Recensione di Max Aub, “Gennaio senza nome”

Autore di Sara Coppola

Quando l’autore spagnolo Max Aub scrisse le otto storie che sono contenute all’interno del volume Gennaio senza nome, curato da Eugenio Maggi e pubblicato dall’editore Nutrimenti, forse non immaginava il tortuoso labirinto che le sue opere avrebbero dovuto percorrere prima di poter essere pubblicate e tradotte.

Aub, nato in Francia e trasferitosi in Spagna allo scoppio della Prima guerra mondiale, a causa del regime franchista visse deportazioni, detenzioni in campi d’internamento e un esilio forzato in Messico, e le sue opere, numerose e poco conosciute, soffrirono gli stessi drammi dell’autore e a loro volta subirono censure e soprattutto una sostanziale mancanza di pubblico. Questa mancanza fu causata dal regime stesso e dalla condizione di esiliato che Aub visse per molti anni. Il popolo messicano, infatti, fu accogliente con l’autore, ma questi scriveva di avvenimenti lontani, che non riuscirono mai a imporsi realmente all’attenzione del pubblico. Gli spagnoli conoscevano bene le circostanze e i fatti che egli raccontava, ma non poterono leggere i suoi scritti per decenni: il regime non solo lo allontanò fisicamente dal paese, ma lo tagliò fuori anche dalla letteratura. E il silenzio permase anche dopo la caduta di Franco: Aub dovette aspettare gli anni Novanta per essere recuperato e celebrato, e soprattutto per poter avere un proprio pubblico, quando finalmente venne riconosciuto come uno scrittore fondamentale dell’esilio spagnolo.

Le storie raccolte nell’antologia italiana sono tra le più caratteristiche dello stile di Aub e in esse leggiamo della vita autentica degli esuli repubblicani, la testimonianza cruda delle detenzioni e delle sofferenze di chi dovette abbandonare la Spagna franchista: vi troviamo, dunque, i dimenticati o, per meglio dire, i «tormentati». Questo termine viene utilizzato dal narratore della storia che dà il titolo all’intera raccolta: chi racconta, però, non è un essere umano, ma un albero, che narra ciò che accade attorno alle proprie radici. Vede le carovane di disperati spagnoli che tentano di scappare in Francia: l’effetto che ne deriva è straniante, e il lettore osserva con un filtro anomalo l’umanità che fugge e ciò che le accade.

Gli uomini sono percepiti come esseri incapaci di stare tranquilli, creature che non vorrebbero avere radici, ma nascono inesorabilmente con esse e non se ne liberano neppure nel mezzo di un esodo irruento. Presuntuosi e stupidi, con idee strane e contro natura, sono passeggeri che muoiono mentre tentano l’impresa perché «tarlati dall’esterno». Il racconto ha, dunque, un punto di vista alienante che fa riflettere maggiormente il lettore sulla natura umana, e questa è una tecnica che ben esemplifica lo sperimentalismo di Aub. Non è un caso, infatti, che sia proprio un albero a costituire la voce narrante: fondamentale è per Aub il processo della memoria di ciò che è stato, un processo continuo fatto, però, non solo di storia e realtà, ma di una natura partecipe e insieme distante, asettica; le tecniche narrative adoperate sono da avanguardia, con filtri stranianti, epifanie, immagini surreali ecc. Per Aub realismo e sperimentalismo vanno di pari passo: ossessionato dai dati raccolti durante tutti i giorni di detenzione, che lo obbligarono di fatto al ruolo di testimone, tuttavia non arrivò mai a una descrizione troppo immediata, quasi arida, ma valorizzò sempre quegli elementi che potevano arricchire la sua narrazione, connotandola sia sul piano della tecnica espressiva sia su quello generale dello stile. Ecco, allora, il lustrascarpe ingenuo e sprovveduto, sempre contento perfino della vita nei campi di concentramento: di lui, ultimo fra gli ultimi, Aub si serve per illustrarci, ad esempio, con ancora più disincanto e drammaticità, ciò che accadeva in quei luoghi di dolore storico e privato. «Le parole sono così povere di fronte ai sentimenti che bisogna ricorrere a mille trucchi per cogliere il riflesso della realtà», sostiene l’autore. Memoria e oblio corrono su sentieri paralleli: i tormentati non furono solo i detenuti dei campi, ma anche coloro che riuscirono a sfuggire a Franco e che, però, si sentirono alienati dalla storia e dagli uomini, disprezzati o anche solo dimenticati dai loro contemporanei. Racconti come Cimitero di Djelfa, Librada e Il colpo di grazia ne sono un esempio: chi si ricorderà dei morti, dei campi, di coloro che sono fuggiti, e chi leggerà gli scritti che ne sono scaturiti? E, se costoro verranno ricordati, saranno considerati traditori? Queste sono le domande che non riescono a svanire nella mente di Remigio, voce del Colpo di grazia: «Nessuno sa chi siamo stati, né tanto meno quello che siamo. (…) Usciva dai gangheri a pensare che la guerra spagnola non era più il centro delle preoccupazioni del mondo».

La prima antologia italiana dei racconti di Max Aub è una pregevole testimonianza, non solo della storia spagnola. Inutile ribadire l’importanza della memoria di avvenimenti spesso troppo poco conosciuti e che invece occorrerebbe recuperare con sempre maggior vigore; e, tuttavia, ciò che emerge con forza da questi scritti è soprattutto la comunanza che esiste fra i tormentati di ogni origine e provenienza, di ogni ordine e grado. I perseguitati e gli esiliati non sono diversi né per razza né per cittadinanza, né per le guerre che subiscono, così come i persecutori non adottano strategie di umiliazione e tortura così differenti, nonostante il trascorrere dei secoli e dei luoghi.

Questi scritti non sono, dunque, solo opere dettate dalle circostanze tragiche della storia, ma quadri che sembrano amplificare la crudeltà e la realtà della vita attraverso il caleidoscopio della letteratura: non soltanto dolorosi quaderni di memorie, ma racconti pregevoli per la loro sapienza letteraria. Le tecniche adottate da Aub sono frutto di una mente brillante che per tutta la vita non ha fatto altro che rielaborare il proprio vissuto e quello di tanti altri esiliati e detenuti per dare una voce forte, potente a chi era stato abbandonato e allontanato. Questa voce, sperimentando “narratori” non comuni, riportando una pluralità di voci e di pensiero, facendo diventare realtà ciò che era solo una vana speranza, diventa capace di far guardare in modo diverso all’umanità e alla storia stessa.

La scelta dei racconti di questa antologia italiana è, quindi, di grande pregio: nella poliedrica produzione di Aub, le narrazioni di Gennaio senza nome sono tra le più caratteristiche dello stile dell’autore e tra le più “contundenti” per un lettore che voglia entrare all’interno delle piaghe dell’esilio spagnolo. Un grande merito, dunque, va a Eugenio Maggi, curatore di questa antologia, e all’editore Nutrimenti per aver accolto e dato spazio alle voci di un esilio meno conosciuto di altri.

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