Il bianco e il nero di “Steve Jobs”

Autore di Maria Panetta

Steve Jobs è un film del 2015 diretto e co-prodotto da Danny Boyle, con protagonista un Michael Fassbender perfettamente calato nella parte, e si basa sulla biografia autorizzata del noto informatico, scritta da Walter Isaacson ed edita nel 2011.

La pellicola è stata distribuita nelle sale cinematografiche statunitensi a partire dal 9 ottobre 2015 e uscirà in Italia il 21 gennaio 2016, ma è stata proiettata in anteprima per la stampa a Roma, il 17 novembre, presso il Multisala Barberini.

Il film di Boyle prende in esame solo un arco temporale della vicenda biografica del co-fondatore della Apple, interrompendosi opportunamente qualche anno prima della comparsa dei primi segni della terribile malattia che ha colpito Jobs e, dopo otto anni di lotta contro un cancro al pancreas, ne ha decretato inesorabilmente la morte nel 2011, a cinquantasei anni.

La visione di Boyle è, in un certo senso, “manichea”: il suo Jobs non presenta vie di mezzo. È il geniale visionario che ha anticipato il futuro e ha dettato per anni le regole del marketing nel mondo dell’informatica (spregiudicato brillante geniale lungimirante) e, allo stesso tempo, è il gelido Steve, all’inizio incurante di essere divenuto padre, crudele e sbrigativo con la propria ex-compagna Chrisann Brennan, cinico e ingeneroso con alcuni colleghi e amici di vecchia data. La contrapposizione tra la vita professionale del genio e la vita privata dell’uomo anaffettivo è netta e segnata, anche nella scelta dei colori, da un forte contrasto di luci e di ombre.

Giustamente è stato notato, durante la conferenza stampa, che tutta la pellicola risente di un’impostazione “teatrale”, svolgendosi per lo più in luoghi chiusi ed essendo incentrata su poche figure, inquadrate spesso da vicino, che si alternano sulla scena, impegnate in serrati e pungenti dialoghi abilmente delineati dalla penna di Aaron Sorkin: il ritmo è veloce e cattura lo spettatore, sebbene non si tratti di un film d’azione e gli scenari (forse, allegorie della mente di Jobs, focalizzata sul lavoro e sull’ambiziosa volontà di emergere) siano piuttosto claustrofobici.

Una convincente Kate Winslet interpreta la paziente (e insieme rigorosa) segretaria di Jobs, Joanna Hoffman, imprescindibile supporto organizzativo e psicologico del protagonista: spesso la donna si trova a fargli da spalla, nei dialoghi, come fosse una “moglie” votata solo all’assistenza, morale e non, al marito. Solamente alla fine, forte della propria posizione di braccio destro, concreto e affidabile, del visionario che, come tutti i geni, si dimostra incapace di affrontare al meglio alcuni aspetti pratici dell’esistenza e soprattutto di gestire la propria sfera affettiva, gli impone una riconciliazione con la figlia Lisa, l’unico vero affetto di Jobs che, dopo averne quasi ignorato l’esistenza e le esigenze materiali per i primi anni di vita, aveva iniziato a provare interesse per lei e per la sua intelligenza nel 1984, in occasione del lancio del suo primo computer, il Macintosh 128K, quando la bambina si era dimostrata capace, intuitivamente, d’interagire col prototipo senza bisogno di alcuna spiegazione.

Scena centrale e chiave di volta del film, questo passaggio chiarisce che per le menti geniali alla Jobs la sfera emotiva è fortemente legata a quella intellettuale e che l’interesse sincero per un altro essere umano scatta in loro nel momento in cui vi percepiscono una consonanza intellettuale prima che emotiva: l’intuito della bambina accende nel padre il desiderio di renderla partecipe e complice dei propri successi e, timidamente, la volontà di provare a interagire con lei in un complesso dialogo tra anime chiuse e impenetrabili, ma affini, che a tratti si rispecchiano l’una nell’altra.

La trama si addensa, in modo quasi ciclico, intorno a tre eventi capitali della vita professionale di Jobs: il già citato faticoso lancio del Macintosh 128K, nel 1984, che, nonostante abbia rivoluzionato il mondo dei computer, ha comunque creato serie difficoltà alla società, con conseguenti estromissione di Jobs e fondazione della NeXT da parte di quest’ultimo; nel 1988, la promozione del NeXT Computer; infine, si chiude nel 1998, quando la Apple ha acquisito la NeXT e Jobs ne è divenuto il CEO, col lancio dell’iMac.

Denominatore comune dei tre focus la presentazione al pubblico di nuovi prodotti, nel clima d’inevitabile e febbrile tensione prima di ogni evento, e il riproporsi, in tutte le occasioni, di decisivi colloqui con persone-chiave della vita privata e professionale di Jobs, alcuni minuti prima di ogni cerimonia pubblica. Paradossalmente, è proprio in queste occasioni che Jobs, pressato dalla tensione per la preparazione degli eventi, reagisce meglio al confronto anche umano con i propri interlocutori: gli istanti prima di ogni grande lancio sul mercato di nuovi prodotti si rivelano importanti anche per la risoluzione di controversie della sua vita personale che si trascinano da anni. A ulteriore riprova che un aumento di tensione è spesso positivo, per una mente creativa quale quella di Jobs, tediata, invece, dall’assenza di stimoli intellettuali e dalla ripetizione del quotidiano: quello che per chiunque potrebbe rappresentare il momento peggiore per affrontare questioni personali irrisolte si rivela, invece, per il rivoluzionario informatico un’occasione proficua e in qualche modo produttiva di scambio, di chiarimento, di spiegazione, ma anche di duro confronto o d’inesorabile scontro frontale.

Come ha sottolineato il regista dopo la proiezione, invitando a una seria riflessione al riguardo, Jobs era siriano: nel corso della pellicola emerge il fatto che la sua smania di controllo su ogni dettaglio dell’esistenza professionale, e non, derivava soprattutto dall’insicurezza della sua condizione di bambino abbandonato dai genitori e, in seguito, adottato.

Il regista ha voluto dichiaratamente tratteggiarne un profilo a volte impietoso ma reale, insinuando anche qualche dubbio sulla sua figura di “creativo”, a favore, invece, di una valorizzazione delle sue doti di grande esperto di marketing, che, con fiuto infallibile e fine intuito, sapeva pilotare il mercato, indirizzando i gusti del pubblico e alimentando la nascita di esigenze di consumo da soddisfare: un abile promotore del superfluo, che ha compreso che l’unico modo per avvicinare una certa fetta di pubblico, refrattario all’innovazione tecnologica, ai prodotti informatici era quello di curare il loro aspetto estetico e imporli come status symbol.

Certo è che, senza menti lungimiranti come quella di Steve Jobs, anche la storia dell’editoria, dopo cinque secoli, sarebbe ferma al cartaceo e, a dispetto dei più intransigenti detrattori di tutti i supporti elettronici per la lettura, forse non avremmo ancora la possibilità di fruire di una cospicua moltitudine di libri memorizzati e concentrati in dispositivi leggeri e di ampia portabilità: al di là di tutti i chiaroscuri, è, dunque, doveroso riconoscere alla figura di Steve Jobs la statura di protagonista di una rivoluzione culturale e antropologica ancora in atto.