Recensione di Andrej Longo, “L’altra madre”

Autore di Vittoria Russo

Andrej Longo è nato a Ischia e vive a Roma. Ha pubblicato con Adelphi nel 2007 Dieci, vincitore del Premio Bagutta, del Premio Chiara e del Premio Bergamo. Ha, inoltre, pubblicato Chi ha ucciso Sarah? (2009) e Lu campo di girasoli (2011), sempre con Adelphi. Con L’altra madre, Longo ha partecipato al Premio Napoli, arrivando in finale.

Il protagonista, Genny, è un adolescente ma già adulto: non frequenta la scuola, lavora in un bar del centro storico e spesso capita che il datore di lavoro lo mandi a consegnare qualcosa col motorino, d’altra parte «come lo porta lui il mezzo, non lo porta nessuno» (p. 22). È proprio questa sua “arte” che cambierà tragicamente la vita di Irene, madre e poliziotta. Genny viene, infatti, coinvolto da un amico in uno scippo in cui Tania, sua coetanea e figlia di Irene, perderà la vita. Da quel momento in poi, Irene deciderà di farsi giustizia da sola.

I personaggi del romanzo sono ben caratterizzati dall’autore. Ognuno di essi ha, infatti, un’identità ben definita e in maniera molto naturale si inserisce all’interno del racconto in cui il lettore viene catapultato fin dalle prime pagine, senza avere la possibilità di distrarsi. Tale effetto è dovuto a uno stile molto diretto e semplice, che riesce a rendere con una disarmante naturalezza la realtà nella quale i personaggi agiscono. Il lessico dell’autore si caratterizza anche per l’uso del dialetto, soprattutto nei dialoghi, molto realistici.

Sullo sfondo Napoli, ove il mondo idilliaco di Tania e sua madre viene sconvolto da una realtà spietata dalla quale emerge una visione apparentemente disincantata della vita stessa. È la realtà in cui vive Genny a prendere il sopravvento, un mondo di cui forse Genny non fa davvero parte.

La Napoli descritta dall’autore è divisa in due: da un lato si ritrovano i quartieri residenziali, le boutique, il mondo della legalità. Dall’altro lato, tuttavia, emerge la criminalità che si annida nelle vite delle persone, in quella di Genny per esempio. In generale, in tutto il romanzo si nota che ogni personaggio è “incastrato” nel ruolo che ritiene le/gli sia stato assegnato, e per questo risulta particolarmente difficile per il protagonista liberarsi dallo spettro della criminalità che sembra pervadere ogni cosa.

Spesso accade a Genny di non riuscire a vedere la bellezza della propria città, poiché le vicende che gli accadono sembrano sommergerlo: «se il ragazzo sul motorino tenesse il tempo di guardarlo, vedrebbe il mare» (p. 12). La violenza della vita ha tolto a un ragazzino di sedici anni il tempo di fermarsi per guardare l’orizzonte.

Si trova, a mio avviso, nella personalità e nel carattere del protagonista una sensibilità particolare, che può essere considerata la chiave attraverso la quale leggere e interpretare l’intero romanzo. Alla sensibilità di Genny corrisponde quella del personaggio che Longo mette in rilievo nel titolo: L’altra madre del ragazzo diviene, infatti, Irene, nonostante le numerose vicissitudini tra i due personaggi.

Irene è una donna forte; tuttavia, dopo la morte di sua figlia Tania, non riesce più a trovare un senso nella propria vita. È per questo motivo che alla razionalità della poliziotta si sostituiscono l’impulsività e l’istinto di una madre ferita: deciderà, infatti, di cercare e trovare quel ragazzino che le ha tolto per sempre sua figlia, per dargli una bella lezione. Il rapporto tra Genny e Irene è complicato e, in alcuni passi del romanzo, supera i limiti della ragionevolezza: difatti, Irene metterà a dura prova il ragazzino, per fargli capire (a modo suo) le gravi conseguenze che una rapina “finita male” può generare. Tuttavia, il loro rapporto diventerà sempre più intenso, fino a quando Irene non dovrà fare i conti con la vera madre di Genny, gravemente malata. Le gravi condizioni di salute della madre di Genny porteranno Irene a riflettere sulla sofferenza che la accomuna al ragazzino, al quale rimarrà necessariamente legata.

La particolare sensibilità di Longo resta marginale rispetto alla violenza della vita e alle conseguenze delle azioni che con prepotenza si fanno spazio tra le pagine del testo. Eppure, il suo punto di vista emerge dalla dedica: «a Lucy, ai miracoli della vita». Nella prepotenza della vita è necessario scorgere i “miracoli”, come l’autore sembra sussurrarci.

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