Recensione di Laure Gauthier, “La città dolente”

Autore di Claudio Morandini

«Mes poèmes Lascaux» scrive a un certo punto Laure Gauthier nel suo La città dolente, che le edizioni Macabor hanno pubblicato nel gennaio 2018 in edizione con testo originale a fronte e traduzione di Gabriella Serrone (ma il Canto Quinto era già uscito nel 2015 tradotto da Jean-François Lattarico in http://poesia.blog.rainews.it). E davvero i versi di questo denso libro ricordano le pitture paleolitiche delle grotte di Lascaux nel loro dilatarsi nella pagina fino a diventare prose, nell’addensarsi e sovrapporsi dei segni.

Canto dopo canto, soglia dopo soglia, viene ricostruito uno spazio immaginato o sognato e intarsiato di elementi del ricordo e della contemporaneità, anche la più prosaica, e si infittiscono gli echi e i rimandi (Dante, presente sin dal titolo; il Boccaccio della peste di Firenze, il Pasolini della Religione del mio tempo già citato in esergo al Canto Primo, lo Char opportunamente individuato nella Prefazione dal curatore della collana Bonifacio Vincenzi, assieme a svariate suggestioni figurative), mentre nel corso di questo viaggio “infernale” emergono personaggi (uomini, fanciulli, toreri e ballerine, creature ibride, figure-schermo, emblemi di sconfitta e vittimismo…) intenti in azioni, percorsi, pensieri, colti in «petites apocalypses», i quali conferiscono un valore polifonico alle pagine.

Si intuisce così, penetrando nell’architettura e nella tessitura retorica del libro, un sottile filo narrativo, che non conferisce a questa Città dolente una valenza romanzesca, ma ne fa piuttosto una sorta di libretto – l’autrice, d’altro canto, ha collaborato più volte con compositori, e la sua sensibilità alla voce, alla melodia/armonia vocale è ben avvertibile anche qui. Mentre sfilano le voci e i rimandi colti, crescono le intrusioni di materiali di scarto, si affastellano i detriti linguistici, antipoetici, televisivi, giornalistici, i brandelli di slogan e di titoli a effetto, segni opprimenti e violenti, stereotipati e melensi, che creano un paesaggio appunto “infernale” in cui il vero orrore e il vero dolore si contaminano nell’impostura della mise en scène mediatica, e in cui si finisce per sprofondare e soffocare (ma forse, e ripeto forse, un estremo barlume non ci è negato al termine del Penultimo Canto, che è in realtà l’ultimo).

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