Recensione di Angelo Manitta, “La ragazza di Mizpa”

Autore di Carmine Chiodo

Angelo Manitta, come è noto, è un infaticabile critico letterario, poeta, romanziere: una personalità significativa della letteratura italiana contemporanea. Varie sue opere sono tradotte in lingue estere (come questa, La ragazza di Mizpa, Il Convivio editore 2017) e ancora in lingua slovena è stata di recente tradotta La chioma di Berenice.

La ragazza di Mizpa (Το κορίτσι της Μίσπα) è un canto molto riuscito e omogeneo in ogni sua parte. In esso si trovano i quattro elementi della natura, acqua, aria, terra, fuoco, presentati con apporti metaforici che rendono viva la stessa opera; similitudini, analogie e simboli sono usati, infatti, dal poeta per indicare e rendere visibile lo stato interiore di un genitore che ha perduto la propria figlia. Ma ciò che colpisce in questo felice canto è come Angelo Manitta mostri i sentimenti di quel padre infelice, ricorrendo a elementi naturali o a oggetti reali (come i fiumi), oppure descrivendo il loro susseguirsi, con tutto ciò che determina. Un canto, questo, che prende interamente l’attenzione di chi legge sin dal primo momento.

In quest’opera l’autore trae lo spunto da un capitolo del libro dei Giudici (Gc 11, 29-40). La storia è ambientata e si svolge a Mizpa, in Palestina, dove, in epoca lontanissima, Jefte sacrifica l’unica sua figlia dopo aver conseguito la vittoria sugli Ammoniti.

Ciò che colpisce chi legge sono le immagini che si incontrano, e si tratta di immagini «dinamicamente belle». Questo per esprimere il mondo sentimentale di quel padre, il suo dolore per il sacrificio della figlia, ma pure l’atteggiamento di questa, che ha piena consapevolezza di dover morire. Monti, foglie, piante, fiori, neve etc. sono simboli che dicono ampiamente il dolore che avverte l’anima del padre.

L’opera è armonica, ben congegnata e tessuta. E al riguardo non resta che fare delle opportune citazioni: «Il sole fende il cielo, / la luna si sazia di stelle. / I giorni e le notti scandiscono / il tempo alla ragazza / di Mizpa, che percorre sperduti / sentieri. Un altare di muschio / spegne la sua ansia, ma la quiete / s’ammanta di morte (…)» (La ragazza di Mipza, p. 22).

Da sottolineare, inoltre, il ritmo poetico della silloge, sempre aderente alle cose rappresentate, un ritmo che mette bene in evidenza dubbi e tormenti di padre e figlia: «La mia anima è divisa a metà: / quella dell’uomo che mi spinge / all’oblio e quella di padre / che mi spezza il cuore» (La mia anima, p. 28); «Speravo giorni felici, / ma la spada tagliente dell’esistenza / danza sulle mie carni sfaldate» (Soffio fugace, p. 34); «Anch’io vorrei librarmi in cielo, / planare con le ali polverose sui grattacieli / di latta e di cartone, corrodere il ferro / rombante dei ponti, bere l’acqua / pura dei fiumi, succhiare il nettare / e sparire nel vuoto se l’imperterrita rete, / che non riesco a schivare, mi si rivela elastica / tela intrecciata da indocile mano» (Immaginazione, p. 46).

Come accennato, ovunque è presente la natura, che riflette i pensieri dolorosi dei due: «Ma l’aridità / della sabbia cinerea è l’aridità / dell’essere umano»; «(…) Ed abbraccio tramonti / per ascoltare sospiri / d’usignoli e penetrare con gli occhi / nudi paradisi di lacrime, / mentre vecchie gazze squittiscono / sui tesori nascosti» (Immobile stilita, p. 14). Ecco ancora il padre che parla con se stesso, padre disperato, e poi la ragazza che non potrà più provare gioia nel vedere i colori dell’arcobaleno, oppure, in primavera, nel percepire gli odori delle piante in fiore, perché sono sopraggiunte sensazioni di morte. Ormai, nell’anima regna il gelo.

In questo canto c’è un continuo mescolarsi di vita e di morte, come pure s’alternano varie e mutevoli sensazioni, emozioni, suggestioni, dolori, segnali di distruzione. Ecco l’agave ferita, tra i sassi «adamantini dell’Etna», il «crudele Averno», e poi ancora sentimenti che si mescolano con la paura, il citiso fiorito che «inonda l’aria e i sogni»; «ma il ruscello non risale la china / anzi travolge petali / d’oleandri e adorna ninfee / che soffiano su mobili felci / o si pascono d’oblio, musiche / d’astri in quell’attimo / sfiorano voli di farfalle / e sciolgono paure di elfi / tra albe desiderate e smorfie / pallide di muri» (Cocci di vaso, p. 48); «trilli di grilli fluttuanti / nel buio (…)» (Crogioli di speranza, p. 52); «viso di fiore / di malva»; «sospiri di melograno».

Conclude la silloge la poesia Attesa: «(…) Intanto robot annullano / voraci immortalità e cieli / stellati s’adornano di freschezze / e mandorli fioriscono tra danze / sacre di silfi» (p. 74).

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