Recensione di Francesco Piccolo, “Il desiderio di essere come tutti”

Autore di Alice Tonelli

Sono nato in un giorno di inizio estate del 1973, a nove anni. Fino a quel momento la mia vita, e tutti i fatti che accadevano nel mondo, erano due entità separate, che non potevano incontrarsi in nessun modo. (…) Ogni tanto i grandi ne parlavano, del mondo e dell’Italia in particolare; e quindi c’era interesse verso quello che accadeva al di fuori della nostra vita. Ma noi tutti, in ogni caso, non c’entravamo niente. E io, ancora meno.

Francesco nasce a Caserta in un giorno d’estate, quando prende coscienza del proprio far parte di qualcosa che prescinde la famiglia o gli amici di sempre, di qualcosa di più grande e complesso. Ma nasce a Caserta diverse volte, quando è al mare e scopre che quello che scrivono i giornali a proposito del dilagare del colera riguarda, potenzialmente, anche lui; nasce a Caserta quando un terremoto scuote l’Irpinia e lo travolge, mentre attraversa il salotto di casa. Nasce a Caserta quando Berlinguer muore, e la solitudine della stanza da letto dei suoi genitori lo induce a piangere per quella morte.25

È un giovane Francesco Piccolo il protagonista di questa autobiografia romanzata che ha vinto il Premio Strega nel 2014, un ragazzino che è vissuto in una ludica estraneità alle vicende che animano il mondo, ma che capisce di nascere per davvero quando entra in contatto con la politica del suo Paese, comprendendo di farne parte e, nel proprio ruolo di cittadino, di condizionarla egli stesso.

Quella che viene raccontata, infatti, è la storia della politica italiana dal 1964 (anno di nascita di Piccolo) ai primi anni Dieci del Duemila. Ancor più, è la storia della sinistra italiana, da quando Francesco si immedesima in quel credo politico che ha visto il proprio apice nella figura di Berlinguer e che non è più riuscito a ricostruirsi ideologicamente dopo la sua morte. Quella che viene raccontata è una storia che riguarda tutta la nazione, ma che passa dagli occhi di un giovane che fa del proprio credo politico, e del proprio attivismo culturale, uno strumento con il quale rapportarsi alla vita sociale.

Attraverso un’analisi attiva dei discorsi portati in Parlamento dai più grandi politici italiani, mediante un continuo rapporto con la sua vita privata mentre questi vengono pronunciati, Francesco oscilla tra l’essere il protagonista dell’opera e il lasciare il posto alla storia della sinistra, che vi viene presa in esame in ogni incongruenza.

Quella della politica di una nazione, dei suoi anni più bui, però, non può essere una storia isolata, ed è per questo che sono molte le figure che si intrecciano nella vita di Francesco. Tra personaggi dello spettacolo e fidanzate spocchiose, la figura di maggior riferimento rimane, comunque, quella del padre, che ha un ruolo di confronto continuo con il protagonista, per il suo non comprendere il credo comunista del figlio. Un padre che lo guarda con spavento mentre Jurgen Sparwasser fa un goal memorabile, durante la partita Germania Est- Germania ovest dei Mondiali del 1974, e vede il figlio gioire davanti alla vittoria della squadra sgangherata che ha la scritta DDR sulla casacca.

Dopo questa delusione, il genitore si distacca progressivamente da lui, sempre pronto a mostrargli i limiti di quello in cui crede; ma rimane pur sempre profondamente legato al destino di Francesco, del quale conserva ogni articolo giornalistico, ritagliandolo con una cura meticolosa e riponendolo tra i vestiti puliti. Del padre si continua a sentire l’eco del disprezzo politico anche quando si smette di condividere la quotidianità; eppure, egli rimane colui che maggiormente crede nei successi del figlio, pur senza avere la forza di sottolinearli con una pacca sulla spalla.

L’opera è accattivante e organica, scritta utilizzando un linguaggio semplice e chiaro, anche nei passaggi politici più complessi: permette una lettura politica mediata dal sentimento di chi ha creduto in un partito (il PCI) e ha finito con il vedere irrealizzate molte speranze.

Appena si entra in contatto con questo libro, a colpire più di ogni altra cosa, di primo impatto, è quel «TUTTI» in rosso che campeggia in copertina. Una scritta che ha un significato profondo, di un rosso comunista, una parola ripresa dall’«Unità» del 14 giugno 1984, al risveglio dai funerali di Berlinguer. Quel «TUTTI» è riferito a una piazza San Giovanni gremita di persone, ove – appunto ˗ tutti sono presenti. Tutti, tranne Piccolo. Che proprio nel piangere quella morte da una scomoda poltrona nella stanza da letto dei genitori scopre come si possa partecipare di un sentimento comune anche rimanendo in disparte.

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