Recensione di Concita De Gregorio, “Cosa pensano le ragazze”

Autore di Vittoria Russo

Concita De Gregorio è nata a Pisa nel 1963 e già negli anni universitari ha iniziato a lavorare presso radio e televisioni locali. Dal 1990 (con una pausa dal 2008 al 2011, in cui è stata direttrice dell’«Unità») è editorialista presso «La Repubblica». Ha pubblicato nel 2001 presso Laterza Non lavate questo sangue. I giorni di Genova, un diario dei fatti accaduti a Genova durante il G8 del 2001. Nel 2006 per Mondadori è uscita Una madre lo sa: l’opera è stata tra i finalisti del Premio Bancarella dell’anno successivo. Nel 2015 l’autrice è stata insignita del Premio Fabrizi, assegnato a tutti coloro che, mediante ogni strumento di comunicazione, difendono i valori della Costituzione, della Resistenza, della Liberazione e dei Diritti Umani. Dal 2013 al 2016 Concita De Gregorio ha condotto il programma letterario Pane quotidiano su Rai 3.

Cosa pensano le ragazze (Einaudi 2017) è la sua opera più recente: «una mappa per decifrare le ragazze del nostro tempo, un amuleto per non perdersi, un antidoto alla paura». L’autrice con estrema lucidità genera trentotto racconti tutti al femminile, che nascono da una serie di interviste fatte nell’arco di due anni a donne italiane, soprattutto giovani donne. Non mancano, tuttavia, donne più mature, anziane e bambine.

I racconti prendono le mosse dalla realtà, dalle storie autentiche delle intervistate, per poi passare al piano dell’immaginazione, alla libertà dell’autrice di fare propria la vicenda, immaginando particolari e situazioni. Nel modo di descrivere le loro storie, si ravvisa una vicinanza da parte dell’autrice e ciò viene confermato nella Nota al testo in cui scrive «le conosco tutte: come se fossero parte della mia vita, e lo sono», tenendo a precisare il legame instaurato con le intervistate nell’arco di due anni. Perciò, l’autrice può permettersi di fare proprie le loro vicende, di immedesimarsi, di estrapolare un particolare e farne il tema centrale di un intero racconto. E, inoltre, la foto in copertina (si tratta di uno scatto dell’autrice stessa) esplicita il legame instauratosi, rendendolo autentico. L’immagine ritrae Fotinì, una delle mille donne intervistate, con gli occhi fissi all’obiettivo: il suo sguardo magnetico cattura l’attenzione dei lettori e sembra voler implicitamente connettersi con loro, creando un ponte che permette di accedere ai pensieri e alle vite delle trentotto protagoniste di questi racconti.

La giornalista ha rivolto a tutte le intervistate le medesime domande che riguardano i temi più disparati: cosa le rende felici, cosa ritengono importante, cosa fare per conquistarlo.

I racconti, scritti con uno stile lineare, incisivo e molto semplice, sono divisi in cinque parti. Ognuna rimanda a un tema generale, a una nota dominante. Si ravvisa, pertanto, un’eterogeneità di temi, quali l’amore, il delicato rapporto con l’altro sesso, il coraggio, la famiglia, i figli. È proprio la varietà dei temi affrontati dall’autrice che impedisce, tuttavia, di approfondire un determinato argomento, perché in maniera molto disinvolta si passa da uno all’altro. In quest’ottica i racconti appaiono come squarci che si aprono su particolari della vita delle donne.

Hanno, in particolare, catturato la mia attenzione due racconti della terza parte, Girini e Compiti, nei quali con potenza viene esplicitato il tema dello “smarrirsi”: con una semplicità disarmante, l’autrice introduce il lettore nel mondo delle protagoniste, delineando i momenti e le sensazioni del loro smarrimento, del loro annullarsi, della loro incapacità di comunicare con gli altri e del successivo riprendersi la propria vita, fare chiarezza sulle cose e “ritrovarsi”. Questo tema rimanda inevitabilmente a quello del coraggio, al superamento delle proprie paure, al disinteresse per i giudizi degli altri.

Nel racconto intitolato Coraggio, Jasmine (la protagonista) collega il termine “coraggio” all’innamorarsi: quando l’autrice le chiede cosa significa essere innamorati, la ragazza risponde «È qualcosa che ti rende più forte. Ti fa tornare la speranza in tutto. Ti rende coraggiosa» (p. 72). Del resto, com’è noto, il termine “coraggio” viene dal latino e nasce dall’unione del sostantivo cor-cordis con il verbo ago; pertanto, il significato primo di coraggio vuol dire ‘agire con il cuore’.

In virtù di ciò, appare chiarissimo il senso stesso dell’opera: senza molte pretese, Concita De Gregorio sprona il lettore a riflettere su una moltitudine di situazioni e di storie tutte al femminile, da cui si evince l’importanza e la necessità di “agire con il cuore”, di oltrepassare gli stereotipi, di emanciparsi, di ribellarsi in un’epoca in cui le donne sono calpestate, discriminate, sottoposte a violenze di ogni tipo. Traspare con assoluta leggerezza l’importanza di venire a conoscenza non solo delle loro storie, ma anche di “cosa pensano le ragazze”.

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