Regazzoni, “Una parete sottile”

Autore di Claudio Morandini

Una parete sottile di Enrico Regazzoni (Neri Pozza, 2014) è un romanzo ampio e lento. Lo è, volutamente, come è lento il movimento centrale di una sonata o un concerto, e lo è in quel modo estenuato, sospeso, di certi adagi sinfonici mahleriani: contiene guizzi, certo, inaspettate accelerazioni, fremiti, impazienze e rulli di timpano, per così dire, ma resta pensoso, assorto, rimuginante dall’inizio alla fine.

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Recensione di Paolo Piccirillo, “La terra del sacerdote”

Autore di Sebastiano Bisson

Agapito è un carceriere involontario, incastrato dalla sorte in un ruolo che non ama, ma a cui non sa opporsi, anzi ci si affeziona perché paradossalmente, grazie a quel deprecabile compito, egli trova modo di esprimere la sua umanità inaridita, come un compassionevole sadico che infligge ferite per poterle poi curare quasi con amore. Flori è la prigioniera, una donna umiliata, ridotta ad animale di riproduzione nella meccanica di un commercio immondo e crudele.

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