Recensione di Charles-Ferdinand Ramuz, “Ricordi di Igor Stravinskij”

Autore di Claudio Morandini

Più di una volta ho scritto dei Souvenirs sur Igor Strawinsky di Charles-Ferdinand Ramuz come di un testo per me fondamentale, un essai sull’amicizia nel suo farsi e disfarsi e il racconto di un sodalizio artistico tra i più importanti del Novecento; ho anche lamentato che nessuno l’avesse mai tradotto in italiano. Almeno su quest’ultimo punto non dirò più nulla, perché in questi ultimi tempi sono uscite ben due traduzioni, una di Massimo De Pascale per Castelvecchi (con il titolo un po’ fuorviante di Stravinskij) e una di Roberto Lana per la collana «Ricercare» delle edizioni Orthotes. Mi concentrerò su quest’ultima edizione, basata su una nitida, efficace trasposizione in italiano del francese proverbialmente ostico di Ramuz (in quest’occasione meno ispido di quello dei romanzi, va detto).

Si tratta di ricordi, appunto, di “souvenirs“: questa è la materia del denso libretto di Ramuz scritto nel 1929, quando ormai l’amicizia e il sodalizio sono finiti, Stravinskij è altrove, spinto dalle circostanze storiche e da un’inquietudine molto cosmopolita mentre Ramuz è rimasto dalle parti di Losanna. Lo scrittore svizzero ora rievoca la presenza del compositore russo in terza persona, ora si rivolge a lui dandogli del “voi” in lunghe apostrofi come si fa tra persone perbene che non hanno conservato legami troppo stretti; ora, e sono pagine di toccante sintonia, passando al “noi”, quando si racconta di eventi vissuti e assaporati assieme, di esperienze condivise da entrambi allo stesso momento e con la stessa forza. I Ricordi sono sia una testimonianza sia una lunga lettera che si tinge di enfasi (sempre un po’ ruvida, come era nello stile di Ramuz) e di perorazione e talvolta di rammarico, ed è difficile distinguere le due parti, né lo vorrebbe l’autore. Colpisce la fedeltà alla memoria dello svizzero in rapporto al distacco praticato dal russo; come se per Stravinskij, nell’eccezionalità delle opere a cui i due hanno lavorato assieme (tra le quali Les noces e l’Histoire du soldat), il contributo di Ramuz fosse stato tutto sommato poco significativo. In realtà, per quanto Ramuz abbia lavorato alla trasposizione in francese di testi russi, il dialogo tra i due artisti è stato fecondo, e la vicinanza dei due si è colorata di una profonda, per quanto effimera, simpatia. Ramuz aveva molto da dare al russo, con la sua lingua scabra, dissonante, improntata alle cadenze del parlato, e il suo contributo non si è limitato al solo tradurre e adattare preservando ritmi, ma è entrato nel vivo della creazione, ha finito per sondare assieme al compositore il legame misterioso della parola con la musica.

Diversi l’uno dall’altro per temperamento e formazione, i due erano però uniti – oltre che da amicizie comuni e da un bel gusto per la vita – da una robusta avversione per ogni accademismo, e da un’idea artigianale, viva, anche sperimentale, della creazione artistica. Les noces, poi, sembrava davvero, come tematiche e situazioni, alla confluenza dei mondi espressivi di entrambi. Ramuz ammira nel compositore la precisione maniacale, l’ordine, la calligrafia, il dominio del caos della vita, mentre lui si sente, con schietto understatement che è anche, a leggere tra le righe, una dichiarazione di poetica, «un semplice vignaiolo (in realtà un vignaiolo senza vigne…)».

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