Recensione di Milena Agus, “Terre promesse”

Autore di Angela Santi

«Ma come si fa a vivere in un posto come questo?»: ecco il quesito che si pongono alcuni dei personaggi della saga familiare di Milena Agus, Terre promesse.

La scrittura scorrevole dell’autrice accompagna il lettore attraverso le vicende di tre generazioni di una famiglia sarda, i cui componenti si trovano a sognare, raggiungere, perdere o detestare la tanto agognata terra promessa: i genitori Ester e Raffaele, emigrati nel secondo dopoguerra (come tanti conterranei) dalla Sardegna al “Continente”, passando da Genova a Milano; la figlia Felicita, che sin da piccola prova nostalgia per un luogo mai visto; il nipote Gregorio, che, inseguendo il sogno di diventare jazzista, si ritrova a vivere in una Harlem infestata dai topi.25

Quello di Milena Agus è, per certi aspetti, il romanzo dell’illusione che un luogo diverso possa rendere diversi. La prosa dell’autrice conduce tra quelle che a rotazione diventano le terre promesse che i personaggi sognano di raggiungere: la Sardegna, Genova, Milano, New York, l’URSS… Ma le terre promesse, in realtà, non sono quasi mai luoghi fisici.

Per Ester, eterna infelice e rancorosa, alla perenne ricerca di quel posto dove starà finalmente meglio, il sogno della terra promessa è il matrimonio della figlia con il nobile del paese, nella convinzione che l’ascesa sociale di Felicita possa rappresentare un riscatto per le ingiustizie subite. Raffaele la terra promessa, incarnata in un amore, l’ha trovata e perduta, ma «a niente che gli facesse male pensava più» (pp. 58-59), riuscendo a ritrovare un mondo perfetto nella musica del nipote. Felicita vivrà serena e felice, circondata dall’amica Marianna e dalle vicine arabe, nella sua modesta casa alla Marina, con la convinzione che «non esista un posto al mondo dove non sia possibile star bene» (p. 103). Pur venendo descritto come un bambino sempre in fuga, Gregorio la terra promessa l’ha già trovata nel jazz, e New York non appare altro che uno specchio in grado di riflettere quel suo talento al quale la terra natia rimane indifferente.

Milena Agus ci riporta delicatamente a una tematica sempre attuale, che ci tocca come singoli, ma anche come collettività. Difficile immaginare che qualcuno di noi non abbia mai pensato di scappare lontano in un luogo idealizzato, nella speranza che lo renda diverso, lo faccia star meglio. Al tempo stesso, le emigrazioni di ieri e di oggi concretizzano l’esistenza di questo sentimento e di queste speranze, troppo spesso disilluse. L’autrice imbastisce la trama incastonandovi stralci di Storia, passata e recente: gli italiani in cerca di fortuna al Nord, gli ebrei scappati dalla Germania nazista a New York e poi in Israele, gli arabi in fuga dalla guerra che sbarcano in Italia, i giovani italiani che volano all’estero per mettere a frutto il loro talento.

Immancabile la riproposizione di alcuni tòpoi tipici dell’autrice: il racconto basato su una saga familiare, la musica, i “troppo buoni”. In quella dicotomia che Milena Agus non manca mai di riproporre nei suoi romanzi, Felicita e Gregorio rappresentano i “buoni”, presi troppo spesso per stupidi destinati a soccombere, in contrapposizione ai “cattivi”, che, più che tali, sono solo tristi e desiderosi di vendetta per i torti che hanno, o credono di avere, subito. Sarà infatti Felicita, con la sua positività tutt’altro che “stupida”, ad arrivare alla conclusione più saggia e benefica, pensando che «tutto sommato possiamo fermarci dove siamo arrivate e concludere qui il nostro viaggio sfinente» (p. 198).

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