Recensione di Sandro De Nobile, “L’Assente”

Autore di Maria Panetta

L’Assente, di Sandro De Nobile, è un romanzo in cui la voce autoriale è franta e fratta, e si riverbera in mille punti di vista diversi: ha la caratteristica molto particolare di sembrare una specie di nave senza nocchiere, che apparentemente solca le acque senza avere una destinazione prefissata, ma di essere, al contrario, un raffinato marchingegno narrativo, in cui l’Autore tradizionale è, allo stesso tempo, “Assente”, come recita il titolo, e, invece, indiscutibilmente presente in ogni pagina.

Mi spiego meglio: la quarta di copertina del volume ˗ assai calzante la scelta dell’immagine di copertina, che presenta un Munch del 1890, Notte a Saint Cloud, misterioso ed evocativo, in cui una figura col cappello scruta da una finestra le luci delle imbarcazioni e i loro riverberi sull’acqua, alludendo implicitamente al porto, uno dei (riconoscibili) luoghi-chiave della vicenda da ricostruire ˗ è piuttosto esplicita nel palesare qual è il fuoco della narrazione, che s’incentra su una specie di “indagine poliziesca”: un’indagine portata avanti non in maniera tradizionale, ossia seguendo le tracce del classico detective che va alla ricerca di una persona scomparsa, ma attraverso i racconti di vari personaggi “apparentemente” secondari, che sono, però, in relazione, in qualche modo, con il fantomatico “Assente” e che lo descrivono, ognuno dalla propria ottica e ognuno facendo riferimento al particolare tipo di rapporto che ha instaurato con lui. Bando, quindi, al tradizionale narratore onnisciente e alle descrizioni-fiume da romanzo ottocentesco: infatti, questa folta schiera di narratori indirettamente dipinge ed evoca il “personaggio principale”, tramite alcuni tratti caratteriali o alcuni comportamenti spesso irritanti o perlopiù considerati come negativi dalla voce narrante di turno. E, soprattutto, le varie voci che si susseguono sono del tutto ignare della sorte dell’apparente protagonista: pertanto, lo investono anche dei loro dubbi, delle loro ansie, a volte della loro montante preoccupazione. L’Assenza, infatti, nel romanzo di Sandro De Nobile, chiama l’Attesa, con tutte le sue implicazioni e le sue varie declinazioni, non ultima quella della precarietà.

Il tempo è come sospeso. Molti eventi accadono – o non accadono – quasi in presa diretta, mentre i vari personaggi vivono le loro vite frenetiche, immersi nella quotidianità. L’esordio di ogni capitoletto è in medias res: non ci sono preamboli, non contestualizzazioni, non descrizioni che accompagnino il lettore. Chi legge viene a contatto con ognuna delle voci senza intermediazione, senza filtro, in maniera a volte violenta: le varie scene sono quasi di taglio cinematografico.

La macchina narrativa si presenta molto raffinata, perché il romanzo di De Nobile racchiude in sé vari generi letterari: si può dire, anzi, che sia la negazione, in un certo senso, dei generi stessi.

Infatti, oltre a certe influenze dello stile cinematografico, prima di tutto è palese l’impianto teatrale del romanzo: nello specifico, si potrebbe parlare di una serie di soliloqui che corrispondono a quasi tutti i capitoli. Ci sono, però, delle eccezioni: la più emblematica, a mio parere, è quella del Gatto, almeno per due ragioni. Prima di tutto, perché introduce il punto di vista di un essere animato che, però, non è umano; in secondo luogo, perché a un tratto gli sfugge un «direte voi» (p. 79) che fa del suo intervento un vero e proprio monologo in presenza di spettatori. L’importanza di questo “personaggio” apparentemente più che secondario, oltre che nelle sue allusioni all’explicit della vicenda, risiede anche nell’incipit del capitoletto a lui dedicato, che mette in scena (lo si capisce dopo) uno specchio. Il gatto, infatti, inizia a parlare davanti a uno specchio, ritenendo – come tutti i gatti, che appaiono molto buffi in quei frangenti – di avere di fronte un rivale, un antagonista, un proprio simile col quale sia possibile in qualche modo interagire. Cosa fanno i gatti in questi casi? Allungano le zampette e iniziano a toccare lo specchio, si avvicinano alla zampa riflessa e provano a colpirla ripetutamente, rimanendo disorientati dal contatto inatteso con una superficie liscia e dura, respingente, che non ha nulla di morbido né trasmette alcun calore. Di solito, ci si intestardiscono e perseverano per un po’, come alla ricerca di un varco per arrivare finalmente a toccare il loro simile, a instaurare un rapporto concreto, tangibile, anche aggressivo con lui, ma autentico. Dopo un po’, però, ne escono disorientati e hanno tutta l’aria di aver capito che dietro quell’effigie che replica i loro stessi gesti si annida un mistero, «che non so se risolverò mai» (p. 79), ammette il Gatto stesso.

Questo capitoletto arriva verso la chiusura del romanzo e sembra marginale rispetto a quelli precedenti, trovandosi in una posizione ibrida, in prossimità del finale ma seguito da altri due capitoletti, dedicati al Brigadiere e alla Maestra, nonché dall’Avvertenza e dall’inattesa pagina conclusiva sull’Autore, che curiosamente (e, forse, non intenzionalmente) lo risucchia all’interno della narrazione come depositario della Verità. A ben vedere, però, si tratta dell’ultimo soliloquio-monologo, quindi dell’ultima voce che davvero prende la parola nel romanzo, perché i due capitoli che seguono presentano scritture di servizio: un verbale di una deposizione orale legato strettamente al presente, e una dichiarazione rilasciata in fede da un’insegnante che è, invece, contestualizzabile nel passato e che, in fondo, suggerisce una chiave possibile di interpretazione dei fatti, alla luce di episodi legati all’infanzia degli attori principali.

Cosa, dunque, rappresenta il Gatto? E soprattutto cosa, lo specchio? Ritengo che il Gatto sia il latore di un messaggio, all’interno del libro, e che quella dello specchio sia una delle metafore portanti della narrazione: se vogliamo, l’immagine iniziale dell’animale intento a colpire il se stesso riflesso in uno specchio e a pensare, poi, che il «gatto imitatore» (p. 79), come lo definisce, sia più felice di lui perché si trova fuori ed è libero, e può esprimersi in tutta la sua animalità senza vincoli, è metafora della solitudine dell’individuo, della sostanziale incomunicabilità tra esseri umani, della nostra autoreferenzialità che ci porta a pensare di essere sempre al centro dell’universo e a vedere gli altri come “imitatori” di noi stessi. Il gesto del gatto che allunga la zampa e insiste sulla parete asettica, liscia, dura dello specchio è, infatti, tristemente emblematico della difficoltà di comunicazione profonda tra esseri umani: in questo romanzo coesistono tanti punti di vista, ma perlopiù le voci leggono i fatti e interpretano gli avvenimenti in una chiave molto personale e molto poco aperta alla reale comunicazione, alla reale comprensione dell’altro. Dalla ricostruzione finale, a mosaico, dell’immagine dell’oggetto delle narrazioni (quindi, un emblematico caso di rovesciamento in cui il protagonista, il soggetto, diventa oggetto di narrazione e oggetto passivo di sguardo, come nel capitolo dedicato all’Infermiera) non emerge un quadro realistico della personalità dell’Assente; il suo carattere resta sfuggente, inafferrabile: ma, forse, non perché lo sia davvero – perché, invece, sembra avere una personalità piuttosto lineare, e in fondo coerente, come emerge da alcuni tratti comuni alle varie indirette descrizioni offerte dalle voci narranti. L’Assente è inafferrabile – sembra suggerire l’Autore – perché ogni voce che lo “descrive”, che vi allude, che ne parla è quasi più intenta ad ascoltare se stessa che a entrare davvero in relazione con lui.

Il paradosso geniale è che, forse, l’unico caso in cui si sfonda veramente la parete ideale del teatro, quella dell’incomunicabilità, quella dello specchio che rimanda solo immagini di se stessi è proprio la circostanza dolorosa legata alla testimonianza della maestra, in cui un bambino, conducendo il gioco «di infilare rapidamente e ripetutamente la punta della matita nello spazio vuoto tra le falangi della mano di un compagno, distesa sul banco, per saggiarne il coraggio, oltre che la fiducia» (p. 89), si deconcentra e lo trafigge nella carne viva, provocando la copiosa uscita di sangue. Il gesto non volontario, l’errore imprevedibile, a quanto pare, avranno terribili conseguenze, ma non si può non pensare al movimento della zampetta del gatto, che sbatte contro lo specchio e così si illude e pensa di star comunicando con un proprio simile-doppio. I due bambini, in quella circostanza appena descritta, stavano giocando e, come specifica la maestra, stavano conducendo un gioco molto serio, che tirava in ballo il coraggio di chi si affida nelle mani dell’altro e la responsabilità di chi conduce la sfida, contando sulla fiducia del compagno. La punta della matita che penetra nella carne e ne fa uscire sangue copioso potrebbe, forse, rappresentare un maldestro e tragico momento in cui vi è comunicazione profonda fra due esseri umani, sebbene sia sanguinosa e dolorosa anche per chi ferisce, e non solo per chi è ferito. Ho trovato, dunque, il corpo a corpo reale e figurato fra i due personaggi appena evocati uno dei rapporti umani più autentici di tutta la narrazione: esso suggerisce che il confronto profondo, diretto, è sempre doloroso e può far sanguinare. Ma sono solo certi incontri della nostra vita che lasciano una traccia indelebile in ognuno di noi: non importa quanto durino nel tempo o quanto assidua sia la frequentazione.

L’Assente ha, però, a mio parere, un’altra caratteristica che, forse, supera in importanza tutte le altre: si configura, di fatto, anche come un romanzo-saggio, stile Morselli, con a tratti delle incursioni in temi scottanti di attualità del giornalismo d’inchiesta: questo riaffiorare a tratti della contemporaneità più problematica costituisce un altro valore aggiunto della narrazione, che si avvicina pure a caratteristiche del romanzo-inchiesta o comunque della letteratura di denuncia.

È, forse, in questi squarci improvvisi che il lettore sorprende il riaffiorare della più autentica voce autoriale, la quale fa da trait d’union tra le altre voci sparse, grazie a questi affondi nella dolorosa realtà contemporanea che accomuna tutti gli attori della messa in scena. Ad esempio:

I giovani, ci andassero loro in piazza, a manifestare, a prendersi un malanno, io ci sono già andato, e non è servito a niente, soltanto a sostituire chi c’era prima con chi c’è adesso, il magna magna, tanto per usare un termine populista, s’è solo affinato (…) (L’Amico, p. 12)

(…) io sono disoccupato, al verde, ed ho trentacinque anni, una laurea che non serve a niente, poca voglia di tutto ed esperienza zero, in qualsiasi campo (…) (L’Amico, p. 13)

E tutto solo perché non sa usare il computer, nel 2011, un geometra, mentre tanti giovani laureati stanno a spasso.
Mah…
In ogni caso l’Italia è questa, una terra in cui se hai idea di dar via un terreno lo Stato le tasse le vuole prima, come ho dovuto pagarle io, in anticipo rispetto alla vendita. (L’Alienante, p. 57)

(…) ma se ne sentono tante, in giro, di pedofili, assassini, bruti, e poi tutti a dire che sono i genitori, il problema, che lasciano troppo soli i figli, e li sballottano di qua e di là (…) (L’Infermiera, p. 61)

Ma se qui si chiude solo!!
Fabbriche, uffici, ora pure gli ospedali, e le scuole, ché bisogna tagliare, risparmiare, e dei servizi non gliene frega niente a nessuno, di quelli che comandano (…) (L’Infermiera, p. 62)

I titoletti stessi dei capitoli danno l’idea che in questo romanzo non sia tanto importante per l’autore la caratterizzazione dei vari personaggi: L’Amico, L’Amante, Il Vecchio, Il Ladro, Il Nemico etc. rimandano, più che a delle individualità, a dei tipi umani, e soprattutto a dei ruoli, in un gioco pirandelliano in cui ognuno indossa una maschera per non mettere a nudo davvero la propria interiorità. La vita è, gaddianamente, una matassa confusa, di cui non si trova il bandolo, un gomitolo senza capo: se ne possono solo sondare singoli aspetti, arrivando a ricomporre uno specchio fatto di frammenti rotti incollati sommariamente, che riverberano la luce in direzioni diverse e rimandano un’immagine che non può essere coerente, del reale.

Lo sguardo ironico e a tratti dissacrante, “pungente”, di Sandro De Nobile mette insieme tipi umani, animali come il gatto, oggetti inanimati come La Borsa e persino Dio, che diviene una voce fra tante: più simile alle divinità dell’Olimpo o al Dio vendicativo della Bibbia che a quello misericordioso del Vangelo, nella sua esplicita e pesante accusa di superbia rivolta alla propria creatura.

Dal punto di vista lessicale il romanzo è assai interessante: la lingua è perlopiù molto sciolta, comunicativa, diretta, in perfetto stile cinematografico o teatrale, appunto, ma a tratti affiorano termini desueti, espressioni che appaiono quasi fuori contesto, spie lessicali del complesso background culturale dell’autore e soprattutto della sua volontà di spiazzare il lettore, di disorientarlo, di interrompere il flusso delle parole della quotidianità contemporanea, a volte piatta, con termini e locuzioni che rimandano alla sfera letteraria o al lessico più tradizionale o dal sapore arcaico come «vieppiù» (p. 11), «a ogni piè sospinto» (p. 81) etc.

Numerose sono anche le allusioni più o meno velate alla letteratura: all’Ungaretti di «lasciatemi qui, come una cosa posata in un angolo e dimenticata, qui, tra le quattro capriole di fumo del focolare della modernità» (pp. 12-13), che forse sfocia anche in Palazzeschi e in certe immagini futuriste, oltre che nella poesia di Nelo Risi (per ammissione stessa dell’autore). Ai versi di Prima colazione di Prevert (p. 52), emblematici dell’incomunicabilità e della glaciale freddezza in un rapporto di coppia; alla Ginzburg (p. 53), a Salgari (p. 67), Rousseau (p. 70), Gadda (ibidem), Alceo (ibidem), Shakespeare (p. 71), Sorel (ibidem), Manzoni etc.

Un capitolo ha una tonalità a sé, molto diversa da tutti gli altri: la particolare “discesa agli inferi” dell’ingresso nella bottega del Libraio rappresenta, a mio avviso, l’episodio più onirico e poetico di tutto il romanzo. La serenità olimpica del protagonista, che non parla ma viene descritto da una voce fuori campo, ricorda quasi quella di certe divinità del mito. Egli non ha bisogno di proteggere il proprio negozio dall’assalto dei ladri, perché sa che un cuore impuro non può portar via nulla dalla sua bottega: considera i libri pura materializzazione di sogni e desideri.

La letteratura e la lettura, quindi, affiorano da questo romanzo, apparentemente tutto immerso nella contemporaneità e intriso delle sue dolorose e laceranti contraddizioni, come via di fuga dal reale, come magia, dantesco «incantamento» (p. 70), in un Sistema in cui tutto sembra muoversi per impulso dell’interesse e solo il mondo ideale dei libri appare procedere perseguendo altri fini1.

  1. Il testo è una rielaborazione della Presentazione del romanzo presso la libreria Coreander di Roma, giovedì 15 febbraio 2018.
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