Elogio dell’autodeterminazione: “Ruth e Alex” di Richard Loncraine

Autore di Maria Panetta

Ruth e Alex. L’amore cerca casa è un film uscito a maggio negli Stati Uniti (col titolo 5 Flights Up) e da giugno nelle sale italiane, diretto da Richard Loncraine: la dimestichezza del regista inglese con le serie televisive si percepisce subito nella pellicola, girata perlopiù in interni assolati, nei quali prevalgono (forse non a caso) i toni caldi, dorati e lievemente decadenti delle ore del tramonto, che ricordano l’effetto seppia di una fotografia dai colori un po’ sbiaditi dal passare del tempo e ben si addicono alla coppia energica ma non più giovane dei protagonisti, interpretati con scioltezza e intensità da Diane Keaton e Morgan Freeman, che non deludono le aspettative.

La precedente esperienza di Loncraine quale regista di Richard III (1995), rivisitazione e attualizzazione della celebre tragedia shakespeariana che ha meritato l’Orso d’argento per la miglior regia al Festival di Berlino del 2006, traluce anche in questa pellicola, dominata, come una tragedia che solo all’ultimo si risolve in commedia (o, meglio, in un “eroico” differimento del finale inevitabilmente tragico), dai due protagonisti, che campeggiano sulla scena, stagliandosi in primo piano sullo sfondo di qualche comparsa di non grande rilievo, e riescono a neutralizzare anche la “sottoprotagonista”, la nipote di Ruth (interpretata da Cynthia Nixon, la rossa Miranda del popolare Sex and the City), assai attiva e intenta a cercare per la coppia, che si avvia verso l’età anziana, una più confortevole sistemazione in un appartamento dotato di ascensore.

La consapevolezza dei due coniugi Carver di essere giunti, ormai, alla soglia della “vecchiaia” viene sapientemente mediata – nella sceneggiatura di Charlie Peters, collaboratore di Loncraine anche nella commedia Viaggio d’estate (My One and Only, 2009) e regista a sua volta ˗ dall’episodio iniziale che vede protagonista la cagnetta Doroty, l’unica “figlia” della coppia, che non ha mai avuto bambini a causa della difficoltà di Ruth a concepirne: a differenza di Alex che, nonostante i capelli bianchi, percorre ad ampie, dinoccolate falcate, e con atteggiamento scanzonato e ironico, le strade del proprio amato quartiere (Brooklyn) e, sebbene a fatica, affronta ancora con determinazione i cinque piani di scale del palazzo, portando anche un vassoio con la colazione per la moglie, in un’amorevole consuetudine che si ripete da quarant’anni, la cagnetta, proprio all’inizio del “dramma”, accusa delle difficoltà a salire i gradini a causa di un’ernia del disco che andrà operata.

Proiettandosi, inevitabilmente, nel futuro e vedendo se stessi nell’anziana Doroty, i due protagonisti decidono di concedere maggior credito alla suddetta nipote di Ruth, Lily, agente immobiliare in apparenza assai dinamica e generosa ma alla lunga fastidiosamente logorroica e iperattiva, nonché interessata e a caccia di affari, affinché metta in vendita il loro appartamentino, ben quotato dopo che il quartiere di periferia nel quale avevano fissato la loro dimora da giovani, scontrandosi anche con la diffidenza di vicini non ancora pronti ad accettare l’unione tra una ragazza bianca e un giovane nero, è divenuto, ormai, di moda, in una New York caotica e in rapida trasformazione. Si devono, dunque, scontrare anche con la moda delle “visite libere”, giornate nelle quali tanti potenziali acquirenti possono entrare nelle case in vendita, ancora abitate, e aggirarsi impunemente nelle loro stanze ammobiliate: Ruth si dimostra sempre più possibilista e aperta al cambiamento del marito, che, anche in tale occasione, oppone una sorda resistenza alla sgradita invasione di estranei nella casa che è stata il rifugio appartato della coppia per decenni; dovrà, però, rendersi conto anch’ella della poca delicatezza dei visitatori, che si concedono commenti sbrigativi e superficiali sui vari oggetti che popolano il loro appartamento e hanno un ben preciso significato per i coniugi, complici e affiatati anche dopo tanti anni di convivenza, e che, violando con prepotenza a volte quasi inconsapevole (si pensi alla delirante madre di Zoe, che prova tutti i letti delle camere da letto che visita) l’intimità dei proprietari delle case, paiono attratti quasi più dalla morbosa curiosità per gli stili di vita altrui che realmente motivati all’acquisto.

Mentre Ruth reagisce sempre con elegante ironia alla scarsa sensibilità dimostrata dagli altri, Alex si chiude in se stesso ed evita il confronto con gli “invasori”, con l’eccezione di Zoe, bambina più saggia della madre che, da dietro spessi occhiali di perspicace e attenta osservatrice (e gli occhiali si dimostrano un oggetto dotato di particolare fascino per l’artista, attratto in passato dall’autenticità della bellezza della propria musa giovanile, Ruth), fa amicizia con Alex e si rivela in grado anche di apprezzarne l’estro di pittore molto quotato in gioventù e, invece, in calo in un’epoca che non apprezza più la ritrattistica e privilegia i soggetti astratti. I commenti del suo ex-gallerista/ex-amico lasciano intendere, però, che il mercato dell’arte non sta andando nella direzione della valorizzazione della qualità pittorica e della creatività degli artisti, ma in quella del miope e indifferenziato apprezzamento per la contemporaneità, indipendentemente dal valore estetico delle opere dei “giovani”. Così, nel mondo odierno, “giovane batte vecchio”, a prescindere dalla considerazione del singolo autore e della sua capacità immaginativa: questa la denuncia che, tra le righe, serpeggia in alcune scene del film, tra le poche girate in esterni cittadini.

Il ponte di Brooklyn ha la funzione d’introdurre il secondo evento esterno (dopo l’emergenza-Doroty), che viene a turbare ˗ seppur non troppo profondamente ˗ le placide acque della vita regolare e affiatata dei due coniugi: un camion bloccato su una carreggiata del ponte e il sospetto della presenza di una bomba; poi, la caccia al conducente straniero del veicolo, scappato in preda al panico, e le menzogne che gli organi di stampa diramano sul suo conto, con una sequela di disordinate smentite, fino alla sua resa plateale e alla sua cattura in diretta. L’allarme bomba e la caccia al “pericoloso” fuggitivo hanno l’effetto di far abbassare i prezzi degli appartamenti di zona, pressando psicologicamente i due sposi e inducendoli quasi ad accettare, sebbene a malincuore, un’offerta di acquisto.

La dedizione di Alex alla moglie lo induce anche ad assecondarla, contestualmente, nelle trattative per l’acquisto di una casa a Manhattan, molto luminosa e dotata di ascensore, ma priva del privilegiato affaccio sul ponte di Brooklyn che ha ispirato, con la propria apertura e la luce suggestiva, tanti dei quadri più riusciti del pittore afroamericano; la visione del giovane conducente arrestato, accusato e denigrato ingiustamente solo per essere fuggito in preda al panico e catturato in ginocchio sotto mille impietosi riflettori, induce, però, Alex, forse memore anche della segregazione e della discriminazione razziale da lui stesso patite in passato, a ripensarci improvvisamente e a mandare all’aria la compravendita nella quale si era abilmente inserita anche Lily, a caccia della propria provvigione.

L’amore consapevole di Ruth per il marito si dimostra nell’unico rimprovero che gli muove: quello per il tono sgarbato, per la scenata inattesa e immotivata e per il comportamento brusco e scortese (il film è tutto un inno alla cortesia quale valore anche estetico e alla medietas dei toni). Non ha evidentemente necessità di chiedergli spiegazioni, perché sa che Alex ha ragione: a difendere la loro libertà di scelta finché è possibile, a perseguire con ostinazione la loro autonomia e a salvaguardare dalle ingerenze altrui – fossero pure motivate dall’affetto più disinteressato ˗ il loro diritto ad autodeterminarsi la vita finché ne hanno le forze e ne sono intellettualmente capaci. Lo segue senza indugio, col medesimo slancio e la stessa impulsività di quando, da giovane, aveva affrontato la disapprovazione e i timori della propria famiglia per il colore della pelle di Alex, venendo ricambiata dalla fedeltà del marito, che non l’aveva mai abbandonata, nonostante non potesse dargli un figlio, e, anzi, l’aveva spesso consolata e rassicurata al riguardo (il tocco di Loncraine è sensibile e leggero anche nell’affrontare tali delicate tematiche): l’unica vera scena di disperazione della pellicola, quella dedicata al senso di colpa e di frustrazione di una giovane Ruth per una sofferta condizione che ella reputa, allora, di “femminilità incompleta”, non giustifica, però, l’etichetta di genere “drammatico” attribuita da più parti al film.

Ruth e Alex, trasposizione cinematografica piuttosto fedele del romanzo autobiografico Heroic Measures della canadese Jill Ciment ˗ lanciato negli USA da Oprah Winfrey e tradotto in Italia per Newton Compton da Stefania Rega (nel romanzo, il cognome dei coniugi, che risiedono nel Lower East Side, è Cohen) ˗, celebra la coppia quale cellula della società, il perdurare dell’affiatamento e della sintonia tra due persone che vivono in simbiosi e che non hanno bisogno del collante dei figli per restare insieme: la ricetta del rispetto reciproco, della leggerezza, del mutuo sostegno e dell’ascolto aiuta una donna come Ruth, “madre” di tutti gli allievi che ha avuto come insegnante e, talora, figura materna anche per il proprio compagno Alex, a superare, alla fine, senza troppa malinconia residua il dramma della mancata maternità e ne fa un luminoso esempio di femminilità comunque compiuta e soddisfatta della propria esistenza. L’unica concessione senile a questo nodo irrisolto, almeno in gioventù, si può individuare nella propensione di Ruth a cedere in vendita l’appartamento alla coppia di donne che, contrariamente agli altri visitatori indesiderati, nella usuale lettera di accompagnamento alla proposta di acquisto sanno far leva sui sentimenti e sulle emozioni della padrona di casa, alludendo alla loro volontà di far crescere la loro bambina in un ambiente accogliente, che trasuda amore e armonia coniugale da ogni angolo: episodio che sottolinea l’auspicabilità della complicità tra donne (l’ottica femminile dell’autrice del romanzo viene rispettata anche dalla sceneggiatura e dalla pellicola) e ribadisce il valore della retorica come strumento di persuasione anche nel mondo odierno, accanto a quello economico, più scontato, del denaro.

Il ponte di Brooklyn, simbolo per generazioni del progresso e del nuovo che avanza, diviene, in questo caso, antifrasticamente, una frontiera da non superare, una barriera protettiva che isola la coppia dall’impatto con la travolgente caoticità del contemporaneo e la induce a trascorrere il tempo che resta nella tranquillità delle rassicuranti abitudini condivise. Assieme alla cagnetta Doroty, che il destino, come a voler premiare la scelta eroica dei due protagonisti e a voler suggellare il rinnovamento del loro patto emotivo, ha voluto risparmiare.

Un film in controtendenza: lento, basato su pochi colpi di scena e senza effetti speciali, che racconta un’altra America, più vicina, nei suoi piccoli-grandi problemi quotidiani largamente diffusi, ad altri paesi del mondo meno freneticamente e costantemente intenti ad anticipare e indirizzare il futuro dell’umanità.