Recensione di “19 domande su Benedetto Croce. Idealismo e altre idee”, Intervista a Rosalia Peluso, a cura di Valeria Noli

Autore di Renata Viti Cavaliere

Di Croce, come dei grandi autori della tradizione filosofica, si può parlare in molti modi. In monumentali monografie, in saggi esili magari più efficaci ma a volte superficiali, oppure in un volumetto contenuto per numero di pagine in risposta a diciannove domande. Quest’ultimo è il caso del breve testo dal titolo 19 domande su Benedetto Croce. Idealismo e altre idee, Intervista a Rosalia Peluso, a cura di Valeria Noli, con prefazione di Paolo Peluffo, per iniziativa della Dante Alighieri, in una originale nuova collana in senso alto divulgativa.

Ritengo che non sia solo una questione di numero di pagine, di mera quantità, neppure soltanto dell’intento di fornire un piccolo testo di più agevole fruizione, benché non sia certo sgradita l’occasione di una rapida lettura in treno o in terrazza al tavolino di un caffè, come suggerisce il prefatore Paolo Peluffo, vicepresidente della Dante. A lui si deve l’interessantissimo progetto di un’Enciclopedia infinita, che comprenderà interviste, “confessioni”, “pillole” in video, lezioni brevi, “manuali”, a sottolineare anniversari importanti per tener viva nel mondo la tradizione del “genio” italiano.

Perché proprio 19 domande? Perché no, egli risponde, se nel 19 viene evocato l’arcano di uno dei Tarocchi di Marsiglia, che rappresenta il Sole, «ovvero la luce dell’intelletto, la luce che svela la realtà delle cose e prepara alla fratellanza tra gli uomini». Nulla da obiettare, dunque, al fascino dell’occulto se mostra finanche l’essenziale dello stare al mondo e della comunità umana nel mondo.

Di Croce, come dicevo, si può parlare in molteplici modi, percorrendo diverse strade di avvicinamento all’opera monumentale del nostro grande pensatore del Novecento. Quel che, però, non si dovrebbe eludere, e che fa la differenza tra le migliaia di pagine e un testo breve di approfondimento, è la capacità di collocarsi “nel mezzo” di un pensiero, né all’inizio né alla fine (riprendo una celebre suggestione di Deleuze), ma proprio dentro l’Autore, quasi fosse una dimora in cui sentirsi a casa, un habitat dove non manchi nulla, men che mai la possibilità di dirsi a proprio agio dovunque, muovendosi con lo stato d’animo di chi ama l’altrove per tornare in sede ogni volta più ricco. Perché ciò sia possibile, anche e soprattutto nel labirintico mondo dell’opera crociana, occorre sentir l’eco di una scrittura che parla una lingua che è storia, la storia dell’Italia tra Otto e Novecento, tra cambiamenti epocali e riassestamenti tutt’altro che restaurativi del passato. Occorreva muovere da un’idea della filosofia che non macina astratti concetti, ma li fornisce in risposta alle condizioni storico-culturali, sociali e politiche del tempo che attraversa.

Rosalia Peluso giunge ben preparata a questa singolare intervista. Curatrice del Lessico crociano, stampato a Napoli nel 2016 in occasione del 150° anniversario della nascita di Benedetto Croce, con la Scuola di Pitagora editrice, ha vinto nello stesso anno il Premio Dante Alighieri per il contributo offerto alla diffusione del pensiero italiano. Il tema della lingua non è affatto secondario. Se ne parla talvolta con mille distinguo: si vuol far credere che l’aggettivo “italiano”, non riferito semplicisticamente a un’identità nazionale, debba escludere finanche una specificità culturale, tenuta nascosta, per presunte diffidenze o per una sorta di malinteso pudore. In realtà, per dirla in breve, la lingua materna è il fondo chiaro di ogni tradizione; la lingua è storia, ed è la lingua che dà il “carattere” ai tempi tra passato e futuro. Ciò vale anche per la poesia che è sradicata ma non deterritorializzata. La filosofia, poi, è da sempre nata entro un contesto storico da cui ha tratto vita e alimento. Possiamo, forse, intendere Platone se non lo collochiamo nella crisi ateniese del V secolo a. C.? Valga l’esempio luminoso del poeta-filosofo Leopardi, il quale nel tempo che fu suo (d’inizio Ottocento) con il Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica stigmatizzava l’intellettualismo e la civiltà della ragione astratta perché dannosi per la poesia. Da “italiano” rivendicava non già una mera appartenenza culturale ma la libertà di unirsi a tutti coloro che in Europa (romantici e non) fossero propensi a coltivare un’arte che “imita” la natura e che illude dilettando per il suo proprio carattere, contro i patetici sentimentalismi anche degli italiani suoi contemporanei. La poesia, diceva, non si rinnova con il richiamo a mode straniere, ma fissandosi nel proprio della nostra lingua materna connessa alle fonti latine e greche.

Stare nel bel mezzo di un’opera così vasta come quella crociana significa peraltro muoversi secondo un parametro di storia della filosofia suggerito dallo stesso Croce, il quale nel Contributo, gettando uno sguardo intorno a sé, ricordava che non vale immaginare un pensiero che “produca effetti” in maniera naturalistica, laddove occorre piuttosto concepirlo come collaborazione alla storia precedente e contemporanea. Di fatto, a lui si è guardato per lo più, da parte degli storici del pensiero novecentesco, attraverso lenti deformanti e qualche pregiudizio di troppo. Lo sottolinea Rosalia Peluso, che pure ha dalla sua il vantaggio o il privilegio barbarico, come preferisce dire, dovuto all’anagrafe e alla possibilità di una lettura più fresca e spregiudicata del filosofo. Tuttavia, non era davvero facile parlare di Croce in risposta a un dato numero di domande.

La statura egemonica di Croce nella prima metà del secolo scorso è stata letta finanche come una “dittatura”, fuorviando il legittimo diritto alla critica e alla “collaborazione” tra i diversamente pensanti. Antonio Gramsci, che di Croce lesse gli scritti con particolare acume e rispetto, consapevole delle critiche che gli erano state rivolte da ogni parte, sia dai positivisti sia dai neoscolastici o dagli idealisti attuali, divenne per gli storici posteriori il baluardo di un’impresa che non sarebbe riuscita, vale a dire il costituirsi di un’altra egemonia all’insegna dell’Anti-Croce. Quel che è mancato nella storiografia filosofica del Novecento è stato proprio lo spirito di collaborazione di cui vive il pensiero. Ancor oggi si fa il punto sul pensiero contemporaneo semplicemente trascurando il contributo della filosofia italiana del Novecento, quasi che non di altro si sia trattato in Europa nei tempi burrascosi tra le due guerre e nel secondo dopoguerra se non di fenomenologia e di heideggerismi. Per non parlare, poi, di alcuni palesi fraintendimenti. La Peluso ricorda, tra l’altro, l’annosa questione degli pseudoconcetti, dei concetti cioè astratti ed empirici di cui si servono le scienze esatte e naturali.

La tesi di Croce sul sapere scientifico riguardò la gnoseoprassi, che è funzione essenziale dello spirito nell’ambito della sfera dell’attività pratica, peraltro in linea con il dibattito epistemologico del tempo, di un Mach o di un Poincaré. La Logica, quella definitiva del 1909, non fu un attacco alla scienza, semmai fu una “liquidazione” della metafisica e in positivo la difficile proposta dell’unità di filosofia e storiografia, vale a dire l’esaltazione dell’antico tema del giudizio, (krino = ‘giudico’) calato nella realtà individuale e storica, da Croce indicato come «il sacro ritornello della logicità». La crociana «narrazione pensata dei fatti» in realtà non fu mai esercitata sulla base di uno statico sistema dei distinti.

Ancora nello spirito di collaborazione tra amici in discordia andrebbe riletto il rapporto con Gentile, non essendo stato un contrasto occasionale tra personalità diverse epperò convergenti nell’idealismo di fondo. La storia del loro rapporto, riveduta senza pregiudizi e partigianeria, ci parla dell’Italia nell’Europa dei conflitti mondiali, dal punto di osservazione di coloro che avevano fatto comunque della cultura una ragione di vita. Le Lettere tra i due filosofi sono un documento straordinario di amicizia e di inimicizia, comunque di umanità nel fiero confronto delle idee.

Gli aspetti dell’opera crociana che Rosalia Peluso mette particolarmente in luce sono, poi, i tre ambiti privilegiati del nostro pensatore, vale a dire l’estetica, l’etica e la storia. Tutti e tre attraversati dal concetto di Vita, in distonia con il vitalismo sfrenato e decadente d’inizio secolo. Vita che è storia, arte, moralità. Eppure, scrive la Peluso, smentendo l’immagine olimpica del filosofo italiano, «pochi come lui hanno tanto ragionato di “salute” e di “malattia” del tempo e della storia, al punto di delineare un vero e proprio “paradigma immunitario” ancora valido per interpretare la nostra contemporaneità». La Vita per Croce non è mai definitiva, è Realtà in movimento, è pregna di dolore, di dissipazione dell’animo, di quelle negatività che, se non possono essere narrate senza il positivo, pure ne costituiscono il grumo sostanziale. Il Vitale dell’ultimo Croce, nella sua cruda e verde fertilità, portava a compimento un concetto di vita che, come sottolinea efficacemente la Peluso, non è mai riducibile a mero biologismo, non è mai “nuda vita”, anche se può diventarlo in determinate forme di potere assoluto.

Il concetto di Vita gli consentì di non cedere alcunché al dualismo di natura e spirito, da sempre come ogni altro dualismo la bestia nera di Croce, il quale espresse ogni volta che fu possibile la sua gratitudine nei riguardi della logica dialettica che è logica della filosofia a partire da Platone fino a Hegel. Gli opposti contrari e distinti sono la legge del pensiero che pensa la vita e la realtà senza infingimenti, cioè senza le astrazioni o le finzioni del vuoto intellettualismo. Quindi la Natura, tolta all’esternità peraltro inaccessibile da ogni parte, finisce per essere dentro lo stesso spirito che palpita nell’arte, nella politica, nella storia.

Alle sapienti domande di Valeria Noli si deve la costruzione di un profilo del Croce che tiene insieme la bios-grafia del filosofo e le grandi questioni teoretiche e politiche del XX secolo. L’esposizione, certo, non trascura la cronologia delle opere pur sempre doverosamente rispettata, e tuttavia svolge analisi, lo ripeto, che attraversano i temi che più furono cari a Croce con la calviniana “leggerezza” di una lettura trasversale. L’estetica, e tutti i problemi relativi allo statuto dell’arte, non furono forse una costante nell’opera crociana, al punto di costituire la trama di un cammino anche tormentato di autocorrezione perpetua? Nei Primi saggi l’arte riduceva a sé la storia, e poi negli anni a venire la storia svelerà il suo canone estetico, se è vero che Croce rifiuta ogni metafisica storica e la mera storiografia scientifica in nome dei principi di libertà, spontaneità e autonomia, che sono i caratteri “artistici” del giudizio storico e della comprensione dei fatti particolari. Quel bagno di realismo ch’egli visse nello studio concentratissimo dei testi di Marx, di quelli conosciuti negli ultimi anni dell’Ottocento, lo indussero non a caso a propendere per un’originale interpretazione del materialismo storico, inteso come “canone empirico” della storiografia, scientifico nell’istanza economicistica da rifiutare e, tuttavia, pervaso dalla condivisibile ansia morale di liberare l’uomo dallo sfruttamento. L’etica, per dir così, svuotata dai patemi moralistici, che non si addicono alla poesia né alla storia e men che mai alla filosofia, pervade in Croce ogni aspetto della vita dello spirito nella formulazione di un amore per l’Universale che significa non altro che la capacità di andare oltre il mero autocompiacimento dell’individuo isolato. Per alcuni aspetti davvero cruciali, che questo volumetto tratta in scorci rapidi e molto efficaci, il pensiero di Croce ha segnato il secolo scorso più delle reiterate istanze di nuovi metodi o di astratti problematicismi. Valga qui la sottolineatura del concetto di Moderno che, in virtù della tradizione umanistica che ne è stata all’origine, non ebbe nell’opera crociana mai i connotati del “male” da correggere e superare. Moderno è sinonimo di emancipazione della ragione ˗ dice bene la Peluso –, dunque di conquista dell’immanenza, vera e propria “redenzione della carne”, cioè del sensibile, e al tempo stesso “eduzione” nel sensibile del vero nelle vesti del vichiano verisimile che è la storia nell’unità di filologia e filosofia. La fine della trascendenza comporta il riscatto del terrestre, la liberazione della storia dai teologismi e dai profetismi, e, per dirla tutta, la decisiva sconfitta almeno sul piano dottrinale dei totalitari paradisi in terra, aspiranti a chiudere i fatti nello sguardo troppo alto di un insieme improvvidamente semplificatorio e al tempo stesso a praticare in basso l’annullamento dei singoli. La dimensione etico-politica, stigma della religione della libertà, è, perciò, il segno caratterizzante degli scritti crociani, siano essi di estetica, di storiografia e anche di critica letteraria.

Al lettore si lasci ora il piacere del testo. Segnalo per finire alcune gustose pagine che in questo volumetto riguardano il rapporto di Croce con le donne e lo spiccato senso del filosofo per l’aneddotica, dovuto alla grande curiosità per il mondo umano e le sue stravaganze.

Nei confronti del femminile Croce tenne un atteggiamento contraddittorio o forse soltanto tipico dei tempi. Metteva l’accento sul positivo del “virile”, quando si trattava di stigmatizzare la tendenza romantica all’autobiografismo e in generale le decadenti sdolcinatezze di teorici e artisti, ma apprezzò sempre la poesia femminile, e con le donne visse in sincera armonia di affetti e di cultura, se si pensa ai suoi legami familiari (quattro figlie) e ad alcuni scambi epistolari molto significativi (per esempio il Dialogo su Dio con la Curtopassi).

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