Recensione di Monica Lanzillotta, “Il museo dell’innocenza. La narrativa di Edoardo Calandra”

Autore di Carmine Chiodo

Monica Lanzillotta, docente di Letteratura Italiana moderna e contemporanea all’Università di Cosenza, è autrice di questa monografia che descrive e analizza esaustivamente la vita e l’opera di Edoardo Calandra, pittore, illustratore di libri, archeologo, drammaturgo e scrittore. La studiosa nella Premessa al volume scrive che ha «cercato di dar conto dei rapporti che istituisce sia con l’ambiente artistico e letterario italiano ‘fin de siècle’ sia con la cultura subalpina sia con quella francese» (p. 11). Tutto concorre a dare un quadro preciso e accurato, capillare, minuto dello scrittore piemontese, le cui opere (come scrive ancora la studiosa nella Premessa) «hanno registrato, sul versante critico, un’attenzione ininterrotta, conquistando anche critici illustri, come Croce», che lo immortala in più d’uno dei suoi “medaglioni” della letteratura della Nuova Italia. Viene ancora osservato che come critico si è interessato all’opera di Calandra pure Gianfranco Contini, che gli ha assegnato un posto non di rilievo nella Scapigliatura piemontese e lo pone accanto a Faldella, ad esempio.

Monica Lanzillotta analizza in modo preciso e filologico le opere di Calandra, escludendo, per motivi di spazio, quelle teatrali: sono esaminate da un punto di vista narratologico e sono tenuti presenti gli studi di Genette, come pure non viene trascurata la prospettiva geografica e ancora, successivamente, viene dato ampio risalto a luoghi, edifici, istituzioni che sono messi in scena da Calandra (cfr. p. XIII della Premessa).

La studiosa ed esperta ricercatrice segue, laddove sia richiesto, la critica psicanalitica e sta molto attenta a certi avvenimenti, episodi, fatti che hanno caratterizzato la vita di Calandra e sulla quale hanno avuto una grossa e, certe volte,  forte influenza. In sostanza, viene descritto molto bene il mondo interiore dello scrittore, «la cui immaginazione è ossessionata dalla morte della madre e dal complesso edipico» (p. XIII), e «l’irrevocabilità  della morte  è scongiurata attraverso la museificazione», per cui Monica Lanzillotta ha esaminato la narrativa di Calandra lavorando sui «piccoli indizi» (le citazioni sono sempre tratte dalla Premessa), ricorrendo pure a una critica simbolica, ma anche con incursioni in quella antropologica e – l’ho già detto – psicanalitica, guardando alle tesi e indagini di Freud, Bachelard ,Winicott, Durand e Orlando. Difatti, queste indagini sono da usare in quanto si prestano molto bene a penetrare quello che è l’immaginario simbolico di fine Ottocento.

Questa magnifica monografia è frutto di studi e di meditazioni decennali, e finalmente disponiamo di un ricco e valido volume che getta nuova luce sulla vita e sulle opere dello scrittore e nel contempo ci indica, ci mostra come pure va letta e interpretata la sua produzione narrativa.

La letteratura di Calandra è molto radicata nel territorio piemontese e nella sua narrativa ecco apparire la valle di Susi, e in particolar modo il tratto di territorio che collega Avigliana ai monti pure esaltati da Alessandro Manzoni.

Edoardo Calandra nacque in un piccolo comune della provincia di Cuneo, Morello, e i personaggi dello scrittore si muovono da Morello, appunto, a Torino e viceversa (vanno via dalla regione perlopiù per essere presenti nella guerra contro o con la Francia, ad esempio). La studiosa sottolinea come la villa di Morello e i suoi dintorni siano elementi fondamentali della geografia letteraria di Calandra (in quanto correlativi della sua infanzia e dei suoi avi: in essi, come scrive  Mantovani, lo scrittore  ritrova «la radice ancor viva del presente» (p. 146).

L’analisi critica di Monica Lanzillotta è precisa, minuziosa, convincente e si appoggia sulla bibliografia che nel corso del tempo si è avuta su Calandra, che esordisce come scrittore, alla fine del 1883, con tre prose: Occhio sui bimbi, Reliquie e La bell’Alda. Anche su queste opere l’analisi critica procede sicura e pertinente, convincente. Ecco ancora che sono ben analizzate altre opere di Calandra: novelle ambientate a Faliceto (siamo nel 1886), piccolo villaggio che secondo i suoi abitanti «era  una volta una bella e popolosa città chiamata Condonatale» (p. 321). Di ogni novella della raccolta (A Stupinigi, Il Decaduto, Rodolfo, ad esempio) è dato un accurato commento critico. La stessa cosa vale per il racconto del 1888 Le masse cristiane, poi riedito nel volume dal titolo Vecchio Piemonte, con Reliquie, nel 1889; poi segue il romanzo La contessa Irene del 1889, ambientato in epoca contemporanea,tra il 1884 e il 1886. Monica Lanzillotta viaggia criticamente assai bene nella produzione artistica e narrativa dello scrittore di Morello, ed ecco ora è la volta del romanzo Pifferi di montagna, pubblicato nel 1887 insieme con il racconto Un paladino, perché contengono alcuni personaggi comuni a entrambi. Altre opere calandriane esaminate sono il già segnalato Vecchio Piemonte (in cui sono contenuti vari racconti; l’opera, poi, venne riedita nel 1905 con l’aggiunta di tre altri racconti); invece, nel 1906 vide la luce A guerra aperta, formata da due racconti, La Signora di Riondino e La Marchesa Falconis; mentre a fine novembre 1908 venne pubblicato il romanzo Juliette.

Nel dicembre del 1898 venne dato alle stampe il noto romanzo intitolato La bufera, dedicato «Alla memoria di mio padre» e considerato uno dei romanzi «maggiori degli ultimi anni dell’Ottocento»: potrebbe essere definito un romanzo cronistorico sia per l’ideologia antiprogressista di Calandra sia per il periodo in cui è ambientato, un periodo di transizione; infatti, le parti contrapposte (repubblicani e monarchici) sono al contempo oppressori e vittime, subiscono e commettono ingiustizie e violenze (cfr. p. 848). Il romanzo inizia nel maggio del 1797 e termina nel maggio del 1799, vale a dire nel periodo che va «dai primi moti rivoluzionari contro la monarchia sabauda all’abdicazione di Carlo Emanuele IV, chiudendosi sull’arrivo degli Austro-Russi che costringono i Francesi ad abbandonare Torino» (p. 849). Prende il titolo ˗ spiega Monica Lanzillotta ˗ «da un evento atmosferico, la bufera, che tradizionalmente è simbolo dell’inizio e della fine delle grandi epoche storiche, perché gli dèi creatori e distruttori dell’Universo sono dèi della tempesta. Zeus per i Greci, Bel per gli Assiro-babilonesi, Donasi per i Germani,Thor per gli Scandinavi, (…) Dio per i Cristiani» (p. 891).

Dopo le attente e minuziose pagine dedicate  alla Bufera, ecco le prose e i racconti pubblicati «alla spicciolata e in stato di abbozzo»: Figurine eleganti del 1885; il racconto Il conte Ugolino del 1886, Letargo del 1888, Da morte a vita del 1892, ad esempio, e poi la prosa All’esposizione di belle Arti. Una lezione; seguono il racconto Idillio, la novella breve Il pavone, la brevissima prosa Ricordo (1900) e il romanzo incompiuto Prospero Venturini, pubblicato tra il 29 dicembre 1901 e il 15 gennaio 1905 e ambientato nel 1814. Protagonista è appunto Prospero Venturini, un giovane che prende la decisione di andare a Torino, distaccandosi per la prima volta dal paese, per scordare Lucia, la donna di cui è molto innamorato e che ama un altro. Altre opere analizzate sono Il gran forestiero, Pippo il Ghiotto, il testo dedicato ai bambini Privilegio di capelli e barba (del 1909): qui lo scrittore si sofferma a descrivere appunto come all’epoca fosse una vera e propria cerimonia  il taglio dei capelli e il soggetto «della prosa ci riconduce al feticismo dei capelli, che prende rilievo nelle opere precedenti» (p. 1131). Ancora, l’autrice analizza la prosa autobiografica Piccoli ricordi, La guerre d’Italie, una cronaca autobiografica, il racconto Un vaccaio del 1909 etc.

Il bel libro della Lanzillotta esamina molto bene quella che è la lingua e lo stile   che è proprio «della narrativa archeologica» di Calandra: viene in apertura evidenziato che molto consistente è il numero delle librerie presenti nella narrativa di Calandra, che è cresciuto tra le librerie dei famigliari, feticizzandole: «la sua  scrittura può essere considerata museificazione dei libri dei famigliari» (p. 11153). Il linguaggio della moda, inoltre, «è centrale in Calandra anche perché è scrittore storico-archeologico». La sua lingua viene qualificata dalla studiosa come “infantile”, sia perché lo scrittore è attratto precipuamente dalle rappresentazioni dei dettagli minuti sia perché per restituire le emozioni di gioia di dolore, sorpresa, meraviglia, incredulità, rassegnazione e via dicendo dei personaggi, impiega massicciamente imprecazioni, onomatopee e interiezioni (con diverse oscillazioni fonico-grafiche), quasi anticipando  le tecniche narrative del moderno fumetto: le parole dello scrittore sono «cose vive», che manifestano «la loro consistenza sonora e grafica, sono rigurgito infantile» (p. 1171).

Chiude il super-volume una completa e ricchissima bibliografia. Lo arricchisce anche una serie di disegni dello stesso scrittore. Seguono Note linguistiche su Edoardo Calandra scritte dal fratello Davide (pp. 1243-1245).

(fasc. 24, 25 dicembre 2018)

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