Recensione di Mario Tobino, “Biondo era e bello”

Autore di Ivan Di Rosa

«Un giorno gli zampillò dal cuore […] – liberato da un dio – il primo verso, volò via come dalla crisalide una farfalla. La stanzetta, solitaria, quelle modeste pareti assistettero al vento dei pollini che poi proruppero in piante» (Cap. I): è con queste poche righe dal tono solenne che Mario Tobino, in Biondo era e bello, edito da Mondadori nel 1974, introduce al lettore la figura di Dante Alighieri.

Queste stesse righe sostengono un paragone denso di pathos, attingendo dal linguaggio della natura: si immagini il primo verso dantesco imprigionato nell’animo del suo creatore; lì si è lasciato decantare, sviluppare, evolvere; ora è compiuto, perfetto, pronto per essere inciso su carta con poche gocce d’inchiostro. Così ebbe inizio la produzione letteraria del sommo poeta italiano. Si immagini quest’ultimo solo nella sua stanza, assorto nei suoi pensieri, in mano la penna d’oca, chinato sullo scrittoio, intento a lavorare alle sue “sudate carte”, direbbe Leopardi. È davvero singolare pensare che solo quelle spartane pareti abbiano assistito alla stesura dei suoi primi versi. Dante aveva piantato il seme della sua vocazione: non restava che coltivarlo, prendersene cura con scrupolo, nutrirlo. I suoi versi – sì ˗ erano ancora “fragile polline” in balìa del vento, ma presto si sarebbero rafforzati, temprati, rinvigoriti, contribuendo alla crescita di un’encomiabile arte poetica.

Mario Tobino, in una biografia romanzata originale e innovativa, invita a ripercorrere gli squarci di vita di un grande poeta come Dante, che con la sua raffinata arte, con acuta eloquenza e fervido spirito coltivò l’ancora tenero virgulto – per quell’epoca ˗ della lingua volgare, grazie a lui sviluppatasi nell’odierno italiano.

Una vita perigliosa, quella vissuta dal sommo poeta fiorentino, spartita fra gli infiammati comizi tenuti all’interno del Comune e un’estenuante odissea che vide il poeta, esule e ramingo, ospite dei più grandi signori dell’Italia del Nord; un’esistenza che Mario Tobino rivela negli aspetti più intimi e spesso taciuti, mostrando un Alighieri ben discosto dalla ricorrente immagine, ormai cristallizzata, dell’intellettuale dal naso aquilino, col capo cinto d’alloro e la toga rossa.

Tobino – celebre psichiatra ˗ ci accompagna in un profondo itinerario che si fa strada fra i recessi più insoliti della psicologia dantesca, mettendo a fuoco e scandagliando le passioni e le emozioni del padre della letteratura italiana, mosso occasionalmente durante l’esilio dalla flebile speranza di ritornare al suo caro “ovile”, Firenze, la città del bel San Giovanni.

«Biondo era e bello»: così Tobino descrive un Dante ancora fanciullo, dedito ai trastulli sulla riva dell’Arno, prendendo in prestito un’espressione che, come tutti ricordano, lo stesso Alighieri impiegò nel terzo canto del Purgatorio in riferimento al valoroso Manfredi, ultimo sovrano svevo del regno di Sicilia. Il fatto che Dante abbia descritto Manfredi con attributi della propria immagine in età puerile induce a credere che nello stesso Manfredi Dante abbia individuato il proprio alter ego, o che comunque abbia intravisto il fanciullino che un tempo era in lui, ormai assopito.

Biondo era e bello è un libro che coinvolge, affascina e cattura, specialmente per l’inedita indole del poeta che rivela: Dante fu molto più di un letterato, anzitutto un uomo, anch’egli dedito ai vizi e ai piaceri terreni, pressoché occultati nelle sue opere. Proprio di queste ultime Mario Tobino rivela i retroscena, ovvero le circostanze che indussero il poeta a dare inizio alla loro composizione.

Tobino non trascura di inquadrare il contesto storico in cui operò l’Alighieri, ripercorrendo fatti ed episodi – dalle lotte fra guelfi e ghibellini al papato d’Avignone ˗ con uno stile intriso d’ironia, qualità non riscontrabile nei comuni manuali di storia.

Biondo era e bello è adatto a coloro che desiderano oltrepassare l’immagine dantesca che trapela dalla Commedia, un’immagine senza dubbio colta ed erudita, ma che cela gli aspetti più privati della vita del poeta, il quale, fra l’altro, intrattenne fervide amicizie con celebri rimatori, compagni di taverna.

Tobino, nel narrare la vita del poeta, non tralascia nemmeno le inquietudini e le angosce dell’Alighieri, costretto negli ultimi anni della propria vita a vagare di corte in corte, vittima dell’esilio: l’autore ne dipinge le preoccupazioni, le deboli speranze, la rassegnazione, fornendo un quadro analitico ben curato della sfera emotiva del poeta.

Se suggestivo è l’inizio della biografia composta da Tobino, ancor più toccante risulta la conclusione: l’autore descrive gli ultimi attimi di vita del sommo poeta con grande maestria, come se traslasse il lettore, ponendolo al capezzale dell’Alighieri poco prima della morte, sopraggiunta a Ravenna. Il pathos e la malinconia ben si adattano al clima di “serena tensione” – evidentemente, un ossimoro ˗ che si respira fra i familiari i quali, inermi e impotenti, non possono far altro se non attendere che la morte porti via l’anima del loro caro. «Non respira più – piange sommessamente la figlia. Mai ci fu un volto così bello insieme alla morte» (Cap. XXVI).

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