Recensione di “Le poetesse Azerbaigiane: otto secoli di letteratura (1200-1991)”, a cura di Gunay Afandiyeva e Shahla Naghiyeva

Autore di Alice Figini

Siamo ancora vittime di una visione fortemente settaria del femminile, che considera le donne occidentali emancipate e indipendenti, relegando le musulmane a una condizione inferiore, di sottomissione e impotenza.

Il nostro Occidente nutre da sempre la presunzione di sentirsi superiore; chiuso entro i limiti ristretti della propria cultura, spesso non percepisce l’inestimabile valore di un’etnia considerata straniera, guardata ancora con diffidenza e timore. Eppure, la voce dei popoli passa attraverso la loro scrittura, le storie da essi divulgate, l’espressione corale di un sentire collettivo. Le poesie delle donne azerbaigiane ci restituiscono una civiltà dominata dal matriarcato di cui ignoriamo l’esistenza, forte di una eredità letteraria ricchissima, che trova nel Caucaso meridionale la propria culla d’origine.

La pubblicazione del volume Le poetesse Azerbaigiane: otto secoli di letteratura (1200-1991) presso Sandro Teti editore (2018) si pone l’obiettivo di diffondere attraverso le liriche una visione inedita della condizione femminile, facendo luce su una parte del mondo ancora poco conosciuta in Occidente. La raccolta è curata da Gunay Afandiyeva, Presidente della Fondazione della Cultura e del Patrimonio Turco, e da Shahla Naghiyeva, traduttrice e docente all’Università di Lingue dell’Azebargian.

Il volume copre oltre otto secoli di letteratura, divisi in quattro sezioni: dal periodo classico alla dominazione sovietica. Inoltre, il libro è corredato delle biografie di tutte le quaranta autrici e del testo delle poesie in lingua originale, e impreziosito dalle illustrazioni della pittrice azera Jamila Hàsimova. Si presenta, così, un compendio di liriche in grado di offrire al lettore un ritratto completo ed esaustivo di queste donne, forgiate dal fuoco della guerra e dalle pene dell’esilio, eppure estremamente moderne nella percezione del mondo e dei sentimenti. La voci delle poetesse ci restituiscono la ribellione di un popolo intero:

Poiché il corpo ormai senza anima riposa
Sono esiliata/espulsa/alla patria tolta. (P. 101)

Questa è la testimonianza di Ummugulsum, provata dalle purghe staliniane e costretta ai lavori forzati in Siberia. Nelle sue parole si percepisce il grido di rancore mai sopito per la disgrazia toccata in sorte al suo popolo e l’eco occultata di un’accusa: «la nostra gente è tutta in esilio/ le cantano le onde, come al figlio/ la ninnananna in mezzo allo scompiglio/ nemico, se hai coscienza, dimmi dove».

Le donne azere hanno rivestito da sempre un ruolo fondamentale nella vita pubblica e culturale del loro Paese. In Azeibargian il diritto di voto è stato esteso all’intera popolazione nel 1918, durante l’epoca della prima Repubblica Democratica dell’Oriente musulmano, garantendo così al secondo sesso piena partecipazione all’attività politica.

Questi versi contengono sospiri, lacrime, preghiere per il domani, ci consegnano tutta la pienezza vitale delle loro autrici: la temeraria volontà di riscatto, le passioni vibranti e le pene scatenate dalla lontananza dalla propria terra d’origine. Pur diversissime tra loro, per età ed estrazione sociale, le poetesse fondono le loro voci in un unico canto, che diventa l’inno di un popolo coeso, ma invincibilmente oppresso. Donne istruite, colte, in grado di esprimersi senza indugi attraverso la scrittura, nelle loro liriche trattano le tematiche più varie, fornendoci anche il ritratto di un Paese dal fascino esotico e selvaggio che le ha educate alla guerra e alla resistenza fin dall’infanzia:

Siamo nati nel fuoco
ma non ci siamo bruciati
nelle fiamme cadendo
noi ci siamo temprati. (P. 115)

Così narra Mirvarid Dilbazi, molto attiva nel periodo sovietico, che nei suoi versi vibranti accoglie una pluralità di sensazioni, restituendoci tutta la vastità del suo sentire con una scrittura delicata, elegante, che sembra schiudersi a poco a poco come lo sbocciare di un fiore: «Il silenzio d’inverno/ è l’attesa dell’estate che verrà».

Le poetesse azebairgiane assumono per noi occidentali il fascino di figure mitiche, o pietre preziose. Fra loro emerge Khurshudbanu Natavan, personaggio quasi da leggenda, che favorì l’apertura di circoli letterari nella capitale, Baku, e promosse opere urbanistiche per garantire l’approvvigionamento idrico. A lei è dedicata una statua in piazza delle Fontane, nel centro della capitale, come omaggio dovuto per il ruolo svolto nella vita pubblica del Paese. Non è da meno neppure la vicenda di Ashug Basti, detta La Cieca, che alla fine della propria vita perse la vista acquisendo, così, una fama di veggente di omerica memoria; morì quasi centenaria dopo aver fatto ritorno al proprio villaggio.

Nel libro si narra anche il tragico destino di Marziya Uskuyi, uccisa a soli ventisette anni durante una manifestazione di protesta. Fin da giovanissima Marziya, detta Onda, si era dedicata all’attività rivoluzionaria scontando lunghi periodi di prigionia nelle carceri dello shah. I suoi componimenti, alla luce della sua triste fine, appaiono come presagi nefasti:

Il tempo per un suo errore
ha inghiottito la mia infanzia
Abbiamo bisogno di fucili
per proteggere la patria. (P. 159)

Attraverso le poesie le donne azere criticano apertamente il potere, parlano di oppressione e si ribellano con fervore al nemico dominatore. «La mia gente ha tradizioni grandiose/ la mia nazione ha un cuore puro», scrive Hakima Billuri. Sono donne che non temono di appropriarsi delle armi, abili cavallerizze e tiratrici: nei loro versi l’amore e la morte si sfidano a duello, acquisiscono valore in egual misura spartendosi lo spazio sulla pagina. Pur focalizzandosi prevalentemente su temi di valore nazionale e politico, le poetesse non mancano di indugiare su un certo aspetto malinconico e sentimentale della lirica amorosa che ritorna inevitabilmente in tutti i componimenti. L’amore viene, però, declinato nelle sue molteplici sembianze: la patria, i figli, lo sposo, l’affetto per altre donne. Le poetesse prendono la parola in prima persona, senza schermirsi, come si evince dal fortissimo «Io rifiuto» di Nurangiz Gun, in cui emerge con sorprendente intensità la singolarità autoriale:

Rifiuto le fanfare vuote,
le urla,
l’appariscenza,
le stanze sontuose
e i palazzi!
[…]
Rifiuto i venti che potrebbero farmi cadere,
rubare la mia felicità
e spacciarla per il dono degli altri. (P. 181)

Nel centro di Baku si trova la statua di una donna che si libera dal velo, eletta a simbolo di un’intera città. La lotta all’oppressione femminile nel Caucaso meridionale è stata combattuta unicamente con le armi della cultura e della scrittura, forse più efficaci di qualsiasi Metoo globale che l’Occidente porta avanti a stento tra numerose accuse e polemiche.

Dall’Azebairgian ci arriva un forte esempio di vita e di civiltà, attraverso un canto malinconico d’Oriente. Ancora una volta la letteratura riesce a compiere il miracolo di restituire dignità all’essere umano, creando un ponte d’unione tra i popoli.

(fasc. 26, 25 aprile 2019)

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