Expo 2015 e la Carta di Milano: utopia o rivoluzione inavvertita?

Autore di Maria Panetta

Centodieci ettari di spazi espositivi tra il Comune di Milano e quello di Rho, 8.500 metri quadri di Parco della Biodiversità e 8.500 di Auditorium da 1.500 posti; padiglioni di 54 Paesi, più altri 70 inseriti all’interno di cluster (o padiglioni collettivi) tematici e, inoltre, quelli delle regioni italiane e quelli di aziende e organizzazioni internazionali; 10 aree servizi e 8 aree hortus (giardini e relax); 21 milioni e mezzo di visitatori (di cui 6,5 stranieri e tra cui una sessantina di capi di stato o di governo) in 184 giorni; 2.500 telecamere, 2.300 militari e 450 mezzi per la sicurezza, 930 camion, 2,3 miliardi spesi in tutto dai visitatori, 528.575 articoli dedicati all’evento dalla stampa: questi i numeri dell’ultima Esposizione universale svoltasi a Milano e conclusasi il 31 ottobre scorso.

Com’è noto, la prima di tali esposizioni si tenne a Londra, ad Hyde Park, nel 1851; in seguito, si sono susseguite nel tempo varie fiere, tra le quali la memorabile Esposizione di Parigi del 1889, durante la quale venne costruita la Tour Eiffel, divenuta edificio simbolo della Francia e della sua capitale. Da ricordare anche l’Esposizione universale del 1942, che non ebbe mai luogo a causa della Seconda guerra mondiale, ma che ha lasciato il segno a Roma, con l’edificazione ex novo di un intero quartiere tuttora esistente: quello dell’EUR.

Caratteristica comune, infatti, delle varie esposizioni è la costruzione di siti che, in genere, vengono smantellati a fine manifestazione, ma che, in alcuni casi, sono stati riconvertiti efficacemente: nel caso di Expo 2015, infatti, l’area nella quale si è svolto l’evento risulta adiacente al polo espositivo della Fiera di Milano, ideato dall’architetto Massimiliano Fuksas come progetto di riqualificazione urbanistica dell’intera zona, in origine occupata da impianti di produzione industriale e poi in parte destinata a usi agricoli o a servizi.

Nonostante tutte le polemiche, il bilancio finale della fiera sembra, a conti fatti, del tutto positivo: il 74% degli italiani pare lo abbia giudicato un successo.

In genere, le critiche più aspre sono state rivolte ai prezzi piuttosto salati dei cibi proposti all’interno dei padiglioni; aggiungerei che alcuni spazi espositivi affidati all’iniziativa di certi Paesi ospitati (a pagamento) erano piuttosto spogli e che l’offerta di cibo avrebbe potuto essere notevolmente più varia e diversificata: ad esempio, nonostante il notevole e coraggioso impegno profuso per essere presente, a dispetto della pesante crisi economica, ho trovato sconfortante e deludente che il padiglione greco proponesse come prodotto alimentare in vendita quasi solo lo zafferano. Specie considerando la centralità della Grecia nella nostra tradizione enogastronomica mediterranea e la sua rilevanza come culla della civiltà e della cultura occidentali.

Inoltre, com’è stato notato da certa stampa, la presenza di alcune multinazionali quali McDonald’s, Coca Cola, Nestlè o Ferrero risultava piuttosto inopportuna, in occasione di un evento durante il quale si sarebbero dovuti promuovere soprattutto la biodiversità e i cibi biologici: allo slogan di “Nutrire il pianeta energia per la vita” è, infatti, davvero impensabile poter associare la promozione di prodotti ipercalorici contenenti zuccheri e olio di palma, ovvero alcuni ingredienti che i nutrizionisti consigliano di consumare con moderazione o di evitare del tutto. Molto più adatto al contesto, casomai, il padiglione finale di Slow Food, con le sue interessanti proposte anche di lettura.

L’Italia ha, di certo, svolto il ruolo di assoluta protagonista, grazie alla conclamata bellezza del Padiglione Italia, alla presenza di stand enogastronomici di tutte le regioni (apprezzato anche il nesso cibo-cultura, valorizzato, ad esempio, nello spazio espositivo calabrese, che esibiva in teche di vetro alcuni pregevoli reperti archeologici custoditi nei musei di Reggio Calabria e Locri), alla creatività dei giochi di luci, colori e musica dello spettacolare “Albero della Vita” e alla presenza di padiglioni di varie aziende italiane ben note anche all’estero ed esportatrici del made in Italy come Martini, Ferrari, ma anche Citterio o Lavazza.

L’idea di organizzare il tutto attorno all’incrocio di un Cardo e un Decumano è stato, poi, un ulteriore intelligente richiamo alla nostra tradizione storico-culturale, ma la presenza massiccia di visitatori stranieri, che hanno affollato le strade interne dell’area con i loro caratteristici abbigliamenti tradizionali, di multiformi fogge e colori, facendo riecheggiare per le vie le loro lingue a volte incomprensibili e i loro differenti accenti, ha contribuito a creare quell’atmosfera d’incontro e di scambio culturale internazionale e planetario che dovrebbe essere uno degli obiettivi di una ben pensata e riuscita esposizione universale.

Al di là dei difetti e delle contraddizioni di questa imponente manifestazione, comunque, trovo sorprendente che la stampa e le televisioni abbiano dato pochissimo rilievo a quello che, probabilmente, è stato il risultato e il lascito più importante e rivoluzionario di tale evento: la sottoscrizione della Carta di Milano, un testo di altissimo valore fortemente voluto dall’Italia, che, se applicato davvero, rappresenterebbe una vera svolta per la gestione futura delle politiche economiche e sociali dell’intero pianeta.

Se ne sono accorti, ad esempio, gli autori dell’agile volumetto miscellaneo Expo della dignità. Contro la fame e ogni sfruttamento, appena uscito per i tipi di Novecento Editore, nel quale vengono trattati temi di scottante attualità quali quelli della lotta alle disuguaglianze e alla povertà, della gestione virtuosa dei beni comuni (tra i quali il patrimonio artistico), del rispetto dell’ambiente, del recupero degli alimenti, fino ad arrivare a questioni dibattute quali quella del reddito minimo garantito o dei cambiamenti necessari al livello di sistema energetico.

La Carta di Milano (che si può sottoscrivere all’indirizzo http://carta.milano.it/it/) è un documento che inserisce il «diritto al cibo» tra i diritti umani fondamentali e che considera programmaticamente «una violazione della dignità umana il mancato accesso a cibo sano, sufficiente e nutriente, acqua pulita ed energia». Individua, infatti, come grandi sfide del XXI secolo connesse al problema del cibo quelle di «combattere la denutrizione e la malnutrizione, promuovere un equo accesso alle risorse naturali, garantire una gestione sostenibile dei processi produttivi». Si propone come obiettivi quelli di proteggere l’ambiente, tutelare la biodiversità, garantire a tutti i popoli pari opportunità, riconoscere adeguatamente il ruolo delle donne negli ambiti della produzione agricola e della nutrizione, contenere fino a eliminarli gli sprechi di cibo, ridimensionare lo sfruttamento delle risorse marine, garantire uguali diritti ai piccoli imprenditori e alle grandi imprese etc.

Ai propri firmatari, in qualità di cittadine e cittadini del mondo, la Carta chiede di

  • avere cura e consapevolezza della natura del cibo di cui ci nutriamo, informandoci riguardo ai suoi ingredienti, alla loro origine e al come e dove è prodotto, al fine di compiere scelte responsabili;
  • consumare solo le quantità di cibo sufficienti al fabbisogno, assicurandoci che il cibo sia consumato prima che deperisca, donato qualora in eccesso e conservato in modo tale che non si deteriori;
  • evitare lo spreco di acqua in tutte le attività quotidiane, domestiche e produttive;
  • adottare comportamenti responsabili e pratiche virtuose, come riciclare, rigenerare e riusare gli oggetti di consumo al fine di proteggere l’ambiente;
  • promuovere l’educazione alimentare e ambientale in ambito familiare per una crescita consapevole delle nuove generazioni;
  • scegliere consapevolmente gli alimenti, considerando l’impatto della loro produzione sull’ambiente;
  • essere parte attiva nella costruzione di un mondo sostenibile, anche attraverso soluzioni innovative, frutto del nostro lavoro, della nostra creatività e ingegno.

I sottoscrittori del documento s’impegnano a richiedere con forza a governi, istituzioni e organizzazioni internazionali di

  • adottare misure normative per garantire e rendere effettivo il diritto al cibo e la sovranità alimentare;
  • rafforzare le leggi in favore della tutela del suolo agricolo, per regolamentare gli investimenti sulle risorse naturali, tutelando le popolazioni locali;
  • promuovere il tema della nutrizione nei forum internazionali tra governi (…);
  • sviluppare un sistema di commercio internazionale aperto, basato su regole condivise e non discriminatorio capace di eliminare le distorsioni che limitano la disponibilità di cibo (…);
  • considerare il cibo un patrimonio culturale e in quanto tale difenderlo da contraffazioni e frodi, proteggerlo da inganni e pratiche commerciali scorrette, valorizzarne origine e originalità con processi normativi trasparenti;
  • formulare e implementare regole e norme giuridiche riguardanti il cibo e la sicurezza alimentare e ambientale che siano comprensibili e facilmente applicabili;
  • sostenere e diffondere la cultura della sana alimentazione come strumento di salute globale;
  • combattere ed eliminare il lavoro sia minorile sia irregolare nel settore agroalimentare;
  • lavorare alla realizzazione di una struttura sovranazionale che raccolga le attività di informazione e analisi dei reati che interessano la filiera agro-alimentare (…);
  • declinare buone pratiche in politiche pubbliche e aiuti allo sviluppo che siano coerenti coi fabbisogni locali, non emergenziali e indirizzati allo sviluppo di sistemi alimentari sostenibili;
  • promuovere un patto globale riguardo alle strategie alimentari urbane e rurali in relazione all’accesso al cibo sano e nutriente (…);
  • aumentare le risorse destinate alla ricerca, al trasferimento dei suoi esiti, alla formazione e alla comunicazione;
  • introdurre o rafforzare nelle scuole e nelle mense scolastiche i programmi di educazione alimentare, fisica e ambientale come strumenti di salute e prevenzione, valorizzando in particolare la conoscenza e lo scambio di culture alimentari diverse, a partire dai prodotti tipici, biologici e locali;
  • sviluppare misure e politiche nei sistemi sanitari nazionali che promuovano diete sane e sostenibili e riducano il disequilibrio alimentare, con attenzione prioritaria alle persone con esigenze speciali di nutrizione, di corretta idratazione e di igiene, in particolare anziani, donne in gravidanza, neonati, bambini e malati;
  • promuovere un eguale accesso al cibo, alla terra, al credito, alla formazione, all’energia e alle tecnologie, in particolar modo alle donne, ai piccoli produttori e ai gruppi sociali più svantaggiati;
  • creare strumenti di sostegno in favore delle fasce più deboli della popolazione, anche attraverso il coordinamento tra gli attori che operano nel settore del recupero e della distribuzione gratuita delle eccedenze alimentari;
  • includere il problema degli sprechi e delle perdite alimentari e idriche all’interno dell’agenda internazionale e nazionale (…);
  • valorizzare la biodiversità a livello sia locale sia globale, grazie anche ad indicatori che ne definiscano non solo il valore biologico ma anche il valore economico;
  • considerare il rapporto tra energia, acqua, aria e cibo in modo complessivo e dinamico, ponendo l’accento sulla loro fondamentale relazione, in modo da poter gestire queste risorse all’interno di una prospettiva strategica e di lungo periodo in grado di contrastare il cambiamento climatico.

La forza propositiva di ogni documento programmatico che abbia il sapore dell’utopia è periodicamente necessaria al genere umano per guardare al futuro con consapevolezza, percepire nettamente i propri limiti e insieme avere l’audacia di oltrepassarli, indirizzare meglio le scelte socio-economiche e politiche che segneranno il futuro del nostro pianeta e decreteranno la sopravvivenza o la scomparsa dei suoi abitanti: per questo motivo, ritengo che debba inorgoglirci, più che il successo di Expo, l’ideazione e la sottoscrizione di questa Carta e che ci si debba impegnare seriamente affinché i principi ˗ giusti ˗ delineati in tale rivoluzionario documento non restino solo propositi, ma vengano almeno in parte attuati nel breve periodo. Come affermava Max Weber, il cui pensiero filosofico è uno dei riferimenti obbligati per la Carta di Milano, «è del tutto esatto e confermato da ogni esperienza storica che non si realizzerebbe ciò che è possibile, se nel mondo non si aspirasse sempre all’impossibile»1.

  1. Cfr. M. Weber, La politica come professione, Torino, Einaudi, 2004, p. 121