Recensione di Mohsin Hamid, “Exit West”

Autore di Claudio Bello

Raccontare la contemporaneità è un’ardua sfida per uno scrittore di oggi. Il rischio è quello di risultare banali, poco informati, troppo corretti o troppo scorretti, con l’esito inevitabile di crollare in un pantano di cose già dette e già lette. La realtà si presenta ai nostri occhi confusa e labirintica, e lo scrittore si deve muovere – stando attento a ritrovare, poi, la strada – tra le rovine sbriciolate delle ideologie e dei concetti di bene e male, di giusto e di sbagliato. Sembrano non esistere più punti di vista privilegiati nel mondo globalizzato, e allora come fare, da dove partire, per scrivere di immigrazione o di rivoluzione tecnologica, di guerre taciute e di altre stravolte dalle narrazioni dei media? Ogni tanto, però, accade che un libro riesca nell’impresa titanica di raccontare il presente, e allora leggere diviene un’esperienza diversa ed esaltante: quasi che l’inchiostro delle parole si perdesse tra le strade del mondo, confondendosi con persone e titoli di giornale, inserendosi di soppiatto nelle pieghe della quotidianità. Col pericolo, forse, di risultare retorici, si potrebbe parlare di un piccolo miracolo. Ed Exit West, di Mohsin Hamid (trad. it. di N. Gobetti, Torino, Einaudi, 2017, pp. 160, eu 17,50), un piccolo miracolo in fondo lo è davvero.

Hamid, classe ’71, è pakistano, e tra i suoi libri si può di certo ricordare Il fondamentalista riluttante (Torino, Giulio Einaudi Editore, 2007), da cui è stato anche tratto un film con Riz Ahmed e Kate Hudson. Il problema del contatto-contrasto tra Medio Oriente e Occidente è al centro delle sue riflessioni. In Exit West è l’immigrazione a essere, finalmente, raccontata, e non come al solito usata per fini politici, o giudicata e tristemente accusata. È proprio questa onestà a rendere il romanzo sconvolgente agli occhi di un occidentale, così abituato a ritenere le città teatro di guerra un mondo di cui si discute ma che non esiste sul serio, un teatro appunto; e gli immigrati dei semplici numeri, nel peggiore dei casi, o delle indefinite vittime senza una precisa identità, nel migliore.

Saeed e Nadia vivono in una non specificata città del Medio Oriente sull’orlo della guerra, e si innamorano. «In una città traboccante di rifugiati ma ancora perlopiù in pace, o almeno non del tutto in guerra, un giovane uomo incontrò una giovane donna in un’aula scolastica e non le parlò»: così inizia il romanzo, che mostra subito uno stile delicato e insieme inevitabile, quello di un mondo dove si oscilla sempre tra la speranza e la morte della speranza stessa. I due iniziano a frequentarsi: Saeed è tranquillo, rispettoso della religione, fondamentalmente buono; Nadia, invece, è una ribelle, guida una moto da cross e indossa sempre un’ingombrante tunica nera per non farsi infastidire dai ragazzi. La loro storia d’amore è bella, a tratti commovente, proprio perché semplice, uguale a una qualsiasi storia d’amore di due ragazzi qualsiasi della stessa età. Sembra assurdo che lì, in mezzo alla guerra, due ragazzi innamorati si scambino messaggi sul telefonino. Sembra assurdo perché sconvolge la nostra illusione di tranquillità, di intoccabilità.

Ma un giorno il segnale di tutti i cellulari della città scomparve di botto (…). Anche la connessione a internet fu interrotta. (…) A casa Nadia non aveva una linea fissa. E quella di Saeed non funzionava da mesi. Privati della finestra sull’altro e sul mondo fornita dal telefono, e confinati nei rispettivi appartamenti dal coprifuoco notturno, Nadia e Saeed, e innumerevoli altre persone, si sentivano isolati e soli e molto più impauriti1.

Tra tutte le sofferenze di una città in guerra, quella di non poter usare il telefonino non è una bazzecola da niente: è un autentico dramma. Ecco cosa si intende per raccontare il presente: sentire che una storia, un ragionamento sono essenzialmente, crudelmente, veri. Proprio questi piccoli dettagli, questi frammenti di modernità donano concretezza ai personaggi. Se la guerra fosse qui, noi ci comporteremmo nello stesso identico modo. Qualunque tuo amico potrebbe essere Saeed. Tu stesso potresti esserlo.

Non c’è solo la guerra, però. Alla guerra succede la fuga, e proprio a tal riguardo Hamid crea l’invenzione che darà il titolo al romanzo: delle porte magiche che, letteralmente, ti fanno “uscire in Occidente”. Sono porte qualsiasi, banalissime porte all’interno di banalissime case, che da un giorno all’altro si trasformano in teletrasporti per luoghi lontani e sconosciuti: potrebbe essere Mykonos, Londra, l’America… porte che conducono chissà dove, perché l’Occidente è un mito astratto di salvezza, è il contrario della guerra. È un posto che esiste solo nell’immaginazione, come per noi gli spari e i morti accatastati per le strade. Così, nel pianeta si diffondono questi passaggi: una metafora meravigliosa di cosa vuol dire, oggi, stare al mondo. Non è solo il concetto di porta contrapposto a quello tanto citato di muro, ma è un’autentica diapositiva sui primi vent’anni del Terzo Millennio. Volenti o nolenti, sembra dirci Hamid, tutto è e sarà sempre più collegato, unito, mischiato. È inevitabile, e tocca a noi decidere se questo sia un problema o un’opportunità.

Anche questo romanzo non è un’opera dall’identità chiara: il realismo magico vi si mescola alla cruda narrazione dei fatti; la provocazione politica al dramma intimo e sentimentale. Oltre le porte, superata la frontiera, il nostro mondo, questo fantomatico e leggendario Occidente, è in preda alla paura più aberrante, ormai totalmente incapace di ripensare se stesso. Hamid ci descrive una Londra quasi apocalittica, ma è proprio raccontandoci come la vita potrebbe essere, se tutto andasse storto, che ci mostra come la vita è invece adesso, in questo preciso momento.

  1. M. Hamid, Exit West, Torino, G. Einaudi, 2017, p. 38.
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