Recensione di Marco Bellocchio, “Sangue del mio sangue”

Autore di Maria Panetta

Un film interessante.
Nonostante la lentezza, il nuovo film di Marco Bellocchio si fa seguire fino alla fine, anche senza pausa.

Il titolo sembra alludere, più che al contenuto o alla trama, a una storia personale di Bellocchio, che coinvolge nella pellicola ben tre famigliari (Pier Giorgio, Elena e Alberto) e ambienta il film nella propria patria natale, Bobbio, cittadina in provincia di Piacenza nota anche per le sue antiche Carceri e per il Ponte Gobbo (o Ponte del Diavolo) sul Trebbia.

La temporalità del film non è lineare: vi è un’alternanza di epoche, iniziando la narrazione in epoca secentesca, approdando, poi, alla contemporaneità, e terminando con un rapido ritorno al Seicento seguito ancora una volta dalla chiusa sull’oggi, in un’accelerazione sempre più concitata.

Direi che le prime associazioni mentali piuttosto scontate per lo spettatore sono con alcuni personaggi manzoniani, quali la Monaca di Monza, il suo amante Egidio, il Cardinale Borromeo; e soprattutto con la pittura dell’epoca, in particolar modo con tanto Caravaggio (una scena a tavola, coi personaggi baciati dalla luce dorata delle candele, è evidentemente caravaggesca), ma anche con certa pittura fiamminga e col Mantegna del Cristo morto.

Il fascino del film risiede anche nel suo essere sfuggente: non se ne comprende appieno, né immediatamente, il significato. Di certo, è giocato sul ricorrere del doppio; e inquieta quel suo indagare una dimensione a metà strada tra la vita e la morte: la dimensione di Benedetta (mai nome fu più antinomico e paradossale), murata viva e, quindi, insieme, “ancora” e “non più” in vita; e quella dell’anziano conte Basta, che le fa da specchio, essendo vivente (ma la sua effigie nella foto con le ragazze sembra essere solo una lama di luce), ma contemporaneamente partecipando della dimensione del vampiro, perché di fatto volontariamente “murato vivo” all’interno delle mura delle carceri di Bobbio, in fuga dalla moglie, dai propri obblighi fiscali e dall’evoluzione della società e dei costumi che sono “fuori”, che egli tenta di arginare, specie per quanto concerne il progresso tecnologico, proibendo l’uso di cellulari e la connessione alla rete nell’ambito delle stanze da lui abitate all’interno del complesso carcerario.

Il doppio viene indagato anche nella sua dimensione prettamente fisica, nella straordinaria somiglianza tra i due fratelli (gemelli) Federico e Filippo, al punto tale che a un tratto lo spettatore non riesce più a distinguere di quale dei due si stia raccontando la storia, arrivando a chiedersi se non sia stato effettuato uno scambio di persona (scavando nella biografia di Bellocchio, si scopre anche del suo doloroso passato, segnato proprio dal suicidio del fratello gemello). Gemelle appaiono anche le movenze delle due donne che abitano la casa nella quale dimorava Filippo e che, dopo molta solitudine, vengono risvegliate nella loro femminilità a lungo repressa dalla presenza del giovane Federico: le due sorelle si sostengono a vicenda nel tentativo di attingere al piacere che quella presenza maschile rappresenta e, in questa ricerca della Bellezza («Com’è bello!», esclama, sognante, la più giovane, contemplando Federico mentre dorme), si fanno via via più audaci, liberandosi progressivamente di fermagli per capelli, lacci e costrizioni, in un anelito alla libertà che proprio Federico inaugura, invitandole a bere del vino e a raccontargli dei loro momenti di evasione ludica dalla realtà quotidiana.

Del Seicento vengono rievocati svariati tratti caratteristici, con allusioni storiche e storico-letterarie: la biforcazione prettamente maschile tra una “scelta” di vita da guerriero e una da ecclesiastico; l’ambiguità e la difficoltà della condizione femminile, in bilico tra la sottomissione all’uomo, la più o meno indotta monacazione e devozione a Dio, le accuse di stregoneria; la disinvolta leggerezza con cui si adoperavano strumenti di tortura, nell’indifferenza totale per le sofferenze altrui, e nell’assoluta presunzione di saper sempre interpretare i segnali della presenza di Satana o dell’illuminante grazia divina.

La manzoniana Storia della colonna infame sembra riecheggiare a tratti nelle inquadrature di Bellocchio (e di certo le varie pellicole a essa dedicate hanno offerto più di qualche spunto al regista); ma anche Victor Hugo e il suo arcidiacono Claude Frollo, con le sue ambigue pulsioni nei riguardi della zingara Esmeralda, hanno fornito numerose suggestioni al controverso rapporto tra padre Cacciapuoti e la tentatrice Benedetta, amante di entrambi i fratelli Mai. E come non rievocare anche tutta la simbologia della “rosa”, in ambito letterario, a partire da Catullo, per poi giungere alla mistica cristiana, al Roman de la rose, ad Ariosto, Tasso, fino al grande successo internazionale di Eco (solo per citarne alcuni)? Senza contare il fatto che quel cognome, Mai, non può non far pensare alla canzone Ad Angelo Mai (1820) di Leopardi (nella quale «alla stagion presente/ i polverosi chiostri/ serbaro occulti i generosi e santi/ detti degli avi […]», vv. 10-13: si dà il testo dell’edizione Salerno 1994, a cura di Gino Tellini, pp. 25-38), opera dedicata all’insigne filologo che aveva riscoperto le opere di Cicerone e degli antichi padri, i quali ˗ nei versi leopardiani ˗ quasi idealmente lasciano il sepolcro, per tentare di scuotere l’Italia e di risollevarla dalla sua «mediocrità» (v. 173):

[…] O scopritor famoso,
segui; risveglia i morti,
poi che dormono i vivi […]. (Vv. 175-177)

Che sia un messaggio, tra le righe, per noi italiani, che, nonostante la ricchezza e l’unicità del patrimonio paesaggistico (assai suggestive molte inquadrature di Bobbio, a mo’ di cartolina), artistico e culturale, sembriamo avvolti dalla nebbia dell’inettitudine, quasi morti che camminano, e, al pari dei due fratelli Mai, come afferma Benedetta, “non abbiamo coraggio”? A proposito di “sangue del nostro sangue”, Leopardi scriveva, infatti, apostrofando i nostri illustri antenati:

[…] Anime prodi,
ai tetti vostri inonorata, immonda
plebe successe; al vostro sangue è scherno
e d’opra e di parola
ogni valor; di vostre eterne ledi
né rossor più né invidia; ozio circonda
i monumenti vostri; e di viltade
siam fatti esempio alla futura etade. (Vv. 38-45)

I riferimenti alla storia locale di Bobbio sono diversi: in particolare, sarà forse utile rievocare una delle leggende sulla costruzione del cosiddetto Ponte Gobbo (chiamato così per l’irregolarità delle sue arcate), che la tradizione vuole eretto in una sola notte dal diavolo, che aveva stretto un patto con San Colombano (l’edificazione del ponte in cambio dell’anima della prima creatura che lo avrebbe attraversato) e che, gabbato dal santo (che vi aveva fatto passare sopra un animale), si era gettato nel Trebbia, causando, con la propria caduta in acqua, la deformazione del ponte stesso: questa leggenda popolare non può non essere stata tenuta presente da Bellocchio nella scena della prima prova cui viene sottoposta Benedetta (quella del tuffo nel fiume con le catene al collo) per provare la propria innocenza anche al prezzo della vita.

Il nesso tra le due dimensioni temporali non è sempre chiaro: ovviamente, tutto ruota intorno a Bobbio («Bobbio è il mondo», afferma il serafico conte Basta/Roberto Herlizka nel lungo, denso e forse troppo didascalico dialogo col dentista Quantunque/Toni Bertorelli), ma a dare continuità ai quadri ben distinti delle due diverse epoche contribuiscono alcuni temi ricorrenti, assieme alla riproposizione degli stessi attori in ruoli diversi. La contemporaneità non appare meno oscurantista dell’epoca secentesca: proprio il conte Basta rappresenta quel potere occulto cui interessa solo la propria sopravvivenza, al riparo di una corazza di cinismo che, però, nella pellicola, viene scalfita per la prima volta dall’apparire della Bellezza, rappresentata da Elena, la sorella del sedicente ispettore Federico Mai. La purezza limpida e leggiadra della fanciulla è l’unica capace di far breccia nell’animo indurito del vampiresco conte, da lungo tempo annoiato dal viso solcato dalle rughe e ombreggiato dalle occhiaie della moglie, che si consola, come una vedova allegra, ballando scompostamente in festini conditi da fiumi di alcool e frequentati anche da sedicenti folli, abituati a truffare il fisco col “giochetto” delle false invalidità.

Nel finale, il conte morirà come un vampiro accecato dalla luce dell’alba, in quella stessa sera in cui il suo cuore avrà ricominciato a battere e ad emozionarsi (e, quindi, a soffrire pene d’amore) per il candore della fanciulla appena incontrata; e la pellicola si chiuderà sulle sirene della finanza, che ha ormai scoperto tutti i raggiri con i quali mezzo paese truffava lo stato. Eppure, il vero finale è quello che conclude il secondo quadro secentesco del film, in cui un più che brizzolato Cardinale Federico Mai (il tormentato guerriero che, per redimersi, ha evidentemente seguito la stessa strada del fratello morto suicida), chiamato d’urgenza presso il Carcere nel quale Benedetta è ancora murata viva, avendo assistito al momento in cui le viene somministrata l’ostia della comunione ˗ dopo che la squadra degli stessi muratori incanutiti che avevano innalzato il muro che l’aveva tenuta prigioniera per anni vi ha creato un varco ˗, viene investito e annichilito da un turbine di polvere chiara e da un potente fascio di luce bianca dal quale, in una scena dalla voluta ambiguità (in bilico tra surrealismo e realismo), emerge il candore di una Benedetta ancora giovane e sfolgorante nella sua bellezza, nel trionfo dell’anima che si libera finalmente della prigione del corpo, spezza violentemente le catene che la trattengono sulla Terra e si dilegua, ormai libera, col sorriso enigmatico, dal sapore leonardesco, di chi ha raggiunto la consapevolezza che nulla e nessuno la può più tenere in gabbia.