Recensione del film “Il filo nascosto”, regia di Paul Thomas Anderson

Autore di Giulia Giorgi

Seconda collaborazione “da Oscar” per l’attore Daniel Day-Lewis e il regista Paul Thomas Anderson: la stessa coppia, infatti, ritroviamo nella pellicola Il Petroliere del 2007, che ha condotto Day-Lewis a vincere la sua seconda statuetta d’oro.

Al centro della narrazione c’è un geniale stilista, vagamente ispirato alla figura di Cristóbal Balenciaga, il quale si occupa di vestire l’élite della società londinese degli anni Cinquanta. Egli è talmente immerso nella propria arte da non essere in grado di amare; le uniche due figure femminili che Woodcock riesce a tollerare al proprio fianco sono la sorella Cyril (Lesley Manville), il cui compito è quello di arginare le nevrosi del fratello, e la defunta madre, rimpianta e mitizzata. Il mondo di Woodcock verrà, poi, stravolto dall’incontro con Alma, interpretata dall’attrice-rivelazione Vicky Krieps.

Dalla visione del Filo nascosto emerge una sorta di tendenza del regista a girare pellicole che richiamano il passato: il film è, come detto in precedenza, ambientato in una Londra del secondo dopoguerra, così come The Master (2012), mentre il thriller Vizio di Forma (2014) si sviluppa in una Los Angeles degli anni Settanta. Una tendenza, questa del “ritorno al passato”, che ritroviamo anche nei richiami ad autori ai quali Anderson si ispira, quali Hitchcock e Kubrick (da Rebecca fino ad arrivare ad Arancia Meccanica, Berry Lindon ed Eyes wide shut), disseminati all’interno della pellicola. Oltre a questi modelli estetici dichiarati, emergono anche dei riferimenti letterari, soprattutto ad alcuni dei racconti di Henry James dominati dall’opposizione tra vita e arte e dalla dicotomia tra attrazione e terrore nei confronti della donna.

Il filo conduttore che ricollega l’ultimo film di Paul Thomas Anderson alle sue opere precedenti è, in un certo senso, il rapporto con il potere, declinato in diverse sfaccettature: nel Filo nascosto vediamo un uomo, uno stilista di rinomato successo internazionale, insofferente a ogni cosa che lo circondi, entrare in conflitto con la donna da lui scelta come musa ispiratrice, prima, e come compagna di vita, poi. L’eccezionalità dell’opera del regista (candidata a ben sei premi Oscar) si accompagna all’altrettanto eccezionale interpretazione da parte di Day-Lewis e della Krieps, i quali riescono a permeare di significato ogni inquadratura solo grazie a un sapiente gioco di sguardi e di silenzi.

Il film è un continuo oscillare tra la presa di potere da parte di Woodcock, il quale, dopo un iniziale attaccamento ad Alma, se ne discosta bruscamente, infastidito da ogni piccolo gesto della donna, e il suo cederlo di nuovo alla compagna, desideroso delle sue cure e attenzioni, una volta regredito a bambino indifeso. Da parte sua, la donna non ha intenzione di farsi da parte, prendendo in mano le redini affinché l’uomo sia indotto a sentire la necessità della sua vicinanza e dando vita, così, a un perverso scambio di ruoli tra vittima e carnefice, fino ad arrivare a un epilogo quasi beffardo, che lascia lo spettatore completamente spiazzato. Paul Thomas Anderson si conferma come uno dei più grandi registi americani contemporanei. Il filo nascosto, come i precedenti film di Anderson, è girato con pellicola 35mm e il regista ha curato personalmente la fotografia assieme ad altri collaboratori, portando il film a non avere, di fatto, un direttore della fotografia accreditato. La sceneggiatura, scritta dallo stesso Anderson, è essenziale, scarna nei dialoghi; piuttosto, ciò che esalta la bellezza di ogni inquadratura sono proprio i lunghi silenzi che permettono allo spettatore di seguire ogni movimento di macchina e di cogliere ogni piccolo dettaglio.