Recensione di Sparajurij, “Viaggiatori nel freddo”

Autore di Eugenia Barchiesi

L’inverno è sceso, il sole nella giornata di ieri ha compiuto il suo semicerchio più breve, dando il “la” alla stagione per eccellenza dell’introspezione. Giornate perfette per dedicarsi al libro di cui sto per parlare.

Per mesi ho lamentato una considerevole lacuna nozionistica riguardo al sostrato culturale russo; e Viaggiatori nel freddo si rivela, pagina dopo pagina, un racconto in grado di smentire con profondità e spessore gli stereotipi che – ahimè – sono dati per scontati da una grande fetta della nostra popolazione. Sparajurij – nome d’arte degli autori – in questo senso propongono un eccellente e vissuto approfondimento, un trampolino agevole e necessario per coloro che vogliono intraprendere un iter poliedrico ed erudito nei costumi dell’ex Unione Sovietica. Più un giornaliero di impressioni vaganti e saporite che uno strutturato lavoro narrativo; un caleidoscopio che, grazie a osservazioni personali, rivela molti oscuri angoli d’una Nazione grande come un continente.

Lo scorrere prosastico non segue una vera e propria fabula; piuttosto, la lingua, l’architettura, la storia e le testimonianze di artisti coevi evocano, attraverso un lessico scintillante e insolito, la condizione di uno Stato che, alla lettura, comprendiamo essere più complessa di quanto siamo abituati a pensare; e, pagina dopo pagina, si può saggiare quanto ancora non avevamo potuto immaginare: «In strada si respira un’aria pungente, limpida, la penombra dei lampioni e lo scricchiolio della neve sotto le scarpe invitano alla calma, a passeggiare per i vicoli intorno alla sua casa, nel quartiere Basmannyj, non lontano dalla via Pokrovka dove un tempo sorgeva Pokrovskie Vorata, la porta che rappresentava un varco nella “citta Bianca”. Belyj Gorod, la città Bianca, era il nucleo antico di Kitaj Gorod e della Piazza Rossa, così nominato per via delle Mura cinquecentesche in pietra bianca di cui ora non rimane più traccia» (p. 87). Scivolando, infine, in un microcosmo di abitudini letterarie e artistiche, dove a fondare la realtà sono parola e incontro; restituendo, anche, un fotogramma dettagliato proveniente dalle passate tradizioni: «Il caffè divenne un luogo di sperimentazione, uno spazio notturno, una sottile porta aperta del mondo. Qualcosa di analogo al cabaret Voltaire, fondato nel 1916 a Zurigo, culla del Dadaismo e laboratorio di un “pandemonio totale” per dirla con Jean Arp. La vita culturale moscovita si trasferì dalla via Abart all’arteria centrale della Tverskaja, dove la bohéme immaginista prendeva forma con “i cilindri e le scarpe laccate”. Ogni movimento, ogni gruppo letterario, aveva un locale di riferimento e frequentava altri spazi, tutti aperti nel giro di pochi anni e a pochi passi l’uno dall’altro» (p. 151).

Di tanto in tanto sono descritte le personalità dei poeti viventi ritratti nell’habitat che è loro proprio, fatto di sillabe alcoliche, prime letture, conviti e condivisioni: «Una serata letteraria, come tante altre, e come tante altre, col passare dei minuti e col passare dei brindisi per celebrare la poesia, l’amicizia, la bellezza, la solitudine, la neve, il porto di Odessa e gli Urali, i legami fra i commensali si erano consolidati a tal punto da provocare strette di mano, abbracci, stornelli, e confessioni». Per poi passare a un altro angolo dove splende la mente di una sconosciuta: «E che cos’è in fondo la poesia? Qualcosa o qualcuno che dentro di noi vuole disperatamente “essere” diceva Marina Cvetaeva. È il canto dell’anima» (p. 151).

I movimenti d’avanguardia sono descritti quale lavoro corale, momento raccolto e pieno di emozioni che riguardano le arti minori attorno alla scrittura, una delle quali è la traduzione. «In particolare oggi, che il testo ha un’origine infelice e una destinazione così remota, è come traghettare versi da una sponda all’altra del Lete, trasformarli in musica per fantasmi, dilatare l’eco fra due silenzi, in pratica: essere il mediatore di un conforto impossibile». Molti dei grandi intelletti che hanno animato il passato vengono analizzati attraverso una sintesi di abitudini e idiosincrasie; dettagli che avvicinano e scaldano i grandi nomi che – dall’altra parte del continente – sono sorti a rinnovare e illuminare i panorami letterari.

I molti visi e caratteri, tuttavia, concorrono a descrivere una cultura ancora appartenente alla cattività degli ultimi avvenimenti. «La rivoluzionaria Aleksandra Kollontaj sosteneva che l’amore esclusivo e assoluto verso un uomo rendesse schiave le donne perché l’uomo tentava di imporre il proprio io e di assimilare l’altra a sé stesso. In effetti Kollontaj partiva da lontano, affermando che il concetto di amore era mutato nei secoli. L’amore per i greci univa membri della stessa stirpe, era l’amore di una sorella, Antigone, verso il fratello. L’amore cortese era un sentimento che elevava spiritualmente e non interessava l’istituto del matrimonio. Solo con l’epoca borghese si sancì il legame indissolubile del corpo e dello spirito. Sarebbe cambiato anche nel novecento, alimentando il fervore della solidarietà o soffocando a causa dei ritmi di produzione. E in ogni caso, se Ksenja avesse intenzione di affinare il modello del Secolo d’argento, non avrei dubbi sul mio ruolo e non esiterei a ricalcare le parole di Majakovskij. A sentirmi vagabondo, impigliato tra nuvole e terra» (pp. 142-43).

Di tanto in tanto siamo chiamati a riflettere sulla teoria sottostante alla produzione letteraria, sull’estetica che costituisce ogni poetica: «La poesia è la lingua del futuro – è una lingua futura – di cui il lettore è responsabile come un primo lettore, ovvero come colui che raccoglie le possibilità di questa forma di enunciazione» (p. 91). Con molta lucidità si guarda fuori per descrivere il presente, non facile da inquadrare, dati gli squilibri che intercorrono fra le decisioni (e le motivazioni) strettamente governative e i mezzi di informazione. Una prima, vivida persona dà certezza d’autenticità: «Aleksej rientra in macchina e mi spiega che Putin vive in una dacia fuori Mosca e quando va e viene dal Cremlino chiudono tutta la prospettiva Kutuzov per ragioni di sicurezza. Benché la Russia non sia mai stato un paese provvisto di scarso culto della personalità, la scelta mi appare fuori misura. Come lo erano i cartelloni di propaganda che occupavano le città durante la campagna delle ultime presidenziali. Nabokov afferma che, in una democrazia che possa considerarsi tale, l’effige di chi è al potere non deve essere più grande di un francobollo» (pp. 118-19).

(fasc. 8, 25 aprile 2016)

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