Recensione di Francesco Curto, “Da Francesco a Francesco. Voci dalla periferia dell’umano”

Autore di Carmine Chiodo

Francesco Curto, poeta calabrese-perugino è una voce assai originale e autentica. Da anni seguo e leggo la poesia di Curto e non mi ha mai deluso: l’ho trovata sempre ricca di pensieri e di sostanza, caratterizzata da chiarezza espressiva e da versi ricchi di significato spirituale, sociale.

Ormai, Curto ha un posto di spicco nella poesia odierna. Sono d’accordo con Francesco Allegrini quando definisce questa raccolta «una poesia tesa all’ecologia dello spirito» (p. XV). Francesco Curto nel corso del tempo non è venuto mai meno alle sue convinzioni e idee di fondo, al suo saper rendere in versi gli aspetti quotidiani, le problematiche del nostro tempo, la condizione dell’uomo, il suo sentire, il suo paese natale, i suoi amici, i suoi cari, l’ambiente in cui è vissuto: quello calabrese di Acri.

La poesia di Curto ci conquista subito, fin dai primi versi: «Ho vissuto di sogni amando l’utopia/ a sera il cuore è pieno di affanni» (Preghiera, p. 3); «Anche quest’oggi il mare ci consegna/ un carico di gente disperata/ di bocche asciutte che non hanno niente/ occhi sperduti senza più domani./ Anche oggi il mare ha preso il tributo/ e ha vomitato sulla spiaggia i morti» (Dannati, p. 5); «non possiamo ammuffire/ nella vostra arroganza/ c’è bisogno di rapporti sereni/ c’è bisogno di amore» (C’è bisogno di altre vie nel mondo, p. 19). Bastano questi versi citati per dirci lo spessore, la statura del poeta.

Il titolo della silloge è molto significativo: il poeta Francesco è assai vicino a Papa Francesco, difensore degli ultimi, degli emarginati, dei poveri.

Con il passare degli anni l’uomo Curto ha “abbassato” i toni della propria poesia, trattando di certi temi sociali, ma resta sempre coerente con le proprie idee, con profonde convinzioni: «Non m’importa sapere/ dov’è ora dio/ sono io quel figlio/ che porta la sua croce» (Non m’importa, p. 20); «I signori della guerra/ i padroni della terra/ giocano con la vita/ degli altri e non perdono mai» (Sento il tuo pianto, p. 7): «Me ne andrò senza chiedere/ più niente a nessuno/ sono stanco di vivere dagli altri:/ la libertà nessuno me l’ha data/ nessuno deve togliermela» (Se vivere, p. 15).

Curto non ama i toni da predica, ma dice tutto con estrema naturalezza e convinzione: «Bambini che affogano/ dentro buste di plastica/ aspirando benzene/ Bambini che si perdono/ dentro violenze/ di gente senza coscienza» (Bambini che affogano, p. 13); «La mia preghiera/ è un canto per quelli che soffrono/ dentro un letto/ che muoiono sfracellati dal piombo di un mitra (…)/ La mia preghiera/ è una lotta per un mondo libero/ in cui la libertà/ è un sacrificio per tutti» (La mia preghiera, p. 37).

Anche in questa silloge Curto si fa apprezzare molto per varietà tematica e linguistica; a guardar bene, questa silloge contiene poesie che sono presenti anche in precedenti raccolte, ma il libro conserva comunque un tono unitario e omogeneo all’insegna dell’asserzione programmatica: «Non mi farò scippare la dignità/ la coscienza dell’essere uomo» (Farò questo salto nel buio, p. 48).

In questa raccolta c’è molto dell’uomo Francesco Curto, che ama le «piccole cose»: da ciò l’invito alla figlia Marta (v. A mia figlia Marta, p. 36) a guardare le «piccole/ cose» e a fermarsi «su di esse», in quanto sono proprio le piccole cose «che ti parlano/ e ti svelano/ grandi segreti/ Troppo tardi/ ho capito/ la tristezza/ nel loro silenzio».

Poeta fortemente umano, Francesco Curto raggiunge esiti poetici straordinari, e non posso non citare un testo a tal riguardo assai significativo, che si intitola Padre mio che vivi ovunque: «Padre mio che vivi ovunque/ perciò dentro di me/ ti ringrazio per il giorno/ per le piccole e grandi cose/ Ti perdono/ per le mie Cadute/ ogniqualvolta/ che ho toccato il fondo/ Ti ringrazio padre mio/ per l’amore che mi hai dato/ per la gioia ed il dolore/ Ti ringrazio/ per avermi generato» (p. 27).

La poesia di Curto è lo specchio fedele dell’uomo Curto e delle sue metamorfosi occorse nel tempo. Curto, insomma, parla con franchezza e chiarezza come Papa Francesco; parla attraverso versi vari per tono e immagini, che giungono direttamente all’animo di chi legge: «C’è di tutto oggi nei supermercati:/ puoi comprare la vita e la morte,/ quando esci ti porti via il mondo./ Quello che non ti serve è l’abbondanza/ tra tutto è la felicità che manca» (C’è di tutto oggi nei supermercati, p. 21); «Seduta/ sotto il camino/ mia madre/ dai capelli sbiaditi/ dal volto scolpito nel marmo/ mi culla coi suoi sguardi/ sereni» (A mia madre I, p. 25); «Io lancio/ parole/ non nascondo la mano». E le parole che lancia il poeta Curto sono vere e sacrosante: «è un paradiso di menzogne che ubriaca la mente:/ non voglio che la speranza diventi un’abitudine» (Ad un’anima, p. 32); «Il rumore dei telai e la fragranza/ dei forni sono fantasmi che scandiscono/ il tempo e mi tengono vivo» (Nostalgia, p. 34); «Ho conosciuto uomini/ assetati di POTERE/ col carisma dei FALSI PROGETTI/ che con l’inganno hanno/ soggiogato popoli./ Spesso i LUPI si fanno PASTORI/ e conducono le pecore al macello/ Ho imparato a diffidare/ sempre dell’apparenze» (Ho conosciuto uomini, p. 41).

Curto con la sua parola ci fa amare la poesia, quella vera, sincera, autentica come la sua: «Un mucchio di polvere/ l’arroganza/ nel silenzio del tempo» (UOMO, p. 42); «Il vento del Mucone/ colle sue notti/ insonni» (Il paese che dorme, p. 26); «La casa in cima a sovrastare tutti/ triste e vuota abitata da crisi/ della prima incosciente giovinezza» (Nostalgia, p. 35).

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