Recensione di Danilo Soscia, “Atlante delle meraviglie”

Autore di Eleonora Daniel

Compresi che tutto quanto può essere detto è eterno.
(D. Soscia, La sepoltura dei morti, in Id., Atlante delle meraviglie)

Danilo Soscia apre il 2018 di Minimum Fax con il proprio Atlante delle meraviglie. Sessanta piccoli racconti mondo.

I sessanta racconti che compongono la raccolta si presentano al lettore in un continuum vorticoso e i protagonisti che a mano a mano emergono dal turbinio sono molto diversi tra loro: personaggi del mito e dell’epica omerica, della tradizione biblica, animali, uomini più e meno comuni etc. Non è un caso, dunque, che in apertura si trovi proprio l’elenco delle personae che si susseguiranno durante la lettura: personae, persone e personaggi, rappresentazioni di sé e maschere dell’altro da sé. La lista ricorda quella dei protagonisti in un copione teatrale, a suggerire l’idea che la narrazione stessa sia un dramma: lo spettacolo del mondo, spesso grottesco, in cui ciascuno dipinge la propria geografia.

Il narrare di Soscia si pone, dunque, anzitutto come costruzione geografica e creazione ininterrompibile, perpetua, labirintica. E, come il Dio del racconto La Genesi, così il Dio-Narratore scopre con sconcerto di «non riuscire a finire ciò che egli stesso aveva iniziato» (p. 222): le storie si moltiplicano incastonandosi in altre storie, prima che le pagine passino al lettore, novello Adamo, cui spetta il compito di creare nella lettura un secondo mondo a propria immagine e somiglianza. Ad aiutarlo in questa creazione entrano in gioco i paratesti. I due indici in chiusura del libro, infatti, dividono i sessanta racconti che compongono la raccolta per nuclei tematici o per luoghi di ambientazione e consentono al lettore di affrontare il viaggio tra le pagine seguendo diverse traiettorie: Atlante delle meraviglie si rivela, così, una raccolta ibrida, quasi un florilegio apocrifo, libero di essere sfogliato senza alcun vincolo strutturale.

A questa prima idea di scrittura come creazione se ne associa, non troppo paradossalmente, una seconda: quella di narrazione come inumazione. E a quest’ultima quella di lettura come riesumazione. Ciò, per la natura dei racconti, per cui lo scrittore riesuma e, scrivendo, di nuovo seppellisce il mondo nel testo, passando poi la “pala” al lettore – «ogni reperto rappresenta in sé un’epifania», ha spiegato Soscia su «Il Libraio», il 31 gennaio scorso –; ma anche per i contenuti stessi. La morte ha, infatti, strettamente a che fare con buona parte dei testi, e la predilezione dell’autore per la prima persona complica il quadro: chi parla non solo appartiene a un passato che va disseppellito da secoli di storia e dalla sua immagine canonica (compare persino un Hitler dio dei conigli), ma spesso richiama egli stesso, esplicitamente, a fine racconto, la propria condizione di morto, trasformando il lettore in una sorta di medium ignaro.

Molto interessanti sono le derive che nel quadro descritto prendono il mito e la scrittura testamentaria. I riferimenti a questi due mondi sono reliquie, «parte di un corpo assente, che va immaginato e rievocato», come ha rivelato Soscia il 26 febbraio 2018 in collegamento telefonico a Lituraterre, programma radio di informazione letteraria e novità editoriali dell’Università Statale di Milano. Ecco, dunque, che la rievocazione, lungi dall’essere processo lineare o schietta riproposizione del già noto, si trasforma in una riscrittura provocatoria, in grado di plasmare intorno alla reliquia un nuovo corpo. Il labirinto in cui Teseo è costretto a muoversi diventa, così, «un insieme fitto di capanne» (Dio notturno, p. 19), le domande poste dalla sfinge a Edipo si scoprono essere state due (Edipo e la moneta), Abramo uccide Isacco dopo che la voce di Dio ha tuonato dall’alto una similparabola di donne e carri armati (Carro armato) e Lazzaro risorto è una bambina che nessuno può riconoscere e rende nulli gli sforzi di Gesù (Simulacro).

Un’ultima considerazione riguarda le discendenze dell’opera. Citati nella bandella compaiono, probabilmente un po’ scomodi, Mari e Manganelli. Esiste di certo qualche strizzata d’occhio (soprattutto tematica) al primo, mentre il richiamo al secondo sembra più dovuto alla costruzione di piccoli nuclei narrativi, affine alle miniature di romanzo di Centuria. Ben lontano da entrambi risulta, invece, lo stile di Soscia: la sintassi dell’Atlante è lineare e piana, la sua potenza è tutta affidata agli accostamenti inattesi (spesso incipitari) e alla precisione lessicale che a volte si apre in squarci più lirici.

Forse, parlando ancora di discendenze, la centralità del tema mortifero e la riscrittura di storia e mito potrebbero per certi versi ricordare l’Alberto Savinio di Casa «la Vita». Una cosa è, a ogni modo, certa: Danilo Soscia si inserisce nella tradizione del racconto italiano, mostrando il «potenziale inesauribile» (Andrea Caterini, «Il Giornale», 21 gennaio 2018) di questa oggi spesso trascurata forma di narrazione.

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