Recensione di Sergio Peter, “Dettato”

Autore di Claudio Morandini

«C’è una musica, delle volte, negli elenchi di cose che si fanno tutti i giorni e sono sempre le stesse, c’è come un ritornello negli errori di chi mischia italiano e dialetto, e io penso che queste siano cose da lasciar stare; come quelle frasi qualunque delle cartoline postali, dove tutto è racchiuso in poche righe» (Sergio Peter, Dettato).

In Dettato (Latina, Tunué, 2014), Sergio Peter raccoglie frammenti di memoria propria e altrui, e pezzo dopo pezzo costruisce l’affresco assai coerente di un microcosmo di montagna brulicante di vita e fatto di gesti ripetuti, piccoli momenti, condizionamenti stagionali, sguardi e stupori infantili, sentenziosità senili, aperture su ondulati paesaggi indecisi tra collina, montagna e sprofondamenti lacustri. Lo aiuta, nella perlustrazione degli angoli di questo microcosmo, una lingua duttile, intrisa di parlato, irrobustita nei ritmi sintattici e nei colori lessicali dal dialetto comasco; niente bozzettismo, nessuna indulgenza nostalgica nell’inanellare pensierini e riportare a galla ricordi – o meglio, la nostalgia c’è, ma è quella solenne di un nostos, che ripercorre gli spazi un tempo familiari e torna a dare nomi alle cose e ai luoghi e ad essi parla, in inaspettate apostrofi. L’infanzia detta pagine di limpida, precisa trasognatezza; le generazioni passate richiedono trascrizioni rispettose anche di cadenze e sospiri. La memoria di una vita faticosa è anch’essa laboriosa fatica, il ricordo non ha nulla del piacere consolatorio e un po’ melenso, è piuttosto testimonianza trasfigurata, stilizzata. Dettato è, insomma, esperimento felice nel suo elaborato e non casuale disordine, che è quello dei ricordi e dei pensieri, e frutto letterario già sapiente e maturo.

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