Recensione di Dan Brown, “Inferno”

Autore di Valeria Cardarano

Autore già consacrato di bestseller di fama mondiale, Dan Brown torna a imporsi nel panorama letterario con la sua nuova creatura, Inferno, spettacolare atto delle rocambolesche avventure di Robert Langdon. L’esperto di simbologia della prestigiosa università di Harvard che i lettori di tutto il mondo hanno imparato a conoscere è ancora una volta inconsapevole protagonista di un affascinante quanto torbido enigma che trae origine da una macabra rivisitazione dell’intramontabile cantica di paternità dantesca. Chiave di lettura privilegiata per la risoluzione di un inquietante quesito che rischia di minare le basi su cui si fonda l’intera comunità mondiale si rivelerà essere, dunque, il poeta fiorentino, fiore all’occhiello della letteratura italiana.

Romanzo d’azione, Inferno si apre in media res catapultando il lettore nelle pieghe di una realtà che si preannuncia davvero infernale: il metodico professor Langdon, vittima di un inspiegabile attentato, si ritrova convalescente per una ferita alla testa in un’angusta stanza d’ospedale dalla cui finestra s’intravede l’inconfondibile profilo della maestosa cupola di Brunelleschi, a Firenze. Colto da incomprensibili incubi demoniaci che gli sconvolgono la memoria e turbano i suoi sensi popolandoli di inquietanti visioni nelle quali campeggia l’immagine di una donna dai capelli argentei che implora aiuto, stretta dalla morsa della Morte Nera (simbolo dell’epidemia di peste che flagellò l’Europa medievale nel Trecento), Langdon, scortato dall’ambigua e tenace dottoressa Sienna Brooks, affronterà l’arduo compito di ricostruire gli avvenimenti alla ricerca di una spiegazione razionale.

Tra le strade caratteristiche di una Firenze dal volto inedito e dai contorni talvolta spettrali, in bilico fra la bellezza dell’arte millenaria che l’ha resa celebre e il terribile monito che tenta di riaffiorare dagli abissi per mettere in ginocchio l’umanità, Langdon cerca la verità nascosta nei meandri di Palazzo Vecchio, tra il leggendario corridoio del Vasari e le statue che popolano il giardino di Boboli, interpretando la simbologia perversa che emerge dai capolavori più affascinanti del nostro patrimonio artistico, da Leonardo a Botticelli. È così che l’accademico inglese, in un’estenuante e a tratti commossa ricerca del vero, si districa pericolosamente tra amicizie pericolose e attentati, tra raggiri insospettabili e minacce apocalittiche, scoprendo l’esistenza del Transumanesimo, movimento culturale che auspica l’affermarsi del binomio scienza/tecnologia, al fine di proiettare la specie umana verso orizzonti evolutivi non ancora contemplati dalla genetica, e del Consortium, organizzazione gerarchica senza scrupoli pronta a tutto pur di tutelare gli interessi dei clienti che si affidano ai suoi servigi. Tra questi Bertrand Zobrist, affascinante genetista che elabora teorie apocalittiche per redimere, mediante lo sterminio di massa, ciò che resta di un’umanità in evidente affanno.

Un romanzo di larghe vedute che cattura il lettore fin dalle prime pagine, costringendolo a confrontarsi con la realtà: una battaglia fra etica e utopia che ridisegna lo scenario di un’umanità agonizzante e rende più indistinto, come ricalcando un’ottica nietzschiana, il confine già labile tra bene e male. Una sapiente commistione di arte, storia, codici, simboli e amore per il thriller, tanti elementi che si amalgamano con una forza icastica, forse, senza precedenti nei lavori di Dan Brown che, per l’occasione, libera il campo da scomode verità religiose e focalizza il proprio sguardo acuto sull’individuo e sulla realtà che lo circonda.

Un romanzo che vuol essere, dunque, finestra aperta sul futuro oltre che spietata metafora di un’esistenza precaria e illusoria che l’uomo, in bilico tra autoaffermazione ed esorcizzazione delle proprie paure, giungerà, paradossalmente, a mettere in crisi con la sua stessa presenza.

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